-- e noi viaggeremo a cavallo...."
-- "A cavallo verrò ancora io!" disse con voce commossa Troilo. E Paolo
Giordano sorridendo rispose:
-- "Non te l'ho detto mica per offesa, Troilo; io mi credeva che tu
volessi continuare a farle quella buona e fedele guardia che tu le hai
fatta fin qui...."
E posto fine alle parole, tolto per mano Virginio, assicurando che
presto ritornerebbe accompagnato con onorevole corteggio di
gentiluomini, si dipartiva per andare a complire il suo cognato.
Partito che fu, Troilo e Isabella, com'è da credersi, con tutte le
facoltà dell'anima loro si fecero a pesare le parole profferite da Paolo
Giordano, e a sottoporre a minuto esame i gesti, gli sguardi, ed ogni
particolare sfuggito ad occhi meno veggenti dei loro. Così stavano
sprofondati nella indagine, che se in quel punto il terremoto avesse
scosso la città, non se ne sarebbero accorti, siccome corre fama, e si
legge per le storie, che avvenisse ai Romani e ai Cartaginesi
combattenti la battaglia del Trasimeno. Maravigliosa cosa poi fu questa,
che entrambi nel punto stesso ed in modo affatto contrario le
riflessioni loro concludessero, e mentre Troilo deponeva la paura,
l'altra dava l'addio alla speranza.
E senza adoperarvi il linguaggio delle labbra, con le infinite altre
favelle che la sembianza umana è capace di significare, si erano
manifestati a che cosa pensassero, e come il giudizio loro decidesse; e
poichè pur troppo si accorgevano non accordarsi, una voglia smaniosa si
era cacciata addosso a Troilo di conoscere più apertamente i sensi
d'Isabella. Ma licenziare i molti convenuti non pareva onesto, nè
prudente stringersi al cospetto di loro in segreto colloquio, ed era
pericoloso lasciare Troilo che continuasse cenni ed ammicchi, a tutti
sciaguratamente palesi, di volerle ad ogni costo parlare; ond'ella per
lo meno reo partito scelse andare presso una sua tavola; e quivi
recatosi in mano il canzoniere del Petrarca, cercò un sonetto, lo lesse
attentamente in prima, e incisa lievemente con l'ugna la parte della
pagina dove voleva che l'attenzione di Troilo si riposasse, lo lasciò
aperto, accennando dell'occhio al medesimo che si facesse a leggerlo:
poi, tolto motivo di non so quale parola profferita dagli astanti, provò
di mescersi nei loro colloquii, cosa che le venne conseguíta molto di
leggeri, come colei che era disinvolta e arguta molto. Troilo, quando
gli parve tempo convenevole, si accostò al tavolino, e lesse nel punto
segnato:
Ma del misero stato ove noi semo
Condotte dalla vita altra serena,
Un sol conforto, e della morte, avemo:
Che vendetta è di lui ch'a ciò ne mena;
Lo qual in forza altrui, presso all'estremo,
Riman legato con maggior catena.
Troilo fece spallucce, dicendo tra sè: -- Questa ormai gode reputarsi
spacciata; ma come non si scorge chiaro che Paolo Giordano è il più
lieto uomo del mondo? A costei piace, e giova, che tu vada lontano,
Troilo. Ma noi ci conosciamo di vecchio: e non mi sono mai sentito
disposto come adesso a starmi qui, e a vederne la fine. Che a me
convenga rendere la piazza, trovo giusto; e se la vogliono con una mano,
io gliela do con due: ma qui bisogna capitolare a patti onorevoli;
andare agli accordi con vantaggio; ed io intendo uscirne con tutti gli
onori della milizia, armi e bagagli, e non essere cacciato come un
vecchio fante di famiglia senza ben-servito. --
Nè andò troppo lungo tempo, che Paolo Giordano ricomparve accompagnato
orrevolmente, ma senza Virginio. Quando Isabella lo vide solo, le si
spense in cuore l'estremo alito della speranza, a renunziare al quale la
creatura umana con difficoltà infinita si conduce. Allora le parve
davvero sentirsi leggere in faccia la sentenza di morte. Ed è la morte
una molto terribile cosa per tutti, ma segnatamente poi per quelli che
da infermità fisica non si trovano disposti a patirla. Le corse un
brivido nelle ossa; le diventarono bianche le guance e la fronte; le
labbra le si crisparono pagonazze e convulse. E senza dubbio non si
vuole punto negare che bene il suo intelletto l'avvertisse, avvegnachè
non era da credersi che presente il figlio volessero usare violenza
contro la madre. Ella andò incontro a Paolo Giordano, e con una
espressione inenarrabile lo interrogò:
-- "Dov'è Virginio nostro?"
