"Quantunque grande apparisse la prestanza dei nostri, la quale pure è

dono prezioso dell'alto, volle nonostante il Signore con segno più

visibile della grazia sua palesarci come per noi combattesse, dacchè in

quel punto accadde notabile mutazione di vento; cessò il greco-levante

favorevole ai Turchi, e mosse un ponente-maestro propizio ai Cristiani,

portando il fumo contro di loro, e privandoli del vedere. Scirocco

intanto, non ismarritosi nell'animo, ordinava alle sue galee schifassero

le galeazze, e rasentando il lido colà dove il fiume Acheloo sbocca in

mare, si cacciassero fra la terra e le galee del Barbarigo, e facessero

prova di assalirlo alle spalle. Barbarigo però, punto meno astuto

capitano, le estreme galee fa che si approssimino alla terra, e

descrivano con le altre una linea diagonale, componendo uno angolo acuto

di cui un lato veniva formato dalla terra, l'altro dalle sue galee; e

tolto in mezzo Scirocco, usando del vento propizio lo spinge contro la

isola. Aspramente si combatte per ambe le parti; ma le galee turchesche

perdendo sempre più mare, investono nel lido; i Cristiani le seguono, le

raggiungono, sopra quanti Turchi mettono le mani addosso tanti tagliano

a pezzi; le galee parte vengono in nostro potere, parte con le

artiglierie affondano, parte finalmente abbruciano. Ma non senza sangue

da questo lato acquistammo vittoria; dacchè, per tacere delle altre

morti, mentre più infuria la mischia tra Scirocco e Barbarigo, quasi

nello istante medesimo cadono quegli morto, questi ferito mortalmente di

una freccia in un occhio, mentre allontanando lo scudo dalla faccia si

affatica a concitare i combattenti agli estremi conati. Barbarigo,

sentendosi percosso a morte, mentre vacillando indietreggia, deputa in

luogo suo Marco Quirini, che secondato da Antonio Canale e dal Cicogna,

i quali tutti fecero in quel giorno testimonianza amplissima di onorata

virtù, seguita il corso della vittoria, distruggendo le reliquie di

cotesta squadra governata da Memetbeg Pascià di Negroponte, e da Alì

rinnegato corsale. E in questa fazione furono visti il Cicogna, che

guasto per la faccia e per le mani da una pignatta di fuoco artificiato,

sopportando inenarrabili spasimi, non volle mai ritirarsi se prima non

ebbe vinta la galea nemica, la quale adesso come trofeo nobilissimo è

conservata nello arsenale di Venezia; e il provveditore Antonio Canale,

che vestito di una veste lunga e bianca imbottita di cotone, con

cappello simile in testa, e in piedi scarpe di corda per non

isdrucciolare, menando uno spadone a due mani, empiva di terrore e di

strage le galee nemiche sopra le quali balzava con agilità e destrezza

maravigliosa. Giovanni Contarini dei conti di Zaffo però ebbe la gloria

di prendere la galea di Scirocco, e trovatovi sopra morto questo nemico

del nome cristiano, gli fece troncare la testa, e conficcatala sopra una

picca gridò tre volte: -- Ecco la testa di Scirocco! -- per confortare i

suoi, ed atterrire i nemici. Presso al timone giaceva il moribondo

Barbarigo, e ad ora ad ora domandava ai circostanti: -- Abbiamo anche

vinto? -- Quando strappata dalla poppa nemica la insegna, il Quirino

accorse alla volta del Barbarigo gridando: -- Vittoria! -- il morente si

terse il sangue dagli occhi gravi ormai del sonno della morte, vide la

odiata insegna, e rise, poi pregò che gliela porgessero, e recatasela in

mano, vi si ravviluppò dentro come nel suo lenzuolo sepolcrale; e non

osando noi separarlo dal trofeo sul quale esalava l'anima gloriosa, con

la bandiera medesima lo sotterrammo a grande onoranza in terra

benedetta....[98]

