-- "E allora... considerate, Giordano, come sia misericordioso il

Signore;.... e come gl'incliti personaggi che a lui si rassomigliano

compariscano miti e clementi:.... ottenga pietà presso di voi la

debolezza della natura, la età della donna, e gli esempj non buoni nei

quali venne nudrita;... vi ritorni al pensiero quello che con la solita

prudenza ragionavate poco anzi, la fantasia mobile, la indole

immaginosa, il tempo, il luogo, la occasione;... ed anche... il fato,

Giordano, dacchè noi tutti governa un fato insuperabile.... e usate

misericordia.... Isabella non potrà più presentarsi al vostro cospetto

decorosa d'innocenza; voi non la potrete amare mai più.... e forse

stimarla nemmeno.... e non pertanto avanza all'offeso una contentezza,

acre è vero, eppure desiderabile sempre, quella cioè di sentirsi

immeritevole della offesa, -- e di vedere l'offensore pentito nel

profondo dell'anima...."

-- "Vedi se ti manca il senno! Tu non patisci certamente difetto di

eloquenza.... Ed io lo immaginava! -- Davvero io vorrei seguitare il tuo

consiglio, ma un pensiero me ne distoglie, ed è questo: in simile

negozio ci va soltanto dell'onore mio? Il decoro di famiglia non deve

estimarsi a modo di fidecommesso, che a me non è dato alienare, e

neanche diminuire, ma che nella sua interezza io devo rendere ai figli

così immaculato e chiaro come io dai miei maggiori lo ricevei?

Diversamente operando, non ti pare egli che un giorno potrei sentirmi

dire dai padri: -- Che cosa hai tu fatto del nostro patrimonio? -- E dai

figli: Non è questo il nostro retaggio...?"

-- "Io crederei fosse bello le vendette ardue cercare, e compire; le

altre, che per farle basta volerle, parmi dimostrazione di animo grande

abbandonare. Vincere altrui è cosa lodevole, vincere poi sè stesso,

divina...."

-- "Ed anche per ciò io mi persuaderei a perdonarla.... quasi....,

sennonchè un altro motivo mi cruccia, ed impedisce che il mio cuore si

apra alla pietà; ed è la ostinazione della donna a tenermi celato il

nome dello adultero...."

-- "E nol sapete voi?"

-- "No.... E tu lo sai?..."

-- "Io? No."

-- "E questo pensava anch'io, perchè altro ti venne in pensiero, che

guardarmi la donna, ed hai per ciò con la casa mia e meco un torto

grandissimo, Troilo; un torto del quale io non so come possa mandarti

assoluto. -- Ma forse non vuolsi attribuire a te solo tutta la colpa, e

in parte.... anzi in grandissima parte.... è mia, che sapendoti e

giovane e cupido di gloria, e di alto cuore, ad altro dovevi attendere

tu che a fare lo eunuco di palazzo...."

-- "Ed ella dunque recusa di svelarvi il nome...?"

-- "Nè per preghiera, nè per minaccia, nè per la speranza del perdono

costei a verun patto assentiva mitigare la esacerbata anima mia...."

-- "Certo, grave colpa è questa.... E tentaste tutte le vie?"

-"Tutte...."

-- "Vedete dunque, Giordano, come male consigli chi non sa come le cose

stieno: -- se questa sua caparbietà avessi conosciuto avanti, io vi

avrei consigliato in modo diverso."

-- "Diverso!"

-- "Anzi contrario...."

-- "Lo vedi tu stesso! Io mi vi trovo sospinto irresistibilmente: almeno

conoscessi colui che non trattenne pudore di contaminarmi la casa mentre

io versava il mio sangue per la fede di Cristo.... colui che non lo

dissuase la reverenza della casa mia.... e più della reverenza la paura

della mia spada! -- Ah! mi parrebbe essere non infelice affatto, se

potessi cacciargli le mani nel seno.... strappargli il cuore, e

sbatterglielo nelle guancie.... -- E vedi, Troilo, io glielo farei,

quanto è vero Dio.... ma il codardo si cela.... Oh chi sei tu, che mi

hai ferito a morte, e non mi hai tolta la vita? Qual è il tuo nome?

