I penitenti rimasti attorno al confessionale aspettarono lunga ora che

Padre Marcello ritornasse; ma poichè videro riuscire le dimore vane,

alcuni si fecero in Sagrestia per domandarne: ne ricercarono in cella,

in libreria, e non lasciarono luogo senza tentarlo; non lo trovarono.

Cominciando ad accogliere qualche sospetto, presero voce fuori del

Convento, e raccolsero che taluno pensava averlo veduto in via del

Diluvio, col cappuccio tirato sopra gli occhi, camminare come un uomo

cui prema sollecita cura; a tale altro era parso vederlo passare per

Borgo a Pinti così avacciando il cammino, che spesso intricandosi nei

lembi della tonaca accennava cadere. -- Dove poi fosse andato

ignoravano, e neppure avrebbero potuto immaginarlo. Cresceva la

maraviglia, non senza mescolarvisi un poco di paura. Il Priore mandò

alcuni zelanti dell'Ordine perchè con bella maniera s'informassero dai

gabellieri delle porte: andarono, ricercarono quanto meglio potevano

sottilmente, ma nessuno valse a somministrarne notizia. Intanto, fra le

indagini, il terrore, e il dolore, passò la giornata; parecchie ore

della notte si successero, e i frati stavano adunati nel refettorio, chi

pregando, chi col suo vicino favellando: i più animosi si offerivano

salire in pulpito, ed annunziare ai popoli la sparizione e forse il

martirio del Padre Marcello; i timidi confortavano ad aspettare, a

vedere meglio, a non precipitare: quanti erano capi, tante le sentenze,

come avviene ove si accoglie una congrega di uomini dubbiosi a

deliberare sopra qualche dubbiezza; -- quando di repente fu sentito un

languido squillo del campanello della porta di strada. Assorsero tutti

come un uomo solo, chè forte vedemmo in ogni tempo essere lo spirito di

corporazione, e s'incamminarono, senza che ne rimanesse indietro pure

uno, verso la porta. Chi narrerà convenientemente le lacrime, i gridi di

gioia, le accoglienze amorose, i reiterati abbracciari, i baci, e tutte

le altre dimostrazioni di affetto in che proruppero i nostri Frati,

quando videro ricomparire il loro Padre Marcello? Egli a tutti rispose,

tutti abbracciò, e baciò: gli scorrevano sul volto dolcissime lacrime;

ma quel suo volto compariva stravolto, e impresso così profondamente da

qualche interno corruccio, che moveva a un punto compassione, e paura.

Parlò breve, e disse: -- "Avere corso un pericolo grandissimo; essere

vivo come per miracolo: dovere la vita alla misericordia di Dio, e per

certo ancora alle preghiere dei suoi fratelli: nella pienezza del cuor

suo ringraziarli, e supplicarli a volerlo accompagnare in chiesa per

rendere mercede al Sommo Dio, che con aiuto tanto visibile lo aveva

soccorso in cotesta acerba avventura."

Andarono, e ringraziarono Dio; poi Fra Marcello si restrinse col Priore

a parlamento, dove avendo considerato il caso, e quello che poteva

nascere, a scanso di scandali crederono bene pel momento dare luogo al

tempo, e tenersi in disparte, perchè non ne venisse danno a Frate

Marcello, e all'Ordine: partisse per Roma, e subito; colà a cui spettava

partecipasse lo strazio e il mal governo che si facevano alla Chiesa di

Dio, confortasse a prendere solleciti provvedimenti, e tornasse poi

gagliardo degli aiuti del Pontefice contro questi falsi cattolici, i

quali trascorrevano in atti per tal modo nefandi, da cui i luterani

medesimi compresi da orrore avrebbero aborrito.

Titta fu quegli, che riconducendo il Frate incolume a notte inoltrata al

Convento, aveva mantenuta fedelmente la promessa.[90]

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[83] Morbio, _Storia dei Municipj italiani_.

[84] Fu accennato altrove, e si riporta nella edizione del _Reggimento

delle Repubbliche_ di Fra Girolamo Savonarola, fatta a Pisa dai

Caparro, in principio.

[85] Favole.

