Guarda, e vedrai qual bene uscì da tante morti, da tanto affanno, e da
tante ferite? I Cristiani l'uno dell'altro astiosi non seguitarono il
corso della vittoria; i Turchi insorgono più infesti che mai; e Don
Giovanni, malgradito vincitore, riporta in premio della sua prodigiosa
prestanza l'oblio, e lui avventuroso se non lo incoglie anche peggio!
Quel suo gran cuore di soldato, che si espande nei pericoli del
combattimento, condannato a rodersi in corte, presto cesserà di
battere;[96] imperciocchè la gloria fosse la sua aria, il suo sangue il
pericolo, le battaglie la vita. Appunto lo esempio di cotesto illustre
infelice mi persuade a fare senno, e a piegare le vele affaticate dal
lungo cammino. -- Veramente è tardi, ma pur meglio una volta che mai; la
mia vita ha consumato anche il vespero.... almeno Dio mi conceda
riposato il tramonto!"
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Gli scudieri avevano con molto accorgimento apparecchiato le mense giù
nella sala terrena, e liete apparivano dei doni di Cerere e di Lieo;
molti doppieri mandavano luce vivissima, la quale si rifletteva con
raggi infiniti pei lucidi argenti, per le porcellane candide, e pei
forbitissimi cristalli. Avevano aperte tutte le porte che mettevano capo
nella sala; e di riscontro alla porta maestra che dava adito al
piazzale, l'altra corrispondente ai giardini; e nonostante, tale era la
gravezza dell'aere affannoso, che non una fiaccola vedevi oscillare
sopra i candelieri, e le pieghe delle portiere stavano immobili non
altramente che se di marmo o di piombo si fossero. -- Per tante foci non
iscaturiva refrigerio alcuno di aria fresca.
E si assisero a mensa. Paolo Giordano faceva ogni sforzo affinchè i
commensali si dessero in balía alla gioia scapigliata e fragorosa: egli
aveva mestieri di eccitamento; s'ingegnava stordirsi; nel rumore di
allegrezza bugiarda intendeva celare la interna procella: insomma due
cose egli cercava principalmente, coraggio a persistere, e capacità a
simulare. Alla perfine gli venne conseguito il disegno: i commensali,
non avendo motivo di reputare falsi i conforti di Paolo Giordano, si
abbandonarono a franca ed aperta dimostrazione di esultanza; e così
venne temperata la gioia artifiziosa e ghiaccia che ostentava costui.
Troilo, comecchè, seguendo il costume degli ignoranti, assai presumesse
di sè, e quindi sperando bene gli sembrasse non potere sbagliare, pure
non se ne stava del tutto tranquillo, e per lo meno reo consiglio divisò
affogare ogni tristizia nel vino. Cominciarono i colloqui a diventare
concitati e vivaci; i motti arguti volavano di labbro in labbro; di su,
di giù, s'incrociavano i detti lepidi, e non mancarono parole di doppio
significato, e novelle, che fanno abbassare gli occhi e sorridere le
donne. Ferveva la mensa; gli scudieri si affaccendavano attorno recando
vini di più maniere, e fumanti vivande; il mormorio, che nasce da molte
voci favellanti insieme, indizio certo di festoso banchetto, empiva
attorno la sala e di tratto in tratto era rotto da altissime risa.
Ma Isabella partecipa a cotesta giocondità quanto importa per non dare
prova del turbamento che l'angustia; e non le sfugge che Paolo Giordano,
mentre conforta gli altri e lei a bere sovente, egli non beve mai, tocco
appena con le labbra il bicchiere, lo pone sopra il vassoio. I suoi
occhi cercano spesso quelli di Giordano; ma Giordano li schiva a sommo
studio; o, se pure li incontra, li torce altrove con prestezza
maravigliosa. Non è già ch'ella si affanni di questo, dispostissima a
tutto; ma per una vanità insita alla nostra natura, si compiace nel
volere manifestare a Giordano come lei si potesse uccidere, non
ingannare.
E poichè agli uomini non mancano mai motivi di bevere e di nuocere, così
nè importa riferire, nè giova, in quante guise e per quante cause
bevessero.
