dono prezioso dell'alto, volle nonostante il Signore con segno più
visibile della grazia sua palesarci come per noi combattesse, dacchè in
quel punto accadde notabile mutazione di vento; cessò il greco-levante
favorevole ai Turchi, e mosse un ponente-maestro propizio ai Cristiani,
portando il fumo contro di loro, e privandoli del vedere. Scirocco
intanto, non ismarritosi nell'animo, ordinava alle sue galee schifassero
le galeazze, e rasentando il lido colà dove il fiume Acheloo sbocca in
mare, si cacciassero fra la terra e le galee del Barbarigo, e facessero
prova di assalirlo alle spalle. Barbarigo però, punto meno astuto
capitano, le estreme galee fa che si approssimino alla terra, e
descrivano con le altre una linea diagonale, componendo uno angolo acuto
di cui un lato veniva formato dalla terra, l'altro dalle sue galee; e
tolto in mezzo Scirocco, usando del vento propizio lo spinge contro la
isola. Aspramente si combatte per ambe le parti; ma le galee turchesche
perdendo sempre più mare, investono nel lido; i Cristiani le seguono, le
raggiungono, sopra quanti Turchi mettono le mani addosso tanti tagliano
a pezzi; le galee parte vengono in nostro potere, parte con le
artiglierie affondano, parte finalmente abbruciano. Ma non senza sangue
da questo lato acquistammo vittoria; dacchè, per tacere delle altre
morti, mentre più infuria la mischia tra Scirocco e Barbarigo, quasi
nello istante medesimo cadono quegli morto, questi ferito mortalmente di
una freccia in un occhio, mentre allontanando lo scudo dalla faccia si
affatica a concitare i combattenti agli estremi conati. Barbarigo,
sentendosi percosso a morte, mentre vacillando indietreggia, deputa in
luogo suo Marco Quirini, che secondato da Antonio Canale e dal Cicogna,
i quali tutti fecero in quel giorno testimonianza amplissima di onorata
virtù, seguita il corso della vittoria, distruggendo le reliquie di
cotesta squadra governata da Memetbeg Pascià di Negroponte, e da Alì
rinnegato corsale. E in questa fazione furono visti il Cicogna, che
guasto per la faccia e per le mani da una pignatta di fuoco artificiato,
sopportando inenarrabili spasimi, non volle mai ritirarsi se prima non
ebbe vinta la galea nemica, la quale adesso come trofeo nobilissimo è
conservata nello arsenale di Venezia; e il provveditore Antonio Canale,
che vestito di una veste lunga e bianca imbottita di cotone, con
cappello simile in testa, e in piedi scarpe di corda per non
isdrucciolare, menando uno spadone a due mani, empiva di terrore e di
strage le galee nemiche sopra le quali balzava con agilità e destrezza
maravigliosa. Giovanni Contarini dei conti di Zaffo però ebbe la gloria
di prendere la galea di Scirocco, e trovatovi sopra morto questo nemico
del nome cristiano, gli fece troncare la testa, e conficcatala sopra una
picca gridò tre volte: -- Ecco la testa di Scirocco! -- per confortare i
suoi, ed atterrire i nemici. Presso al timone giaceva il moribondo
Barbarigo, e ad ora ad ora domandava ai circostanti: -- Abbiamo anche
vinto? -- Quando strappata dalla poppa nemica la insegna, il Quirino
accorse alla volta del Barbarigo gridando: -- Vittoria! -- il morente si
terse il sangue dagli occhi gravi ormai del sonno della morte, vide la
odiata insegna, e rise, poi pregò che gliela porgessero, e recatasela in
mano, vi si ravviluppò dentro come nel suo lenzuolo sepolcrale; e non
osando noi separarlo dal trofeo sul quale esalava l'anima gloriosa, con
la bandiera medesima lo sotterrammo a grande onoranza in terra
benedetta....[98]
