"Circondato da nere nuvole, il sole declinava al tramonto, gittando

lungo per le onde uno sguardo obliquo, per cui avveniva che la parte

rischiarata mandasse vivida luce, e l'altro mare fosse ingombro di

tenebre: al fiotto dei marosi si accompagnavano gli urli, le

imprecazioni, le supplicazioni, e i singulti, e da lontano parevano un

pianto solo, -- il pianto della natura sopra lo strazio dei suoi

figliuoli certo da lei non creati per lacerarsi così. Per la striscia di

luce comparivano casi da far piangere gli angioli, e taluni, ma pochi,

degni affatto della origine celeste dell'uomo. Vedevi una gente chiusa

al terrore salire sopra le galee che abbruciavano, cacciarsi tra le

fiamme, senza sospetto che in quel punto ardendo le polveri preda e

predatori dirompessero in frammenti minutissimi; altri non sazi ancora

di combattere, siccome l'odio implacabile li flagella, si acciuffano pei

capelli o per le barbe, e in difetto di arme co' pugni percuotonsi, co'

denti si lacerano, ed ora la testa dell'uno or la testa dell'altro con

infelice vicenda sparisce sotto le onde, finchè queste, sdegnose quasi

che durasse tanta ira in creature così fragili e caduche, le avviluppano

nello immenso seno, e non compariscono più. -- Poc'oltre si contendono

un albero, o fusto, o troncone, per appigliarvisi, e rimanervi tanto che

giunga il soccorso; ma mentre, più caritativi e meglio assennati, poteva

bastare a tutti la tavola della salute, consumando le forze estreme per

possederla ognuno esclusivamente per sè, li opprime un fato comune; tale

altro stupido di paura, abborrendo annegare, afferra un frammento di

galea che arde, e fuggendo l'acqua perisce per dolorose bruciature; -- e

infiniti palischermi guizzavano di qua e di là pieni di gente ebbra di

vittoria, che le teste dei Turchi natanti toglievano a bersaglio, come

il cacciatore costuma delle anitre per gli stagni; e a quale si

accostava supplicando la vita lasciavano che mettesse le mani sopra la

banda del caicco, oppure gli porgevano il remo quasi per aiuto, poi a

colpi di accetta tagliavano le mani, o fendevano loro la testa con

disoneste ed infami ferite. Pochi di questi burchi (avvegnachè il ben

fare sia sempre poco) andavano in traccia dei cari parenti e dei

compagni, vivi o morti ch'e' fossero; pietosa e vana cura, però non vana

tanto, che a qualcheduno non venisse fatto trovare quello che andava

cercando, e lo amato capo dalle onde estraeva: se speranza di salvarlo

in vita balenava, con ogni maniera di ufficio lo proseguiva; morto poi,

lo rivestiva, lo armava, nella destra gli poneva stocco o zagaglia, lo

faceva orrevole, e come vivo e ascoltante lo lodava. Questa battaglia,

dove combatterono assai più di cinquecento vascelli, durò da mezzogiorno

fin presso alle ventidue ore: vi morirono dei nemici, chi dice

ventimila, chi trentamila, e chi un numero maggiore; su di che mi

stringo a dire, che molti certamente furono, ma nessuno li contò.[99]

Dei nostri mancarono alla chiamata settemila sei cento cinquantasei;

liberammo dodicimila schiavi cristiani; i vascelli presi sommarono a

duegento: noi perdemmo la sola galea corfiotta: degli altri legni

nemici, se togli quaranta scampati con Uccialì, quale rimase sommerso,

quale arso; acquistammo cento diciassette cannoni, duegento cinquantotto

pezzi di artiglieria minore, e diciassette petriere; prigioni circa

quattromila, tra i quali, per tacere degli altri, comparivano

notabilissimi i figliuoli di Alì, di cui il maggiore moriva di angoscia

a Napoli, e l'altro trattenuto in prigione cortese dal papa. Immensa la

preda. Nella galea di Alì trovarono ventiduemila soldanini di oro, in

quella di Caracozza quarantamila; e in tutte le altre copia così di

pecunia come di armi, di arnesi e di vesti doviziose, conciossiachè i

Turchi estimando mettere in fuga i Cristiani con la vista, e di girsene,

piuttosto che a battaglia, a giocondo ritrovo, procedevano ornati, di

magnifici abbigliamenti vestiti, circondati di tutte quelle delizie cui

erano costumati a godersi nella sicurezza della città; oltrechè seco

loro apportavano le spoglie nobilissime di Cipro e delle riviere

cristiane, che nel lungo corso avevano lasciato deserte.