Troilo in parte cedendo alla universale esultanza, in parte anche per
procurarsi viepiù la grazia del cugino, si alza improvviso, e tenendo in
mano un bicchiere colmo, in questo modo propizia a Paolo Giordano:
-- "Alla salute del cavaliere fortissimo di Cristo, al felice
combattitore di Lepanto...."
Non vi è cosa al mondo che pesi tanto immensamente insoffribile, quanto
la laude in bocca al nemico: nessuna ingiuria può crucciare quanto
cotesto elogio; e a Giordano poi parve fuor di modo molesto, come colui
che conobbe troppo bene dipartirsi da stupidezza, ma mescolata da
malizia; ed è anche questa offesa non piccola alla vanità dell'uomo,
lasciare lo stolto in fede di averti potuto gabbare. Pure Giordano
simulò; che quando aveva tolto a sostenere la prova, sebbene la sua
natura non glielo consentisse, era capace per arte a simulare quanto il
meglio addestrato.
Allo invito di Troilo risposero tutti acclamando; e comecchè nella
frenesia di cotesto urlo grande fosse la virtù del vino, pure così
sgorgava sincero dal cuore, che il guerriero n'ebbe conforto, e gli
temperò l'amaro che gli porgeva la origine di cotesto grido, pensando da
cui movesse, e perchè.
Giordano si levò anch'egli in piedi, e preso un bicchiere, atteggiando
la persona al saluto diceva:
-- "Per me è troppo! Ma lingua umana non potrà mai esaltare tanto che
basti le anime inclite di coloro che combattendo in cotesta memorabile
giornata perirono."
-- "Oh! di grazia, signor duca, non ci negate il piacere e l'onore di
sentire raccontare da voi le vicende di cotesta battaglia: ve lo
chiediamo per quanto amore portate alla vostra dama...."
-- "No; a che monta? Non lo avete voi letto per le storie dei tempi?"
E i commensali di nuovo con voci diverse:
-- "Ma così allo ingrosso; -- senza distinzione di fatti e di casi: --
chi più offendesse, chi meglio difendesse. -- E poi, altro, bene altro è
leggere una relazione di battaglia, che udirla da tale che vi
combatteva, il sangue suo vi versava e vinceva. Per mercè, narrateci la
battaglia."
E Titta che vi aveva accompagnato Paolo Giordano, e al suo fianco
combattuto, e salvatogli la vita, desiderava che la prodezza sua insieme
a quella del suo signore si manifestasse; sicchè più degli altri
premuroso instava onde Paolo Giordano, che pure era bel parlatore,
esponesse le vicende e i pericoli della battaglia famosa. Nè la
repugnanza di Giordano poi, a guardargli sottilmente nel cuore, si
sarebbe conosciuta sincera; non già ch'ei fosse _miles gloriosus_, ma ad
ogni soldato piace ricordare le zuffe e le ferite, e mostrarsi largo
dispensiere di laude ai nemici, o vincitori, o vinti; -- se vincitori,
per onestare la disfatta; -- se vinti, per fare più bello il trionfo.
Titta pertanto, con tal suo garbo che non era preghiera, non comando, e
dell'una partecipava e dell'altro, aggiungeva:
-- "Di grazia, Eccellenza, se la modestia trattiene lei, non defraudi me
delle mie lodi; perchè ancora io combattei; e avendomi la fortuna
piuttosto che la mia prodezza fatto abilità di salvare la vita ad uno
strenuissimo guerriero, non posso renunziare ai vantaggi che mi vengono
da questa azione, comunque condotta dal caso...."
-- "Tu mi hai vinto, ed io non potrei tacere onestamente quando il
silenzio dovesse essermi ascritto a ingratitudine. Orsù, favorite le
orecchie; io favellerò breve e disadorno, com'è concesso a un soldato. E
voi, Isabella, ritenete quanto sarò per dire, e fatene nobile argomento
dei vostri canti.... avvegnachè al guerriero oggimai per guiderdone
null'altro rimanga, tranne il riso della bellezza, e la luce del
canto...."
-- "Non basta?" -- domandò Isabella.