[86] Legge crudele contro alle congiure e ai banditi, pubblicata sotto

Cosimo I, e dal nome del suo autore Spolverini chiamata così.

Galluzzi, _Storia del Granducato_.

[87] Gli obelischi erano inalzati al Sole. In Ammiano Marcellino si

leggono tradotte in latino le iscrizioni dedicatorie al Sole del

grande obelisco di Roma.

[88] Eliano, _Storie varie_.

[89] Petrarca.

[90] _Il signor Prof. Giuseppe Arcangeli, persona dotta e proba, si

compiacque dettare sopra il personaggio del Padre Marcello il

commento seguente, che pubblichiamo ad istanza del signor F.-D.

Guerrazzi, desideroso di mostrare in questo modo il conto ch'ei fa

delle qualità intellettuali e molto più morali del signor Prof.

Gius, Arcangeli._

_L'Editore._

Il Padre Marcello, o più comunemente Marcellino, fu così chiamato,

come i Frati costumano, da San Marcello sua patria: ma alla

Religione il suo vero nome fu quello di Evangelista, ed al secolo

di Lorenzo. Nacque d'Adamo e d'Agata Gerbi, nella suddetta Terra,

capo-luogo della montagna pistoiese, nel 1530, anno fatale alla

Repubblica di Firenze. Questa famiglia Gerbi pare che fosse fra le

potenti della Terra: perocchè leggo nella Cronaca del capitano

Domenico Cini come fino dal 1488 seguitando la parte dei

Cancellieri era venuta a fieri scontri coi Calestrini seguaci della

Panciatica; tantochè i Fiorentini deliberarono per l'amor della

pace di bandire i capi delle famiglie rivali co' più animosi de'

lor consorti. Ma pensando dall'altro lato che il cacciare le due

parti avrebbe spopolato la Terra, vollero che il bando fosse per

una sola, e rimisero la cosa alla sorte. Toccò la peggio ai Gerbi,

i quali costretti a lasciare la dolce patria, vollero almeno che

una durevole memoria di loro vi rimanesse, e fondarono perciò un

benefizio sotto il titolo della Visitazione, di cui fino ai dì

nostri è stato investito uno dei Gerbi. Alcuni si ripararono nei

monti del Frignano nel Modenese: altri andarono a cercar la ventura

nel regno di Napoli. Pare però che dopo la cacciata di Piero dei

Medici alcuni ripatriassero, finchè, vinti i Cancellieri nella

fatal battaglia di Cavinana, ne doveron partire novamente. È

probabile che il padre del nostro Marcello perisse, in quella

battaglia, e gran parte della fortuna sua fosse predata dai

vincitori, perchè il medesimo ci racconta come viveva soletto

coll'afflitta madre, la quale avvezza a più prospero stato non

poteva sostenere di buon animo la povertà. Da giovinetto si rese

frate di San Francesco nel convento di Giaccherino presso Pistoia;

