La metà delle lettere che si scrivono nel salone di un grande albergo
sono scritte per essere scritte e come relazione vera con la persona a
cui vengono indirizzate, non hanno generalmente che l'indirizzo. Quanti
occhi assorti e quante penne sospese a mezz'aria, in questi tavoli
omnibus, dove ciascuno sembra cercare i periodi sul viso femminile
incontro e fa durar le lettere più che può!
Io son venuto a sedermi qui per questo motivo: che una signora, forse
ungherese, forse peggio, nello scendere dall'automobile dell'Hôtel
si è diretta subito verso la mia uniforme e mi ha chiesto due stanze
non esposte al mare. Invano il direttore si è precipitato dal suo
banco ad avvertir dell'equivoco. Niente: la predetta dama ha insistito
freddamente nel chiedermi le sue due stanze non esposte al mare e
il mio neutro silenzio non le ha spiegato nulla. È stato necessario
voltarle le spalle: e siccome ella ha certamente ritenuto che io le
mostrassi il cammino, mi ha seguito dentro il salone di scrittura già
affollato. E allora mi son seduto pacatamente a un tavolo, piantandola
in asso. E una volta seduto, bisogna ben scrivere qualche cosa. Bene!
Quando alcuni di questi foglietti saranno riempiti, metterò «Amico mio»
in testa al primo, — «cordiali saluti» in fondo all'ultimo, e sceglierò
un indirizzo che corrisponda ad una persona di spirito.
Ed ecco, caro Indeterminato, perchè ti scrivo. Chiama queste pagine
«note sincere di un'ora di grande Albergo» invece che lettera; e
supponi di avermene dato l'incarico. Prometto l'assoluta verità.
Intanto il posto di fronte a me s'è riempito e al disopra del basso
cristallo che taglia in due la larghezza del tavolo, vedo un'ondata
di capelli biondi, molto sapientemente pettinati secondo la foggia di
alcune di quelle figurine etrusche la cui missione consiste nell'essere
dipinte eternamente in fila attorno ad un vaso.
Continuare a scrivere: far mostra di niente; vediamo quanto tempo
resterà chinata la testa.
Molto. Una manina lunga e gemmata scrive, scrive di là dal vetro,
dritta, veloce, sicura, animata da reale impulso: quindi, o l'amante
o l'interesse. E una busta è chiusa e gettata affrettatamente di lato.
L'educazione degli alberghi prescrive che una busta si guardi sempre.
_Una linea di caratteri che non conosco._
_Ministère de la Guerre_
_Bureau 628_
_St. Pétersbourg._
Un'altra busta copre presto la prima.
_M.r le Comte Raoul de F..._
_Poste restante_
_Paris._
Ma!... E la testa bionda si leva, fissando lo spazio avanti a sè.
Due occhi di acqua marina velati da lunghe ciglia mandano come una
calda vampata sotto l'arco puro e sottile delle sopracciglia. Un naso
dritto, diafano, palpita stranamente nelle narici come aspirasse un
fiore: e una bocca bambina, rorida, perfetta, si schiude sul terso
candore dei denti.
Un Americano che mi siede accanto, lascia addirittura cadere
rumorosamente la penna sul cuoio della scrivania come un punto
ammirativo messo alla sua contemplazione. Un altro individuo ricciuto
e biondastro che ha parlato poco fa uno strano italiano col cameriere e
siede di fronte all'Americano, assume quello sguardo profondo dell'uomo
che corrisponde all'apertura a ruota della coda nel tacchino.
Son due inesperti: sistemi sbagliati.
Infatti la bellissima creatura estrae freddamente una sigaretta dal suo
astuccio d'oro e non ha bisogno nè di fiammiferi nè di nulla: con lo
sguardo non ha domandato loro nulla: non esistono per lei.
Ma ha finita la carta del suo scaffaletto: e allungando la mano
al disopra del cristallo ne cerca nel mio, come se il tavolo fosse
assolutamente vuoto. Bene: questo gesto è di troppo, come è di troppo
dimenticar di prendere anche le buste. — Gliene porgo qualcuna in
silenzio e la testa s'inchina appena di là dal cristallo.
— Messieurs, s'il vous plaît...
E quest'altra che cosa vuole? È una donna semiscollata che indossa un
vestito quasi da circo equestre e ci presenta, con un sorriso elencato
nella lista dei sorrisi, una grande gualchiera già carica di biglietti
e di monete d'argento e — nientemeno! — d'oro.
Per quale ragione, non si sa bene e non si domanda nemmeno. Forse di
là, in un salotto attiguo, vi saranno dei giuochi di prestidigitazione,
o si mostreranno cani ammaestrati. Ma qui non si bada a queste cose;
si mette giù del denaro perchè quando si sta qui, se ne mette giù
in qualsiasi gualchiera venga presentata. L'Americano infatti ne dà
rumorosamente, levandosi in piedi perchè il suo gesto illustri tutta
l'immensa ricchezza dell'America e sia soprattutto notato dalla testina
bionda, che non gli accorda però il minimo segno di considerazione.
L'individuo ricciuto ne dà anche lui con gesto largo, rivolgendo un
viscido sorriso «anche» alla femmina della gualchiera. Ed entrambi,
disillusi, si levano e se ne vanno.
Riprendo a scrivere, dopo la breve interruzione della quota. La testina
bionda fa altrettanto. E siccome siamo rimasti soli al nostro tavolo,
lo spirito intona in sordina, come sempre in simili casi, la prima
frase del duetto lohengriniano:
_Cessaro i canti alfin — che siam soli_
_la prima volta è questa..._
Ma ammutolisce subito perchè Elsa non risponde affatto. Ed ecco che
una donnetta di mezza età, di mezza ricercatezza e dal volto rimasto a
mezza espressione dopo la spugnatura d'una vita acida, s'avvicina e le
parla in una lingua che non comprendo. La maniera secca e breve con cui
le vien risposto precisa la sua posizione di subordinata, ed è evidente
che la sua signora non sa qualche cosa che ella le domanda. E allora
la donnetta si rivolge a me parlandomi nella sua lingua, cosa che
rappresenta l'estrema impertinenza del forestiero in Italia: la stupida
presunzione che a noi soli incomba l'obbligo di conoscer le lingue
altrui, mentre egli non può curarsi di imparar la nostra.
Aspetta, amico ancora indeterminato... Ecco fatto: ho alzato
sgarbatamente una spalla rimanendo a bocca chiusa e ricominciando a
scrivere...
— Do you speak english? — insiste la donnetta.
Bene: se scendiamo in un terreno neutro, giù la penna...
. . . . . . .
Ma l'inglese di costei zoppica troppo. Interviene finalmente il
francese della testina bionda... spiega, domanda, disgela...
— ... Mais je suis fachée, Monsieur, d'avoir interrompu vôtre lettre...
— Pas du tout: j'ai fini... Je vous assure, Madame.
. . . . . . .
Lettera d'albergo, mio caro... Stile Excelsior e 1914. Cordiali saluti.
_tuo_
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