vento; ma anche simili molini, quando la stagione corre propizia,
macinano grano, e bene. Per uscire da questo vespaio, non ci è altro
rimedio che farlo incappucciare; -- e non ostante mi sembra una grande e
nobile creatura. L'Aretino non era degno di legargli il calzare; -- però
di mutamento non è più tempo, e mi bisogna lasciare il trave tarlato per
paura che non rovini la casa.... -- Eccoci al punto!.... Davver davvero,
io commetto un solenne tradimento: ma gettato sul mucchio delle mie
cattive opere, non ne crescerà il volume.... E poi, guai a cui gli
torcesse pure un capello.... Alfine non si tratta di cosa grave; poche
ore di chiusa, co' migliori comodi che sapesse mai desiderare.... E gli
chiederò perdono..., ed egli come umanissimo me lo concederà.... --
Così tra sè mulinando, vide esser giunto alla posta; ch'era lo sbocco
della via del Mandorlo: allora accostatesi le dita della mano destra
alle labbra, ne trasse un fischio acutissimo, e allo improvviso, senza
sapere donde fossero piovuti, staccandosi quasi dalle pareti delle case,
ecco apparire quattro uomini, che circondarono il frate. Padre Marcello
sentendosi infiammato di subita ira, stese la mano, e forte stringendo
il braccio a Titta, con voce commossa gli disse:
-- "Tu mi tradisci!" -- Ma indi a poco ridivenuto mite, in suono
mansueto gli aggiunse: "Dio ti perdoni. -- _Domine, in manus tuas
commendo spiritum meum._"
-- "No, Padre mio, non dubitate; noi non vogliamo farvi un male al
mondo. Io ve lo giuro per la Santissima Nunziata, che sendo qui presso,
come vedete, può dirsi in certo modo che mi ascolti. Noi non abbiamo
bisogno della vostra vita, ma sì della vostra cappa. Noi vogliamo per
qualche ora diventare voi, senza però che voi cessiate essere voi. Voi a
tempo debito sarete ricondotto al convento come una sposa. Intanto, voi
non potreste venire innanzi se prima non consentiste a farvi bendare gli
occhi..."
-- "Fate... Assai più gravi oltraggi ebbe a soffrire il mio divino
Maestro. Non mi dolgo per me, ma io mi addoloro per quelle povere anime
allo esizio delle quali io troppo bene mi avveggo che voi tramate
qualche opera di tenebre...."
E porse il capo alla benda, studioso di evitare più che per lui si
potesse i contatti della gente tristissima. Bendato il frate che fu, e
assicuratisi bene che non potesse vedere, lo condussero nella piazza
della Santissima Nunziata, dove aggiratolo per tutti i lati, affinchè
non si addasse del cammino per lo quale intendevano avviarlo, percorsa
la via dello Studio, e la piazza di San Marco, lo messero dentro al
casino.
Condottolo in una stanza apparecchiata all'uopo, che corrispondeva al
giardino di cui le finestre però erano state chiuse con saldissime
imposte inchiodate esternamente, Titta esitando, che quasi sentiva
venirsi meno il cuore all'atto inverecondo, con una voce dimessa così
favellò:
-- "Padre, non vi sia grave se vi tolgo la cappa di dosso...."
-- "Guarda, che tu commetti sacrilegio, e se Dio ti cogliesse in questo
punto di mala morte, tu ruineresti irreparabilmente nello inferno...."
-- "Padre, _in primis_, protesto ch'io già nol faccio per recarvi
oltraggio; poi mi obbligo solennemente a riportarvela fra non molte ore;
ed infine, essendo il caldo grandissimo, io non mi persuado come possa
commettere tanto brutto peccato liberandovi per alcun poco di tempo da
così grave cilizio...."
-- "Quando io vestiva questo abito, giurai che non lo avrei deposto
finchè mi durava la vita...."
-- "E voi non rompete il giuramento, imperciocchè patite violenza, e non
vi concorre per nulla la volontà vostra...."
-- "Ma perchè mi usi violenza? In che cosa ti nocqui? Dove mai ti
conobbi?"
-- "O Padre, avreste dovuto accorgervi ch'io violentato adopro
violenza..."
-- "Se conosci il male, perchè non te ne astieni?"
