Il Sire è giunto. L'«Hohenzollern» — il yacht Imperiale — è passato
stamane a pochi metri dalla mia nave ormeggiata ai Giardini, accolto
da colpi di cannone e dal ronzìo degli apparecchi cinematografici,
così come giustamente gli si conviene. I nostri equipaggi, raccolti
in striscie dense ed immobili lungo i fianchi delle navi, hanno
gridato gli hurrah di rito, ai quali un uomo isolato sulla plancia,
intabarrato, stringente un cannocchiale sotto un'ascella, rispondeva
appena portando di scatto due dita alla visiera del berretto: lui: il
Kaiser.
Poi i cannoni hanno taciuto: una ressa di gondole ha formato come le
siepi di una strada immaginaria tracciata nel bacino di S. Marco, ed
il yacht imperiale vi si è inoltrato a lento moto fino alle boe dove è
stato ormeggiato.
Un gridìo immenso sorgeva dalle siepi ed era condensato a tratti in
un urlo solo che si ripeteva tre volte. Ho creduto di sognare: mi son
chiesto con stupore quale Venezia fosse quella che avevo sott'occhio;
quando e come fosse stata invasa così. Tutto tedesco quel grido!: —
Hoch! — Hoch! — Hoch!... — Grido di migliaia: da dove — o angelo dorato
del Campanile di S. Marco — da dove venuti? E non so perchè ho provato
un brivido a cui non ho potuto dar nessun nome...
* * *
— Questo qui — mi dice un tenente di vascello tedesco, col quale mi son
fermato avanti ad un enorme ritratto che domina tutta una paratia del
Quadrato Ufficiali a bordo dell'«Hohenzollern» — questo qui ne farà
vedere delle belle!... E abbassa la voce, stemperandola nel sorriso
della confidenza.
«Questo qui» è il Kronprinz. E io guardo con sorpresa la mia guida
domandandole perchè.
— Perchè? — ripete questa; ma naturalmente non va più avanti, affidando
la risposta ad un gesto prettamente tedesco che significa attesa e che
consiste in una rapida oscillazione della mano tenuta dritta, palma in
fuori, ed all'altezza del petto.
Io penso che lo champagne di rito che ha bevuto poc'anzi con me, e
forse con molti altri ufficiali prima di me, gli abbia dato leggermente
al capo. Devo aspettar che? E, in ogni caso, il mio Paese non ha nulla
a vedere con le questioni interne della Germania e col carattere del
suo futuro governante.
No: questo gioviale fanciullone, quasi albino a forza di esser biondo,
deve realmente aver troppo brindato, e le sue confidenze hanno soltanto
per fondo le bollicine esilaranti delle coppe tracannate...
Infatti nel guidarmi attraverso gli imperiali appartamenti mi
suggerisce le più strane osservazioni sul dubbio gusto degli addobbi,
sorride con indulgenza su alcune imperiali volontà, sorvolando però,
non approfondendo troppo; pronto al viso tedesco di reverenza non
appena il suo spesso labbro si agita per pronunziare la parola cesarea,
la parola di dominio, designante la massima potenza umana.
Ed ecco che la psiche di questo straniero mi sfugge...
* * *
_Parsifal_: l'apoteosi del Germanesimo. Wagner agli intellettuali,
attraverso i teatri di Europa infiacchiti tutti nello spirito
nazionale; e Carlo Marx alle masse, rese irrequiete da un materialismo
senza limiti. Che cosa sono, armi e dottrine? programma o spontaneità?
Ma...
Sono alla Fenice, in un palco che potrei dire internazionale: una
principessa tedesca che parla francese, un addetto d'ambasciata
austriaco, due «_Von_» della marina tedesca imbarcati sul _Goeben_ e
due signore del mio paese, sì, ma che parlano tedesco.
Sfilano le scene dalle insulse parole e dalla musica filosofale, nel
più profondo silenzio che massa umana possa produrre. Tace persino la
tosse del teatro, persistente nota di ogni uditorio.
Crani lucidi e spalle bianche sono immobili; e, disegnate dagli
sparati candidi delle marsine, tante file parallele si allineano nella
semioscurità della platea, come solchi di un campo nevoso in disgelo.