e mostrato per tempo il suo potente ingegno, fu dichiarato

cittadino pistoiese, e per questa via ebbe un posto di grazia per

l'Università di Parigi fiorente allora pei teologici studj. Nei

quali si avanzò maravigliosamente, vi sostenne diverse tesi, ed

ebbe laurea con plauso da quel solenne collegio. Preceduto dalla

buona fama, ritornò tra i suoi frati, i quali lo adoperarono in

ufici gravissimi e principalmente nell'apostolico ministero. Quale

e quanto vi si mostrasse ce lo direbbero, senz'altre prove, le

generose parole che riferisce la Cronaca pubblicata dal Morbio,

opportunamente riportate in questo libro dall'autore. E il Dondori,

nel ragguaglio che ci dà assai minuto della vita del nostro frate,

allude a questo coraggio narrandoci alla sua rozza maniera, _come

il P. Marcellino fece una grande esagerazione, e discese a

riprensioni molto vive: e Francesco I disse che bisognava lasciarlo

predicare, perchè era mandato da Dio a riprendere i peccati non

tanto colla parola, quanto colla vita esemplare. Ed invero, segue

sempre il Dondori, predicava con franchezza e autorità e libertà

grande, sicchè non era nessuno che non sentisse ancora palpitare il

cuore e non impallidisse pieno di spavento_. Questa tolleranza

medesima usata sul principio da Lorenzo il Magnifico verso il

Savonarola, avevala adoperata pel nostro P. Marcello anche Cosimo

primo, il quale udendolo predicare in Duomo con apostolica libertà,

faceva le viste di compiacersene, e come raccontano di Luigi XIV a

riguardo di Massillon, così diceva ai cortigiani che

l'attorniavano: _ecco come si vorrebbono tutti i predicatori_. Anzi

per farselo amico, eraselo scelto a confessore: e due volte volle

farlo vescovo, prima di Volterra, poi di Cortona. Ma l'austero

frate ricusò quell'onore costantemente, come più tardi ricusò da

Gregorio XIII il cappello cardinalizio. Quantunque spendesse gran

tempo nel predicare, recandosi in vari paesi d'Italia, pure non

dismesse mai gli studj; e quando ebbe fermata la stanza in Roma,

molte furon le opere che egli scrisse, a dichiarazione specialmente

delle Scritture. Rimando alla _Biblioteca pistoiese_ dello

Zaccheria chi avesse curiosità di saperne i titoli e l'edizioni.

Citerò solo un'opera assai curiosa, la _Metamorfosi d'un virtuoso_,

che pubblicò col pseudonimo di Lorenzo Selva. È un Romanzo degno in

molte parti d'esser paragonato alla eleganza squisita del

Firenzuola. L'autore sotto il finto nome di Acrisio vi discorre

probabilmente molti casi della prima sua giovinezza, trattenendosi

in special modo a descrivere una fanciulla bellissima dell'animo e

della persona, la quale onorava come la più cara immagine della

virtù, anzi (dice nel proemio) come la virtù stessa. Bellissime

sono le descrizioni della montagna di Pistoia, con frequenti

allusioni storiche, con aneddoti e novelle graziose, e con poesie

sparse qua e là di tanta vaghezza e semplicità, da rimanertene

lungamente nell'animo la dolcezza. Eppure questo libro è pochissimo

conosciuto anche da quelli che si dilettano di studj eleganti.

_Habent sua fata libelli._ E sì che fu letto avidamente appena vide

la luce, e se ne ripeterono quattro edizioni. L'ultima notata dallo

Zaccheria è la fiorentina del 1615 scorrettissima e scemata di

qualche passo ardito contro il miserabile fasto spagnuolo, piaga

dolorosa fra le tante che in quel tempo affliggevan l'Italia. Il P.

Marcello non smesse mai finchè visse di predicare. Il popolo romano

accorreva sempre ad udirlo. Sentendo avvicinare il suo fine,

annunziò in Araceli l'ultima delle sue prediche; e il giorno

dell'Epifania dell'anno 1593, pallido ed abbattuto salì sulla

cattedra che avea fatto coprire d'un velo nero, e cominciò colle

parole di Giobbe: _Sto et non respicis: clamo et non exaudis_. Era

il generoso dolore di Dante quando gridava: _Son gli giusti occhi

tuoi rivolti altrove?_ Dopo la predica si pose giù colla febbre, e

poco dopo cessò di vivere, nell'età sempre fresca di anni

sessantatrè. Per non lasciare addietro nessuna cosa di lui, io dirò

pure (e me ne sappian grado i devoti e i romantici) che per

l'autorità sua si cominciò in Roma a suonare la campana de' morti

alla prim'ora di notte, pia costumanza che si distese ben presto

per tutta Italia. -- Un ritratto del P. Marcellino trovasi nel

Convento di Giaccherino presso Pistoia, ed un altro in tela,

rimasto obliato lungamente in una soffitta, è stato finalmente

collocato nella Sagrestia della Chiesa Propositura di S. Marcello.