"Ma lo sforzo disperato accadeva intorno alla battaglia. -- Alì Pascià

si era spinto innanzi animosamente, e come i Turchi costumano, con

immenso fragore di tamburi, di trombe, di ceramelle, e di altri

istrumenti guerreschi; nè presumevano atterrirci meno con urli di

minaccia, e scede, e strepito di arme percosse tra loro. Don Giovanni,

armato di piastra e maglia, stringendo nella destra un'azza pesante, si

loca sublime con la persona scoperta sopra il castello da poppa, ed

ordina a Lopez di Figheroa capo degli archibusieri, che per cosa dicano

i nemici o facciano, nessuno ardisca porre mano a ferire se prima egli

non ne desse il segnale alzando l'azza. I Turchi sempre e più sempre si

accostano, e sparano archibugi, e scoccano freccie sopra i nostri con

danno non piccolo; e molto ancora ci portavano angustia due colubrine da

prora, le quali ci avrebbero deserti se più pronti fossero stati a

caricarle, e a spararle. Ci pareva duro dovere stare fermi a tanto

strazio, molto più che di tratto in tratto vedevamo caderci al fianco

qualche amico o congiunto, e lacero rimuoverlo dal ponte, e calarlo di

sotto. Avremmo quasi tacciato di viltà don Giovanni; ove noi non

sapessimo chente uomo ei si fosse, e volgendogli lo sguardo addosso, ci

pareva una statua di bronzo in mezzo alle freccie e alle palle che gli

fischiavano attorno, di cui egli faceva caso quanto del vento che gli

agitava le chiome. Quando la Reale turchesca ci venne sotto a meno che a

mezzo tiro di archibugio, don Giovanni leva l'azza, e l'agita impetuoso

a mulinello: i nostri colpi parvero un colpo solo; il fumo sospinto

verso i nemici ci tolse la vista del danno che avevano ricevuto;

allorchè si dileguava, il ponte avverso ci apparve quasi abbandonato.

Prima però che il fumo passasse via, don Giovanni ordina dare di forza

nei remi, e la galea sospinta ancora dal vento scorreva come un uccello.

Un altro accorgimento aveva preparato don Giovanni, e fu questo, di far

troncare allo improvviso i rostri o speroni alla sua galea, perchè

accostandosi meglio alla nemica, gli fosse fatta maggiore comodità di

potervi saltare sopra: cotesto esempio da noi tutti immediatamente

imitato fu un altro motivo di vittoria.

"Il fumo passa, e la galea di Alì apparve quasi deserta sul ponte. Don

Giovanni, còlto il destro, gridava: -- Avanti, cavalieri, andiamo alla

vittoria.... noi non possiamo se non vincere, perocchè morendo ci

aspetti una palma in paradiso; vivendo, un lauro sopra la terra. -- E

posto fine al parlare, come colui al quale tardava fare, corre con

maraviglioso ardore alla prora, lo seguitano gli altri volenterosi, ed

ecco, in meno che non balena, si arrampicano, saliscono, e stanno nella

Reale turchesca. Alì, provvido capitano intanto dalle galee circostanti

aveva domandato soccorso, che movendosi tostano per via di scale e di

corde saliva da poppa, mentre i nostri penetravano da prua: per la qual

cosa la battaglia rinfrescata s'inacerbiva, e ridottasi tutta intorno

all'albero maestro, nè i Turchi valevano a cacciare i Cristiani, nè i

Cristiani a conquistare intera la galea mezzo occupata. Tanto era grande

la calca, così stipate le schiere, che nessuna arme giovava, tranne i

pugnali; e i combattenti, come li trasportava il furore, vi adoperavano

i morsi non altrimenti che se belve si fossero: e tu vedevi quella

foresta di capi ora piegare da questo, ora dall'altro lato, come campo

di biade mature agitato da venti contrarii. Non domandavano quartiere,

nè lo desideravano: guerra di esterminio fu quella. Ma ecco, quale che

ne fosse la cagione, i Cristiani prendono a balenare, lasciano piede,

indietreggiano, e gli avversarii dove i nostri levano l'orma pongono

incalzando la loro, e crescono in ardimento quanto i Cristiani degradano

in vilezza: già molti degli attergati sospinti dal moto irresistibile

cadono riversi nel mare, altri più fortunati saltano sopra la Reale di

Spagna.... Che più? Che più? Don Giovanni stesso è travolto dai suoi nei

passi dolorosi della fuga. Non meno provvidi, i nostri avevano già

munita la Reale di nuove milizie, che arrivando alla riscossa non solo

impedirono ai Turchi invadere la nostra galea, non solo li trattennero

sopra l'orlo estremo della prua, ma duramente gli rincalzarono indietro,

e ai nostri fu dato salire di nuovo sopra la Reale dei Turchi. Sul ponte

della galea s'ingaggia nuova zuffa, e ormai da più di un'ora versavasi

sangue, nè si sapeva da qual parte si sarebbe inclinata la vittoria;