Móstrati! -- Niente.... Ahi! quanto lacera il dolore della offesa fatta

da persona oscura, o abietta, o ignorata, contro la quale non possiamo

vendicarci, o vendicandoci rimarremmo macchiati più assai dalla vendetta

che dalla offesa...."

-- "E veramente simili offese desiderano lavacro di sangue..."

-- "E poichè non posso versare quello dello adultero aborrito... che di'

tu?..."

-- "Parmi..."

-- "No... parmi" -- dice Giordano levandosi in piedi; -- "qui fa

mestieri aprirmi il tuo concetto intero..."

-- "Allora..."

"Allora? Perchè esiti tu? Qui non ci ascolta nessuno... nessuno..."

-- "Allora... il decoro geloso di famiglia domanda che... sparisca da

questo mondo Isabella..."

-- "Sta bene," -- rispose Giordano; e stesa la mano al cortinaggio, ne

tira da parte le cortine, aggiungendo: -- "Ecco... guarda; -- io l'ho

fatto..."

-- "Ah vendetta di Dio!" -- urla Troilo; e dando tre o quattro balzi

allo indietro con le mani dentro i capelli, percuote con le spalle e col

capo violentissimamente nella opposta parete.

Colei che fu donna Isabella Orsini giace resupina sopra il letto a modo

di sedente: sciolte e rabbuffate le chiome, tesi i bracci, con le mani

attrappite; il volto nero, e chiazzato di sangue; aperta la bocca, e

sozza di bava sanguinosa; gli occhi aperti, intenti, scoppianti fuori

dai cigli... Una corda sottile le stringe tuttavia il delicato collo, di

cui i capi si perdono pel buio della stanza, e terminano al soffitto.

Infelice spettacolo di colpa e di perfidia!

«Così perì Isabella dei Medici, che avrebbe fatto sè ed altrui felici,

se il cielo le avesse dato o minore bellezza, o maggiore virtù, o

migliori parenti.»[104]

Giordano pallido anch'esso nel volto come per morte, ma comprimendo con

violenza prodigiosa la passione che gli sconvolge l'anima, immobile dal

luogo ove tiene aperte le cortine, sporge il braccio destro verso il

cugino, e continua a favellare così:

-- "Ora il mio letto diventò deserto... chè ogni donna tremerà le si

converta in supplizio; -- la mia casa è deserta, perchè il padre non può

vivere col figlio di cui ha strangolato la madre... Giorni torbidi, e

infami, -- notti insonni, e piene di rimorsi e di paura, -- morte

acerba... giudizio di Dio tremendo, -- ecco la pace che mi hai dato,

Troilo! -- Troilo, tu, e non altri! -- Uomo iniquo ed abietto... io ti

conosco... intero... e vedo e so come a costei, che fu moglie mia, meno

deve essere stata dura la morte, che la coscienza di avere perduto la

sua dignità di principessa, di consorte, e di madre... per così

miserabile e schifosa creatura come sei tu. -- Ribaldo! Non è morto il

segreto con la tua complice... no... nè con la strage di lei, da te

consigliata, Giordano perdeva la traccia del traditore. -- Ora a te sta

morire. Io potrei e dovrei astenermi di levarti l'anima trista con

questa mano di cavaliere onorato; un sicario basta al sicario; -- ma

come patisci giusta morte, così non voglio che tu possa, ove mai

c'incontrassimo nell'altro mondo, lagnarti del modo della pena..."

Così dicendo, prende due spade nude poste ai piedi del cadavere, e

gettandone una per terra alla volta di Troilo, soggiunge:

-- "Toglila su, e difenditi; e poichè sei vissuto da traditore, muori

almeno da gentiluomo..."

Come asta di arco tesa da mano robusta, che lasciata la corda

violentemente si addirizza, così Troilo di curvo fattosi diritto, quasi

lo invadesse il demonio, dà un balzo verso la finestra aperta alle sue

spalle, afferra con ambe le mani il parapetto, e con un altro balzo si

precipita fuori. Volle fortuna, comecchè cadesse a capo fitto, per

essere la finestra poco elevata da terra, e per esservi l'erba cresciuta

sotto foltissima, non ne riportasse alcun male, onde tornato subitamente

in piedi si cacciò giù alla dirotta per le scale di pietra.