"Ma il generale Veniero, come colui che avendo consumato gran parte

della sua vita sul mare era sottile speculatore dei venti, persuase a

don Giovanni, il quale, deposto ogni altro affetto, lui abbracciava, lui

onorava unicamente, lui padre chiamava, e a modo di padre con reverenza

filiale proseguiva, a ripararsi, senza mettere tempo di mezzo, in

qualche porto vicino, ed indicò Petalà sopra la riviera della Natolia,

dacchè il tempo minacciasse fortuna. L'armata assentiva al comando, e

adoperandovi forza di vele e di remi, verso le quattro ore di notte

gittò l'áncora in Petalà, lungi sei miglia dal luogo del conflitto.[100]

Don Giovanni, consigliato dalla egregia sua indole, volle prima di tutto

si provvedesse ai feriti, e quanto meglio fu dato con animo prontissimo

gli obbedimmo. Ed egli stesso non indulgendo a fatica, così senza

prendere cibo si recò a visitare i giacenti. Poco invero poteva egli

giovare effettualmente a quei miseri; ma la presenza amica, la maestà

dello aspetto, una parola di refrigerio rese a qualcheduno di loro meno

acerbo lo spasimo delle piaghe, più tolleranda la morte. Ora accadde,

che passando presso a un giacente sopra un mucchio di paglia, don

Giovanni sentisse con molta familiarità salutarsi:

"-- Buona sera, don Giovanni!

"E questi, a cui non giungeva nuova la voce, ma su quel subito non

ricordava di quale si fosse, rispose nel paterno sermone come appunto

favellava il giacente:

"-- Dio vi guardi, prode uomo, e la Santa Vergine: voi, a quanto pare,

siete rimasto offeso; sopportate pazientemente: fo voto a Dio per la

vostra salute.... A poco prezzo avete acquistato una fama immortale....

"-- Il prezzo non è poco; -- ma non importa. Don Giovanni, voi avete

sembiante di non ravvisarmi...

"-- Mi sembra!... Ma sarebbe impossibile!... Don Michele...?

"-- Cervantes Saavedra, tutto vostro per la vita, e per la morte.

"-- Ah! Don Michele mio, datemi la mano....

"-- Io ve l'ho data, don Giovanni; se potesse crescermi di nuovo, io di

nuovo ve la darei, in fede di Dio....

"E il giacente mostrava per l'aria scura il braccio mutilato involto di

panni sanguinosi. Don Giovanni allora riconobbe in lui il soldato che lo

sostenne precipitante in pericolo di vita: tacque, e se il buio non era,

noi vedevamo piangere lo invitto capitano. Scorso un lieve spazio di

tempo, Don Giovanni riprese con voce tutta commossa:

"-- E quando siete arrivato? E perchè non vi mostraste?

"Don Michele rispose:

"-- Tardi venni, perchè da Genova a Napoli, mercè il santo collegio

delle muse,[101] di cui mi confesso sacerdote indegnissimo, non mi

trovai danaro sufficiente da pagare cavallo o vettura, e Dio sa se io me

ne affliggeva, timoroso di giungere intempestivo; ma, come piacque alla

Nostra Signora, mi trovai alla mostra che faceste alle Gomenizze. Aveva

statuito mettermi nella battaglia al vostro fianco, disposto a difendere

con la mia vita il fortissimo campione della Cristianità, e il sangue

più nobile di Spagna; la fortuna amica per questa volta mi assentiva

pieno il disegno, ed io devo ringraziarla se avendole data la vita, me

la ritorna indietro con una mano di meno. Mi parve poi bene non farmi

conoscere, perchè se la morte mi risparmiava, avrei potuto stringere la

vostra destra onorata, e rallegrarmi della vostra gloria; se all'opposto

era destinato ch'io soccombessi, ignorandolo voi, non ne avrebbe sentito

cordoglio l'animo vostro per me amorosissimo; e se finalmente dovevamo

morire ambedue ci troveremmo adesso alla presenza di Dio....