-- "Arduo sarebbe stato prima di ora: adesso poi, impossibile."
-- "Sciagurato! Io ti compiango. Quando mi riporterai questa veste, sarà
macchiata di sangue: forse ad occhio mortale non comparirà quel sangue,
ma Dio lo vedrà: un'anima cristiana starà allora davanti al suo trono, e
chiederà vendetta.... e l'avrà...."
-- "E fosse la sola!" mormorò Titta. -- "Padre, l'ora si fa tarda,
datemi la vostra cappa...."
-- "Oh! prendimi, prendimi piuttosto la vita...."
-- "Io vi ho detto abbisognare noi della vostra cappa, e non della
vostra vita: io, quanto più so e posso, mi raccomando umilmente,
affinchè non consentiate che noi vi mettiamo le mani addosso. --
Toglieteci la necessità di questo estremo; anche noi obbediamo a cui può
molto più di noi. E non obbedendo, saremmo tutti morti...."
-- "Ebbene, strappatemela di dosso; -- e Dio rimeriti colui che n'è
cagione a misura delle opere."
Titta e gli altri si strinsero attorno al frate, il quale per quanto gli
bastarono le forze fece prova resistere: ma in breve rimase superato,
come colui che di piccola lena era: e troppo lo vincevano i suoi
avversarii. Avuta la cappa, si allontanarono frettolosi, come lupi che
ghermita la preda s'intanino; e Padre Marcello, accortosi dal silenzio
essere rimasto solo, si tolse la benda.
Vôlti attorno gli sguardi, vide una stanza ornata di pitture egregie, ed
insigne di opere di scoltura condotte in marmo e in bronzo; vide
apprestato un letto magnifico, una tavola coperta di varie ragioni cibi
e bevande, ed i doppieri che tramandavano vivissima luce: ma da tutte
queste cose torse gli occhi contristati, e li posò sopra uno
inginocchiatoio dove gli occorse un crocifisso e un libro, che dalla
mole gli parve, ed era, un messale. Col cuore pieno si gettò davanti al
crocifisso, e si sciolse in lacrime amare.
Egli pianse, conciossiachè comunque piissimo uomo ei si fosse,
nonostante anche in lui quel di Adamo vivesse; pianse la ingiuria atroce
sofferta e il sacrilego strazio; pianse l'offesa fatta a Dio; pianse per
l'anima o anime a cui aveva compreso ordirsi tradimento; e fervorose
inalzava le preghiere perchè il Signore sorgesse, e agli empii la sua
virtù dimostrasse. Certo non fu mai con voti più ardenti supplicato un
miracolo, nè con maggiore fede atteso, nè da casi più urgenti voluto: ma
a cui poteva operarlo piacque diversamente.
----
Le stelle incominciavano a farsi meno spesse nel cielo, quando dallo
interno della chiesa di Santa Croce, vicino alla porta maggiore della
facciata, fu udito un fragore di chiavi, e un muovere di passi pesanti.
Subito dopo, tutto di un tratto tirarono il catorcio. Un frate converso
sporse il capo guardando a destra e a sinistra, lo sollevò fiutando
quasi la vivida aura matutina, e stropicciandosi presto e forte le mani
esclamò: -- bella giornata! -- Poi salutato di nuovo con uno sguardo il
firmamento, rientrò in chiesa investigando se le lampade fossero rimaste
accese; e poichè, sebbene accese, un lume così fioco tramandassero, che
parevano presso a morire, si affrettò verso la sagrestia per infondervi
nuovo olio.
In questo mezzo, un altro frate, strisciando lungo le mura, s'introdusse
sospettoso e furtivo in chiesa per la porta maggiore, e con presti passi
si accostò ad un confessionale sotto l'organo, lo aperse, e vi si chiuse
dentro.
In fede di Dio, cotesta apparizione avrebbe cacciato addosso lo spavento
ai meglio animosi, imperciocchè al passare di dietro le colonne della
navata del tutto scomparisse, e allo improvviso attraversando il raggio
delle lampade appese agli archi, una figura nera e lunga pel pavimento,
sopra la parete si vedesse trascorrere veloce come una fantasima.