Paolo Giordano, visto l'atto, come colui ch'era valido di membra, ed

agile molto, con prestezza punto minore, di un salto ebbe varcato la

finestra; -- e giù via incalzando con la spada ignuda nella mano il

fuggitivo.

Non parola, -- non minaccia; -- soltanto udivasi con duplice cadenza il

suono dei passi accelerati per le scalee.

Trascorreva Troilo avanti, ma nel lungo corso perduta la lena, disusato

ormai dai cavallereschi esercizii, lo avrebbe raggiunto sicuramente

Giordano, se questi a mezzo del secondo scalo urtando forte col piede

dentro a un cordone di pietra, non fosse stramazzato sopra la viva

selce, sdrucciolando per lungo tratto, e per quelle asperità macolandosi

costole e petto, e in parte scorticandosi, e rompendosi le mani ed il

viso. Gli scappò dalla destra la spada, la quale a balzelloni, rompendo

i silenzii della notte, con pauroso fragore, chè di elettissimo acciaro

ella era, andò a fermarsi lontano lontano sopra la pubblica via.

Non che gli fosse dato abilità d'inseguire Troilo, Giordano allora potè

a stento rilevarsi; ma sollevata appena la persona sopra i gomiti

appuntellati a terra, tese la faccia dalla parte onde Troilo si

dileguava; e gli cacciò dietro per lo buio della notte questa truce

sentenza:

-- "Poichè non sei voluto morire da cavaliere, non passeranno mesi che

tu morirai come un cane!"

Titta raccolse il suo signore malconcio: gli lavò le piaghe, e con

amorevole cura gliele fasciò; poi lui gemente e fremente ripose sur un

lettuccio nell'anticamera.

Andò quindi per madonna Lucrezia, la quale percossa dal fiero caso,

tanto a lei più tremendo quanto meno aspettato, rimase meglio di una ora

a ricuperare gli spiriti e la parola; nè mai ebbe più bene mentre che

visse, nè fu veduta più ridere o rallegrarsi. Tornata in sè, Titta le si

pose davanti, e col dito indice della destra alzato in mezzo ai

sopraccigli, lento lento profferì queste parole:

-- "Madonna!... sentite bene!... La signora duchessa è morta allo

improvviso.... di accidente.... sopraggiuntole nel lavarsi con acqua

fredda la testa... per cagione del quale accidente... cadde in grembo

vostro... e la sorprese la morte senza avere tempo di darle soccorso....

Badate, madonna, da sbagliare, se avete cara la vita!... Gli avvisi da

parteciparsi della sua morte alle corti -- preparati fino da ieri --

parlano per lo appunto così.... Tenetevi dunque per avvertita..."[105]

Sciolto il cadavere dal laccio, fu trasferito da Titta nelle sue stanze;

e adagiato sopra il Ietto, Lucrezia mandò per Inigo, e gli disse parola

per parola quanto l'era stato imposto da Titta. Il maggiordomo, dato uno

sguardo al cadavere, troppo bene si accôrse del caso, e con la mano

manca preso il lembo del lenzuolo gli coperse la faccia nera per lo

travaso del sangue, mentre col dosso della destra si asciugava una

lacrima. -- Inigo il maggiordomo, reputato cuore di pietra, piangeva.

-- "Dio riceva in pace l'anima di questa povera signora!" -- E dato un

grosso sospiro, non parlò, più.

Al cadavere d'Isabella furono fatte l'esequie grandi e solenni: famigli,

parenti -- e il marito -- e i fratelli, presero le vesti gramagliose.

Sopra il feretro le recitarono la orazione funebre composta da uno

accademico della Crusca in forbitissima favella toscana.

Prezzo del sangue fu, in parte il pagamento, in parte la composizione

dei debiti di Paolo Giordano Orsini; e questo narra il Galluzzi.[106] Il

Settimanni poi ci fa sapere come il duca di Bracciano conseguisse dalla

munificenza del cognato premio anche maggiore, cioè nell'ottobre

prossimo la donazione di Poggio a Baroncelli, oggi Imperiale.[107] La

quale notizia indusse per avventura in errore taluno, che scrisse la

strage della Isabella avvenuta al Poggio Imperiale, e non a

Cerreto.[108]

E Dio, che non paga il sabato, dette anch'egli il guiderdone a Paolo

Giordano condegno ai meriti. Orribilissima morte lo incolse; la sua

anima si contaminò di nuovi delitti, conciossiachè il sangue chiami al

sangue, come vediamo succedere pel vino; e il giudizio rimase aperto,

talchè n'ebbero temenza i suoi successori. E se ci saranno dalla fortuna

non avversa largiti tempo e salute, i nuovi casi della vita di Paolo

Giordano ci somministreranno argomento per altro racconto.