-- "È troppo. -- La Cristianità si era commossa profondamente: baroni di
alto lignaggio, uomini plebei, da tutte parti accorrevano a combattere i
nemici di Cristo, molti per ottenere la remissione dei peccati, e le
indulgenze bene in questa occasione largite dal pontefice Pio V; ma come
erano le voglie dei combattenti prontissime, immensa la cupidità di
stringersi a mortale battaglia, così non accordavano le segrete
intenzione dei principi collegati. Desideravano la giornata i Veneziani,
la desiderava caldissimamente il Pontefice; ma Filippo II repugnava
avventurarsi in impresa dove ne andavano tutte le forze del regno, e
dove la vittoria forse avanzava meglio le cose degli altri collegati che
le sue; nè in quel suo profondo e maligno consiglio amava che
gl'italiani uomini acquistassero una bella fama, temendo che non
venissero a sentire il bisogno, come vuole la nostra natura, di
acquistarne una molto maggiore. Il gran Commendatore di Castiglia era
stato imposto a don Giovanni di Austria come un freno da rodere, e non
rifiniva mai da susurrargli negli orecchi, temperasse quei suoi spiriti
bollenti; suprema gloria, suprema religione essere il vantaggio del re
suo fratello: sicchè l'anima grande di cotesto magnanimo pendeva
contristata da incertezza affannosa. Ma ogni giorno accorreva nuova
gente per combattere, non cercando altro premio nè altra gloria, tranne
quella di spargere il proprio sangue per la fede. Don Giovanni mandava
dal cuore profondi sospiri, stava torbido; con gli occhi fissi al
pavimento ora divampava vermiglio, ora pallidissimo allibiva. Ad
aggiungere sproni a cotesta anima, di per sè focosa, si univano i
conforti di Gabrio Serbelloni, generale delle artiglierie, di Ascanio
della Cornia, maestro generale di campo, e di Sforza conte di
Santafiore, generale degl'Italiani pel re Filippo, e sopra tutto una
cura[97] misteriosa e profonda che gli prorompeva dal cuore, e che pure
sapeva quel forte regalmente comprimere: -- e nonostante, pareva che la
battaglia non sarebbe accaduta, chè la fortuna legata ai peggiori con
ogni sua possa attraversava la impresa; e già una fama molesta si
spargeva, che per essere la stagione tarda, fortunevoli i venti,
avrebbero in cotesto anno tentato senza più impadronirsi di Castelnuovo,
o della Velona, o di Durazzo, o di Santa Maura. Arrogi che don Giovanni
stesso, concitato di grandissimo sdegno contro i Veneziani, per poco
stette a perdere la occasione per la quale il suo nome perverrà
immortale ai più tardi nepoti. Le galee veneziane scarseggiando di
soldati, parve bene a don Giovanni di fornirle con le sue genti italiane
e spagnuole; rimedio peggiore del male, conciossiachè non passasse
giorno che non ne nascessero tumulti, e risse, e zuffe sanguinose. Il
capitano Muzio da Cortona, posto sopra la galea di Andrea Calergi nobile
cretense, venuto a contesa con alcuni Veneziani, messa mano alla spada,
ne ferì parecchi; onde vi si fece tumulto, fu chiamato all'arme, e
volgendoglisi quanta accorse quivi gente veneziana allo incontro,
malamente il conciavano; ma il Veniero generale veneziano, come se ciò
non bastasse, lo fece prendere, e così grondante sangue senza
misericordia impiccare. Don Giovanni, estimando offesa la sua autorità,
era deliberato a tôrre una solenne vendetta contro i Veneziani,
rigettando gli argomenti co' quali Marcantonio Colonna e il provveditore
Barbarigo s'ingegnavano raumiliarlo. -- Ma Dio, che vegliava alla salute
nostra, operò sì che pervenisse col mezzo di certa nave di Candia la
nuova infelice della perdita di Famagosta; ed aggiungeva la fama, come
Marcantonio Bragadino e Astorre Baglioni, difesala valorosamente dieci
mesi, costretti per diffalta di munizioni e dalla impazienza dei
cittadini, l'avessero resa a patti onorati: ma il barbaro vincitore
rompendo la fede, ordinò prima, che al Bragadino si mozzassero le
orecchie, e poi fattolo trarre a vituperio sopra la piazza, dopo
inenarrabili strazii volle che lo scorticassero vivo; nè di ciò ancora
contento, riempita la pelle di fieno, la sospese all'antenna di una
galeotta, mostrando per la Soria e per le altre contrade del Turco lo
infame trofeo. -- Allora don Giovanni, chiusi gli occhi, e diventato
pallido in volto come per morte, parve uomo che avesse ricevuto una
percossa fortissima sopra il capo; e così stette alcun tempo: poi
componendosi a regale atteggiamento, si volse al Veniero pacato, e la
mano gli stendendo disse: -- Pace! noi non abbiamo nemici altri che i
Turchi. -- Quel sembiante, quelle parole, e il modo col quale furono
profferite, fecero raccapricciare gli amici che gli stavano attorno:
pensate quale effetto avrebbero sortito sopra i nemici! Marcantonio
Colonna, che gli era accanto, mi affermò che nella luce sinistra degli
occhi di cotesto magnanimo principe a lui parve leggere la morte di
ventimila infedeli. Il Veniero strinse la invitta destra, e la baciò, e
non potè ristarsi da esclamare fra i singulti: -- Disgraziato Bragadin!