Non andò guari, che da più parti convennero alcuni devoti ed alcune
devote, recando in mano quale la lanterna, e chi il torchietto, che
l'aria quieta non valeva ad agitarne neppure la fiammella, e tutti si
accolsero, a modo che i colombi fanno alla pastura, intorno al
confessionale di sotto l'organo. -- Cominciano le confessioni: ma in
quel giorno, con maraviglia non piccola dei devoti, Padre Marcello
pareva avere messo da parte la consueta mansuetudine. Poco udiva, meno
favellava, e negli atti e nelle parole troppo appariva diverso da quello
che era.
A certa madre, che si accusava avere maledetto il figliuolo perchè si
fosse ardito di batterla, disse: -- "Ha fatto bene, conciossiachè ora vi
castighi per non averlo voi o voluto o saputo castigare quando era
tempo."
A tale, che ricevuto in deposito del danaro da uno amico, aveva nei
proprii bisogni convertito la pecunia depositata, e domandava adesso
perdono e consiglio, rispose brevemente acerbo: -- "Gettatevi in Arno."
Vi fu una femmina, che confessava essere troppo inchinevole alle ire, e
intemperante di lingua, per cui spesso tra lei e il marito correvano di
brutte parole, e si empiva di subuglio la casa; ond'ella dalla carità
del frate supplicava sapesse indicarle rimedio efficace: e il frate
senza più: -- "Chiedetene alle cesoie."
Ad altra donna, che esposta una serie di peccati non piccola, minacciava
andarsene per le lunghe, ruppe la parola di bocca interrogando: --
"Quanti anni contate voi? -- Sessantacinque, Padre, come viene
ferragosto. -- Meglio per voi; così, dacchè voi non sapete lasciare il
peccato, presto il peccato lascerà voi."
A tale, che con lacrime molte si accusava avere tradito un suo parente
facendogli la spia agli Otto, chiuse dispettoso lo sportello in faccia,
esclamando: -- "Largo è lo inferno!"
E prima che io termini, piacemi riportare quanto egli disse a un
curiale. -- "Padre, favellava il curiale, in certa lite nella quale
sentiva avere il torto, ingannai l'avversario, e mi riuscì ottenere una
sentenza favorevole." -- "Figliuolo mio, le difese forensi mi paiono
talvolta partite a primiera giuocate fra due professori di carte. Poco
male! Peccato più, peccato meno, ci vorrebbero più argani a tirare su
un'anima come la vostra in paradiso, che non ne abbisognarono per
portare le campane in cima al campanile: è tempo perso; potete
andare...."
Se via se ne andassero i penitenti sbigottiti non è da domandare. --
Cotesto, pensavano essi, vorranno dire santo uomo? Lui teologo sommo, e
in divinità dottissimo? Lui a conoscere le infermità capace, a trattarle
pietoso, a guarirle unico? Più che di altro costui ha sembianza di uomo
di arme; e meglio del cappuccio sopra la testa, o del breviario nelle
mani, gli starebbe una barbuta e una spada.
Allo improvviso, due donne avvolte dentro ampissima mantiglia di seta
nera, curando poco la turba, che genuflessa e stipata stava intorno al
confessionale, trapassano; e mentre una occupa la nicchia del penitente,
l'altra in atto di preghiera le si pone ai piedi. La turba sentendosi
così urtare senza compassione, non che osasse lamentarsi, si scansa
rispettosa, dicendo: -- "Coteste hanno ad essere due grandi signore; --
passano, e pestano!..."
-- "Padre!" comincia colei che tiene il confessionale.
Il confessore si agitava commosso visibilmente, e si recando alla bocca
un lembo della cappa, e quello stretto tra i denti rispondeva:
-- "Dite su!..."
-- "Padre!...." -- E la parola per continuare mancava. Il confessore,
non più impaziente, ma aspettato spazio convenevole di tempo, riprende
sommesso...
-- "Dite su!"
-- "Padre mio, è egli ben vero che Dio a qualunque grande peccato
perdoni?...."