Questo è l'unico monumento che rimanga di lui nella patria. Chi ne

bramasse più distese notizie, ricorra al Dondori nella _Pietà di

Pistoia_, allo Zaccheria nella _Biblioteca Pistoiese_; finalmente

ai _Santi Pistoiesi_, opera del Canonico Ferdinando Panieri. La più

compiuta notizia fra quante ne sian pubblicate fin qui sarà data

sicuramente nella _Biografia pistoiese_ che Enrico Bindi e Giuseppe

Tigri preparano con diligentissimi studj; la quale, quando sia

favorita siccome merita dai nostri concittadini, non tarderà a

comparire, recando onore grandissimo alla nostra città ed

incremento non lieve alla patria letteratura.

_Giuseppe Arcangeli._

CAPITOLO NONO.

LA MORTE.

Pues esta noche ha da ver

El fin de my desgravio

Medio mas prudente, y sabio

Para acabarlo de hacer.

Leonor (ahi de my) Leonor

Bella como licenciosa

Tan infeliz como hermosa

Ruina fatal de my honor.

Leonor, que al dolor rendida

Y al sentimiento postrada

Dexò la muerte burlada

En las manos de la vida,

Ha de morir......

_Calderon de la Barca._

Un servo arriva affannoso, e avvisando la duchessa, che lo

eccellentissimo signor duca ha fatto capo alla strada con la sua nobile

accompagnatura; dopo pochi istanti ne sopraggiunge un altro, avvertendo

che il duca entrò nel cortile, che scese, e che a questa ora messe il

piede sopra le scale. La duchessa, quando ebbe ciò udito, sorse in

piedi, e circondata dai gentiluomini di famiglia, dalle damigelle, e

dalle donne, tenendo al fianco Troilo, composta la fronte a serenità,

richiamando, e Dio sa con quanto ineffabile sforzo, un sorriso sopra le

labbra, mosse nè frettolosa, nè lenta, con bella e dignitosa leggiadria

verso il marito.

S'incontrarono in cima alle scale: si gettarono le braccia al collo; si

baciarono reiterate volte, e parevano commossi profondamente, ed invero

erano: -- ma da quali affetti commossi? Questo poteva vedere solo Dio.

-- Ai circostanti sembrava che la commozione nascesse dal desiderio

lungo di rivedersi adesso appagato, dal piacere di riunire le membra di

una famiglia con troppo danno separata; insomma dalle domestiche gioie,

delle quali gli uomini fanno così poco conto quando le possiedono, con

rammarico inestimabile le piangono perdute, e con tanta esultanza a

pochi fortunatissimi è dato potere riacquistare. E sciolto dagli

amplessi della consorte, il duca, come colui che di modi gentileschi era

copiosamente adornato, strinse la mano a Troilo, lo baciò e abbracciò,

gli altri di casa non pose in dimenticanza, che all'opposto gli

accarezzava e chiamava a nome, di loro e delle famiglie con molta

premura interrogava, mostrando avere conservato buona memoria di tutto,

e di tutti.

Ridottisi quindi nelle secrete stanze, il duca, la duchessa e Troilo,

Paolo Giordano favellò:

-- "Parmi bene, Isabella, che noi mandiamo subito ad avvisare il

Serenissimo vostro fratello, affinchè ci sia cortese di farci

accompagnare a casa Virginio nostro: -- troppo mi tarda vederlo. Io so

bene ch'ei ci cresce rigoglioso, e si mostra dispostissimo ad ogni

maniera di esercizi che si addicono ad un principe grande; e lasciando

del mio sangue, nascendo dal vostro, che ha onorato il mondo con tanti

uomini virtuosi in armi e in sapere, non poteva essere a meno.... Ma

qual gioia provata per messaggio o per lettera può uguagliare quella che

deriva nel cuore paterno dal vedere la cara immagine, e dallo udire la

soave voce del figlio....!"

-- "Giordano, ho già provveduto. La madre conosce i desiderii del padre

prima assai che dal suo cuore s'incamminino verso le labbra."

-- "Dilettissima mia.... che cosa vi dirò io? Abbiatene mercè. O come

consola questa aria di casa, che posso chiamare veramente mia! Come

questi affetti scendono soavi sopra l'anima, e paiono un fiato di

primavera, che sgombri ogni nuvola di tristezza, di cure moleste, e di

rancore. Sì... sì, l'aria dei campi aperti, e della vetta dei monti,

quella marina che mi pungeva la faccia il giorno della battaglia di

Lepanto, non dirò che non mi tornassero faustissime, e gradito anche mi

fu il fremito della battaglia, e il lampo del sole su per le armi

cristiane gloriosamente diffuso, e sopra ogni cosa accetto il grido

superbo della vittoria;.... ma tu, aria di casa mia, -- aria di casa mia

-- io non ti ho trovato altrove....!"