Povero sangue! -- Spagnuoli, Tedeschi, e Italiani, deposta ogni ira, si
gettarono lacrimando le braccia al collo, si baciarono in bocca, e si
dissero: -- Pace! -- Quindi con súbita vicenda cacciandosi le mani fra i
capelli, percuotendo dei piedi la terra, con orribilissimo grido
urlarono: -- Arme, arme! -- Ed arme sia! -- rispose don Giovanni
recandosi in mano la spada nuda, che agitata traverso ai raggi del sole
parve mandare, e mandò certo vivissimi lampi di luce divina; ed ordinò
che sopra la sua galera spiegassero il gonfalone della Lega mandato dal
Pontefice, ov'era dipinto il Crocifisso con l'arme dei collegati sotto,
nel mezzo quella del Papa, a mano destra quella del Re, e a sinistra
quella dei Veneziani. Il vento, e non fu lieve auspicio di vittoria,
distese per l'aria il glorioso vessillo, per modo che pareva mani
invisibili lo tenessero tirato pei quattro lati; e don Giovanni
fissandovi gli occhi con pietosissimo affetto, esclamò: -- _In hoc signo
vinces!_ -- _In hoc signo vinces!_ -- esclamarono i prossimi; e queste
sacre parole, con prestezza prodigiosa propalate, vennero in un momento
dai più remoti legni ripetute. Il gran Commendatore di Castiglia, che
aveva dal Re mandato segreto di attraversare la impresa, sia che
considerasse quanto era grande pericolo mostrarsi avverso, sia piuttosto
che dallo impeto universale si sentisse stravolto, mutati atti e
sembiante, procedeva più animoso degli altri, e sovente mormorava: -- Da
Madrid si può comandare di starsi fermi, ma davanti il nemico non si può
obbedire! --
"Un altro successo nel quale vedemmo manifestarsi palese la mano di Dio
fu questo, che essendo i nemici lontani, e potendo schivare di venire a
giornata, e qualcheduno dei caporali loro avendolo con moltissimi
ragionari persuaso, allo improvviso giunsero le spie, le quali
avvisarono essere rimasto indietro il nerbo dell'armata cristiana.
