sollevandola, e scuotendola da una spalla all'altra siccome era suo
costume, riprese con voce risoluta:
-- "Ebbene, questo delitto non contaminerà le carte della storia: la
casa nostra non avrà la sua Clitennestra; e dove voi, Troilo, vi
avvisaste concepire sinistro disegno sopra la vita del vostro cugino,
guardatevi! Io lo difenderò con tutte le mie facoltà; eziandio con la
vita...."
-- "Isabella, voi non potete separare la vostra fortuna dalla mia: noi
volenti strinse per poco lo amore; noi non volenti stringe adesso con
nodo indissolubile il delitto...."
-- "Questi sono vincoli pei codardi; io non ho paura, e li rompo...."
-- "Pur troppo io conosco che non avete paura, e pur troppo io comprendo
in che cosa vi affidate.... A voi arride la speranza del perdono; voi
riposate sopra le parole accorte, le arti del simulare, la voluttà degli
amplessi.... -- Si, tu, malvagia femmina, nei tuoi artificii confidi; e
se a consacrare la tua pace ti fia mestieri un sacrificio e una vittima,
ecco, il mio capo è destinato alla espiazione di lutti...."
-- "E allora fuggite, riparatevi altrove. Vi preme forse necessità di
averi? Io posso darvi quanto desiderate; -- prendete tutto quello mi
trovo a possedere di contante e di gioie: -- pel viaggio ch'io sto per
imprendere, nulla giovano i danari."
-- "E se voi temevate i sicarii, voi cugina di Caterina di Francia, come
me ne potrò salvare io senza protezione e senza appoggio? Se voi
contrista il pensiero dei soccorsi scarsi, tepidi ed anche acerbi, come
potrò sperarli io larghi, efficaci e piacevoli? Invano tentate comparire
generosa con largire soccorsi che non giovano, e persuadendo
provvedimenti che non assicurano. Qui non vedo altra via tranne il
veleno...."
-- "Ed io vi giuro sopra l'anima mia che Giordano vivrà...."
-- "No, tu devi avvelenarlo...."
-- "Se tu non movessi la mia compassione, mi moveresti il riso...."
-- "Ora ascolta, e ridi a tua posta poi. -- Noi abbiamo un figlio. Io
già immaginava la tua perfida ostinatezza. Togliti cotesta larva di
pentimento, invereconda! e sappi che col mio sangue tu non farai il
lavacro delle tue sozzure, per Dio! -- Noi abbiamo un figlio: io ho già
mandato per lui; e se tu non consenti a salvarmi, -- e a salvare anche
te stessa, sconsigliata che sei, -- prima che sorga il sole io te lo
getto trucidato nelle braccia. -- Morto che sia Giordano, noi ci
sposeremo, non già perchè possiamo tornare ad amarci mai; anzi, se tu mi
aborri, piacemi significarti che io pure nientemeno ti aborro; ma per
placare la cupa superbia degli orgogliosi tuoi fratelli, che presumono
nessuna nobiltà al mondo possa pareggiare la loro, e furono poc'anzi
mercanti; e ci assentano la vita.... E tu starai volentierosa lontana da
me, come io con tutto il cuore ti giuro fuggirti le mille miglia
lontano...."
Mentre Troilo queste parole con feroce passione profferiva, Isabella
manifestava ad ora ad ora segni d'impazienza, d'ira, e di voglia accesa
a usare qualche mal tratto contro il cavaliere villano; ma con immenso
sforzo si represse, e quando costui ebbe terminato, ostentando nel
sembiante e nella voce una serenità che certamente l'era lontana
dall'animo, rispose:
-- "Egregio padre in vero, che ricorda i figli soltanto per trucidarli.
Troilo, il cuore della femmina può errare ed essere ingannato, quando è
amante; ma non s'inganna nè erra, allorchè è madre. Tu ti flagelli
invano nei tuoi truci disegni; -- il tuo figliuolo adesso si trova in
parte ove non teme le tue carezze paterne...."
-- "Anche il figliuolo mi hai tolto?"
-- "E ardisci lagnarti ch'io lo abbia salvato dalle tue mani parricide?"
-- "Rendimi il figliuolo! -- Rendimi il mio figliuolo! io ti sego le
vene...."