-- "Il fratel vostro lo ha voluto trattenere ad ogni costo: ha detto che
anche troppo egli è facile a svagarsi, e poi fa sudare acqua e sangue a
rimetterlo in carreggiata. Veramente mi parve ardua cosa ch'io non mi
abbia a godere il figliuolo mio dopo tanti anni di lontananza; ma voi
sapete che a me tocca tenere bene edificato il Serenissimo.... Però ha
promesso mandarlo per un giorno in villa accompagnato dall'aio...."
-- "In villa! Qual villa?"
-- "Al Cerreto."
-- "E quando?"
-- "Presto...."
-- "In villa lo manderà sicuramente, ma non al Cerreto.... Forse
domani..."
-- "Non mi ha detto domani...."
-- "No? -- Ma a me il cuore lo porge.... Ahimè! perchè non gli ho dato
il bacio dello addio?...."
-- "Temete che vi manchi tempo a baciarlo?"
-- "Credete voi che io avrò tempo a baciarlo?" domandò Isabella
cacciandogli addosso due sguardi da penetrare nei più intimi ripostigli
del cuore. E Paolo Giordano, mandando obliqui i suoi occhi, s'ingegnava
sfuggire da indagini e da contestazioni:
-- "Lo credo benissimo: o chi vi ha a tenere? E, in caso di oblio, noi
manderemo per esso. -- Orsù dunque, a cavallo; a che ci trattenghiamo
più oltre? Al Cerreto, alla pace.... alla quiete.... al riposo delle
durate fatiche.... ai dolci sonni!"
-- "_Stultum est somno delectari, mortem horrere, cum somnus assiduus
sit mortis mutatio._"
-- "Che andate voi mormorando, Isabella?"
-- "Tornavami al pensiero una sentenza di Seneca nel libro dei costumi
intorno al sonno, fratello della morte...."
-- "Come si addice cotesta citazione al caso nostro?"
-- "Niente." -- E due lacrime, -- due lacrime sole le proruppero dagli
occhi, non già scendendo giù per le guancie secondo l'usato costume, ma
schizzando a zampillo come l'ultima freccia scoccata dall'arco del
dolore.[93]
-- "A cavallo!..."
E i famigli istigati dalle premure di Titta, che ormai si erano accorti
avere ad obbedire come il duca, e più del duca con prestezza mirabile
apparecchiavano cavalli, carrozze, e un carro di masserizie non solite a
trovarsi in villa. Il maggiordomo don Inigo aveva domandato con la
solita brevità: -- Se avesse a caricare molte argenterie, e biancherie;
-- ma Titta gli rispondeva:
-- "Mai no, maggiordomo, chè io faccio conto che al Cerreto vi
soggiorneremo per poco."
E si posero in via. -- Il sole dardeggiava cocentissimo i suoi raggi;
tacevano i venti; non ispirava un alito, e la vampa infuocata del
tiranno dei cieli opprimeva le cose e gli animali. Le fronde degli
alberi stavano immobili, chè non fiato, non sospiro di vento osava
agitarle; le acque non mandavano il consueto mormorío; in tanto
silenzio, e in così grande solitudine, sole le cicale quasi ebbre di
calore si affaticavano nel canto fastidioso, che deve terminare con la
loro vita; e qualche ramarro traversando veloce più che saetta la via,
andava cercando un refrigerio di cespuglio in cespuglio: ad aggravare
l'affanno del cammino, sommossa dalle zampe dei cavalli sorge la
polvere, e ricade tenacissima sopra i capelli e le vesti dei cavalieri.
I cavalli, smarrita la solita vivezza, incedono anelanti, con le
orecchie dimesse, e giù pei colli e per le anche grondano sudore. --
Paolo Giordano acceso in volto, e molestato anch'egli da insopportabile
smania, dissimula non ostante il disagio, e dice con voce, che s'ingegna
fingere festosa:
-- "Questo bagno di sole ravvivare il sangue; l'uomo nato in terra
italiana doversi rinfrescare infaticabilmente il petto co' raggi del
pianeta del giorno; il calore essere padre di vita, anzi la vita stessa;
conciossiachè noi nasciamo caldi, e moriamo freddi;" -- e simili altre
novelle, alle quali attendevano pochi, rispondeva nessuno.