-- "Però non si ottiene fama seggendo in piuma, come dice il Poeta; e

voi avete aggiunto un monumento nobilissimo di laude alla onoranza

inclita di casa vostra. Certo è impresa ardua assai fare crescere quello

ch'è tanto in alto; solo concedesi alle aquile cominciare il volo dalla

cima delle Alpi..."

"Novelle! Il Poeta vostro a senno mio avrebbe potuto rassomigliare molto

meglio la gloria al fumo in aere od alla spuma nell'acqua.[91] Pace,

riposo, è il sospiro incessante dell'uomo. Quanto più gagliarde noi

formiamo le cose nostre, o le imprese; quanto più acri ci mordono le

passioni, il tempo vi esercita sopra il peso dell'ale, e con maggior

prestezza uomini, cose, e rinomanze, e cuori distrugge. Questa potenza

fa come il vento, che le più alte cime più percuote; e la bufera, che

schianta la rovere sopra il dorso della montagna, usa mercede alla viola

nella vallata... Io sono vecchio....!"

-- "Ahimè! Credete voi forse che le passioni più capaci a scompigliare

il cuore umano sieno quelle che occorrono nei campi, o nei parlamenti?

Spesso nelle stanze dorate, e sotto le cortine di damasco si accendono

tali fiamme, da disgradarne, non che altre, quelle dello inferno...."

-- "Checchè sia degli altri, ecco qua, io ho il volto pieno di rughe, e

a voi il tempo con la calugine delle estreme sue penne ardì appena

lambirvi l'angolo degli occhi."

-- "Egli è forse il volto solo, che invecchia? Non sapete voi, che

l'uomo sopravvive talvolta a sè medesimo? Ignorate voi, che sovente il

cuore ci sta dentro il seno come un morto nella bara? Ahi! Giordano, per

la morte di Dio io vi giuro che i dolori da voi patiti nello starvi

lontano dalle pareti domestiche non furono punto più gravi di quelli che

soffersi io rimanendomi qui in casa derelitta, e sola. -- Io ravviso nel

mio pallido volto i segni della rovina dell'anima. -- Non impugnate;

cessate di negare facendo cenno col capo: io possiedo un amico rigido,

che nè per minaccia, nè per supplicazione, nè per mercede vuol cessare

dal dire la verità; che infranto in mille pezzi assume mille lingue per

ripetermela più importuna che mai; che dovrebbe bandirsi di corte,

poichè non si vuole piegare a lusinghe, e non pertanto è arnese del

quale noi non possiamo fare a meno.... E si chiama -- come ormai avete

indovinato -- Specchio...."

-- "No in verità, io non mi era apposto; e giusto andavo mulinando col

cervello chi mai si fosse questo Anassarco di corte...."[92]

-- "Il magnifico messer Virginio!" annunziò un paggio alzando la cortina

della porta; e subito dopo fu visto entrare un giovanetto sul finire

della adolescenza, di mirabile sembiante, grave nei modi, e vestito di

colori oscuri.

Avete voi veduto quel feroce animale chiamato giaguaro come si lanci

orribilmente dal suo nascondiglio sopra la preda aspettata? Nemmeno io

l'ho visto, ma fate conto che con isbalzi punto minori Paolo Giordano si

precipitasse sul figlio Virginio; conciossiachè in quei tempi le

passioni certo non sempre piacevoli si dimostrassero troppo più spesso

che non faceva mestieri, o gioconde, o feroci, ma veementissime sempre,

e in quella guisa che il vento Simoun manda sossopra le sabbie del

deserto, sovvertivano i sentimenti dell'anima. Lo strinse convulso, lo

baciò pei capelli, pel volto, e pel seno, lo tenne lungamente nelle

braccia, quasi con gli amplessi lo soffocava, come il boa nelle sue

spire il nemico: -- geloso, aborriva che altri della sua gioia

partecipasse: lo tirò in disparte, lo guardò fisso fisso negli occhi, e

poi rompendo in dirottissimo pianto, tra i singhiozzi esclamò:

-- "Oh figliuolo mio! mio sangue vero! Speranza e orgoglio della nobile

casa Orsina!"