-- "Ferisci!...." -- E Isabella pallida in volto del pallore della
morte, ma pure pacata, gli porgeva nuda la gola. Troilo stette alquanto
sopra di sè, e quindi mormorò:
-- "E che cosa importa a me la sua morte? Io voglio vivere...." E ripose
nella guaina lo stile. -- Poi allo improvviso, come vela dianzi tumida
per forza di vento, al cessare di questo cade giù inerte lungo
l'antenna, quel suo cuore codardo, privo affatto di costanza, si avvili;
un rivolgimento stupendo quanto improvviso si operò dentro di lui; e di
baldanzoso diventato timido, con occhi incerti, con voce dimessa,
rivolgendosi ad Isabella, in sembianze che s'ingegnava rendere
supplichevoli, ed erano abiette, proseguiva:
-- "Deh! Isabella; quello che la passione mi spingeva sopra le labbra
obliate, vi prego: il sangue invade la mente, e l'uomo non sa talvolta
quello che si dica o si faccia. Voi sarete perdonata, io lo spero e
desidero; solo che voi vogliate (tanto dono di persuasione, di bellezza
e di grazia il cielo vi concesse), Paolo Giordano non caccerà le sue
mani nel vostro sangue. -- Deh! ottenendo il vostro perdono, ottenetemi
anche il mio; o se, accorta come siete, vedrete che possa giovarvi
negare, negate: della discretezza mia non dubitate punto, chè troppo
grossa posta ne corre anche a me; e a tempo debito, voi favorendomi,
prenderò commiato da questa casa funesta, continuando nella milizia,
dove a questa ora avrei acquistato grado e nome distinti. -- Me lo
promettete voi, Isabella? Posso contarvi? Parlate di grazia.... parlate.
-- Non mi lasciate qui sopra le spine: mi sento l'anima contristata di
angoscia ineffabile; vi ricordi finalmente me essere padre del vostro
figliuolo..."
-- "Valeva meglio non rammentarlo, Orsini; in verità era meglio.
Comunque sia, nel modo che avrei difeso Paolo Giordano difenderò voi.
Menzogne io non dirò certo, ma ove possa onestarsi la colpa, per amore
di tutti io lo farò; e se Dio mi dà vita, m'ingegnerò conseguire, se non
perdono, pietà. Ormai per me non può più darsi gioia nel mondo; pure io
mi terrò meno infelice assai, sapendovi avventuroso. Ora partite,
Troilo, io ho bisogno di pace...."
E Troilo, declinata la testa, con le braccia in croce sopra il petto, si
allontanava.
Isabella gli tenne dietro col guardo, e intese lungamente fissa nella
porta donde costui era sparito: di subito dandosi forte del palmo aperto
dentro la fronte:
-- "Misera!" esclamò; "me misera! per quale uomo io ho perduto la mia
dignità di donna, e la salute dell'anima...."
Era una notte di luglio limpida e serena, e le stelle alternavano per le
sfere i loro moti celesti, piovendo una rugiada di luce sopra la terra,
che non merita tanto sorriso di amore. I tempi, le cose, e gli uomini
che vedeste allora, voi raggi castissimi, tornarono morendo colà donde
uscirono prima di nascere: altri, bene altri voi vedrete uomini, e
tempi; ma quella luce che emana da voi durerà eterna, o come tutti gli
altri fuochi vi consumate ardendo? È scritto, che un giorno Dio sperderà
in atomi, che non s'incontreranno mai più, questa massa di fango
insanguinato che noi chiamiamo terra; e bene sta, -- e quasi tarda che
sia: ma è scritto parimente, che i vostri amabili occhi si spengeranno,
e Dio vi chiuderà le palpebre come a vergini morte in mezzo ai tripudj
della vita. La voce dell'Eterno, pari al muggito di mille oceani in
tempesta, tornerà a fremere per le solitudini sterminate delle tenebre e
dello abisso. Di tanta immensità di cose create non rimarrà nè uno eco,
nè una memoria, nè una ombra; -- come l'occhio cerca e non trova la
goccia caduta nel mare, come l'occhio cerca e non trova la stella che
scende giù dallo emisfero per le notti di estate; così il tempo fie che
precipiti nel seno della eternità; -- questa madre terribile ucciderà il
suo figlio stringendolo nelle braccia, e lo seppellirà nelle proprie sue
viscere. O Signore, e come può l'uomo pensando alla morte delle stelle
conservare nel cuore disegni sinistri? Migliaia di secoli scorreranno
prima che le stelle cessino di narrare nei cieli le glorie di Dio; -- e
da mille secoli prima che ciò avvenga questo mio ente diviso in molecole
infinite sarà agitato pei vasti regni della natura. E nonostante,
considerando come un giorno avrete a morire anche voi, bellissime luci
di amore, mi cade l'animo sbaldanzito, e mi pare cosa del tutto a
concepirsi impossibile come gli uomini, creature di un minuto,
incontrandosi passando sopra una terra che passa con loro, invece di
sollevare la mano per percuotersi, non si balenino un riso, e si
dileguino nel nulla, apparizione leggiera, fugace, ma almeno gioconda.
