— Ich habe die Here... — Costui che mi saluta alla scala della sua
nave, con un inchino composto di tre oscillazioni sulle reni, una
breve sull'«ich», un'altra breve sull'«habe» ed una lunga sull'«Here»,
tenendo ferma la mano destra lungo la tempia, mi ricorda quei musi
di vitelli bolliti, che dalle vetrine di alcune trattorie popolari
romanesche fissano l'uomo con un glauco disdegno discendente, coronato
d'alloro.
È roseo, paffuto, implume e orecchiuto; alto, tarchiato, mal vestito
e legnoso; e ride come se un capitano di vascello, annidato dentro di
lui, gliene desse di quando in quando l'ordine.
Un suo collega accorre: un altro, un altro ancora, percorrendo il
ponte di coperta con un passo che richiama alla mente la mazzuola del
calafato. E mi circonda la cortesia teutonica, espressa in cinque o sei
tempi, così come prescrive qualche suo codice segreto.
Andiamo: una colazione di «comandata» mi aspetta e m'è necessario un
preventivo contatto con costoro, per non sentir poi una dissonanza
troppo acuta: giacchè è proprio a tavola che si accentua il contrasto
delle razze e di tante altre cose.
Ma nell'avviarci verso poppa, rasentiamo un casotto dall'ampie vetriate
con tendine di seta bianca accuratamente chiuse come sui tabernacoli.
— L'alloggio del Kaiser... — mi si dice. E mi si dice con una voce
fatta quasi afona dalla reverenza; e mentre mi si invita ad entrare,
espressioni ed atteggiamenti raggiungono quel massimo di umiltà grave
che soltanto il sacerdote raggiunge, quando nel sacrifizio divino si
proclama indegno dell'ostia consacrata. Io non so se lo sguardo più che
tranquillo dei miei occhi latini che racchiudono un'eredità secolare di
cose grandiose e di viste trionfali, e che ora si soffermano appena su
un tavolo enorme, sormontato come da un casellario ripieno di biglietti
di ordini, intestati con la ruvida corona imperiale e trascorrono poi
su una comunissima poltrona da circolo, e si trattengono anche meno su
alcune fotografie di paesaggi nordici, incorniciate da carta dorata,
sia stato interpretato come evidente manifestazione di una irriverenza
ingenita nella mia razza.
Forse...: e devo esser illuminato...
— Da questo telefono — mi ammonisce un ufficiale dalle orecchie larghe
e mobili da antropoide, indicando un apparecchio telefonico posato sul
tavolo e certamente già connesso alla rete della città, — dipendono le
sorti dell'Europa...
Nientemeno! E perchè no del mondo? La superbia non ha mai limite, come
non ne ha la scempiaggine di chi nel 1914 può credere a simili facezie
e ripeterle a un ospite con un tatto così squisito. Sono dunque in
potere di questo filo propagatore di chi sa quali volontà.
O cara chiesa della Salute, nelle cui volute barocche carezzate dal
tempo e dal vento marino i colombi in amore s'annidano, rispondi tu per
me a questi rozzi millantatori che son venuti a legare la loro nave ai
tuoi piedi, così come un mastino ad un altare prezioso! Costringili tu
ad elevare per una volta lo sguardo ed a fissarti nella maestà delle
tue cupole: tenta di instillare nei loro crani brachicefali un po'
della nostra signorilità di pensiero, per la quale nessuna «kultur» può
trovar sostituti!...
— Tanto noi siamo alleati! — sorride in tre tempi l'ufficiale, mentre i
lobi delle sue orecchie sussultano tre volte.
Già: siamo alleati; è bene ravvivare alquanto alcuni ricordi sbiaditi.
Tanto alleati, che nel discendere la scaletta del boccaporto che
conduce nel Quadrato Ufficiali, tre o quattro manate confidenziali
sulle spalle aggiungono al mio passo un impulso inaspettato.
Ecco: siamo in Germania. La Germania di sette o otto Von allineati,
impettiti, muti, avanti ad una tavola sovraccarica di bicchieri e di
vivande già pronte; la Germania dei cristalli policromi, dei lampadari
dai fiori metallici contorti, delle piroincisioni, delle fotografie
malamente colorate: la Germania della complicazione, della pesantezza,
del cattivo gusto in ogni cosa.