Intanto a grandissima pena giunsero sopra le sponde dell'Arno. Nei
giorni precedenti era caduto un rovescio improvviso di pioggia, che
sebbene avesse aumentato la intensità del calore, per modo che sembrasse
piovuto fuoco, nonostante l'Arno se n'era riempito, e menava le acque
grosse giù per la china. Chiamato il navalestro, accorse vedendo tanto
nobile e così inaspettata comitiva, e propose passarla in due volte;
molto più che le acque essendo gonfie, e la barca trovandosi pel
soverchio peso ad affondare di troppo, potevano correre il rischio di
qualche sinistro. Ma tutti si mostravano impazienti di valicare il
fiume, e sopra gli altri il duca; però scesi i cavalieri dai palafreni
loro, le donne dalla carrozza, entrarono in barca alla rinfusa con le
bestie e co' cariaggi, senza punto pensare alle parole del navalestro,
che non si rimaneva di ammonire. Paolo Giordano e Isabella si erano
condotti sopra la parte estrema della barca, che doveva prima toccare la
sponda, senza ricambiarsi parola. Paolo Giordano si pone a guardare
fisso le acque che scorrono; -- scorrevano quasi spinte da forza arcana,
e gorgogliando profondo pareva quasi si lagnassero della fuggevole
durata consentita loro dai fati. Allo improvviso, come se volgesse il
discorso a sè medesimo, favella:
-- "Queste acque, che mi passano con tanta furia davanti gli occhi, si
acquieteranno certamente nel mare; ma le anime umane, non meno
transeunti di queste acque, dove mai giungeranno?"
-- "Dove piacerà alla misericordia di Dio," risponde Isabella.
-- "Misericordia! Dite piuttosto dove le meneranno le opere e i meriti
che si saranno acquistate in questo nostro correre alla morte, che si
chiama vita...."
-- "Giordano mio, nessuna creatura umana presuma salvarsi mercè i suoi
meriti. -- Che cosa siamo noi, se Dio non ci sovviene?"
-- "Voi confidate molto nella misericordia di Dio?"
-- "Intieramente."
-- "Ma se i sacerdoti vi avessero chiarito imperdonabile....?"
-- "Non mi terrei per disperata, e vorrei udire io stessa questa parola
di rigore dalle labbra immortali del Padre di ogni carità...."
-- "Ma Dio è giudice e vendicatore; egli visita le generazioni, e
punisce i peccati dei padri nei remotissimi nepoti...."
-- "Noi conosciamo un'altra legge, e sta nel perdono, nella carità, e
nello amore; e quella beatissima donna di Santa Teresa chiama infelice
il demonio, perchè non sa perdonare, nè amare..."
-- "Domine aiutaci! -- Andiamo capovolti! -- Ve lo aveva detto io!"
Questi gridi interruppero improvvisi il colloquio. Subito dopo, ogni
cosa era paura e subuglio. La corda entro cui scorrevano le guide della
barca si ruppe; lo impeto delle acque sospingendola di traverso, stava
per sommergerla, priva com'era di quel sostegno: urgeva imminentissimo
il pericolo, diventato maggiore pei moti incomposti degli uomini e degli
animali: l'orlo della barca toccava già l'acqua; già stava per riempirsi
irreparabilmente.
Paolo Giordano in quel trambusto non solo non parve che se ne
spaventasse, ma anzi ne godesse, e con un grande urlo esclamò:
-- "Tutti allo inferno!"
Ma il navalestro fu in tempo a cacciare la stanga dalla parte ove la
barca minacciava affondare, e questa ristette a un pelo dallo sparire
sotto acqua. -- Riparato così al subito pericolo, gli altri sovvennero
il navalestro; e adoperandovi le forze riunite, valsero a tenere ferma,
sebbene con fatica, la barca: allora un garzone con altra corda in mano
si gittò nel fiume, e superata la corrente mise piede sul greto, e con
l'aiuto di qualche villano, che aspettava dall'altra riva per
traghettare, tirando la corda di cui un capo era rimasto legato alla
barca, la condusse in luogo di salute. Scesero, e al navalestro, che col
berretto in mano andava ricordandosi alla memoria loro, che parevano ai
sembianti fratelli germani dell'oblio, Isabella guardandosi addietro,
parlò:
-- "Perchè ci hai salvato? Molti sarebbero morti innocenti, che ora
andranno dannati."