"Queste parole semplici, e nonostante maestose di grandezza, ci empivano

di maraviglia, quando uno Spagnuolo interruppe il silenzio religioso,

osservando: -- Chi mai avrebbe creduto incontrare tra i guerrieri di

Lepanto il nostro poeta! -- Alla quale considerazione Don Michele sempre

pacato rispose:

"-- Cavaliere, voi cessereste dallo stupore, ove poneste mente che tutto

quanto apparisce grande, forte e magnifico, è poesia. -- Don Giovanni

nostro deve salutarsi come l'altissimo poeta della Spagna.... Di due

ragioni vi hanno poeti: -- quelli che operano le cose belle, e gli altri

che le cantano. -- Don Giovanni ci ha dato l'argomento del poema: --

adesso chi comporrà per lui la nobile epopea? Ah! Signore... non io....

che non mi sento da tanto. --

"Così s'incontravano i due più eletti spiriti che abbia mai partorito la

Spagna: entrambi grandissimi, e infelicissimi, e tenuti in piccolo conto

in quella contrada, che tra i posteri avrà fama principalmente perchè

patria di loro.

"Come troppo bene aveva preveduto il Veniero, imperversò nella notte una

spaventevole procella. Le galee rimaste accese, più che mai divampanti

di fiamme, ora apparivano sopra la sommità dei marosi, ora sparivano, o

sbattute trasversalmente volavano per la superficie delle acque....

Davvero avevano sembianza di demoni, che sbucati dallo inferno fossero

accorsi a raccogliere le anime, ad esultare della immensa strage nel

luogo del conflitto! -- Alla dimane, migliaia di cadaveri ingombravano i

lidi, e il mare roteava le azzurre sue onde come nei primi giorni della

creazione: cotesto flutto fremente rompentesi contro la riva, pareva che

dicesse: -- O terra, riprendi i tuoi figliuoli; con un soffio delle mie

narici ecco ho respinto da me questa polvere insanguinata e rabbiosa,

che chiami umanità. Se i tuoi figli si avvisano solcarmi il volto, io

richiudo tosto quel solco, e nessuno può trovarne la traccia; se io li

sopporto sul dorso, io il faccio come dei trastulli costumano i garzoni

volubili, per sollazzarmi, e per romperli. Ecco io mi sono purificato da

loro; l'orma dello eccidio di Lepanto rimane sopra di me come il volo

dell'alcione per l'aria. Tu, mia indegna sorella, soffri le costoro

città, e lacera quotidianamente, e in mille guise torturata, non sai

vendicarti, anzi dagli aperti solchi tramandi perenne sostanza per

nutrirli; deh! fa senno e fenditi una volta a seppellirli tutti. Se pure

offesa senza misura ti muovi, sobbissi qualche città, o qualche catena

di montagne tranghiotti; le tue ire paiono piuttosto di madre che

rimprovera, che di giustiziere che punisce. Io, tempo già fu, venni a

mondarti con universale lavacro, e mi tarderebbe di ritornarvi adesso,

che ti contemplo assai più sozza di prima, se non mi respingesse dalle

tue sponde la parola di Dio. Vieni, supplica meco il Creatore che

revochi il comando, ed io ti purgherò per sempre con la moltitudine

delle mie acque, -- con un diluvio, -- per questa volta -- senza Noè....

"Tale la mia commossa fantasia immaginava. -- Come il mondo cristiano

esultasse, voi sapete. Il sommo Pontefice volle che abbattuto lungo

tratto di mura presso a porta Capena, per quella breccia Marcantonio

Colonna entrasse in Roma, e a modo degli antichi Cesari trionfando al

Campidoglio si riducesse; dove giunto, gli fu presentato un grosso dono

di danari, che da lui accettato ne ringraziò prima il Papa, e poi subito

depositò affinchè ne facessero la dota a molte orfane e povere donzelle.