Come Troilo finisse, lo ricaviamo dal passo seguente delle storie del

Galluzzi. «Il Granduca determinò pertanto di esplorare l'animo della

Regina e inviare a cotesta corte un suo segretario, valendosi del

pretesto di esigere il residuo dei suoi crediti procedenti

dagl'imprestiti fatti al re Carlo IX, giacchè appunto spiravano allora i

termini delle assegnazioni. A questo solo effetto doveva estendersi la

sua commissione, ma si accordava la libertà, secondo la occasione, di

rimproverare alla Regina il suo malanimo verso la casa Medici, e la

ingiuria fatta al Granduca. Arrivato il segretario a Parigi, ed esposta

la sua commissione, la Regina gli disse: _Io non so come potrò aiutare

questo desiderio del Granduca, poichè accomoda al re di Spagna un

milione di oro per volta, e con noi guarda adesso in sì poca somma._ --

Rimostrò il segretario che se il re di Spagna era stato servito di

grosse somme, aveva anche mostrato di tenere più conto del Granduca che

non aveva fatto lei, la quale lo aveva maltrattato, e fattogli ingiuria

che non meritava. -- _Questo confesso, diss'ella, e lo feci perchè il

Granduca non tiene conto di me, anzi con tanto dispiacere mio e del re

ci ha fatto ammazzare sugli occhi Troilo Orsini, ed altri, che non ci

pare ben fatto, essendo questo Regno libero, e che ognuno ci può stare._

-- Replicò il segretario che avendo l'Orsini e altri peccato gravemente

contro il Granduca, non conveniva a lei, che pure era del suo sangue,

proteggerli e soccorrerli con danari. -- _Or basta_, riprese la regina,

_scrivete al Granduca che non proceda più di questa maniera, e

massimamente in non fare ammazzare persona in questo Regno, perchè il re

mio figlio non lo comporterà._»[109]

----

La morale poi del libro (e qui protesto servire al genio del tempo, che

non trovando più morale addosso alle persone, per incontrarla in qualche

parte la desidera almeno _relegata_ e _rilegata_ dentro a un volume) è

questa:

Ponemmo sul principio la sentenza di Gesù Cristo per la donna adultera:

_Colui di voi ch'è senza peccato getti il primo la pietra contro di

lei._

Però la misericordia del Signore non derogava alla sua legge scritta nel

Deuteronomio, e nello Esodo:

_Non commettere adulterio._

Ed ogni seme di colpa forza è che generi il frutto doloroso della pena.

----

[91] Ormai convien che tu così ti spoltre,

Disse 'l Maestro, chè, seggendo in piuma,

In fama non si vien, nè sotto coltre:

Sanza la qual chi sua vita consuma,

Cotal vestigio in terra di sè lascia,

Qual fumo in aere od in acqua la schiuma.

_Inferno_, XXIV.

[92] Anassarco, filosofo di Abdera, fu pestato dentro a un mortaio per

comandamento di Nicocreonte tiranno di Cipro. Mentre i carnefici lo

pestavano, egli finchè gli bastò la lena diceva: -- «Pestate pure

la scorza di Anassarco; voi non potete nulla sopra l'anima sua.»

[93] Nelle Memorie del maresciallo di Bassompierre noi leggiamo il

seguente passo notabilissimo. -- «Maria dei Medici sul declinare

della sua autorità di reggente disegnava negare ad alcuni baroni,

che a grande istanza la pressavano, il richiamo di alcuni banditi,

ma non osava pronunziare il rifiuto prima di conoscere la sua

condizione presente; quindi ostentando un motivo, chiama in

disparte Bassompierre, e gli domanda quali mezzi di resistenza le

rimangano. Bassompierre risponde: -- Nessuno, -- molto più che

alcuni amici, come il marchese di Ancre, l'avevano abbandonata. --

Lors la reine ne peut se tenir de jeter quatre ou cinq larmes, se

tournant vers la fenètre afin qu'on ne la vît pas pleurer, et _ce

que je n'avois jamais vu, elles ne coulèrent point comme quand on a

accoutumé de pleurer, mais se_ dardèrent _hors des yeux sans couler

sur les joues._»

[94] Molti sono i luoghi in Italia, a dire del Muratori, _Antiq. ital._,

che trassero nome dagli alberi: _Frassineto_, _Rovereto_,

_Suvereto_ _ec._, e vie discorrendo.