Notizia che in parte era vera, ma accresciuta di mille doppi dalla fama,
avvegnadio si movessero tardi e non arrivassero in tempo le ventisei
navi capitanate da don Cesare Davalo d'Arragona, in quei tempi
dolentissimo per la morte del marchese di Pescara suo fratello, morto il
luglio avanti: il quale insieme con don Giovanni era stato proposto a
capo di tutta la impresa. Sopra queste navi andarono le fanterie
tedesche condotte dai conti Alberigo da Londrone, e Vinciguerra d'Arco,
per modo che essendosi vinta la impresa massimamente per lo sforzo degli
Italiani, a cagione loro non c'incolse diminuzione di gloria. -- Nel
medesimo errore condussero noi le nostre spie referendoci con false
notizie mancare nell'armata turchesca Aluccialì con ottanta galee. Così
da una parte e dall'altra maraviglioso era il desiderio di combattere,
parendo ad ognuno doverne avere la meglio. Alì Pascià del mare,
considerando spirargli prosperevole il vento, senza frapporre altro
indugio mosse tutta l'armata con fretta molta, ed ordine poco, dal golfo
di Lepanto. Il cavaliere Gildandrada, mandato innanzi a specolare,
tornava il sei di ottobre, che fu sabato, nel cupo delle tenebre, a
farci avvertiti dello approssimarsi dei nemici: navigammo tutta la
notte; e la mattina all'alba sette ottobre, giorno della festa di Santa
Giustina vergine, attingemmo le Curzolari, anticamente chiamate
Echinadi, distanti circa trentacinque miglia da Lepanto. In questa, ecco
tornare Giovanni Andrea Doria, avvisando si disponessero a combattere,
conciossiachè l'armata turchesca secondata dal vento stava per giungere
loro addosso. Allora don Giovanni con mirabile serenità comandò che
l'armata si mettesse in ordinanza, la quale fu questa: le galee si
divisero in centro, in corni, in vanguardia e in dietro-guardia, in
maniera che parevano disegnare la forma di un'aquila. -- Giovanni Andrea
Doria capitanava il corno destro con cinquantatrè galee, ed ebbe insegna
verde attaccata alla punta dell'antenna. Agostino Barbarigo condusse il
corno sinistro con altrettante galee, spiegando bandiere gialle dal
calcese. Fu preposto alla retroguardia don Alvaro di Baxan, marchese di
Santacroce, con trenta galee e bandiera bianca sopra la poppa, disposto
a soccorrere dove meglio ne apparisse il bisogno. Guidò la vanguardia
con otto galee don Giovanni di Cardona, portante anch'egli insegna
bianca. La battaglia poi, di sessantuna galea, governava don Giovanni
con bandiera azzurra in cima all'albero; e siccome presagivano che lo
sforzo disperato si sarebbe vôlto da questa parte, così posero a difesa
della galea reale, a mano destra, la Capitana del papa con Marcantonio
Colonna generale, Romagasso, ed altri cavalieri; a sinistra, la Capitana
veneziana con Sebastiano Veniero generale, appresso la quale era la
Capitana di Genova con Alessandro Farnese principe di Parma, e
dall'altra parte la Capitana di Savoia con Francesco Maria della Rovere
duca di Urbino: i lati di questa battaglia venivano chiusi a destra
dalla Capitana di Malta, a sinistra dalla Capitana Lomellina, dove
combatteva io stesso; -- avanti alla poppa della Reale stavano la
Capitana e la Padrona di Spagna col gran Commendatore. Ottimo
accorgimento poi fu, come dimostrò lo effetto, di porre le sei galeazze
veneziane, munite ognuna di quattrocento archibusieri elettissimi, di
sessanta cannoni di bronzo, di tormenti e di fuochi artificiali da
offendere, davanti forse un mezzo miglio i corni e la battaglia; le due
governate da Andrea Pesaro e Pietro Pisani di fronte al corno destro; le
due di Antonio e Agostino Bragadino, innanzi al sinistro; a capo della
battaglia le altre di Giacomo Guoro e Francesco Duodo. -- Ahimè! perchè
non mi arride un genio amico, e perchè non mi ascolta tutta la
Cristianità, per celebrare col canto, che eterna anche i mortali, quei
magnanimi che accorsero volontarii a prendere parte nella memoranda
giornata? Io pregherei la Madre di Dio, che non circonda la fronte di
allori caduchi in Elicona, a richiamarmi alla memoria i nomi tutti
degl'incliti che vinsero vivendo, e de' martiri che vinsero morendo; e
principalmente di questi, dacchè sebbene io creda che si delizino adesso
nelle sedi beate, pure il suono della laude torna più degl'incensi
gradito anche ai celesti. Ma non isfrondiamo l'alloro; che forse nascerà
chi con voce migliore valga a dispensare il meritato guiderdone a
cotesti generosi: così almeno giova sperare! Dalla parte opposta,
condotta dal vento greco-levante, che le spirava secondo, si avanza
l'armata nemica, occupando largo spazio di mare, frettolosa e scomposta,
come quella cui tardava sterminarci, e temeva le sfuggisse davanti una
vittoria certissima. Descriveva la forma di mezza luna: trecento e più
erano le vele. Alì Pascià generale di mare, e Pertau generale di terra,
guidavano la battaglia; Siroc governatore di Alessandria, e Memetbeg
governatore di Negroponte, il corno destro; il sinistro Aluccialì vicerè
di Algeri. La Reale turchesca non appariva meno gagliardamente difesa
della nostra, avendo ai lati sei galee principali, tre di qua e tre di
là, su le quali a mano destra erano Pertau, Mamud Rais capitano dei
Giannizzeri, Saderbei governatore di Metelino, e a sinistra Mustafà
tesoriere, Caracoza governatore della Velona, e Caragialì capitano dei
corsari. Don Giovanni, poichè ebbe veduta in ordine l'armata, sceso
dentro un agile legnetto, trasvolava di galea in galea, confortando a
combattere valorosamente con brevissime e fortissime parole, chè il
tempo, il luogo, e la indole dell'uomo non consentivano lunghe dicerie.
