-- Oh! questa ella è pure la insopportabile lettura, parmi sentire che

dica qualche mio leggitore: ora vedete, quando la narrazione precipita,

e la catastrofe dovrebbe correre diritta al suo fine, questo singolare

cervello, senza darsi un pensiero al mondo dell'ansietà nostra, si pone

a inabissarsi in novelle che nulla fanno al caso, menando il cane per

l'aia e andandosene a Roma per Ravenna. Questo è uno intendere l'arte

niente; conciossiachè gli animi si raffreddino, l'azione proceda così a

balzelloni come persona ebbra, e tutto lo effetto rimanga guasto da cima

a fondo, senza rimedio. -- O lettore mio benevolo, ed anche, se ti

piace, malevolo; considera di grazia, che se tu premi moltissimo a te

stesso, anche io qualche cosa importo a me; e se scrivo compiacendo al

tuo ingegno, deh! non mostrarmiti acerbo, nè farmi il viso dell'uomo di

arme, se talora mi prende vaghezza di compiacere al mio. A me torna

grato gittarmi come una tavola sopra il mare dei pensamenti, e lasciarmi

in balía dei flutti, che mi sbattono in quella parte e in quell'altra.

Io ho bisogno d'inebriarmi di fede e di speranze, come di muschio.

Quando io immagino che dai miei concetti, dalla ironia, e dalle

rampogne, possa uscirne un qualche frutto, io bacio la penna, e penso

che la felicità, volando via dal mondo, nel battere le ale lasciasse

cadere la penna come una rimembranza di sè, e come pegno che forse un

giorno potrebbe tornare a visitare queste sedi terrestri. Vorrai tu, o

lettore, arguirmi di follia, o tentare di curarmi? La tua compassione mi

riuscirebbe più importuna della tua crudeltà. Trasillo, alienato di

mente, stava nel Pireo contando le navi ch'entravano in porto, di nuovo

le spediva, e fuori di modo rallegravasi quando tornavano a salvamento,

come colui che immaginava appartenerglisi tutte. Eliano racconta come

suo fratello, tornato di Sicilia, desse opera a guarirlo di cotesta

infermità, e riuscisse a sanarlo. Trasillo riacquistato con la ragione

il sentimento della sua povertà, imprecò sul capo del fratello

l'Eumenidi, e maledisse alla pietà capace di rapire un bene, incapace a

preservare da un male.[88] --

Titta giunse (dacchè tutti, vivi o morti, arriviamo al nostro fine) al

palazzo del duca: tirò la corda quattro volte e sei, e nessuno rispose.

-- Si vede bene, egli seco stesso pensava, che il marito è fuori, e non

si aspetta in casa; e se i mariti si avvisano arrivare improvvisi,

devono scontare la mala creanza: ma io, che non sono marito, non voglio

aspettare, e ci pongo subito rimedio. --

E quanto meglio seppe introdusse tra i ferri del cancello il braccio

destro e parte dell'omero, e con la punta delle dita prese il

saliscendi, e lo aperse. Ciò fatto, si avviò pianamente alla stanza del

portiere, che stesi i gomiti sopra una tavola, con la guancia riposata

sul dorso delle mani, dormiva un sonno da disgradarne i ghiri. Il

sollazzevole uomo, recatosi in mano il corno, da un lato se lo appressò

alla bocca, con l'altro ricoperse quasi l'orecchio manco del portiere, e

quindi raccolto quanto più fiato poteva dentro il capace polmone, ne

trasse un suono che fece tremare da cima a fondo il palazzo. Io non dirò

quale urlo sgangherato mettesse fuori il portiere, nè quale enorme salto

spiccasse: cose sono queste che molto meglio le si possono immaginare

che descrivere: non era morto, nè vivo; tremava tutto; in qual mondo si

trovasse non sapeva. Non creatura umana, non bestia dentro il palazzo e

fuori per la contrada, poterono tenersi salde nel letto nel giaciglio,

chè balzarono spaventate per vedere che cosa fosse.

Quando Titta ebbe intorno pressochè tutta la famiglia del duca, si volse

al maggiordomo don Inigo, e gli disse:

-- "Vengo pei servigi dello eccellentissimo signor duca: arrivo pure

ora, e preme che io consegni a Madama la duchessa una lettera."

-- "In cotesto arnese Vostra Signoria non può presentarsi alla nostra

padrona; fatevi in prima orrevole come conviene, e poi mi proverò di

annunziarvi."

Condottolo in guardaroba, gli fe trarre gli usatti polverosi e ogni

altra veste, e ricopertolo dell'assisa orsina, lo confortò ad aspettare

tanto che avvisasse la signora duchessa.