Meravigliarono tutti; e Virginio, invece di corrispondere a così

stemperate dimostrazioni di affetto, stavasene a modo di sbigottito, e

guardava la madre desideroso di più soavi amplessi; ma il padre

s'ingegnava assorbire tutta l'attenzione del figlio, e tra la madre e lo

sguardo del figliuolo s'ingegnava interporre la sua persona. Alla

perfine Virginio si sciolse da coteste ardenti carezze, e volò nelle

braccia che la madre gli tendeva aperte, e si ricambiarono uno

abbracciamento lungo e dolcissimo, il quale io in questa terra non

saprei rassomigliare che ad un altro amplesso dato da madre amorosa a

figliuolo diletto; nè forse lassù in cielo gli amplessi degli angioli

davanti il trono dello Eterno superano in affetto quelli materni.

Paolo Giordano guardò con occhio pieno di mestizia quelle due creature:

il suo cuore si sollevò in un sospiro che compresse a mezzo, e respinse

verso la sua sorgente; poi gli occhi gli si offuscarono di sangue e di

bile, e li volse trucemente contro Troilo; il quale annichilito teneva

fitti i suoi sopra il pavimento. Non si ha da dubitare, che se Isabella

e Troilo non fossero stati in quel punto preoccupati, la prima nella

esultanza del figlio, e l'altro dai rimorsi della coscienza, in quei

così spaventevoli sguardi di Paolo Giordano avrebbero letto la propria

condanna, avvegnachè rivelassero lo inferno.

E come se sopportasse impazientemente che così si tenessero congiunte

due anime destinate a separarsi presto, piuttosto geloso di uno amore

che voleva e intendeva avesse a diventare tutto suo, chiamato a sè con

voce alquanto acerba Virginio, gli disse:

-- "Esaminarti come tu sii valoroso in lettere a me non appartiene, chè

di siffatte novelle io comprendo poco; ma dimmi su, come maneggi un

cavallo? come tratti tu l'arme? Ti fanno paura le spade?"

-- "Provate!...."

-- "Di grandissimo cuore." -- E Paolo Giordano fece portare da un

famiglio gli arnesi necessarii alla scherma, ch'egli non lasciava mai

indietro, come colui che si sentiva peritissimo in questo esercizio. Qui

cominciarono uno assalto oltremodo furioso, in cui se Paolo Giordano si

mostrò, com'era naturale, di maggiore lena del figlio, questi alla sua

volta di agilità pari alla paterna, e per i suoi anni veramente

maravigliosa.

-- "Troilo!" esultante Paolo Giordano esclamava, "Troilo, in fe' di Dio,

è una delle migliori spade ch'io mi abbia trovato fin qui. Fatemi

grazia, Troilo, provate un po' anche voi; nei tempi, te pure, o Troilo,

estimavano franca spada i nostri capitani."

-- "Nei tempi! -- Ma adesso mi sento sgagliardito. Oh! quanto era meglio

che mi fossi condotto anche io a far procaccio di bella fama, o di morte

onorata...."

-- "E che? Troilo, guardando casa mia, avreste voi per avventura

acquistato vergogna?...."

-- "No... ma egli mi sembra che sarebbe stato più desiderabile trovarmi

alle Curzolari...."

-- "Troilo, io voglio che sappiate che in ogni parte, e in ogni ufficio

dove uomo si porti da cavaliere leale, può guadagnarsi onore... -- Ora

via, fatemi contento, provate."

E Troilo provò; ma il braccio gli tremava, e valeva appena a sostenere

la spada: si tenne sopra le difese, e in breve, come svogliato, declinò

la punta:

-- "Non sono più quello di prima; morì di me gran parte. Se Dio mi

concede vita che basti, ho deliberato andare a ritemperarmi nella

religione di Malta...."