Corre fama che giunto sotto la Capitana di Venezia, nel vedere
Sebastiano Veniero, vecchio di settantasei anni, tutto cinto di elette e
splendide armi, col capo scoperto per canizie venerabile, acceso in
volto di stupendo ardore, confortare i suoi ad operare virtuosamente,
ammirando la bontà dell'uomo, gli gridasse: -- Padre! padre! benediteci
tutti!... -- E il Veniero guardando il cielo, quasi impetrando dall'alto
la facoltà di benedire, stese il braccio, e fece il segno della salute
esclamando; -- siate benedetti in nome del Padre, del Figliuolo e dello
Spirito Santo. -- Dalle galee usciva un fremito, annunzio di prossima
strage...."
-- "Io mi ricordo" interruppe Titta "che giunto sotto la nostra
Lomellina, ci fece un baciamano, e gridò: -- A voi non dico nulla,
uomini prodi, -- e sparì via...."
-- "I cappuccini e i gesuiti col crocifisso in mano, e con parole
ardenti sopra i labbri, senza paura del pericolo imminente, di su, di
giù, trascorrevano suscitando le ire, aizzando il furore, a tutti
concedendo remissione di peccati, e indulgenze amplissime, e speranza
certa di vincere, e preda infinita...." Quando don Giovanni si ridusse
al bordo della sua galea, gli occorse agli occhi una fregatina piena di
vigorosi rematori in atto di aspettare: ne domandava al governatore
della sua galea, il quale rispose: -- averla apparecchiata ad ogni
evento, perchè il principe potesse mettersi in salvo: -- e don Giovanni
fieramente: -- Affondatela; fo voto a Dio di volere piuttosto morire
combattendo per Cristo, che campare con vergogna. -- Al Commendatore,
che per debito di ufficio lo ammoniva ad avvertire meglio sopra il fatto
del combattere: -- Orsù, disse, il tempo della consulta è passato; ora
attendete ad operare il consultato. -- Ecco balena la Reale turchesca;
si spande il rimbombo dell'artiglieria: il segnale è dato, la Reale
nostra risponde; la battaglia è ingaggiata. Disegno dei nemici fu
spingendosi innanzi a forma di mezza luna col vento in poppa insinuarsi
nei nostri lati, passare alle spalle, e invilupparci dentro un cerchio
di morte. Le sei galeazze poco curarono, e quei prestanti Veneziani
imperterriti e fermi non fecero atto finchè non li ebbero a mezzo tiro
di archibugio; allora, di subito, e in un medesimo punto, spararono
trecento sessanta cannonate, e duemila quattrocento archibugiate!
L'orribile fragore sbigottì quei medesimi che lo avevano suscitato: il
mare si commosse come per burrasca, e le galee sospinte da urto
violentissimo presero a vacillare incapaci di governo; ma presto i
nostri si riconfortarono notando i danni del nemico, e caricati con
maravigliosa velocità gli arcobugi, continuarono a trarre
disperatamente. E io vo' che sappiate come in questa bisogna giovassero
i nuovi arcobugi a ruota, ch'essendo piccoli, e a maneggiarsi
accomodati, non era chi non isparasse almeno tre volte prima che i
nemici avessero sparato una sola con quei loro gravissimi: e tale fu il
primo momento della splendida vittoria. La virtù vinse il furore; e i
Turchi, mai più avvezzi a simili incontri, ebbero ad allargarsi laceri e
sanguinosi, a mutare ordine di battaglia e a dividersi in tre schiere
come la nostra armata.