"Ma lo sforzo disperato accadeva intorno alla battaglia. -- Alì Pascià
si era spinto innanzi animosamente, e come i Turchi costumano, con
immenso fragore di tamburi, di trombe, di ceramelle, e di altri
istrumenti guerreschi; nè presumevano atterrirci meno con urli di
minaccia, e scede, e strepito di arme percosse tra loro. Don Giovanni,
armato di piastra e maglia, stringendo nella destra un'azza pesante, si
loca sublime con la persona scoperta sopra il castello da poppa, ed
ordina a Lopez di Figheroa capo degli archibusieri, che per cosa dicano
i nemici o facciano, nessuno ardisca porre mano a ferire se prima egli
non ne desse il segnale alzando l'azza. I Turchi sempre e più sempre si
accostano, e sparano archibugi, e scoccano freccie sopra i nostri con
danno non piccolo; e molto ancora ci portavano angustia due colubrine da
prora, le quali ci avrebbero deserti se più pronti fossero stati a
caricarle, e a spararle. Ci pareva duro dovere stare fermi a tanto
strazio, molto più che di tratto in tratto vedevamo caderci al fianco
qualche amico o congiunto, e lacero rimuoverlo dal ponte, e calarlo di
sotto. Avremmo quasi tacciato di viltà don Giovanni; ove noi non
sapessimo chente uomo ei si fosse, e volgendogli lo sguardo addosso, ci
pareva una statua di bronzo in mezzo alle freccie e alle palle che gli
fischiavano attorno, di cui egli faceva caso quanto del vento che gli
agitava le chiome. Quando la Reale turchesca ci venne sotto a meno che a
mezzo tiro di archibugio, don Giovanni leva l'azza, e l'agita impetuoso
a mulinello: i nostri colpi parvero un colpo solo; il fumo sospinto
verso i nemici ci tolse la vista del danno che avevano ricevuto;
allorchè si dileguava, il ponte avverso ci apparve quasi abbandonato.
Prima però che il fumo passasse via, don Giovanni ordina dare di forza
nei remi, e la galea sospinta ancora dal vento scorreva come un uccello.
Un altro accorgimento aveva preparato don Giovanni, e fu questo, di far
troncare allo improvviso i rostri o speroni alla sua galea, perchè
accostandosi meglio alla nemica, gli fosse fatta maggiore comodità di
potervi saltare sopra: cotesto esempio da noi tutti immediatamente
imitato fu un altro motivo di vittoria.
"Il fumo passa, e la galea di Alì apparve quasi deserta sul ponte. Don
Giovanni, còlto il destro, gridava: -- Avanti, cavalieri, andiamo alla
vittoria.... noi non possiamo se non vincere, perocchè morendo ci
aspetti una palma in paradiso; vivendo, un lauro sopra la terra. -- E
posto fine al parlare, come colui al quale tardava fare, corre con
maraviglioso ardore alla prora, lo seguitano gli altri volenterosi, ed
ecco, in meno che non balena, si arrampicano, saliscono, e stanno nella
Reale turchesca. Alì, provvido capitano intanto dalle galee circostanti
aveva domandato soccorso, che movendosi tostano per via di scale e di
corde saliva da poppa, mentre i nostri penetravano da prua: per la qual
cosa la battaglia rinfrescata s'inacerbiva, e ridottasi tutta intorno
all'albero maestro, nè i Turchi valevano a cacciare i Cristiani, nè i
Cristiani a conquistare intera la galea mezzo occupata. Tanto era grande
la calca, così stipate le schiere, che nessuna arme giovava, tranne i
pugnali; e i combattenti, come li trasportava il furore, vi adoperavano
i morsi non altrimenti che se belve si fossero: e tu vedevi quella
foresta di capi ora piegare da questo, ora dall'altro lato, come campo
di biade mature agitato da venti contrarii. Non domandavano quartiere,
nè lo desideravano: guerra di esterminio fu quella. Ma ecco, quale che