Io stono qua: lo sento: lo vedo; il mio spirito italiano osserva,
analizza, critica troppo, e se un sorriso tenta velare un po' questo
mio sentimento, m'avveggo bene che esso sprizza da ogni gesto,
da ogni inflessione di voce, irrefrenabile come lo sviluppo di un
germoglio, sfuggente alla volontà come il pulsare del sangue: mio, mio
nell'essenza, nella genitura, nell'eredità, alimentato da aria italica
e dai prodotti della mia terra fatta di polvere di veri dominatori.
E vedo la marionetta di me stesso rimanere in piedi ad ascoltare una
specie di saluto al Kaiser che il Comandante lancia con un tono fatto
di predica, di cattedra e di comando; poi la vedo levare un bicchiere
all'altezza precisa alla quale tutti i «Von» lo elevano, ingurgitare di
colpo del vino del Reno, e picchiar forte il calice vuoto sul tavolo,
con un rumore simultaneo e secco che ripete l'urto sulla terra del
calcio dei fucili d'un plotone, al comando «pied'arm!».
La vedo osservare il morso avido, accompagnato dall'apertura animalesca
degli occhi, dalla scossa del capo, dal succhio delle labbra, nel
silenzio tutto teutonico della nutrizione. — Ahi! Quanti interminabili
piatti sfilano, quanti sermoni ascoltati in piedi, irrorati di nuovo,
e chiusi dal colpo unico dei bicchieri sul tavolo! Su, giù: su, giù:
a tempo, con scuola, con metodo; e gli occhi brillano, e l'alleanza
si stringe e le cordialità manesche sulle spalle si moltiplicano,
mentre il discorso scivola, scivola verso una buca finale che la mia
marionetta sa già quale sarà. Essa sa già che questo suo vicino di
dritta, il cui sorriso s'accentua e diviene quasi fisso, domanderà
tra poco: — ... E come passate voi la sera qui?... — preludio di
altre domande che l'alleanza sa formulare in tutti i paesi del mondo
traendole dal catalogo del libertinaggio marittimo, nelle sue ultime
linee.
Ci siamo. No, per Bacco! Il «se lei viene da noi a Wilhelmshafen o
a Elbing... le faremo vedere...» non è reciprocità che lontanamente
lusinghi la mia marionetta che quasi di colpo sparisce per ridarmi il
mio posto. No: e un mio sorriso perfettamente idiota ferma — _Ach!_
— e poi storna le questioni, mentre l'io s'ecclissa davanti al suo
sostituto che ritorna subito.
Finito? No. V'è ancora da brindare levandoci di nuovo, inchinandoci
tutti verso il centro della tavola, in maniera che le nostre teste si
tocchino, come si toccano i bicchieri. Formiamo così una capanna conica
di corpi ben stretti, assolutamente seri, ben fissi nell'atteggiamento
di scambiarci una parola d'ordine che è invece una chiacchierata
declamatoria nella quale entra un po' di tutto. E il rito è celebrato.
Vorrei conoscere quale sia il nesso che spinge l'uomo a ingurgitare
del liquido sulle cose che egli dice, quando le ritiene solenni e
impegnative per la sua fede. Ora, per esempio, con tre o quattro sorsi
di extra-dry ci siamo assicurati una quantità di cose che nessuno
infrangerà. È inutile: la storia beve; ha sempre bevuto troppo, tanto
che spesso oscilla e non la si comprende più...
. . . . . . .
Scendo nel motoscafo col netto senso di rientrare in Italia. — È mia
quest'acqua che rispecchia le snelle linee dei marmorei palazzi creati
dalla mia razza; mia quest'ampiezza rosata di spazio, dove si librò
sovrano il pensiero dei miei padri per dar fremito al mondo. Canta
gondoliere! La tua canzone la so! Va, caro scialletto, va per la calle
dondolando sugli agili fianchi: fa risuonare dei tuoi zoccoletti il
lastricato liscio da dove i colombi tranquilli non fuggono. Figure,
linee, suoni, tutto è per me e per il mio sangue. E mentre il motoscafo
rasenta le rive da dove le galeazze lionate salpavano cariche di
forza e di saggezza a portare sui mari il fulgore del nostro spirito,
le campane di San Marco suonano, sciama compatto dalla Piazzetta un
turbine di colombi che il colonnato del Palazzo dei Dogi respinge e
dissolve, e mi pare che tutta l'aria vibri per un grande inno italiano
terminato da un immenso, immateriale bacio a questo paradiso italiano.