-- "Questa è la colpa più grave della quale avreste potuto per avventura
accusarvi. Avete voi bene esaminata la vostra coscienza? Siete voi
disposta a non celare nulla dei vostri atti e detti, opere, omissioni,
pensieri, insomma senza restrizione nulla? Ricordatevi che Santo
Agostino insegna, la confessione essere plenaria dimostrazione della
infermità interna per isperanza di ottenerne guarigione; e comecchè
questo sia moltissimo, tuttavolta non basta, e si richiede un cuore
contrito ed umiliato: -- questo cuore contrito portate voi? Se così è,
come vi auguro, parlate; l'uomo si stancherà prima di peccare, che la
misericordia di perdonare..."
-- "_Amen_, Padre mio, _amen!_ Io parlerò confidando nel perdono, non
già perchè io possa meritarlo, ma perchè, come mi dite, è grandissima la
divina bontà. Io sono figlia, madre, sposa, e cittadina del pari
colpevole..."
-- "Bene!"
-- "Cittadina, poco giovai: a molti nocqui, e se pure ad alcuno feci del
bene, io sento come mi movesse meno la perfetta carità, quanto una pompa
vana di comparire soccorrevole. Io non celai alla mia sinistra la
elemosina data dalla destra; anzi mi piacque che lo sapesse il mondo, e
che per la gente se ne favellasse..."
-- "Questo non è merito, ma non peccato. Voi avete comprato fama
terrena: coteste elemosine voi non troverete registrate nei libri del
paradiso. _Recepisti mercedem tuam_, avete ricevuto la vostra mercede. È
la carità del Fariseo; quella che ai giorni nostri maggiormente costuma.
Gli uomini adesso danno un soldo a suono di tromba, lo avvisano con le
campane, ne fanno appiccare i cedoloni sopra tutti i canti... Vanità di
vanità! dice il predicatore. Fate conto dunque che le vostre sieno
partite saldate..."
-- "Nè figlia porsi ascolto ai consigli del padre, nè ai suoi
ammonimenti obbediva. -- Io non ho da vivere sempre -- egli diceva: --
ma lui e me avventurosi, se mi avesse dato meno consigli, e, Dio faccia
misericordia all'anima sua, esempi migliori!"
-- "E sposa?..."
-- "Sposa! -- La natura mi largiva un dono funesto: fantasia
ardentissima, voglie irrequiete, disposizione maravigliosa a imparare e
a ritenere. Tutto quanto è capace ad esaltare la mente e ad infiammare
il cuore io appresi, e con passione esercitai. Nudrita di delizie,
festeggiata, e lusingata sempre con parole soavi; circondata da lascivie
e da costumi rotti ad ogni maniera d'intemperanza; data in moglie ad un
uomo che io non conosceva, nè egli mi conosceva, poco ci andammo a
genio, meno ci amammo: egli soldato, io cultrice delle Muse. Un giorno,
oppresso da insopportabile fastidio il mio marito partiva: doveva
rimanere lontano tre mesi, e vi stette tre anni. Io volli presumere
troppo di me, e la superbia mi prese. Poi mi piacque immaginare un fato,
che sola la mia mente concepiva, una passione invincibile nudrita
unicamente dalla mia fantasia, e creando, e dirò quasi imprestando ad un
uomo di per sè nullo le qualità di perfezione che io sognai per gli
estri della poesia... fabbricai con le mie mani lo abisso ove caddi... e
mi perdei. Quando io mi svegliai, vidi la mia casa piena di obbrobrio, e
davanti a me uno abiettissimo uomo, e me più abietta di lui, però che a
lui mi fossi sottoposta. -- La mèsse della colpa fu da me largamente
raccolta, lacrime senza fine amare, e dolori ineffabili, e disprezzo di
me, e pentimento tardo pur troppo, ma immenso, profondo, e tale insomma,
che io credo che il Signore possa avere veduto lo uguale, superiore non
mai..."
-- "E molte furono le volte che commetteste adulterio?" insisteva con
voce roca e lenta il confessore.
-- "O Padre, basta... non ricercate più oltre, se non volete vedermi
morire di vergogna ai vostri piedi."
-- "Bene! -- Ma lo adultero eravi forse congiunto per sangue? Come si
chiama egli?..."