ne fosse la cagione, i Cristiani prendono a balenare, lasciano piede,
indietreggiano, e gli avversarii dove i nostri levano l'orma pongono
incalzando la loro, e crescono in ardimento quanto i Cristiani degradano
in vilezza: già molti degli attergati sospinti dal moto irresistibile
cadono riversi nel mare, altri più fortunati saltano sopra la Reale di
Spagna.... Che più? Che più? Don Giovanni stesso è travolto dai suoi nei
passi dolorosi della fuga. Non meno provvidi, i nostri avevano già
munita la Reale di nuove milizie, che arrivando alla riscossa non solo
impedirono ai Turchi invadere la nostra galea, non solo li trattennero
sopra l'orlo estremo della prua, ma duramente gli rincalzarono indietro,
e ai nostri fu dato salire di nuovo sopra la Reale dei Turchi. Sul ponte
della galea s'ingaggia nuova zuffa, e ormai da più di un'ora versavasi
sangue, nè si sapeva da qual parte si sarebbe inclinata la vittoria;
sangue era la coperta, giù dalle pavesate lungo i fianchi della galea
colava sangue, e il mare sollevando la spuma orrendamente vermiglia
pareva che ribollisse di sangue. Ahi! truce vino, che dispensa nei suoi
conviti la guerra. -- Quattro volte fummo respinti, quattro volte
penetrammo nella Reale dei Turchi: laceri da ambe le parti, da ambe le
parti per morti illustri dolentissimi: e dei superstiti quale ferito,
quale spossato sì, che la mano non reggeva più l'arme. In una di queste
zuffe avvenne che rimanesse morto lo strenuo cavaliere Bernardino
Cardine senza ferita: una palla di smeriglio gli percosse la rotella, la
quale per essere coperta di finissimo acciaio non venne rotta, ma tanto
violentemente gliela fece battere nel petto, che il Cardine ne cadde
senza vita sul ponte. E l'ultima volta che don Giovanni fu respinto,
successe un altro caso notabile, che indietreggiando egli senza mai
voltare la faccia al nemico, sia che il piede sopra lo intavolato
lubrico gli sdrucciolasse, o quale altra ne fosse la cagione, cade, ed
accenna precipitare supino nell'acqua; se non che un soldato spagnuolo,
che non gli si era mai dipartito dal fianco, lo abbrancò forte con la
destra per la cintura mentre con la manca si atteneva al sarchiame: allo
improvviso il soldato prorompe in un grido; il braccio manco gli
ciondola giù cionco; egli e don Giovanni senza rimedio precipitavano,
quando allo Spagnuolo venne fatto afferrare co' denti un cavo, e quivi
si tenne finchè, accorso prontissimo lo aiuto, furono salvi ambedue. Don
Giovanni illeso da qualunque percossa si apparecchia agli estremi
conati. -- Prodi uomini, grida, anche uno sforzo, e abbiamo vinto. --
Mentre però attende a riordinare i suoi Spagnuoli, che in quel giorno
mostrarono davvero virtù romana, avvennero due successi pei quali ci fu
data vinta la impresa. La galea comandata dal signore Alfonso d'Appiano
sfolgoreggiava con le artiglierie la Reale turchesca, ed essendo bassa
di prora, portava tutti i suoi colpi nel corpo della galea nemica,
fracassando quanto incontrava; e a questa bassezza andammo pure debitori
di un altro principalissimo motivo di vittoria. Una palla sbalza un
fusto immane, o troncone, e lo sbalestra con tanta violenza contro Alì,
che rotto in più parti della persona, dà con le spalle dentro l'albero
maestro, e schizzatolo del suo sangue cade giù moribondo. -- O che fa
egli Marcantonio Colonna? Il valore dell'uomo, la memoria delle imprese
passate, la caldezza con la quale questa impresa aveva promossa, ad un
tratto e al maggiore uopo vennero meno? Come sta egli irresoluto?