Per questa notte, un uomo, come serpe che striscia, attenuando la
persona, rasentando lungo i muri, coprendosi col più denso delle
tenebre, e levando talvolta la testa per imprecare al raggio remoto di
cui le stelle sono pie alla squallida terra, si affrettava verso un
luogo determinato. Questo luogo fu il convento di Santa Croce. Giunto
alla porta del chiostro, tirò pianamente la corda del campanello,
moderando la voglia che si sentiva grandissima di dargli tale strappata,
da svegliare tutto il Convento: si pose ad origliare alla commessura, e
poichè non gli parve sentire muovere passo, lasciato trascorrere
convenevole spazio di tempo, tornò a suonare di nuovo: e così ripeteva
quattro volte e sei, e già era trascorso in alcuno atto d'impazienza,
quando gli sembrò udire, e udì certo, qualche rumore di dentro: si
ricompose subito, e si acconciò la persona a devozione. Una mano franca
aperse deliberatamente la porta: e per quei tempi non era poco;
conciossiachè vivessero in tanto sospetto, che per aprire in ora tanto
avanzata desiderassero segnali e contrassegni, come si costuma nelle
fortezze assediate; e nel punto medesimo una voce piena, e non pertanto
piacevole, favellò:
-- "_Deo gratias_: che domandate voi nel nome santissimo di Dio...."
-- "Reverendo Padre," rispose lo sconosciuto "Dio in questo momento
chiama a sè un solenne peccatore. Come tutti i nodi giungono al pettine,
così in questa terribile ora gli tornano a mente i commessi misfatti, e
dispera della misericordia divina, e bestemmiando coloro da cui nacque,
e l'ora in che venne al mondo, corre presentissimo pericolo di morire
dannato..."
-- "Misero lui perchè peccava; più misero assai, perchè dispera della
misericordia del Signore!...."
-- "E così mi affaticava a dimostrargli io; ma come ignorante di
divinità, ho veduto fare poco frutto le mie parole: tuttavolta non ho
mai smesso di raumiliarlo, e persuaderlo a credere, che alla per fine
ogni cosa si accomoda, che Dio è tanto vecchio, e ne ha vedute tante e
poi tante, che adesso non deve starsi sul difficile, e cercare il nodo
nel giunco, e il quinto piede al montone; che un bel bucato di
pentimento, ma di quello proprio vero, ha lavato bene altre colpe che le
sue per avventura non sono..."
-- "Certo, grandissima è la virtù del pentimento, e Dio come il buon
pastore si travaglia principalmente dietro la pecora smarrita."
-- "E il moribondo ha detto: -- Ma chi ardirebbe presentare la mia anima
a Dio, senza paura che non si coprisse gli occhi con le mani? Chi leverà
per me una preghiera, senza paura che le vengano chiuse le porte del
cielo in faccia? Un solo... un solo giusto io conosco al mondo, che
varrebbe a ispirarmi un filo di fede.... ma è troppo tardi.... egli non
verrà.... a questa ora rinfranca con breve riposo le membra affaticate
nelle opere di Dio... Ahimè è troppo tardi!... E traendo doloroso
guaito, si rotolava smanioso per il letto. Alla fine mi riusciva a
fatica a cavargli di bocca il nome di questo venerabile uomo, che
certamente non vuolsi negare santissimo e dottissimo, essendo questo
vostro reverendo Padre Marcello, che Dio sempre letifichi. -- E comecchè
l'ora sia tarda, nonostante mi è parso bene mettermi in avventura,
sperando che mi sia conceduta la grazia di potere anch'io povero
peccatore contribuire alla salvazione di un'anima battezzata...."
E siccome il frate stava pensoso sopra sè, e non rispondeva, egli
soggiunse ponendo tra una parola e l'altra certa pausa studiata:
-- "Oltrechè, essendo il moribondo fuori di modo ricchissimo, e grande
mercatante, nè per quanto io mi conosca avendo figli, o parenti se non
lontanissimi, ho pensato che inestimabile quantità di pecunia avrebbe
lasciato per essere spesa in opere pie, elemosine, uffizii, eccetera."