[95] Lamoignon-Malesherbes, il vecchio difensore di Luigi XVI, essendo

tratto al patibolo, mentre urtava col piede in uno scalino della

prigione, osservò «che un Romano sarebbe tornato indietro.»

[96] «Non passò molto che si ebbe l'avviso della morte di don Giovanni

di Austria, cagionatagli da febbre e da spiacevole noia di

soverchie cure.» Costo, _Storia del Regno di Napoli_.

[97] Qual fosse la segreta cura di don Giovanni ce la seppe rivelare

l'illustre signor cavaliere Carlo T. Dalbono nel suo bellissimo

libro delle _Tradizioni Popolari_ del Regno di Napoli. Nelle _Fiere

di Castelnuovo_ espone come don Giovanni salvasse nell'assalto di

Granata una giovanetta maomettana della quale divenne amante

riamato, e n'ebbe un figlio, dolcissima cura dei genitori.

Cresciuto di anni e di bellezza, don Giovanni teneva in corte il

garzone a modo di paggio insieme con altri nobilissimi giovani.

Sventura volle che don Giovanni essendo vago di nudrire bestie

feroci avesse tra le altre una immane leonessa; mentre i paggi

giocavano in prossimità del serraglio, una palla cadde vicino alla

leonessa; i giovanetti, come succede, presero a istigarsi a vicenda

per vedere chi tra loro meglio animoso fosse andato a raccoglierla.

Arrighetto, seguendo gl'impulsi della sua magnanima natura, accorse

prontissimo e ne rimase infelicemente sbranato... -- Nove giorni

dopo la tragica morte del figlio, don Giovanni partì da Napoli con

l'armata navale. Il dì 24 agosto giunse a Messina, dove collegatosi

con le galee dei confederati mosse alle Curzolari, e quindi al

golfo di Lepanto dove fu combattuta la immortale battaglia. Narra

il cavaliere Dalbono come fino a qualche anno addietro, nella

chiesa di santa Barbara in Castelnuovo, si vedesse una lapide con

questa iscrizione:

ARR.

R. FILIUS AMORIS

1571.

[98] «Le ferite del Pike erano mortali; nondimeno conservando ancora

malgrado crudeli patimenti tutto lo eroico suo ardore: -- _Avanti,

avanti, miei bravi, sclamò egli, vendicate il vostro generale!_ --

Tali furono le ultime parole che potè rivolgere alle sue truppe,

parole che le infiammarono di nuovo coraggio. Alcuni soldati lo

portarono poi sulla riva, e cammin facendo clamorose acclamazioni

gli annunciarono la riuscita dell'attacco, e riconfortarono i suoi

ultimi momenti: poco dopo lo condussero a bordo della nave _il

Pert_, e gli recarono la bandiera nemica: a quella vista ripresero

i suoi occhi il loro splendore accostumato, ed accennò che gliela

mettessero sul capo, e spirò gloriosamente circondato dai trofei

della vittoria.» Trelawny, nelle Memorie di un cadetto di famiglia,

racconta come Dewit, famosissimo corsale, ferito a morte dentro la

bandiera nemica si avviluppasse, e quivi chiuso rendesse l'ultimo

fiato.

[99] _Ma nessuno li contò._ Questa è la espressione che adopera quel

giudizioso Ludovico Muratori narrando negli _Annali_ la battaglia

di Lepanto.

[100] I particolari della battaglia di Lepanto furono con molta diligenza

raccolti dai seguenti scrittori: _Adriani_, _Storia dei suoi

tempi_. -- _Costo_, _Storia dei suoi tempi_. -- _Doglioni_,

_Storie_. -- _Campana_, _Seguito alla storie del Tarcagnota_. --

_Fra. Dionigi_ da Fano, _Seguito alle storie del Tarcagnota_. --

_Muratori_, _Annali_. -- _Botta_, _Seguito al Guicciardino_, ed

altri non pochi.