Com'egli, generale del Pontefice, vede impassibilmente discorrere tanto
sangue cristiano? Egli si talenta spaziare pei mari come se andasse a
diporto in barca a godersi il ventolino della sera; anzi pure sparisce
dal ponte, e non sanno più ove siasi cacciato. -- Questo uomo
singolarissimo aveva avuto la costanza di starsi in mezzo agli scoppi
delle artiglierie, agli sbalzi dei fusti, al precipitare degli alberi e
delle corde, fra i varii e orribili aspetti della morte, fra tante cause
di pietà e di furore, senza commoversi punto, aspettando tempo opportuno
a esterminare il nemico: quando conobbe la fortuna parargli davanti la
occasione, andò sotto il ponte, e volgendosi con gran voce ai condannati
al remo, così favellò: -- Gente! Dio vi aveva riscattato, e voi vi siete
resi indegni del riscatto; l'acqua del battesimo fu sparsa sopra il
vostro capo invano: voi lo avete così contaminato di pensieri iniqui,
che ormai non dà più luogo a una benedizione. Voi siete disperati della
salute eterna. In questo mondo quando profferiscono il vostro nome, le
vostre madri, le vostre mogli, o le vostre figlie declinano vergognando
la faccia; i cittadini vi tengono come bestie feroci. Il cielo vi
rifiuta, e la terra vi aborre. Ebbene, io vi riconcilierò con Dio e con
gli uomini: io posso far sì che dai vostri parenti sia ricordato il nome
vostro con orgoglio: io posso operare in maniera che la mano del più
cortese cavaliere della cristianità si stenda verso la vostra senza
tenerla per disonorata.... -- E quei miseri ad una voce dicevano: --
Deh! signor nostro, misericordia di noi! Dateci almeno comodità di
morire combattendo. -- Ebbene, rispose Marcantonio, io vi dono la
libertà: non vi movete dagli scanni; io torno sopra il ponte: quando
udirete uno squillo di tromba, riunitevi; e al secondo, con quanta
maggiore forza vi concedeva la natura, adoperandovi gli ultimi sforzi
puntate i piedi, e agitate i remi. Quando sentirete avere noi investito
la galea nemica, saltate fuori, e combattete come l'anima v'ispira. --
Tornò sul ponte, e afferrato il timone indirizzò la prua contro la poppa
di Alì. Il primo squillo di tromba si fece sentire, poco dopo il
secondo. La galea dava un balzo come foca ferita: l'acqua flagellata
ribolle, e mugghia fremente e spumosa fuggendo via. La galea, percorso
un breve tratto di mare, con urto irresistibile investe il luogo
designato. La Reale turchesca per poco non capovolta: con l'orlo della
pavesata si tuffa in mare da un fianco, dall'altro mostra scoperta la
carena; la più parte dei difensori rimane con impeto irresistibile
balestrata lontana nell'acqua, e così pure avveniva dell'ammiraglio, se
non si appigliava all'albero maestro con ambe le braccia. Quando tornò
diritta, il Colonna prevalendosi dello sbigottimento dei nemici, saltò
sopra la galea accompagnato dai suoi, e se ne rese padrone. Riarse la
ira dei comandanti turcheschi; le galee messe in custodia dalla Reale, e
sette nuove se ne mossero ad un tratto per condurre don Giovanni a
pessimo partito. Il Veniero solo si fece contro a tutte, sostenendone lo
impeto con prodigioso valore; ma quel fiero vecchio sopraffatto dal
numero vedeva scemare di momento in momento il numero dei suoi; una
freccia gli aveva trapassato un piede, e un poco per l'acerbità del
dolore, un poco per la perdita del sangue sentiva non potere più
reggere: urgeva il bisogno del soccorso, e non sapeva piegarsi a
domandarlo. Giovanni Loredano e Catarino Malipiero videro il pericolo
dell'inclito vecchio, e accorsero a sovvenirlo; questi prodi giovani
potevano starsi dietro le pavesate che ci tornarono validissimo riparo
della giornata, ma non glielo consentiva la egregia natura; dalla
cintola in su si mostrano scoperti, e mentre combattono da veraci
campioni di Cristo, percossi di arcobugio cadono entrambi morti nelle
corsíe. Il marchese di Santa Croce, che già si era mosso, giunse se non
a tempo per salvare la vita al Malipiero e al Loredano, opportuno almeno
a vendicarne la morte; i Turchi furono tagliati a pezzi, e le galee
caddero in nostro potere. Corse fama nei tempi, che il Veniero
s'impadronisse della Capitana di Pertau Pascià, ma la fama non
raccontava il vero, e fu la Lomellina, che vinse Pertau..."
-- "Ah! signor duca, a voi non istà esporre questa parte della
battaglia. Fummo noi che superammo la Capitana del Pascià; e davvero se
vi adoperammo lo estremo della nostra virtù a vincere, non ci opposero
punto meno gagliardo furore i nemici. Morì, mi ricordo, quell'ottimo
Marino Contareno; morirono, e in ricordarlo mi prende ribrezzo ed
affanno, con esempio immortale i quattro fratelli Cornaro; ahimè! il
fiore dei magnanimi periva; ma, comunque fulminati attorno dalle galee
nemiche, non lasciammo la presa, e ci scagliammo laceri, ma deliberati
di vincere o di morire. Certo ogni orma impressa da noi costava sangue,
ma i passi erano alla vittoria: già anelanti, e pugnando con le
coltella, arriviamo a mezza galea. Il signore duca a capo di tutti
pareva un angiolo che ci conducesse al trionfo..."
