Devo dunque al caso la conoscenza di questa bella e altera persona che
sembra concedersi a monosillabi e par mantenga una sua vista interna
su un'immagine che trascina con sè attraverso il mondo. È Olandese, ha
ventitrè anni, quattro di matrimonio, due di divorzio, vesti magnifiche
e gioielli imperiali. Parla a scatti socchiudendo gli occhi e a voce
bassa: e usa camminare lentamente tra le folle, guardando fissa avanti
a sè come se attorno non esistesse nessuno.
Tutto a Venezia, è «très-joli» per lei. La divina armonia dei marmi,
dei colori, dei riflessi; lo splendore degli scenari, degli sfondi,
delle linee architettoniche stemperate nel cielo e nell'acqua, è
«très-joli»; il silenzio dei rii solitari dove la gondola s'insinua
scivolando furtiva come per recarsi al delitto o all'amore e striscia
il suo fianco nero sulle viscide vegetazioni smeraldine delle pietre
e dei mattoni, è «très-joli»; le risonanze del remo sotto i ponti,
l'allegro cinguettio di uno scialletto che chiacchiera con la compagna
da una riva all'altra, tutto è «très-joli, vraiment très-joli».
E pare che a poco a poco, per il miracolo di questa città di sogno,
regina dell'idea e carezza dello spirito, la sua anima si spogli d'una
veste vecchia, come un fiore che liberi i suoi petali intatti da un
primo involucro vizzo. Il «très-joli» si cambia in «J'aime ça», «J'aime
tant ça». Poi «Mon ami, c'est un rêve delicieux, ça...».