E Paolo Giordano:
-- "Perchè ci hai salvato? Chi te lo aveva detto? E chi te lo aveva
domandato? Saremmo iti allo inferno senza pure accorgercene."
Troilo e gli altri lo guatarono in cagnesco. Il dabbene uomo pensava
trasecolare. Rimaneva ultimo don Inigo, tutto nero, pallido in volto,
truce negli sguardi. Se agli occhi del navalestro gli altri sembrarono
il demonio, questo pareva la versiera: ormai in cuor suo aveva fatto una
croce sopra la mancia sperata; nonostante per non mancare al costume si
mosse per chiedergliela, ma la voce gli venne meno a fiore di labbra.
Don Inigo gli sbarrò addosso due occhi per cui il navalestro dette
indietro tre passi, e don Inigo col medesimo sembiante lo incalzava pure
sempre, e quegli sempre indietro. Don Inigo si cacciò la mano sotto il
giustacore; e l'altro, temendo che ne traesse daghetta o pugnale, si
tenne per ispacciato; ma invece ne cavò due bellissimi ruspi, e glieli
porse. Il navalestro non si fidava, ma l'amore del danaro vinse la
paura; si accostò, e stese anch'esso la mano aperta, ma tremante. Don
Inigo lasciò cadervi dentro i ruspi senza dire parola; li prese l'altro
senza fiatare: quegli volse le spalle al navalestro, il navalestro a
lui, che correndo a gambe verso la barca, non si tenne sicuro finchè non
vi si trovò dentro. Allora aperse la mano, sospettando che le monete
fossero diventate di piombo, siccome suole accadere, giusta la volgare
credenza, di quelle che vengono coniate nella zecca infernale; ma di
oro, come gli parvero prima, così anche adesso gli parevano: ad ogni
modo se le chiuse bene in saccoccia esclamando:
-- "Io le farò benedire, perchè se non era la Tregenda quella che ho
passato poco anzi, vo' che mi si dica non essere io il navalestro del
Petroio!"
Eccoli giunti a Cerreto-Guidi; eccoli giunti a piè delle ardue cordonate
per le quali si perviene faticosamente in cima alla villa.
Villa! Sì certo così chiamavano e tuttavia chiamano il fabbricato che fu
una volta proprietà d'Isabella Orsini a Cerreto-Guidi. Bellissima colà
ride la natura, e fa di sè lieta mostra, e nonostante gli uomini
mettendovi sopra quelle funeste loro mani sono giunti a renderla luogo
di terrore: un poggio che lasciato stare intatto sarebbe stato quanto
altro mai delizioso e leggiadro, fasciarono di mattoni e di pietre, e lo
convertirono in fortilizio. Quattro scali ripidissimi, due per parte,
conducono alla sommità: i primi formano angolo a piè del colle, e si
distendono a destra l'uno, l'altro a sinistra; i secondi prendono
principio là dove questi terminano, e si riuniscono in angolo davanti la
piazza del palagio. I muri vengono giù a scarpa, tutti di mattoni di
colore vivacissimo, sicchè paiono pure ora tinti di sangue: le bozze, i
cordoni, e gli orli dei parapetti sono di pietra di Gonfolina; i primi
scali attraversano quarantadue cordoni l'uno dall'altro assai più di un
gran passo discosto, i secondi di quarantatrè; il poggio sotto è
scavato, e l'uomo vi si avvolge per tortuosi sotterranei. In mezzo alla
muraglia occorre parimente di pietra una immane arme; ma le palle
medicee, o per provvidenza di tempo, o per opera umana caddero, come
cadde la famiglia dei Medici, come cadde la potenza di lei, come
cadranno tutti i potenti del mondo nel sepolcro. A cui più tardi, a cui
più presto, ma a tutti fatalmente sovrasta l'autunno, imperciocchè noi
siamo fronde attaccate all'albero del tempo, e il tempo anch'egli è
fronda peritura della eternità. Ma caduti gli uomini, e spente le cose,
avanza la fama, la quale comecchè vecchia e zoppa, non muore mai, nè si
ferma; e sebbene tardi, arriva sempre a raccontare ai posteri i vizi e
le virtù dei trapassati. Vissero tristi potenti, che le strapparono la
lingua, e crederono averla resa muta: ma la lingua della fama rinasce
come la testa della idra; e Dio non consente che venga Ercole per lei,
avvegnachè la mandi sopra questa terra a modo di precursore della sua
tarda, ma inevitabile giustizia. --
Il palagio contiene una sala vastissima terrena: in fondo ha un arco, e
dalla parte destra dell'arco mediante larghe scale di pietra si ascende
al primo piano.