sangue era la coperta, giù dalle pavesate lungo i fianchi della galea

colava sangue, e il mare sollevando la spuma orrendamente vermiglia

pareva che ribollisse di sangue. Ahi! truce vino, che dispensa nei suoi

conviti la guerra. -- Quattro volte fummo respinti, quattro volte

penetrammo nella Reale dei Turchi: laceri da ambe le parti, da ambe le

parti per morti illustri dolentissimi: e dei superstiti quale ferito,

quale spossato sì, che la mano non reggeva più l'arme. In una di queste

zuffe avvenne che rimanesse morto lo strenuo cavaliere Bernardino

Cardine senza ferita: una palla di smeriglio gli percosse la rotella, la

quale per essere coperta di finissimo acciaio non venne rotta, ma tanto

violentemente gliela fece battere nel petto, che il Cardine ne cadde

senza vita sul ponte. E l'ultima volta che don Giovanni fu respinto,

successe un altro caso notabile, che indietreggiando egli senza mai

voltare la faccia al nemico, sia che il piede sopra lo intavolato

lubrico gli sdrucciolasse, o quale altra ne fosse la cagione, cade, ed

accenna precipitare supino nell'acqua; se non che un soldato spagnuolo,

che non gli si era mai dipartito dal fianco, lo abbrancò forte con la

destra per la cintura mentre con la manca si atteneva al sarchiame: allo

improvviso il soldato prorompe in un grido; il braccio manco gli

ciondola giù cionco; egli e don Giovanni senza rimedio precipitavano,

quando allo Spagnuolo venne fatto afferrare co' denti un cavo, e quivi

si tenne finchè, accorso prontissimo lo aiuto, furono salvi ambedue. Don

Giovanni illeso da qualunque percossa si apparecchia agli estremi

conati. -- Prodi uomini, grida, anche uno sforzo, e abbiamo vinto. --

Mentre però attende a riordinare i suoi Spagnuoli, che in quel giorno

mostrarono davvero virtù romana, avvennero due successi pei quali ci fu

data vinta la impresa. La galea comandata dal signore Alfonso d'Appiano

sfolgoreggiava con le artiglierie la Reale turchesca, ed essendo bassa

di prora, portava tutti i suoi colpi nel corpo della galea nemica,

fracassando quanto incontrava; e a questa bassezza andammo pure debitori

di un altro principalissimo motivo di vittoria. Una palla sbalza un

fusto immane, o troncone, e lo sbalestra con tanta violenza contro Alì,

che rotto in più parti della persona, dà con le spalle dentro l'albero

maestro, e schizzatolo del suo sangue cade giù moribondo. -- O che fa

egli Marcantonio Colonna? Il valore dell'uomo, la memoria delle imprese

passate, la caldezza con la quale questa impresa aveva promossa, ad un

tratto e al maggiore uopo vennero meno? Come sta egli irresoluto?