Però il frate non aveva punto dato ascolto al ragionamento finale di
costui: e allo improvviso, come se risensasse, favellò:
-- "Tanto, morire una volta dobbiamo; e la migliore delle morti
sicuramente è quella che noi incontriamo nel servigio di Dio. Questa
vita di sospetto sembra una morte di tutti i momenti. -- Dabbene uomo,
tu nella semplicità del tuo cuore consigliasti come il più dotto dei
Padri della Chiesa. Dio volle dare mercede uguale tanto agli operai che
vennero matutini, quanto agli altri che si fecero verso sera alla sua
vigna. La carità non guarda l'orologio; e l'ora più luminosa per lei è
quella in cui può portare maggiore soccorso ai poveri afflitti. La
carità operata nel buio della notte è quella che più si manifesta
all'occhio di Dio. La casa del Signore non rimane mai vuota: picchiate,
e vi sarà aperto. La fontana della pietà celeste non viene mai meno:
domandate, e vi sarà dato da bere; -- il sangue del Redentore scorre
perenne lavacro per le anime pentite e umiliate. -- Certo, pieni di
pericolo camminano i tempi, e mani invisibili percuotono i sacerdoti. La
religione adesso geme sopra il sangue dei martiri che bagna la terra
senza fecondarla. E vi è chi vuole la religione sua ancella, anzi pure
complice, e presume vestirla della sua assisa; le proprie armi
gentilizie sostituire sopra la stola alla Croce, e stipendiarla come una
lancia spezzata. -- Tolga Dio tanta infamia: la religione ha mandato di
mettersi in mezzo fra l'oppresso e l'oppressore, salvare il primo sotto
le fimbrie del sacro manto, guardare in faccia il secondo, lanciargli
contro l'anatema, e trascinarlo pei capelli davanti a un tribunale dove
egli è polvere... Ma questa città ha lapidato i suoi profeti; -- gli
angioli piansero quando videro Fra Girolamo arso dal popolo, e pei cieli
corse un lamento: -- O Signore, o Signore, è forse venuta la fine del
mondo? -- Come nello uffizio della settimana santa al terminare di ogni
salmo spengono un lume; e quando saranno spenti tutti, batteranno le
tenebre, e come ferocemente! -- Tu mi potresti ingannare. Giuda tradì
Cristo baciandolo; ma io voglio piuttosto essere tradito una volta, che
sospettare per tutta la vita.... Va innanzi, uomo; ch'io ti vengo
dietro...."
-- "Come, siete voi?...."
-- "Io sono Frate Marcello. Gli altri dormono, ma a me il Signore ha
detto: -- Veglia, perchè la tua vita sarà breve, e dormirai presto i
sonni perduti dentro il sepolcro. -- La preghiera è la mia sposa, la
predicazione la sorella, il pianto la mia voluttà...."
E tratto a sè l'uscio, si cacciava dietro ai passi dello sconosciuto.
Lo sconosciuto, il quale (imperciocchè io non ami procedere per via di
sorpresa) era Titta, camminava a capo chino con passi obliqui come
persona presa fortemente da qualche passione; e di vero la cosa stava
siccome appariva. Egli, che aveva logorato tanti anni di vita negli
articoli di fede ai quali credeva Margutte, adesso, nel giro di poche
ore, la sua fortuna gli poneva davanti due generose anime, quella di
Cecchino, e l'altra del Padre Marcello; sicchè, quando se lo pensava
meno, un dubbio gli sorgeva nella mente, che forse egli aveva forviato
per tutto il tempo ch'era vissuto nel mondo, e, senza troppo
comprenderla, quella dignità gli sembrava un fatto stupendo. -- Inoltre,
quel confidarsi pronto e spontaneo in lui, tanto poco di confidenza
meritevole; la onesta baldanza che nasce dal sentirci innocenti; l'oblio
o il disprezzo di qualunque pericolo quando si trattava di fare opera di
carità, lo agitavano di affetti così nuovi e profondi, che non sapeva
darsene pace. Quello poi che ai sottili indagatori di questa nostra
umana natura, senza comparire punto impossibile, giungerà maraviglioso,
era questo, che mentre procedeva deliberato di condurre a fine la
insidia tramata ai danni del frate, supplicava l'Angelo Custode che lo
trattenesse, e frugava nelle latebre intime del cuore in traccia di una
qualche virtù, che gli servisse a modo di áncora, alla quale
appigliandosi, salvarsi dal naufragio.