Così, ricco non di altro tesoro che di fama accresciuta, tornava

Marcantonio alle sue case, tanto più grande quanto più solo: anima

veramente romana! I Veneziani, ai quali pure i due terzi dei caduti in

battaglia spettavano, non patirono che come morti si piangessero quei

valorosi che caduti combattendo con l'arme alla mano rivivevano a secolo

immortale, e i loro più stretti parenti comparvero nelle pubbliche

grazie che si resero a Dio vestiti di broccato e di altre stoffe

preziose: sangue anch'essi latino! Quello però che voi non potete avere

inteso, si è questo, che Filippo di Spagna acerbamente sofferse la

vittoria, rampognando il fratello di avere posto in avventura le forze

della monarchia, senza che la vittoria valesse a produrgli vantaggio; e

mentre il sommo Pontefice saluta nella effusione del cuore don Giovanni

con le parole dello Evangelista: -- _Fuit homo missus a Deo, cui nomen

erat Joannes,_ -- vi fu tale in Consiglio, che non rifuggì da proporre

si consultasse se gli si dovesse tagliare la testa. Vergognò Filippo

medesimo della tremenda viltà dei suoi consiglieri; viltà maggiore di

quella che avesse potuto desiderare egli stesso. Scampava don Giovanni

la vita, ma percosso dal rimprovero disonesto, lo divora adesso lo

sconforto e il dolore: -- e ciò era astio spagnuolo! Quale ne venne da

tante morti, da tanto valore, e da così prodigiosa vittoria, comodo ai

Cristiani? dalla rinomanza in fuori, nulla. Gloria, ebbrezza delle anime

grandi, oh come scadi dalla estimazione e dal desiderio, quando sei

fatta traffico di principi, ghiacci calcolatori delle nobili passioni!

Ognuno pensa a sè, e per oggi; lo indomani non conosce, o non cura.

Venezia in mare, la Pollonia in terra, rimangono abbandonate come due

vedette perdute incontra agli sforzi dei nemici della fede. Un giorno

(disperda il Signore l'augurio) abbattuti quei due baluardi, i Cristiani

si sveglieranno agli urli dei contadi, alle fiamme delle arse città; --

se Dio non provvede, fra venti anni noi saremo tutti Turchi..."

Qui dava termine Giordano al suo lungo racconto, e intorno intorno

correva un fremito come di gente che approva in un punto ed aborrisce

una cosa; e poichè in altri bei ragionari si fu trattenuta alquanto la

compagnia, vedendo come le stelle dal cielo ormai declinassero, e

sentendosi vaghezza di riposo, Paolo Giordano levatosi da mensa,

l'accomiatava con dolci e reiterati saluti, pregandola starsi pronta

domane per correre i boschi prima che la sferza del sole si facesse

sentire di soverchio cocente. Egli stesso dato di braccio alla consorte

Isabella fino alle scale l'accompagnava, dove baciatale la mano, con

augurii di notte felicissima da lei si dipartiva.

Ognuno si ritirò nelle proprie stanze, e forte lo premendo il bisogno di

ristorare le membra stanche, si dava in balía del sonno.

----

In meno che non volge mezza ora pareva che dormissero tutti.

Pareva!....

Paolo Giordano vegliava....

Venuto nelle sue stanze, si abbandona sopra un seggiolone, appoggiando

la faccia al pugno sinistro, e lasciando giù pendente la destra. È

bianco, e contraffatto, e non mormora parola: due bei bracchetti bianchi

col collarino di scarlatto ricamato di oro, accostumati a ricevere le

sue carezze, gli giacciono ai piedi, lo guatano fisso, e quasi

ingegnandosi di richiamare l'attenzione del padrone sopra di loro, gli

vanno lambendo dolcemente la mano. Sembra che di nuovo si agitasse

nell'anima del duca una contesa fierissima tra il volere e il disvolere;

ma bene esaminata ogni cosa, discusso quanto poteva giovare, e quanto

nuocere, librate le ragioni del bene e del male, o almeno quelle che a

lui parevano tali, e la offesa, e la vendetta, e il perdono, assai potè

conoscersi chiaro a quale conclusione scendesse quando gli sfuggirono

dai labbri le parole:

-- Ella è cosa che bisogna compire!