-- "E se tu, Titta, meno avevi in cuore il tuo padrone, a questa ora non
rimarrebbero di lui che le nude ossa, e il nome. Bene la mente dolorosa
ricorre a Orazio e a Virginio Orsini, consorti miei, che mi caddero ai
piedi mortalmente feriti; bene m'ingombra l'anima di tristezza la
memoria di Fabio mio nepote, percosso a un punto di arcobugio in una
spalla, e di fuoco nel collo, avvoltolarsi per la coperta morendo senza
piangere il fiore della perduta giovanezza, anzi contento di essere
chiamato presto alla pace di Dio; ed io mentre mi chino a soccorrerlo,
ecco sento trafiggermi di freccia la gamba destra; e quando levo la
faccia, una mano stringente un pugnale rovina sopra di me improvvido di
difesa; il pugnale sfugge dalla mano, e innocuo mi cade sopra la
persona; la mano anch'essa mi cade sul capo, ma separata dal braccio, e
con la mano un lavacro di sangue m'inonda il volto..."
-- "Così è; mi capitò proprio a tiro, senza che io ci pensassi nemmeno,
e la tagliai netta come un giunco..."
-- "Ed io mi ti professo debitore della vita, e finchè Paolo Giordano
Orsini avrà un cuore e una casa, Titta Carbonana occuperà un posto nel
cuore e nella casa di Paolo Giordano Orsini... -- Beviamo! -- Alla
memoria dei morti alla battaglia di Lepanto!"
-- "Dio li abbia in gloria!..." acclamarono da tutte le parti.
-- "Orsù dunque," riprese Paolo Giordano, "diamo compimento alla storia.
La Lomellina, soccorsa da Vincenzo Querini, delle sette galee che la
combattevano ne prese cinque. Pertau gittatosi dentro un caicco a furia
di remi si allontana; e noi vedemmo le spalle di quel feroce vôlte in
amarissima fuga. Molti si danno vanto della morte di Caracozza; ma la
verità è che Giovambattista Benedetti cipriotto, uomo d'inestimabile
valore, superata prima la galea Corcut, accortosi avere dappresso
Caracozza, gli si avventò addosso disperatamente. Con ira punto minore
Caracozza rovina contro lui, sia che lo strascinasse vaghezza di gloria,
sia, come credesi piuttosto, un odio antico: s'incontrarono: -- una
scarica di arcobugi fatta da ambe le parti gl'involse di fumo, e quando
il fumo sparve, ambedue stavano supini, e spenti per molte ferite tutte
nel petto. Al Benedetti subentrava Onorato Gaetano, nepote del papa, il
quale, secondo che udimmo da persone degne di fede, aiutato da
Alessandro Negroni, e da Pattaro Buzzacherino, con non troppa difficoltà
condusse a termine cotesta onorata fazione. I Cristiani schiavi sopra le
galee turche, accortisi dallo scompiglio che la fortuna abbandonava li
aborriti padroni, rompono le catene, e afferrate quelle armi che il
furore e il caso ministrano, fanno acerba vendetta dei lunghi patimenti,
e assicurano la vittoria. Mentre queste cose succedono nella battaglia e
nel corno sinistro dell'armata cristiana, procedeva alquanto avversa la
sorte nel corno destro. Giovanni Andrea Doria, il quale doveva scostarsi
dalla battaglia soltanto quattro corpi di galea, trasgredì il comando, e
si distese pel mare. Dicono che il facesse con buono intendimento, sia
per dare campo alla battaglia e al corno sinistro che si allargassero, e
si ponessero con agio in ordinanza, sia per sospetto di non rimanere
avviluppalo da Uccialì, che gli veniva incontro con molto maggiore
numero di galee che non erano le sue; sia finalmente per prendere il
vento in poppa onde dare dentro con impeto ai legni nemici. Ma Uccialì,
espertissimo capitano di mare, quando conobbe le galee del corno destro
così sparpagliate e lontane, non potere di leggieri l'una l'altra
soccorrere, senza punto curarsi di essere sotto vento, si strinse
addosso alle smembrate con forze di gran lunga superiori, e uccisi i
principali capitani, ne prende dodici. Qui apparve la virtù di Benedetto
Soranzo, da paragonarsi piuttosto all'antica che preporre alla moderna;
imperciocchè, visti morti o feriti intorno a sè tutti i compagni, ed