Isabella non dormiva: il sonno da gran tempo non iscuoteva più la quiete

dalle sue ale sopra cotesti occhi infelici; ed anche senza invocarlo

ella lo lasciava passare, imperocchè, se acerba la travagliava la veglia

con gli argomenti del pensiero, assai più doloroso la stringeva il sonno

con i suoi torbidi fantasmi. Ormai rassegnata al destino imminente, per

cosa che avvenisse non si turbava; chiudeva le pupille, e mormorava

sommessa: -- _In manus tuas, Domine, commendo spiritum meum._ -- Sentì

schiudere l'uscio della stanza, le parve che alcuno le domandasse se

potesse entrare, e rispose con un moto, ch'ella non sapeva se

consentisse o negasse, sicchè rimase maravigliata altamente quando

riaprendo gli occhi si vide un uomo davanti col ginocchio piegato

presentarle sopra un cuscino di velluto cremisi una lettera. Nudrita

nelle maniere contegnose di corte, tolse la lettera con un tal quale

piglio affatto principesco, e lesse la carta, poi la commise nelle mani

del maggiordomo, ordinando:

-- "La riporrete, don Inigo, nello archivio. -- Alzatevi. -- Don Inigo,

date a questo soldato la solita mancia dei corrieri; anzi doppia, perchè

la nuova che porta mi giunge oltremodo gradita. Inigo, tra pochi giorni

dopo tanto lunga assenza noi rivedremo il serenissimo signor duca. --

Dio vi abbia in guardia. Buona notte: andate."

E quando ebbero preso commiato, Isabella, senza avvertire se qualcheduno

ascoltasse le sue parole, dal lettuccio ove si era posta a giacere, di

nuovo così favellò a madonna Lucrezia Frescobaldi, sua dama di

compagnia:

-- "Madonna Lucrezia, noi siamo pronti a fare la nostra dipartita,

sicchè parmi bene che ci abbiamo a provvedere di viatico."

Madonna Lucrezia apparteneva alla generazione di quelle pallide e

sfumate creature, le quali sogliono accompagnare i potenti: vengono con

la fortuna, e vanno con essa; non già perchè triste o maligne, ma perchè

sta nella loro natura a guisa dello elitropio di volgersi a seconda

della curva del sole; partecipano della famiglia delle foglie, che come

nascono con la primavera, così vengono meno nello autunno. Volontà

propria non possiedono, a negare o ad affermare incapaci; nel modo che i

barometri si modificano alle impressioni dell'aria, le menti loro si

piegano giusta la volontà dei loro signori. Pericolosissima gente questa

fu sempre considerata e si considera anche adesso, imperciocchè dove i

signori non incontrassero voglie tanto disposte a servirli, forse assai

meno cose oserebbero di quelle che noi li vediamo avventurare ogni dì;

molto meno poi se trovassero anime come quelle della popolana Maria, che

promettono obbedienza e la prestano, ma non vendono la coscienza, e

quando arrivano in parte ove è mestieri dispiacere al padrone della

terra o al Signore del Cielo, confidando in colui che veste il giglio

della valle, alimenta anche il tardigrado, poveri e soli si mettono a

perigliare pel deserto della vita esclamando come il patriarca Abramo:

-- Dio provvederà!

Ma i potenti di rado possiedono amici; troppo gran copia di beni avrebbe

loro compartita la fortuna. Tolgano esempio da quel re di Spagna, se

desiderano stare in compagnia di un amico; -- si facciano dipingere

insieme con un cane.

Madonna Lucrezia pertanto, affettuosa come la regola del tre,

rispondeva:

-- "Serenissima, faccia quello che il suo cuore le ispira."

-- "Sì, ho deliberato confessarmi a Dio delle mie colpe; ma io vorrei

qualche santo uomo, veramente maestro in divinità, il quale sapesse

confortare l'anima stanca, e porgere riposo alla mente combattuta dal

dubbio. Vi corre alcuno alla memoria, che fosse capace da tanto?"

-- "Io non saprei."

-- "A me parrebbe adattato al mio bisogno quel frate di San Francesco

chiamato Padre Marcello, che mena tanto rumore per la città..."

-- "Serenissima, anche a me ne parrebbe bene."

-- "Però non si converrebbe chiamarlo, perchè forse non consentirebbe a

venire; o venendo, ciò non potrebbe succedere così segretamente che gli

oziosi non lo giungessero a sapere, e a me sopra modo talentano la

discretezza e il mistero..."