Com'egli, generale del Pontefice, vede impassibilmente discorrere tanto

sangue cristiano? Egli si talenta spaziare pei mari come se andasse a

diporto in barca a godersi il ventolino della sera; anzi pure sparisce

dal ponte, e non sanno più ove siasi cacciato. -- Questo uomo

singolarissimo aveva avuto la costanza di starsi in mezzo agli scoppi

delle artiglierie, agli sbalzi dei fusti, al precipitare degli alberi e

delle corde, fra i varii e orribili aspetti della morte, fra tante cause

di pietà e di furore, senza commoversi punto, aspettando tempo opportuno

a esterminare il nemico: quando conobbe la fortuna parargli davanti la

occasione, andò sotto il ponte, e volgendosi con gran voce ai condannati

al remo, così favellò: -- Gente! Dio vi aveva riscattato, e voi vi siete

resi indegni del riscatto; l'acqua del battesimo fu sparsa sopra il

vostro capo invano: voi lo avete così contaminato di pensieri iniqui,

che ormai non dà più luogo a una benedizione. Voi siete disperati della

salute eterna. In questo mondo quando profferiscono il vostro nome, le

vostre madri, le vostre mogli, o le vostre figlie declinano vergognando

la faccia; i cittadini vi tengono come bestie feroci. Il cielo vi

rifiuta, e la terra vi aborre. Ebbene, io vi riconcilierò con Dio e con

gli uomini: io posso far sì che dai vostri parenti sia ricordato il nome

vostro con orgoglio: io posso operare in maniera che la mano del più

cortese cavaliere della cristianità si stenda verso la vostra senza

tenerla per disonorata.... -- E quei miseri ad una voce dicevano: --

Deh! signor nostro, misericordia di noi! Dateci almeno comodità di

morire combattendo. -- Ebbene, rispose Marcantonio, io vi dono la

libertà: non vi movete dagli scanni; io torno sopra il ponte: quando

udirete uno squillo di tromba, riunitevi; e al secondo, con quanta

maggiore forza vi concedeva la natura, adoperandovi gli ultimi sforzi

puntate i piedi, e agitate i remi. Quando sentirete avere noi investito

la galea nemica, saltate fuori, e combattete come l'anima v'ispira. --

Tornò sul ponte, e afferrato il timone indirizzò la prua contro la poppa

di Alì. Il primo squillo di tromba si fece sentire, poco dopo il

secondo. La galea dava un balzo come foca ferita: l'acqua flagellata

ribolle, e mugghia fremente e spumosa fuggendo via. La galea, percorso

un breve tratto di mare, con urto irresistibile investe il luogo

designato. La Reale turchesca per poco non capovolta: con l'orlo della

pavesata si tuffa in mare da un fianco, dall'altro mostra scoperta la

carena; la più parte dei difensori rimane con impeto irresistibile

balestrata lontana nell'acqua, e così pure avveniva dell'ammiraglio, se

non si appigliava all'albero maestro con ambe le braccia. Quando tornò

diritta, il Colonna prevalendosi dello sbigottimento dei nemici, saltò

sopra la galea accompagnato dai suoi, e se ne rese padrone. Riarse la

ira dei comandanti turcheschi; le galee messe in custodia dalla Reale, e

sette nuove se ne mossero ad un tratto per condurre don Giovanni a

pessimo partito. Il Veniero solo si fece contro a tutte, sostenendone lo

impeto con prodigioso valore; ma quel fiero vecchio sopraffatto dal

numero vedeva scemare di momento in momento il numero dei suoi; una

freccia gli aveva trapassato un piede, e un poco per l'acerbità del

dolore, un poco per la perdita del sangue sentiva non potere più

reggere: urgeva il bisogno del soccorso, e non sapeva piegarsi a

domandarlo. Giovanni Loredano e Catarino Malipiero videro il pericolo

dell'inclito vecchio, e accorsero a sovvenirlo; questi prodi giovani

potevano starsi dietro le pavesate che ci tornarono validissimo riparo

della giornata, ma non glielo consentiva la egregia natura; dalla

cintola in su si mostrano scoperti, e mentre combattono da veraci

campioni di Cristo, percossi di arcobugio cadono entrambi morti nelle

corsíe. Il marchese di Santa Croce, che già si era mosso, giunse se non

a tempo per salvare la vita al Malipiero e al Loredano, opportuno almeno

a vendicarne la morte; i Turchi furono tagliati a pezzi, e le galee

caddero in nostro potere. Corse fama nei tempi, che il Veniero

s'impadronisse della Capitana di Pertau Pascià, ma la fama non

raccontava il vero, e fu la Lomellina, che vinse Pertau..."

-- "Ah! signor duca, a voi non istà esporre questa parte della

battaglia. Fummo noi che superammo la Capitana del Pascià; e davvero se

vi adoperammo lo estremo della nostra virtù a vincere, non ci opposero

punto meno gagliardo furore i nemici. Morì, mi ricordo, quell'ottimo

Marino Contareno; morirono, e in ricordarlo mi prende ribrezzo ed

affanno, con esempio immortale i quattro fratelli Cornaro; ahimè! il

fiore dei magnanimi periva; ma, comunque fulminati attorno dalle galee

nemiche, non lasciammo la presa, e ci scagliammo laceri, ma deliberati

di vincere o di morire. Certo ogni orma impressa da noi costava sangue,

ma i passi erano alla vittoria: già anelanti, e pugnando con le

coltella, arriviamo a mezza galea. Il signore duca a capo di tutti

pareva un angiolo che ci conducesse al trionfo..."