egli stesso essendo in più parti della persona impiagato, non gli bastò
l'animo di considerare la sua galea calcata da orme turchesche, nè potè
patire che rassettata un giorno i nemici se ne valessero ai danni della
patria dolcissima; onde strascinatosi al luogo dove si conserva la
munizione della polvere, vi appiccò il fuoco, e sè, la galea, e tutti i
nemici che vi stavano sopra con orribile scoppio slanciò rotti e
mutilati per l'aria. Uno solo per somma ventura campava; e fu Giacomo
Giustiniani, che sospinto senza offesa lontano nel mare, potè per
miracolo salvarsi a nuoto. Nè certo vuolsi tacere il fiero scontro della
Capitana di Malta, la quale investita da tre galee turchesche combatteva
intrepidamente mostrando dura fronte alla fortuna; se non che Uccialì
ravvisando lo stendardo di San Giovanni, come colui che si professava
capitale nemico della Religione di Malta, non vergognò spingerle contra
altre tre galee per averla ad ogni modo. Fra Pietro Giustiniano,
generale, considerando soprastare a sè e ai suoi l'ultimo fato, li
esortò a morire animosamente, dacchè per vincere non v'era speranza, e
del rendersi non parlava nemmeno. Durò la mischia di sei galee contro
una, gloriosa pei Cristiani, infame ai Turchi, tre ore; due terzi della
gente giaceva uccisa, l'altro terzo grondante sangue; il generale per
tre immani piaghe versava la vita; cinquanta cavalieri nobilissimi
avevano spirato l'anima; la galea fino al castello occupata; lo
stendardo caduto in potere dei nemici; e nonostante faceva prova
difendersi. Frate Agnolo Martellini, vostro cavaliere fiorentino,
ridotto a men tristo partito degli altri, sosteneva la onorata agonia.
Uccialì compreso di rabbia ordinava si mettesse fuoco alla galea, ma il
Doria facendo forza di remi sopraggiunse alla vendetta, e la fece;
imperciocchè urtando i nemici stanchi dallo aspro combattimento, ne menò
orribile strage, ammazzando Caragialì, capitano di Algeri, con
moltissimi altri caporali turcheschi. -- E belle di fama e di sventura
furono le galee toscane, le quali per mala sorte seguitarono il Doria.
La Fiorentina, combattuta da sette galeotte, rimase vuota di soldati e
di ciurma; sopravvisse ferito gravemente Tommaso dei Medici, la più
parte dei cavalieri di Santo Stefano combattendo fino all'ultimo sospiro
compiva la vita. La galea di San Giovanni, guidata dal cavaliere Agnolo
Biffoli, patì una stretta punto meno dolente, chè il capitano vi fu
ferito di due archibugiate nella gola, ed oltre al cavaliere Simone
Tornabuoni e Luigi Ciacchi, vi morirono sessanta uomini di valore; e
peggio capitava la galea sopra la quale combatteva Ascanio della Cornia,
circondata da quattro nemiche, se meno pronto giungeva al soccorso
Alfonso di Appiano, capo delle galee fiorentine. Ma ormai da ogni lato
sonava il grido della vittoria, e Uccialì vedendo movergli contro tutta
l'armata nemica per invilupparlo, e prostrarlo, deliberò partire. Don
Giovanni di Cardona si avvisò contrastargli la fuga con le otto galee di
Sicilia, ma scompigliato da forze maggiori, riportati non piccoli danni,
ebbe a cedere il passo. I provveditori Canale e Quirini si misero a
dargli la caccia; sennonchè avendo stanchi i galeotti per le durate
fatiche, con infinita amarezza lo contemplarono ridursi a salvamento con
quaranta legni, la nostra galea corfiotta, e lo stendardo di San
Giovanni. In questa fuga accaddero due casi degni di memoria, i quali
furono, che Giovambattista Mastrillo Nolano, e Giulio Caraffa
Napoletano, mentre sono con altri compagni condotti prigioni sopra due
diversi brigantini, mostrando nel momento stesso la medesima audacia
come se si fossero data la intesa, si sollevano contro i Turchi,
accoltellano i Rays, e quanti altri fecero sembianza resistere, e di
schiavi e vinti diventati liberi e vincitori, tornarono a noi, che a
braccia aperte li accogliemmo, co' brigantini nemici pieni di schiavi e
di ricchissima preda.