E quindi subito:

-- "Titta!"

-- "Signore."

Paolo Giordano strascicando la voce tra i denti:

-- "Hai.... tu.... apprestato?...."

-- "Hollo."

E successe un silenzio affannoso: poi lo ruppe Paolo Giordano chiamando:

-- "Titta!"

-- "Signore..."

-- "Ah! era pur meglio restare morti nella battaglia di Lepanto!"

-- "Era...."

-- "Dì, non ti pare bella mogliema? Non ti pare leggiadra, prestante,

dotta in tutte le graziosissime guise del bel parlare gentile?"

-- "Maisì, signore, maisì!...."

-- "E non ti pare sacrilegio spegnere a un tratto con un soffio

proditorio tanta luce di venustà e d'ingegno?"

-- "Era pur meglio, signor duca, che noi fossimo morti nella battaglia

di Lepanto!...."

Il duca si alzò da sedere asciugandosi la fronte grondante di sudore; --

passeggiò nella stanza agitato; poi allo improvviso fermandosi, e

ficcando gli occhi negli occhi di Titta, favellò:

-- "Ma non sai altro che formare augurii di cosa ormai a conseguirsi

impossibile? -- Non hai tu in pronto un consiglio che valga? -- Nulla!

-- Nulla! -- Siete uomini voi, o echi di spilonche?"

-- "Non avete voi detto essere una cosa che bisognava compire? Come

volete voi che consiglino i servi, quando i padroni manifestano che

terranno i consigli in parte di resistenza ai desiderii loro?"

-- "Titta, hai ragione; -- tu hai meco sempre il torto solenne di avere

sempre ragione.... Quanto ti ordinava apprestasti?...."

-- "Tutto.... e potete riscontrarlo da per voi stesso.... guardando....

in su...."

-- "Sta bene.... non importa.... mi fido...." -- E in vece di sollevare

lo sguardo lo affiggeva al pavimento. -- "Ora prendi questi due

bracchetti, e va quanto meglio ti verrà fatto silenzioso alle stanze di

madonna la duchessa; batti soave.... e le dirai...." -- E qui abbassò la

voce continuando a parlare. Titta assentiva col capo. Paolo Giordano

quindi a poco riprese nel solito suono:

-- "Adoperandovi parole piacevoli; con maniere affatto ufficiose. Hai

capito? -- Ora vai...."

E siccome pareva che Titta mettesse tra mezzo alcuna dimora, Paolo

Giordano ripete:

-- "Vai...."

Titta prese i bracchi, e mentre stava per passare la soglia della porta,

si sofferma, e voltata la faccia a Giordano, lentamente favella:

-- "Ho io da andare, signor duca?...."

-- "Vai.... vai.... Ella è una cosa che bisogna compire!"

E Titta andò. -- Egli ascende pianamente le scale, si accosta alla

stanza di donna Isabella, -- e appena la tocca, gli viene domandato di

dentro:

-- "Chi è? Che cosa volete?"

-- "Da parte del signor duca io devo supplicarvi, madonna, ad accettare

questi due bracchetti, ch'egli vi manda in dono affinchè voi li teniate

cari per amor suo; e desidera ancora che domani li proviate a caccia

com'essi sieno addestrati, e capaci: -- pregavi inoltre, che di tanto

voi gli vogliate essere cortese, di condurvi a stare alquanto seco lui,

avvegnadio gli paia strano che dopo tanti anni di lontananza non

dobbiate incontrarvi insieme senza testimoni.... E veramente anche a me

pare...."

Titta entrando vide come Isabella stesse con la signora Lucrezia

Frescobaldi prostrata davanti una immagine della Beata Vergine, leggendo

orazioni entro a un messale; ond'ei pensò tra sè: -- "Meglio così, ella

si è provvista di viatico pel gran viaggio."

Isabella si leva in piedi, e rimasta alquanto sopra sè, domanda alla

Lucrezia:

-- "_Vo io, o no, a dormire con mio marito? Che dite voi?_"

E la Frescobaldi stringendosi nelle spalle rispose:

-- "_Faccia quello che vuole: egli però è suo marito._"[102]

-- "Vadasi dunque."