-- "La dice saviamente, Serenissima; salvo onore dell'Ordine, talvolta

cotesti Padri accolgono più superbia sotto quel saio, che un barone

sotto un mantello di broccato."

-- "E andando io alla chiesa, potrei di leggieri venire conosciuta."

-- "La non v'è cosa più facile..."

-- "Forse.... domani no.... chè ormai è tardi troppo, ed io mal potrei

in tanta angustia di tempo concentrarmi in me stessa, e ricercarmi come

conviene nell'anima..."

-- "Certo, in così breve ora non le sarà dato di rammentare tutti i suoi

peccati, Eccellentissima Signora Duchessa..."

-- "Che cosa sapete voi dei miei peccati? E quali, e quanti essi sieno?

Chi vi ha detto che mi riuscirà ricordarli difficile?"

La Lucrezia, per troppa voglia di compiacere alla sua padrona, seguendo

l'usato costume, assentiva dove aveva a dubitare. Il cortigiano anco il

meglio sparvierato qualche volta incappa in questo; ma se lambisce la

meta, di rado riurta dentro così, che gli si rompa il carro. La Lucrezia

poteva rispondere: -- Eh! mia signora, se mi sono coperta con la mano la

faccia, sappia che tra dito e dito ho avventurato un occhio a modo della

Vergognosa di Campo Santo, e ne ho vedute anche troppe. -- Ma

figuratevi! Costei non avea pur balía a concepire cosiffatti pensieri;

li avrebbe cacciati come una tentazione del demonio: però rispondeva

come d'ispirazione:

-- "Per una coscienza dignitosa e schietta come la sua, che di tutto si

fa scrupolo, che ogni fuscello converte in trave... capisco bene che lo

esame di coscienza la è cosa seria... Certo, volendo bevere grosso come

tante e tante costumano!.... Ma per lei, Serenissima, mi pare abbia ad

essere cosa seria...."

Sono eglino di vecchia data gli ami da pescare? Io per me penso che con

essi da Adamo in qua abbiano preso i pesci. Così, per quanto sia

l'adulazione antica, per quanto ogni uomo giuri conoscerla e detestarla,

non ostante per virtù di lusinga rimasero presi, e sempre si prenderanno

gli uomini, e specialmente le donne. Se ne persuada chi legge; noi siamo

ordinati a ricordarci della esperienza e dei suoi insegnamenti, come

delle rondini che passarono pel nostro cielo, come del fumo che uscì dal

nostro cammino dieci anni indietro.

Isabella, comecchè avesse voglia di altro, pure sorrise sentendosi

lodata, e Dio sa quanto a diritto.

-- "Domani l'altro mattina ci potremmo levare per tempissimo, e coperte

di una mantiglia nera andarcene in Santa Croce, e farvi le nostre

devozioni, e tornarcene inosservate a casa quando fosse ancora buona

otta."

-- "Maisì, Serenissima, che la mi pare ben pensata con la solita

eccellenza del suo ottimo giudizio."

"-- Bene, via; fate che la cosa rimanga in voi, e non la manifestate ad

anima viva...."

-- "Per questo poi la Serenità vostra conosce la fedeltà e discretezza

mie...."

-- "Andate a riposarvi, chè l'ora si fa tarda: e domani potrei forse

chiamarvi di buon mattino."

-- "Dio la tenga nella sua santa custodia."

----

Non pellegrino mai, nè romeo, pervenne a toccare tanto devotamente il

luogo del suo pellegrinaggio, come Titta sedeva alla perfine a mensa. In

così ampia copia di cibi e di bevanda, presto ebbe sazia la fame, ma per

la sete fu ben altra cosa; imperciocchè, come la fiamma cresce per legna

che vi gettiamo sopra, dal bere riardeva in lui più intensa l'agonia del

bere. Però Titta non era uomo da lasciarsi rubare la mano della ragione

dal vino: troppo ve ne sarebbe voluto; tuffava così la sua intelligenza

nel vino come le anatre diguazzano pei laghi, o piuttosto a guisa dei

destri nuotatori che toccato appena il fondo tornano a galleggiare sopra

la superficie; e in cotesta mezza veglia del pensiero egli si mostrava

più che mai fosse astuto e maligno. Accade sovente all'anima, che nella

pienezza dello esercizio delle sue facoltà non abbia potenza

d'immaginare o definire una cosa, che alla mattina, non bene occupata

dai sensi negli ufficii consueti, vede mirabilmente distinta per mezzo

ai tenui sogni che precedono la vita come l'alba precede al giorno. In

questo modo stesso noi vediamo uomini mezzo ebbri molto meglio concepire

e operare, che se fossero affatto sani.