-- "E se tu, Titta, meno avevi in cuore il tuo padrone, a questa ora non

rimarrebbero di lui che le nude ossa, e il nome. Bene la mente dolorosa

ricorre a Orazio e a Virginio Orsini, consorti miei, che mi caddero ai

piedi mortalmente feriti; bene m'ingombra l'anima di tristezza la

memoria di Fabio mio nepote, percosso a un punto di arcobugio in una

spalla, e di fuoco nel collo, avvoltolarsi per la coperta morendo senza

piangere il fiore della perduta giovanezza, anzi contento di essere

chiamato presto alla pace di Dio; ed io mentre mi chino a soccorrerlo,

ecco sento trafiggermi di freccia la gamba destra; e quando levo la

faccia, una mano stringente un pugnale rovina sopra di me improvvido di

difesa; il pugnale sfugge dalla mano, e innocuo mi cade sopra la

persona; la mano anch'essa mi cade sul capo, ma separata dal braccio, e

con la mano un lavacro di sangue m'inonda il volto..."

-- "Così è; mi capitò proprio a tiro, senza che io ci pensassi nemmeno,

e la tagliai netta come un giunco..."

-- "Ed io mi ti professo debitore della vita, e finchè Paolo Giordano

Orsini avrà un cuore e una casa, Titta Carbonana occuperà un posto nel

cuore e nella casa di Paolo Giordano Orsini... -- Beviamo! -- Alla

memoria dei morti alla battaglia di Lepanto!"

-- "Dio li abbia in gloria!..." acclamarono da tutte le parti.

-- "Orsù dunque," riprese Paolo Giordano, "diamo compimento alla storia.

La Lomellina, soccorsa da Vincenzo Querini, delle sette galee che la

combattevano ne prese cinque. Pertau gittatosi dentro un caicco a furia

di remi si allontana; e noi vedemmo le spalle di quel feroce vôlte in

amarissima fuga. Molti si danno vanto della morte di Caracozza; ma la

verità è che Giovambattista Benedetti cipriotto, uomo d'inestimabile

valore, superata prima la galea Corcut, accortosi avere dappresso

Caracozza, gli si avventò addosso disperatamente. Con ira punto minore

Caracozza rovina contro lui, sia che lo strascinasse vaghezza di gloria,

sia, come credesi piuttosto, un odio antico: s'incontrarono: -- una

scarica di arcobugi fatta da ambe le parti gl'involse di fumo, e quando

il fumo sparve, ambedue stavano supini, e spenti per molte ferite tutte

nel petto. Al Benedetti subentrava Onorato Gaetano, nepote del papa, il

quale, secondo che udimmo da persone degne di fede, aiutato da

Alessandro Negroni, e da Pattaro Buzzacherino, con non troppa difficoltà

condusse a termine cotesta onorata fazione. I Cristiani schiavi sopra le

galee turche, accortisi dallo scompiglio che la fortuna abbandonava li

aborriti padroni, rompono le catene, e afferrate quelle armi che il

furore e il caso ministrano, fanno acerba vendetta dei lunghi patimenti,

e assicurano la vittoria. Mentre queste cose succedono nella battaglia e

nel corno sinistro dell'armata cristiana, procedeva alquanto avversa la

sorte nel corno destro. Giovanni Andrea Doria, il quale doveva scostarsi

dalla battaglia soltanto quattro corpi di galea, trasgredì il comando, e

si distese pel mare. Dicono che il facesse con buono intendimento, sia

per dare campo alla battaglia e al corno sinistro che si allargassero, e

si ponessero con agio in ordinanza, sia per sospetto di non rimanere

avviluppalo da Uccialì, che gli veniva incontro con molto maggiore

numero di galee che non erano le sue; sia finalmente per prendere il

vento in poppa onde dare dentro con impeto ai legni nemici. Ma Uccialì,

espertissimo capitano di mare, quando conobbe le galee del corno destro

così sparpagliate e lontane, non potere di leggieri l'una l'altra

soccorrere, senza punto curarsi di essere sotto vento, si strinse

addosso alle smembrate con forze di gran lunga superiori, e uccisi i

principali capitani, ne prende dodici. Qui apparve la virtù di Benedetto

Soranzo, da paragonarsi piuttosto all'antica che preporre alla moderna;