E la povera signora scese lenta, ma pure senza tremare.

La Lucrezia, o la curiosità la movesse, o la compassione, o piuttosto,

come io credo, ambedue queste cose, uscendo dalla consueta impassibilità

deliberò seguitarla inosservata alla lontana. Appena l'ebbe vista

entrare nelle stanze del marito, affrettò velocissima il passo, e appose

l'orecchio alla porta.

Udì liete accoglienze, e un salutare festoso.

-- "Come a Dio piace, la incomincia a dovere," -- susurra a fiore di

labbra.

Poi le parve ascoltare, e ascoltò certo, suono di riso: e di baci dati e

restituiti.

-- "Di bene in meglio...."

E trattenendo il fiato, intende tuttavia cupidamente.... -- Ma oggimai

più non mi lice andare oltre con le parole, e ripeterò col Poeta:

Gli abbracciamenti, i baci, i colpi lieti,

Tace la casta Musa vergognosa,

E dalla congiunzion di quei pianeti

Ritorce il plettro, e di cantar non osa.

Sol mormora tra sè detti secreti,

Che. . . . . . . . . . . . . . . . .[103]

La Lucrezia in punta di piedi tornava alle sue stanze, pensando: -- "Io

fo conto che tempesta in casa non vi abbia più da essere, o se pure vi

sarà, noi la vedremo conchiudere con qualche baleno, ma senza fulmini."

----

Mezza ora forse, o poco più, era passata dal momento in cui madonna

Lucrezia abbandonava la porta delle stanze di Paolo Giordano, che si

aperse di nuovo, e ne uscì Titta, il quale traversata la sala si

condusse alla porta dello appartamento di Troilo, e colà giunto, si

dette a bussare con le nocca senza troppo riguardo.

Troilo, comecchè gli paresse non avere motivo a sospettare, tuttavolta o

per cagione della insolita fatica, o del calore del sole, o del bere

soverchio, si sentiva acceso il sangue, e svoltolandosi per il letto non

poteva chiudere occhio. Ond'è che avendo inteso subito il rumore scese

il letto, ed aperse.

-- "Cosa è che vuoi, Titta, con quel tuo viso da cataletto?"

-- "Vostra Signoria, se alla prima non si appone, alla seconda non

falla. Il signor duca m'invia a significarle, che non trova modo di

prendere sonno...."

-- "Giusto come a me....!"

-- "Tanto meglio; -- onde vi prega volere andare a tenergli un po' di

compagnia, e a fare insieme due chiacchiere.... Così vi terrete

sollevati tutti e due...."

-- "_Erat in votis!_ Attendi; in un _amen_ mi vesto, e vengo teco."

E abbigliatosi con quelle vesti che prima gli capitarono sotto le mani,

presto fu in punto. Titta con un torchio acceso in mano lo precedeva, ma

arrivato alla porta di Paolo Giordano, trattosi da parte, e inchinata la

persona, favella ossequiosamente:

-- "Passi, Eccellenza!"

Entrato Troilo, Titta chiuse, dando volta alla chiave, ponendosela in

tasca; e intromesso che fu colui nella seconda stanza, anche di cotesta

chiuse con molta accortezza la porta, rimanendo di fuori.

Troilo, posto piede nella stanza, vede Paolo Giordano seduto accanto al

letto davanti una tavola, e, o fosse la fantasia, o la virtù del lume,

da una ora a questa parte gli sembra di dieci anni invecchiato. Giordano

senza levare gli occhi gli dice:

-- "Troilo, sedete."

Cotesta voce non contiene in sè minaccia, nulla ha di rancore, è

placida, è sommessa, -- e non pertanto non pare articolata dalle labbra;

-- uscita così dagl'imi precordii come dal fondo di una sepoltura, ebbe

forza d'infondere un ghiaccio nelle ossa di Troilo.

E Troilo sedeva.

-- "Troilo, a me fa mestieri favellarvi parole, che giova a me dirle,

ascoltarle voi negli orrori delle tenebre.... negli arcani silenzi della

notte.... Troilo, dopo tre anni lunghissimi di lontananza io torno a

casa.... ma questa dove torno è casa mia? Posso io dormire sicuro? Posso

io sedermi senza sospetto a mensa?...."