Dove meno fosse stata in quel punto commossa Isabella, le volava di
bocca il nome di Troilo: ma incapace a formare parola, avendo dovuto
riprendere lena, pensò non solo non correrle obbligo di rivelare il nome
del complice, anzi all'opposto la carità imporle di tacerlo
religiosamente; per la qual cosa, allorchè il confessore tornava a
insistere:
-- "L'adultero è per avventura vostro congiunto? Come si chiama egli?"
Ella risoluta rispose: -- "Io accuso me, non gli altri. Questo non posso
dirvi, nè voi potete domandare, nè io vi dirò...."
-- "Come! questo è di sostanza! Secondo i gradi della parentela il
peccato muta specie, ed aggrava notabilmente. Ed io vo' che avvertiate,
due essere le parentele; naturale la prima, spirituale la seconda, che
nasce dal tenere al sacro fonte una creatura..... Onde per gius
canonico, vedete, il cugino -- a modo di esempio -- del vostro marito vi
sarebbe congiunto in secondo grado, e lo adulterio diventerebbe incesto,
peccato che offende più Iddio, e molto maggiormente disturba gli ordini
del vivere civile..."
-- "Ahimè! Di quanto orrore mi penetrate voi le ossa...."
-- "Ora dunque parlate: vi è parente costui?"
-- "Voi vi siete apposto... Cugino..."
-- "Cugino!"
-- "Nè qui finisce..."
-- "No?"
-- "Madre infelice... un figlio."
-- "Un figlio? E come si chiama? E quanti anni ha?"
-- "Pochi mesi...."
-- "Non anni, è vero... non anni?"
-- "No, mesi; ma ciò che importa?"
-- "Assai..."
-- "E siccome egli non è per lato di tutti i genitori ai suoi fratelli
fratello, così io lo bandiva dalla mia casa, non già dal mio cuore."
-- "E dove lo mandaste? Dove si trova egli?"
-- "Questo non importa che io vi dica, o Padre. Ho fatto come l'aquila;
gli ho apprestato il nido in parte ove non può arrivarlo maltalento
umano. In quanto alle sostanze, il mio figliuolo legittimo non ne patirà
jattura, avendolo provveduto co' danari donatimi dal mio defunto padre,
che morendo mi lasciò casamenti, e poderi, e gioie di molto valore..."
Qui si rimase alcun poco in silenzio: considerando poi come il tempo
incalzasse soggiunse:
-- "Adesso, Padre mio, mantenetemi la promessa. Io non vi ho taciuto
nulla, vi ho aperto la mia infermità: sanatela voi; profferite la parola
prodigiosa che mi ritornerà la innocenza perduta, e mi farà degna di
confidare nel perdono; apritemi le porte del paradiso; datemi, voi che
lo potete, l'oblio.."
E poichè il Frate non rispondeva, la donna continuava smaniosa:
-- "Perchè tacete, o Padre? È così grande peccato il mio, che il Signore
nei tesori della sua misericordia non sappia ritrovare perdono? Non lo
negava Pietro? Non lo perseguiva Paolo? E non pertanto furono vasi di
elezione, ed apostoli delle genti! Io per me non chiedo tanta grazia; mi
basta un frusto di pietà, una stilla di refrigerio e di oblio.
Scioglietemi dal peccato, salvatemi dalla mia disperazione. Io so che
_in articulo mortis_ voi potete assolvere anche dai casi riservati. --
Sentite, fate conto ch'io sia in transito; credetelo, io mi trovo in
agonia; poche più ore mi avanzano per vivere: presso alla tremenda
partita, voi non mi potete negare il viatico di speranza e di perdono,
per cui l'anima s'incammina al tribunale di Dio, dove tremando e
confidando aspetta che venga confermata la sentenza del sacerdote che lo
rappresenta sopra la terra..."
E il Frate non rispondeva.
Isabella torna a supplicare, a interrogare, e a piangere; ma sempre
invano. Il confessionario vocale diventò silenzioso come un sepolcro.
Allora Isabella presa da impazienza stese la mano, e la cacciò dentro
alla tribuna occupata dal confessore, tentando incontrarlo nel cieco
aere: ella temeva che qualche male improvviso lo avesse incolto. Quali e
quanti fossero la sua maraviglia, il suo cordoglio, e il terrore, quando
conobbe a prova scomparso il Frate, sel pensi chi legge. Un ghiaccio le
strinse il cuore; e appena dalla gola chiusa mandando un singulto, cadde
priva di sentimento sopra lo inginocchiatoio.