Fra Marcello, quantunque le strade di Firenze ignorasse, pure conobbe
che per bene due volte lo aveva fatto passare nella medesima via, onde
gli parve bene di percuotere sopra la spalla il suo conduttore, e dirgli
-- "Fratello, avvertite al cammino..."
-- "Ah! voi avete ragione; io mi era sprofondato in un pensiero dal
quale, se la mercè vostra non mi soccorreva, non so quando mi fosse
avvenuto di uscire; e perchè questo caso non si rinnuovi, piacciavi
rispondere ad alcuni dubbi che mi sono caduti nel pensiero. Ora via,
Padre, dove pensate voi che ci menino con tutte queste contese intorno
alla religione?"
-- "Questo è troppo lungo discorso; ma io ho fede che meneranno a bene.
Per me Lutero è un cerbero, che abbaia perchè non gli hanno gettato
l'osso: ma egli morse le foglie, non la radice; lacerò la frangia, e non
la stoffa. Egli è noioso come una critica, e dura soltanto perchè dura
il difetto: se la Chiesa si forbisca nella piscina mistica, manca Lutero
con altri innovatori. Già non s'intendono fra loro nel fabbricare la
nuova Babelle; ritorna l'antico prodigio della confusione delle lingue,
tutti percorrono sentieri senza riuscita. Queste tribolazioni
passeranno; ma prima che passino, io temo che vi se ne aggiungeranno
molte altre delle nuove: ribellato lo spirito umano dall'autorità, forza
è che si stanchi nel cammino dei superbi ragionamenti. Immaginando le
superstizioni e gli errori necessaria sostanza delle religioni, si
legheranno per distruggerle tutte; e questi io presagisco essere giorni
pieni di dolore: vedo rinnovarsi l'aceto, e il fiele, e le spine, e le
percosse, e i chiodi, e la lanciata di Cristo; vedo il dubbio come un
vento venuto dal deserto inaridire le mèssi della fede, della carità, e
della speranza. Ma poichè l'uomo col solo lume della ragione non attinge
le sedi celesti, rimarrà spaventato considerando nel cielo uno abisso
come nello inferno, e sentirà di nuovo bisogno di un Dio, che abbia
avuto dolore, amore e senso di umanità, e cercherà di nuovo il suo
Cristo, il quale, come si racconta che per San Francesco facesse,
staccherà le braccia dalla croce per abbracciarlo. La religione rivenuta
pronuba delle anime umane, dopo averle sposate sopra questa terra co'
vincoli dell'amore, le avvierà verso la patria eterna a cui tutti
aspiriamo, ch'è il cielo..."
-- "Bè, bè, queste paionmi cose da venire di là da giudicare i vivi e i
morti. Lasciamo il cielo, dacchè, come dite, è negozio lungo: di questa
nostra terra, di questa cosa che chiamano patria terrena, che ne pensate
voi?"
-- "Figliuolo mio, ella è morta: no, non è morta... è apparenza di morte
il sonno che l'opprime... ma così è grave questo sonno, che oggimai
parmi che senza un miracolo di Dio ella non possa risvegliarsi mai più.
Sappi, sappi, figliuolo mio, che non possono tormentare oppressori, se
non consentono a lasciarsi tormentare gli oppressi; nè la difficoltà
consiste a tôrre di mezzo il tiranno, sibbene a procurare le virtù
costituenti l'onesto vivere civile. Questa città nel tempo della morte
del duca Alessandro palesava come possa, spento il tiranno, rimanere la
servitù; e ciò avverti per le sorti interne: in quanto alle esterne poi,
Dio è forte, e sta coi forti. Questi stolti immaginano vincere Spagna
col Cristianissimo, il Cristianissimo con la Spagna, e stendono ora
all'uno, ora all'altro, supplichevoli quelle mani che dovevano chiudere
per minacciare e percuotere ambedue. -- Fuori i barbari! -- gridava il
glorioso pontefice Giulio II; e barbari erano tutti quelli che non
ebbero nascimento quaggiù. O stolti! che credete la baronia di Spagna e
di Francia avere a lasciare i dolci castelli, e le consorti, e i figli,
perigliarsi su i mari, arrampicarsi per le cime ardue dei monti, e
convenire nelle vostre contrade per combattere un torneo a tutta
oltranza, e darne il premio a voi neghittosi, che lo state a vedere. O
stolti! quel popolo che non sa difendere la terra nella quale lo pose la
natura, non merita possederla; il mondo è di cui se lo piglia; così
provvide la legge del fato. Luigi XI fece la Francia unito e forte
reame. Carlo V ebbe lo intendimento medesimo per Germania e Spagna. Quel
sì vantato Lorenzo de' Medici, che cosa fece egli? Con artificj da
giocoliere mantenne in equilibrio discorde i frammenti dei frammenti di
un popolo. Non fu monumento quello, ma un mosaico di pietruzze, o
piuttosto una statua di carta pesta, e il primo vento che si messe dalle
Alpi la rovesciò: Carlo VIII corse la Italia con gli speroni di legno.