Entrati appena a mano destra, occorre un quartiere. Entratevi, andate in
fondo, ed ecco troverete una stanza che fa cantonata: uno dei lati,
quello di fianco, guarda mezzogiorno; l'altro di facciata, ponente.
Adesso ha una sola finestra sopra la facciata; nel tempo della nostra
storia ne aveva due. La seconda si apriva nel lato di ponente: vi sono
due porte: una grande, e palese; l'altra piccola, e segreta, una volta
coperta dalla tappezzeria di damasco verde. Io ho misurata la stanza, e
la trovai dieci passi lunga, e sette larga. Nel muro vidi uno armario
profondo, di cui nessuno si accorge dove non guardi attentamente:
voltate in su gli occhi al soffitto altissimo; avvertite, sono sedici
travicelli, che posano sopra un trave maestro.... Ma non è per farvi
contare i travi e i travicelli, che io vi persuado a voltare in su gli
occhi; no in verità: badate bene, là sotto il trave maestro accanto al
terzo travicello, contando dalla parte parallela alla facciata, e
osserverete un fóro....
Ricordate cotesta stanza, e quel fóro. -- Corrono ormai
duecentosessantotto anni che quel fóro sta così....
Cerreto fu detto dalla copia dei cerri che ombravano il colle e
larghissimo tratto di paese, come Frassineto dai frassini, e Suvereto
dai sugheri, e Rovereto dai roveri.[94] -- Ora dove andarono i cerri?
L'occhio del passeggero cerca invano un albero sotto del quale riposare
il capo riarso dalla vampa del sole, e non unicamente a Cerreto, ma per
quanto si distende la Toscana, e perfino sopra i gioghi ardui degli
Appennini, ogni giorno più scarsi s'incontrano gli alberi. -- Oh! ella è
pure trista necessità quella di spogliare la terra di tanto stupendo
ornamento. Sparirono le selve, e con esse le Driadi, e le Amadriadi, e i
Fauni, e i Silvani, e l'altra amabile famiglia di cui le popolava la
fantasia dei poeti; sparirono le selve, e con esse i cavalieri erranti,
le lancie corse, le imprese onorate, le fate, i nani; e le regine della
bellezza di che le faceva liete la immaginazione dei romanzieri. Le
Ninfe dei boschi seguitarono al mare ululando i tronchi diletti, e li
raccomandarono alle Vergini oceanine, non altramente che se fossero
stati figliuoli dilettissimi: e le oceanine Vergini ne presero cura, gli
foggiarono in navi, gli ornarono di vele candidissime come le ale dello
smergo, dettero loro la velocità dello albatro, la vaghezza dello
alcione; poi con le mani e con gli omeri nudi ne spinsero la poppa; e i
venti secondi, gareggiando con le Ninfe, soffiarono dentro le vele, e si
compiacquero distendere pel cielo azzurro la bandiera della nostra
contrada.
La nave, percorso mari intentati, portò arti, riti e insegnamenti di
ordinario vivere civile a popoli sconosciuti e selvaggi, e la bandiera
della contrada era salutata nelle remotissime spiagge come un segno di
salute. Ahimè! questo è un desiderio che ormai non potrebbe più andare,
quantunque volendo, adempito. La patria ha perduto la chioma dei suoi
boschi, in quella medesima guisa che le greche vergini si recidevano i
capelli sopra le tombe dei diletti defunti. I nostri alberi furono
convertiti in navi, ma non per noi; i venti ne spiegarono la bandiera,
ma non era la nostra; sostennero battaglie, ma non per le sorti della
patria; andarono cariche di merci, ma non raccolte nelle nostre
campagne, nè dalle mani nostre fabbricate: bene furono condotte per mari
ignoti a traverso inusitate procelle e immani pericoli da italiani
uomini, ma di coteste imprese altri raccolse il frutto, e alla patria
venne una sterile rinomanza. Nazioni barbare ci comprano i boschi,
mentre presso di loro il ferro si astiene dalle querce sotto le quali i
Druidi celebravano i misteriosi sacrificii. -- Ahi! gente trista, che
vendi tutto, e potendo venderesti anche il tuo sole e il tuo cielo,
perchè, se in te non hai parte alcuna di ardimento o di gloria, diseredi
i tuoi nipoti? Perchè, non contenta della tua vilezza, apparecchi ai
tuoi figli una eredità di vergogna e di lacrime? Qual giudicio ti
aspetta oltre la fossa, dacchè i figliuoli si accorgeranno di avere
avuto genitori soltanto dal male che ne ricevono!