I servi, considerando come con costui non si finisse mai, si erano

dileguati mano a mano, ed egli secondo il suo desiderio rimasto solo con

la Giulia, così riprese a favellare:

-- "O Giulia! O vino! O carte! O stelle polari di questa mia vita; che

cosa diventerebbe il mondo senza di voi? Una lanterna spenta, una

candela senza lucignolo, una lampada senza olio. Se qualcheduno mi

dicesse: -- Tu hai a scegliere: -- io risponderei: -- Non posso; --

perchè Giulia non può stare senza il vino, e il vino non può stare senza

le carte: e sono cose queste come Ser Cecco e la Corte del Berni:

Ser Cecco non può star senza la Corte,

Nè la Corte può star senza Ser Cecco....

Esse vivono necessariamente insieme; formano tutte una sostanza sola;

esistono unite come l'anima e il corpo. Togliete l'anima al corpo, e voi

vedrete questo disfarsi come Giulia si disfarebbe senza il vino, e il

vino si disfarebbe senza le carte. Giulia!...."

-- "Io per me non m'intendo di tanti riboboli; ma chi sa a quante tu li

avrai già detti.... E' mi hanno aria le tue parole di panni vecchi; che

per troppo uso e' cascano a pezzi...."

-- "O Giulia! Io ti giuro da gentiluomo, _foi de gentilhomme_, come

diceva Francesco I di Francia, che quello che ho detto a te non l'ho mai

detto a nessuno...."

-- "Certo a nessuno...."

-- "Credilo come credi al pane: io per amore mi sento un Mongibello, ma

per costanza sono fermo come le Alpi...."

-- "E al danno aggiungi lo strazio contro me povera femmina; che ora

fanno non so nemmeno io quanti mesi, che ti piango e ti desidero invano,

stancando con le mie preghiere e coi miei voti tutti i Santi del

Paradiso...."

-- "O Giulia!"

-- "E sì, che in questo tempo non mancarono i lusinghieri che mi

venissero attorno, e persone che mi promettessero mari e monti: ma di

loro non m'incresce; bensì duolmi di un povero giovane, che le tentò

tutte per innamorarmi, e vedendo di non vi potere riuscire si

precipitò...."

-- "Nella osteria del Fico...."

-- "Come, mi faresti tu il torto a non ci credere?...."

-- "Ma Giulia, come vuoi tu che creda siffatte cose io che le ascolto,

mentre neanche tu, che le dici, le credi! -- Non t'ingrugnire, no;

viemmi accanto; senti, quando io ti abbraccio, parmi abbracciare il

genere umano. -- Non t'ingrugnire, no, figliuola mia; senti, ragioniamo

sul sodo. -- Io vorrei dalle procelle della vita ripararmi in un porto

di pace; e tu potresti ripararvi meco, perchè, Santa Vergine, in qual

parte posso sperare riposo in cui tu non sia? Delle cose passate non si

avrebbe a parlare: io celebrando teco il sacrosanto matrimonio, farei

delle tue venture come un grandissimo bucato nelle acque del fiume Lete.

Che cosa m'importa domandare alla fontana che mi disseta oggi: -- Chi

hai tu abbeverato con l'acqua di ieri? -- Gli anni passano, Giulia; e

bisogna armarci di provvidenza..."

-- "Ma e' mi pare, che tra i miei e i tuoi qualche dozzina ne corra...."

-- "Poni da parte, Giulia, un momento queste giullerie donnesche, e

ricorda che voi altre siete fiori: crescete presto, cessate presto, e il

meglio che rimanga di voi è la memoria. Io ti ho detto di ragionare sul

sodo. Ormai scorsero anni ben molti, ch'io mi accomodai per lancia

spezzata col signore duca Paolo Giordano: io ho rilevato per lui

parecchie ferite: una volta, nella battaglia di Lepanto, se io non era,

un Turco gli tagliava netta la testa come un giunco, e nonostante io mi

rimango lancia spezzata. E la finisse qui: ma io sempre ho visto i

cavalli da carrozza scendere alla carretta; e un giorno o l'altro noi ci

possiamo trovare, prima di muovere le piante al gran viaggio, a fare una

posata nello spedale di Santa Maria Nuova...."

-- "Ma come rimediarci? Tu mi pai un po' parente dei topi, che volevano

attaccare il campanello al collo del gatto...."

-- "Femmina, stammi a udire, imperciocchè sia provato che noi altri

uomini possediamo molto maggiore comprendonio di voi. -- Bisognerebbe

pertanto poterci mettere da parte un gruzzolo di moneta, e poi vedere di

aprire una botteguccia dove condurre qualche traffico di buona riuscita.