Incorreggibilmente latino, io trovo che il cosiddetto genio tedesco
può essere sempre raffigurato da una enorme piramide rovesciata, ed
in bilico su un vertice non suo. L'occhio non vede che una grande
superficie tedesca; così, l'origine vera, sapientemente nascosta, gli
sfugge. Ecco qua il Capolavoro. In questa folla religiosamente intenta,
corrono infatti fremiti che solo l'arte può produrre: io stesso in
certi momenti ne subisco il fascino e sento che il veleno tedesco
è veramente ben preparato se può infiltrarsi nelle vene così. Ma se
analizzo questi momenti di reverenza ne trovo subito l'origine e mi
sorprende che tutti costoro non sentano che la piramide oscilla. Il
vertice è il Vangelo malamente profanato da erotismo e impasticciato da
nebulosi personaggi, faticosamente nati da tavolino tedesco. _Kundry_
non è che una complicata _Maria di Magdala_, la quale aveva certo
dovuto fare innumerevoli orgie di birra prima di mettersi a detergere
piedi e a belare «redenzione... redenzione» insieme all'estatico
_Parsifal_, giustamente punito con interminabili «piantoni» per
non saper nemmeno lontanamente avvicinarsi alla grande figura che
dovrebbe imitare e che può, tutto al più, parodiare. Lo Spirito Santo
è distaccato dal cielo per diventare comunissimo piccione, fatto
apposta per scorrere lungo un filo di ferro, secondo un sistema tedesco
brevettato: l'altare cattolico, dopo la manipolazione tedesca, perde
una quantità di cose, ma conserva i gradini, dove al posto dei chierici
s'inginocchiano graziose giovanette dalle gambe troppo in vista tra
le spaccature laterali della cotta. — Chiamiamole pure _Graal_ queste
strane chiese, e chiamiamo pure cavalieri quei buoni personaggi che vi
passeggiano dentro e che certo ebbero precedenti da _Gambrinus_...
O puri, limpidi maestri del mio Paese a cui bastavano poche schiette
note a strappare lagrime e far delirare le folle, quando il sentimento
italiano era intatto e trovava nella vostra musica la sua perfetta
espressione, su dalla tomba! La Germania avanza e stritola i vostri
sepolcri che le fanno argine. Ombre insigni e luminose, proteggeteci.
— Quando ci avranno assuefatti a questa odierna mentalità musicale,
ahimè! — la questione è assai più elevata — sentiremo e penseremo
alla tedesca e chiameremo _Elsa_ o _Ortruda_ le nostre figlie: schiavi
saremo: irrimediabilmente schiavi...
— È veramente magnifico! Non si può andare più in là! — mi dice
l'addetto austriaco mentre cade la tela tra gli scrosci degli applausi
e la luce inonda di nuovo la sala.
Vorrei rispondergli con l'ambiguo «tu lo dici!» evangelico, ma trovo
miglior soluzione il «colossale!» che gl'inferisco senza smuovere un
muscolo del viso: e m'avvedo che la mia parola di commento, grazie al
Cielo, lo persuade poco.
Ma intanto gli applausi continuano il loro scroscio. E guardiamola
dall'alto questa frenesia morbosa che è un mero fenomeno d'inoculazione
di virus tedesco! Sono mani italiane che si agitano, sono bocche
italiane che, malate, gridano il loro entusiasmo. È un triste
spettacolo patologico da studiare in tutte le sue fasi...
. . . . . . .
Fuori, la notte stellare intagliata dai parallelepipedi scuri delle
case. I rii fremono della chiusa vita delle gondole che sciamano
dal Rio della Fenice in massa compatta per disperdersi nelle oscure
arterie d'acqua, dove punti luminosi s'inseguono. Tonfano i remi con
risonanze da pozzo, e il grido lugubre dei gondolieri si ripete qua
e là come chiamate di animali notturni a cui l'immaginazione presta
aspetti favolosi. L'odore della bassa marea, esagerato dall'umidore
fresco della notte, sembra condensato e più acuto. — Ah! È ben Venezia
questa: l'immutabile Venezia che ci fu tramandata dai padri e che noi
dovremo, intatta nella sua reale essenza, cedere alla nostra volta alle
generazioni future.
Ma per le calli, sui ponti, lungo le fondamenta, canti isolati
persistono, accompagnati dal rumore del passo. Il loggione della Fenice
rincasa e son i lamenti di _Parsifal_, i piagnistei di _Tuturel_ e
di _Kundry_ che si insinuano nelle vene di Venezia: da un campiello
nascosto si diffonde, stonato, il coro dell'entrata dei cavalieri del
_Graal_. — Come olio velenoso e irresistibile, il canto teutonico si
propaga profittando sinistramente del sonno della città. Ma verso la
Piazzetta di S. Marco un canto, un canto italiano finalmente s'eleva.
La voce è grassa, rauca, intercalata da note gutturali e da note in
falsetto...
_Ai nostri monti, ritorneremo..._
Non fa nulla. È musica nostra: e la gondola sembra correre verso
di essa come ad un richiamo, scivolando vicino alle prore aguzze
delle sorelle addormentate al traghetto. Allo scialbo chiarore della
Piazzetta deserta, il cantatore si rivela. È semisdraiato sui gradini
della colonna del Leone. Lo vedo alzarsi, tentare di camminare,
interrompere il canto, barcollare, riprenderlo...
Maledizione! È ubbriaco!