[101] Apollo, tua mercè, tua mercè, santo

Collegio delle Muse, io non mi trovo

Tanto per voi, ch'io possa farmi un manto

_Ariosto_, _Satire_.

[102] Queste parole furono quelle appunto che profferivano Isabella e

Lucrezia, e tutti i ricordi del tempo ce le conservarono

precisamente.

[103] Tassoni, _Secchia rapita_, Canto II.

[104] Botta, _Storia d'Italia_ fino al 1789. Libro XIV.

[105] L'avviso partecipato alle Corti conteneva le circostanze «che

questa infelice, nel lavarsi la testa sopraggiunta da uno

accidente, cadde in grembo alle sue damigelle, e fu sorpresa dalla

morte senza aver tempo di darle verun soccorso.» Galluzzi. _Storia

del Granducato_, Lib. IV, Cap. II.

[106] «Il granduca e il cardinale mantennero con l'Orsini la buona

corrispondenza, ma anco s'interessarono per acquietare i suoi

creditori, e dare alla di lui sconcertata economia qualche sistema.

Tutto ciò proverebbe, o che la morte di donna Isabella non fu

violenta, o che il granduca e i fratelli, essendo di concerto con

l'Orsini, con la loro dissimulazione resero lo eccesso più

detestabile.» Lib. IV, Cap. II.

[107] Cronaca MS. del Settimanni, nello Archivio delle Riformagioni.

[108] Ademollo, nelle note al romanzo _Marietta dei Ricci_.

[109] Galluzzi, lib. _IV_, Cap. V, T. II.

Nota alla pag. 44, verso 1.

_Crediamo far cosa gratissima di pubblicare una lettera autografa

d'Isabella Orsini, la quale dimostra la bontà della indole di lei, che

volentieri s'induceva a impegnare un gioiello per provvedere ai bisogni

delle serve, e raccomanda quel suo vecchio servitore. Questa lettera è

conservata nel suo originale con altri documenti preziosissimi da un

dotto e pio sacerdote._

_

Mco M. Giannozzo

_

Non ho prima che adesso possuto darvi risposta perchè mi sono avuta a

stroppiar del dito grosso, et dubito che mi resti un poco impedito.

ricevetti le cose mandatemi da M. Guglielmo ciò è dua para di maniche,

d'argento uno paro et l'altro d'oro et quattro para di seta, tre pezze

dargenteria et tre mostre di velo, non so quante braccia sia il pezzo.

penso che staremo dalle parti di qua qualche giorno. però mi parrebbe al

proposito dovessi fornir la casa di grano et legne alle mie donne inanzi

salga più di prezzo et se non avete comodità di denari potrete impegniar

quel mio giojello per cento o cento cinquanta scudi a qualche vostro

amico et servirvi di quelli denari a questo effetto et mandatemi la

somma delli debiti che ho per fino all'ultimo di questo mese. viene

costà biagio mio stalliere per aver certi sua denari delle paghe

vecchie. di grazia fate che valerio gnene dia quanto prima aciò che se

possi poi tornare a servirmi per queste male strade. fatemi fare braccia

106. di cerretti di seta bertina et bianca a poste come vedrete qui la

mostra in un pocho di carta et non essendo questa mia per altro state

sano. di Camaldoli il dì 30 di luglio 1564.

Vostra degnia _Isabella Medici_

_Orsina_

al di fuori

_Al Magco M. Giannozzo da Ceparello nostro Carismo_

FINE.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le

grafie alternative (côlto/còlto, follia/follía, ronzio/ronzìo e simili),

correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Sono stati

corretti i seguenti refusi (tra parentesi il testo originale):

48 -- casi occorrenti ne l'arte [larte]

52 -- et una infinità [infinita] di roba

150 -- stese la mano al piatto per toglierglielo

[toglierglierlo]

202 -- non poteva essere abbandonata [abbadonata]

345 -- tra i [trai] singhiozzi esclamò

422 -- e dovrei astenermi [asternermi] di levarti l'anima

425 -- di accidente.... sopraggiuntole [sapraggiuntole] nel

lavarsi

Isabella Orsini, duchessa di Bracciano · 第 25 / 25 段