Ora siamo rotti sopra la vita, i popoli italiani stettero a vedere
morire la repubblica di Firenze come un gladiatore combattente: alla
morte onorata applausero tutti, non la soccorse nessuno; e la repubblica
cadendo scrisse col proprio sangue sopra l'arena una sentenza fiera, e
che deve compirsi: -- E voi pure cadrete, ma infami. -- Venezia si finge
seduta sopra un trono, e siede sopra il sepolcro che la deve
raccogliere. Genova fa come la rondine, che composto il nido in luogo
eccelso si tiene sicura, e non pensa alla freccia del cacciatore, che
arriva alle nuvole.... Io respiro un'aria di avelli; io calpesto una
terra di camposanto...."
-- "E allora, Padre, non vi sia grave ascoltare queste parole, che cento
e più anni fa compose un canonico, che la sapeva lunga, ma lunga
davvero:
O ciechi, il tanto affaticar che giova?
Tutti tornate alla gran madre antica,
E il nome vostro appena si ritrova."[89]
-- "Poni mente: primo perchè il cielo non mi largiva il dono della
profezia, e siccome potrei per avventura andare errato, così bisogna
fare quello che dobbiamo, senza darci pensiero di quanto sia per
avvenire; secondo, perchè da un maestro mio intesi dire, che un Dio e un
popolo, comecchè morti, non possono stare lungamente dentro il sepolcro:
e di vero, Gesù Cristo vi dimorò tre giorni. Le giornate dei popoli
veramente sono secoli; ma gli uomini fuggono come ombre; la umanità
rimane. Ogni buon germe fruttifica al cospetto di Dio, e a tempo debito
uscirà a giocondare la terra; se non ne mangeremo noi, seminiamolo, ne
mangeranno i nostri figliuoli. Terzo, perchè io vi ho detto, che non la
reputo morta, ma sì appresa da mortale letargo. Ormai non mi giova, anzi
aborro spendere la vita che Dio mi compartiva, a scolpire una cassa di
marmo egregio con sottile lavoro, e riporvi dentro la patria, e poi
ammantarmi di paramenti maestosi, accendere lumi sopra candelabri di
oro, empire d'incenso i turiboli, e cantarle intorno con note divine la
preghiera dei defunti. Questo io aborro, comecchè con infinita amarezza
dell'anima lo vegga praticare da uomini di nobile ingegno, ma di cuore
pusillo... Hai tu sentito narrare della regina Giovanna, la madre di
Carlo V? Quando le morì il consorte Filippo, ch'ella amò tanto, non lo
volle sepolto, ma imbalsamato lo pose sopra un letto ricchissimo di
velluto nero, e finchè visse gli sedeva accanto, ad ora ad ora spiando
se mai si risvegliasse: questa era carità, e follia. Io poi imito lo
esempio caritatevole con sapienza, imperciocchè non reputi morta la
patria, ma addormentata come per forza d'incantagione; e giorno e notte
la veglio, profferendo sopra di lei parole di amore, più spesso di
dolore, e d'ira: talvolta con sali spiritosi, e con altri cosiffatti
argomenti m'ingegno richiamarla alla vita; tale altra le mani le caccio
dentro alle chiome, o le appresso alle labbra un carbone ardente, come
Dio fece ad Isaia, o le incido la carne presso il cuore per vedere se ne
spicci vivido sangue. -- Certo.... certo, fin qui indarno tornarono le
parole, e dei capelli mi rimasero in mano intere le ciocche
strappate.... Ma se presso allo svegliarsi, queste parole d'ira, di
dolore, e di amore, questi fatti di carità e di sdegno valessero a
romperle il letargo dalla testa un minuto, un secondo, prima del tempo
stabilito dal fato, non ti parrebbe la mia vita, cento vite di cittadini
santamente spese...."