Troilo côlto alla impensata, improvvido di consiglio, si tace.

-- "Troilo! Quando io mi partiva da casa, conoscendo la donna che mi fu

moglie -- che adesso mi è moglie, -- di mobile fantasia, sciolta nei

modi per colpa di educazione assai più che a severa gentildonna non

conviene.... facile a trascorrere.... petulante.... proterva.... io

aborrii lasciare confidato il tesoro del mio onore in mani non dirò

infedeli, ma per certo pericolose. -- Di cui doveva confidare io, se non

del mio sangue? Te dunque scelsi, a te raccomandai il mio onore, che

pure è il tuo, e ti scongiurai con le lacrime agli occhi ad averne buona

e vigilante custodia.... Te lo ricordi, Troilo? È vero? Vorresti forse

smentirmi?.... E volendo, potresti?"

-- "È vero..."

-- "E ti ricordi le promesse che mi facesti allora? Te le sei ricordate

tu sempre? Rendimi ora dunque ragione: come hai tu esercitata guardia

leale intorno a mia moglie?...."

Giordano tiene il braccio destro col pugno teso sopra la tavola....

orrendamente ha contratti i muscoli della fronte, le sopracciglia

aggrottate, e le pupille a mezzo sotto di loro nascoste mandano traverso

ai peli arruffati una luce come di fuoco ardente dentro un roveto. La

lingua di Troilo sta confitta al palato; e Giordano di nuovo:

-- "Come hai tu esercitato vigilante custodia intorno alla mia moglie?"

E poichè la risposta non viene, egli continua:

-- "Se devo porgere ascolto alle novelle che me ne giunsero fino a Roma,

veramente io ho perduto la mia fama senza rimedio; la mia casa è piena

di obbrobrio: ormai io non potrò più udire il nome della donna mia senza

sospetto che lo profferiscano per onta o per dileggio. Virginio non

potrà udire il nome della madre senza abbassare la faccia per la

vergogna. Nefande cose avemmo ad ascoltare, cugino, e tali a cui

inorridisce la natura.... tali che sono a sopportarsi impossibili, che

nè posso, nè so, nè voglio a patto niuno sofferire io...."

-- "Giordano!...." con voce di agonia replica Troilo; -- "un cavaliere

come voi fornito di quell'ottimo discernimento che tutti conoscono....

pratico delle cose del mondo.... vorrà credere a parole bugiarde.... ai

detti di uomini oziosi.... e maligni? Noi generalmente il popolo estima

felici; e genti cui l'astio rode gioiscono nello avventarci strali

avvelenati. -- Facciamoli piangere, esse dicono; così nel pianto saranno

uguali a noi...."

-- "E tu ben parli; ma la nequissima voce mi venne confermata da tale,

che ormai non posso più dubitare."

-- "Ella è poi di fede degna come voi reputate?"

-- "Lascio a te giudicarne. Me lo confessava Isabella...."

-- "Ah! Isabella....?"

-- "Isabella...."

-- "Vostra moglie...."

-- "Ella dessa.... mogliema. -- Ora mi dì, Troilo.... il tuo nome è

Orsini? Il sangue che nelle tue vene discorre è un sangue stesso del

mio? -- Rispondi!"

-- "E a che dirvi quello che voi troppo bene sapete?"

-- "Perchè mi giova in questo momento solenne udirlo da te, ed essere

certo che tu lo ricordi, che te ne senti convinto... Così mi trovo

circondato di traditori, -- che dal mio sangue in fuori... io non

ardisco sperare non essere tradito... Dunque tu sei mio sangue...? Ora

dammi un consiglio!... Isabella... l'ho io da perdonare, o da

ammazzare?..."

-- "E devo consigliarvi io?"

-- "Sì..."

-- "Ma nè io, nè altri mi crede capace da tanto. Voi avete molto

maggiore senno di me..."

-- "Io però non lo penso; e posto ancora che ciò fosse, estimi forse che

non si perda in simili casi il senno? Orsù, io t'impongo di

consigliarmi..."

Isabella Orsini, duchessa di Bracciano · 第 24 / 25 段