imperciocchè, visti morti o feriti intorno a sè tutti i compagni, ed

egli stesso essendo in più parti della persona impiagato, non gli bastò

l'animo di considerare la sua galea calcata da orme turchesche, nè potè

patire che rassettata un giorno i nemici se ne valessero ai danni della

patria dolcissima; onde strascinatosi al luogo dove si conserva la

munizione della polvere, vi appiccò il fuoco, e sè, la galea, e tutti i

nemici che vi stavano sopra con orribile scoppio slanciò rotti e

mutilati per l'aria. Uno solo per somma ventura campava; e fu Giacomo

Giustiniani, che sospinto senza offesa lontano nel mare, potè per

miracolo salvarsi a nuoto. Nè certo vuolsi tacere il fiero scontro della

Capitana di Malta, la quale investita da tre galee turchesche combatteva

intrepidamente mostrando dura fronte alla fortuna; se non che Uccialì

ravvisando lo stendardo di San Giovanni, come colui che si professava

capitale nemico della Religione di Malta, non vergognò spingerle contra

altre tre galee per averla ad ogni modo. Fra Pietro Giustiniano,

generale, considerando soprastare a sè e ai suoi l'ultimo fato, li

esortò a morire animosamente, dacchè per vincere non v'era speranza, e

del rendersi non parlava nemmeno. Durò la mischia di sei galee contro

una, gloriosa pei Cristiani, infame ai Turchi, tre ore; due terzi della

gente giaceva uccisa, l'altro terzo grondante sangue; il generale per

tre immani piaghe versava la vita; cinquanta cavalieri nobilissimi

avevano spirato l'anima; la galea fino al castello occupata; lo

stendardo caduto in potere dei nemici; e nonostante faceva prova

difendersi. Frate Agnolo Martellini, vostro cavaliere fiorentino,

ridotto a men tristo partito degli altri, sosteneva la onorata agonia.

Uccialì compreso di rabbia ordinava si mettesse fuoco alla galea, ma il

Doria facendo forza di remi sopraggiunse alla vendetta, e la fece;

imperciocchè urtando i nemici stanchi dallo aspro combattimento, ne menò

orribile strage, ammazzando Caragialì, capitano di Algeri, con

moltissimi altri caporali turcheschi. -- E belle di fama e di sventura

furono le galee toscane, le quali per mala sorte seguitarono il Doria.

La Fiorentina, combattuta da sette galeotte, rimase vuota di soldati e

di ciurma; sopravvisse ferito gravemente Tommaso dei Medici, la più

parte dei cavalieri di Santo Stefano combattendo fino all'ultimo sospiro

compiva la vita. La galea di San Giovanni, guidata dal cavaliere Agnolo

Biffoli, patì una stretta punto meno dolente, chè il capitano vi fu

ferito di due archibugiate nella gola, ed oltre al cavaliere Simone

Tornabuoni e Luigi Ciacchi, vi morirono sessanta uomini di valore; e

peggio capitava la galea sopra la quale combatteva Ascanio della Cornia,

circondata da quattro nemiche, se meno pronto giungeva al soccorso

Alfonso di Appiano, capo delle galee fiorentine. Ma ormai da ogni lato

sonava il grido della vittoria, e Uccialì vedendo movergli contro tutta

l'armata nemica per invilupparlo, e prostrarlo, deliberò partire. Don

Giovanni di Cardona si avvisò contrastargli la fuga con le otto galee di

Sicilia, ma scompigliato da forze maggiori, riportati non piccoli danni,

ebbe a cedere il passo. I provveditori Canale e Quirini si misero a

dargli la caccia; sennonchè avendo stanchi i galeotti per le durate

fatiche, con infinita amarezza lo contemplarono ridursi a salvamento con

quaranta legni, la nostra galea corfiotta, e lo stendardo di San

Giovanni. In questa fuga accaddero due casi degni di memoria, i quali

furono, che Giovambattista Mastrillo Nolano, e Giulio Caraffa

Napoletano, mentre sono con altri compagni condotti prigioni sopra due

diversi brigantini, mostrando nel momento stesso la medesima audacia

come se si fossero data la intesa, si sollevano contro i Turchi,

accoltellano i Rays, e quanti altri fecero sembianza resistere, e di

schiavi e vinti diventati liberi e vincitori, tornarono a noi, che a

braccia aperte li accogliemmo, co' brigantini nemici pieni di schiavi e

di ricchissima preda.

Isabella Orsini, duchessa di Bracciano · 第 23 / 25 段