-- "Farete opera meritoria, Troilo: e giova adesso lo andare, che il

sommo Pontefice ha compartito indulgenze larghissime a chiunque si muova

per combattere contro gl'infedeli. Voi siete stanco di oziare, io di

travagliarmi; e ambedue cerchiamo nuovi modi di vita. Così va il mondo:

non ci acquietiamo mai nelle sorti presenti; facciamo come gli infermi,

che dando volta ora su questo, ora sopra quell'altro fianco, s'ingegnano

confortare il loro travaglio. Io non so se il sepolcro ci darà fama; ma

certamente il sepolcro solo varrà a darci riposo. -- Ma che parlo io di

sepolcro! E perchè voi siete così mesti nei sembianti? Questo è giorno

di esultanza, questo è uno dei giorni che spiana più di una ruga sopra

la fronte e sopra il cuore: godete! Io mi sento il più lieto uomo della

terra. La mia casa deve risonare di grida festose.... Giubbilate! vi

scongiuro, giubbilate! -- io vi comando...."

-- "Credete voi che la gioia possa comandarsi come una colonna di

fanti!" parlò con voce languida Isabella.

-- "E qual cosa impedisce ch'ella non venga spontanea?"

-- "L'anima nostra prende agevolmente l'abito della mestizia, nè può

lasciarlo così di subito come noi altre donne facciamo di un velo o di

una cintura. E poi, si danno gioie modeste e segrete, che all'aria

aperta svaporano, che voglionsi custodire a modo del fuoco di Vesta

dentro il sacrario della anima..."

-- "No, viva Dio! io amo la franca e viva gioia, amo il giubbilo

fragoroso che si compiace dei fuochi, si diletta dei banchetti e dei

festini, i fiori e i suoni desidera. -- Ben venga l'allegria, che

s'indora co' primi raggi del sole matutino, e si rinfresca di rugiade,

pei prati discorre e pei boschi, dietro le fiere si affatica. -- In

campagna, su, in campagna: dentro queste prigioni che chiamano città,

non possiamo respirare a nostro agio: una oppressura stringe il petto, e

affanna il cuore. Costà vedremo se vi riuscirà continuare nella

mestizia. -- Io voglio vedervi lieti: io vi farò tutti contenti, o non

sono Paolo Giordano Orsini duca di Bracciano. -- Isabella, sentite: ho

deliberato recarmi a complire il Serenissimo fratello vostro: prenderò

meco Virginio; e resagli, come per me si conviene, debita onoranza,

torrò commiato subito, e ci ridurremo senza porre tempo tra mezzo a

starci in villa, al bel nostro Cerreto. Quivi sono ombre, e fiere, e

macchie; colà scorrono copiose e fresche acque: quindi l'occhio si

delizia sopra grandissima parte di questo paradiso terrestre che le

genti salutano col nome di Toscana. -- Nessuno speri gustare le dolcezze

domestiche meglio che per la quiete dei campi, o all'ombra delle

foreste; e noi colà ci sentiremo felici. -- Non vi piace così, Isabella?

Certo, voi accogliete troppo entusiasmo nell'anima per negarmi questo.

Marito io di poetessa, apro il cuore allo spirito della poesia...."

-- "A me gradisce quanto piace a voi, signore mio; -- pure, considerate

come faccia grandissimo caldo, e avreste minore fastidio camminando di

notte...."

-- "Sì veramente, che qui respiriamo noi! -- Non sentite, che pare che

piova fuoco? In Firenze non capisco più il sole: durante il verno,

scivola così di nuvola in nuvola, come un fallito che mescolandosi nella

calca s'ingegni sottrarsi al donzello della Mercanzia; nella estate poi,

ci sta conficcato come un chiodo, e le vuole il bene che portò al suo

figliuolo Fetonte.... E poi ad uomo di arme ha da recare fastidio il

sole? -- Che ne di' tu, Troilo?"

-- "Salvo vostro onore, acconsentirei allo avviso della duchessa...."

Isabella Orsini, duchessa di Bracciano · 第 20 / 25 段