Ma Cerreto allora andava ombroso di copia di cerri, di olmi, di lecci,
di querce e di alberi di ogni maniera; e per quei boschi volavano di
ramo in ramo fagiani, francolini, ed altre infinite famiglie di uccelli;
per le frasche saltavano caprioli, daini, cervi, e lepri, e cignali;
sicchè era luogo sopra ogni altro adattissimo alle cacce, delizia
suprema della vita dei principi.
Mentre Isabella sorretta dal suo consorte poneva il piede sopra lo
scalo, inciampò nel primo cordone, e ne sentì acerbo dolore; onde
voltasi a Paolo Giordano sorridendo mesta gli disse:
-- "Malo augurio è questo: un Romano tornerebbe indietro."[95]
E Paolo Giordano, non occorrendogli alla mente nulla di buono, si
tacque, sforzandosi a sua posta di ridere.
Giunti nel palagio, ognuno andò nelle sue stanze; il duca in quelle
ov'era la camera dal fóro qui sopra descritta, attendendo alle mondizie
della persona.
Fatto ch'ebbero lavacro delle membra con acque odorifere, cambiate le
vestimenta, acconci i capelli, si ridussero nel piazzale avanti il
palagio.
Il sole privo di raggi sembrava un occhio insanguinato, e lo emisfero da
quella parte offriva l'apparenza di un lago di sangue. Immenso spazio di
paese si distendeva davanti ai nostri personaggi, chè da quella sommità
in gran parte i contadi di Firenze, di Pistoia, di Volterra, di Pisa, di
Colle, di Samminiato, e perfino di Livorno, si scorgono. Gruppi di case
si vedono su per quei poggi dintorno come gregge di capre alla pastura;
dai casolari s'innalzavano diritte colonne di fumo, e voci di canzoni
melanconiche si diffondevano per la campagna, alle quali rispondevano
alla lontana altre voci del pari piene di mestizia. Da una nuvola nera
di tratto in tratto guizzava una lingua di fuoco simile alla spada
dell'Arcangelo vendicatore nascosto per avventura là dentro. Il sole
intanto si attenua.... adesso pare una margine di ferita.... è sparito!
Isabella, mossa da impeto irresistibile, sporgendo ambe le braccia con
l'abbandono disperato col quale vediamo sparire sotto la terra i
dilettissimi nostri, esclamava:
-- "Addio, o sole, addio!" -- E con le mani si coperse la faccia.
-- "Addio a domani," riprese Giordano; "e fa di levarti con meno tristo
sembiante di quello col quale ci abbandoni. Belle campagne, amiche
selve, ozii beati, pur torno alfine a godervi, nè io sarò per certo a
lasciarvi sì presto. Io sono stanco di correre dietro alla gloria, che
mai si raggiunge; o se si raggiunge, quando l'uomo pensa di stringere un
sommo bene, torna con le mani vuote al petto. Io voglio deliziarmi nelle
domestiche dolcezze, le sole veraci nel mondo. Mi rendo in colpa, e vi
domando perdono, Isabella, e mi vi lego con giuramento di non lasciarvi
mai più. Mercè vostra, se io tornando a casa non vi comparvi straniero;
grazie sieno alla bontà egregia della indole vostra, se dopo tanti anni
riducendomi a voi mi fate credere di essermi partito pure ieri. Il mio
cuore è infermo; a voi sta guarirlo affatto dalla febbre dell'ambizione,
che lo ha travagliato mai tanto."
E Isabella lo guardava, e sorrideva mesta senza aprire labbro; ma
Troilo, che le parole reputava vere, consolandolo favellava così:
-- "Ora come potete dire avere speso i vostri giorni invano? voi in
cento battaglie avete raccolto tanta mèsse di allori, da coronarne due
Cesari; e per tacere delle altre, a Lepanto, combattendo fortissimamente
vi acquistaste tal nome, che la storia registrerà con orgoglio nelle
eterne sue pagine. Deh! vogliate appagare il mio lungo desiderio:
narratemi le vicende di cotesta battaglia di giganti."