E bene le giovò avere vicina madonna Lucrezia, la quale occupata poco
dai propri pensieri porgeva attenzione grandissima alle cose
circostanti; imperciocchè accorse con subita premura, e adoperando
accortamente ogni mezzo per farla risensare, l'ebbe in breve ora
ricondotta agli uffici consueti della vita.
Isabella da una parte pensando tutta fremente al pericolo corso di
empire di scandalo la chiesa, e di darsi a conoscere; e dall'altra
parte, con ispavento punto minore vedendo diventare il giorno chiaro, si
appoggiava al braccio di madonna Lucrezia, e quantunque vacillasse, pure
con presti passi quindi si tolse.
Venuta all'aria aperta, levò gli occhi al cielo, e vide una dopo l'altra
scomparire le stelle, non come fiaccole spente per forza di vento, ma a
modo di splendori che godono confondersi dentro fuoco più grande: --
così le anime umane, emanazioni della Divinità, sciolte dalle membra che
le legano, amano mescolarsi nel seno immenso di Dio. Dalla parte di
oriente, un tenue velo di vapori colorato di oro circondava Firenze la
bella, simile a una Madonna dei suoi immortali pittori, circonfusa del
nimbo radiato. La natura con tutte le cose create, come un citarista
versa da tutte le corde della lira un torrente di melodia, levava al
Creatore l'inno della mattina: non vi era oggetto, non animale che o con
la preghiera, o col voto del cuore, o con la letizia dello sguardo, o
col profumo, o col canto verso il cielo, non si avviasse a salutare il
Padre della luce, e un murmure indistinto si diffondeva lontano lontano
quasi fremito della vecchia terra che si rallegrasse nel sentirsi
scaldare le membra intirizzite dal benefico calore. Salute, primogenito
del pensiero di Dio, salute, o Sole, imperciocchè nulla sia morto
davanti al tuo cospetto, e ogni cosa palpiti e si ravvivi, e dagli
stessi sepolcri dove giacciono i miei cari defunti tu estragga fiori,
ornamento delle chiome di giovani amanti, e di donne innamorate.
Isabella levò gli occhi al cielo, e tornò il sorriso al suo pallido
volto, e piegando la faccia alla plaga donde il sole nasceva, così
favellò:
-- Come bella è la vita! -- Ma per goderla bisogna possedere giovanezza
di anni, e giovanezza di cuore, e innocenza, ed entusiasmo; bisogna
essere tali da reggere il paragone con gli effluvii dei fiori, col canto
degli uccelli, con le tinte dell'ale della farfalla, con la esultanza
dei primi raggi matutini. O vita! Dacchè come fui non potrei goderti,
sofferirti come io sono non voglio: chi cessò di regnare getti la
corona; il manto reale rimasto sopra le spalle a cui mancò il regno, è
peso e ignominia. Ma la morte mi si approssima forse desiderata, come
l'ombra dell'albero al viaggiatore che cammina fino dall'Ave Maria per
lande infocate sotto la sferza del sole? Mi accosto alla morte col
desiderio del pellegrino stanco, che vede a sera tra lo incerto chiarore
del crepuscolo spuntare il campanile del suo villaggio? Posso dire al
sepolcro: -- Tu sei il mio sposo? Mi aspetta oltre la soglia della vita
pace? Sì, mi aspetta la pace, avvegnachè io abbia amato, sperato, e
sofferto molto. Di un'altra cosa mi pento, ed è di avere desiderato di
porre un mediatore tra me e il mio Dio. Il sacerdote mi ha respinto dal
tempio: a me basta che tu, o Creatore di tutti, non mi respinga dal
cielo. Io mi confesso a te, o Signore; tu non abbisogni di
dichiarazioni, perchè con uno sguardo mi hai scandagliato l'anima, e
penetrato nelle mie midolle. -- Vorrei che il mio spirito movesse verso
di te sul primo raggio che sta per isgorgare giù da quel monte.... Ma
dove questo non possa farsi, tieni aperte le braccia, o Signore, perchè
non istarò molto a ricovrarmi sotto le grandi ali del tuo perdono. --
----