Tu ci accudiresti, ed io ti aiuterei a badarvi, e m'ingegnerei in altre

faccende...."

-- "Non lo aveva io detto, che tu raccontavi la novella dei topi? per

far queste cose ci vogliono di danari...."

-- "Certamente, e con la tua dote...."

-- "Io non ho dote...."

-- "Non hai dote? O Giulia!"

-- "O Titta!"

-- "Allora l'ultima parola è detta fra noi. -- Addio.... Tu vêr

Gerusalemme, io verso Egitto, come disse Alete ad Argante."

-- "Ma, o che non potremmo fare il matrimonio senza dote?"

-- "Non si può: la dote, vedi, Giulia, è proprio come la veste del

matrimonio; senza di lei comparirebbe ignudo; e tu pensa quanta sarebbe

indecenza mostrare un così solenne sacramento ignudo. -- E se volgiamo

il pensiero ai tempi antichi, noi sappiamo le Muse esser rimaste

fanciulle in casa, perchè Apollo non poteva provvederle di altra dote

che di foglie di alloro...."

-- "Però tu non puoi darmi ad intendere che della moneta non ne abbi

acquistata; e dove l'hai messa?"

-- "Tutta spesa in opere pie, Giulia, in opere di carità: e gli amici mi

devono un tesoro. Come fare? Quando ne ho, non mi riesce ricusarli; e

così mi ritrovo al verde troppo più spesso ch'io non vorrei.... Però

ritorneranno un giorno, ma adesso non vi è da farne conto...."

-- "Via, nè io poi voglio dirmi del tutto strema: ma la è piccola

cosa...."

-- "Ogni pruno fa siepe; con la buona voglia e il lavoro sì alza la

cupola del Duomo. Ora dimmi, quanto tieni tu in serbo? Mil....?"

-- "Cen...."

-- "O Giulia!"

-- "Un cento di ducati...."

-- "Ahimè, non servono a nulla!"

E Giulia si strinse nelle spalle. Titta stato alquanto sopra di sè,

continuava:

-- "Ma non è mai lecito disperare della patria, come disse Temistocle:

se tu mi aiuti, ci è modo di venire a capo della fortuna. Stammi

attenta, femmina.... Tu dei sapere che il duca mio signore è uomo

astioso..."

-- "Peggio per lui..."

-- "Gli si è cacciata in testa una strana fantasia; egli pretende che la

gente sopra la rinomanza di Colombo, di Amerigo, dei Cabotto, del

Pigafetta, e degli altri abbiano a tirare di frego; egli vuole fare una

scoperta prodigiosa. Non basta: egli intende che tutto il mondo la

sappia; e a questa scoperta lo abbiamo ad aiutare noi..."

-- "O virtù del vino!"

-- "Femmina, ascolta. Questa scoperta consiste nel conoscere che la sua

moglie gli è infedele. Notizie traverse gliene sono pervenute, ma egli

vuole saperle di certa scienza, e toccare con le sue mani; allora

confiderà questa bellissima cosa alle sette trombe della fama, ed anzi

io penso che la farà stampare dal Torrentino in ottavo.... -- Fàtti più

in qua, ch'io vo' parlare basso. -- Egli, il duca, mi ha mandato a posta

per vedere come va la bisogna, e per riferirglielo; e dove io gliene

porga notizia certa, mi ha promesso trecento ducati di presente, oltre

la grazia sua in perpetuo, e comodi quali io sappia desiderare

maggiori...."

-- "Di' tu da senno!"

-- "Rammentami un santo in cui tu abbi fede; io giurerò per quello.

Così, per mercè tua, noi guadagneremo la moneta, e mettendo co' tuoi

trecento scudi..."

-- "Ho detto cento."

-- "Cento scudi con questi trecento ducati, avremo messo insieme quanto

abbisogna per mandare a compimento le nostre nozze..."

Allora la donna improvvida e malvagia prese a raccontare quanto sapeva

(e ne sapeva anche troppe) sul conto della propria signora, la quale

sopra le altre donne della sua famiglia l'aveva prediletta e

prediligeva, e molto anche aggiunse per aggravarla; finalmente gli

partecipò, siccome stando ad oregliare, secondo il suo costume, alla

porta della duchessa, aveva ricavato che il giorno appresso di buon

mattino sarebbe andata a confessarsi da Padre Marcello di San Francesco.

A Titta sembrò adesso conoscerne più assai di quello che gliene facesse

mestieri. La donna non rifiniva più di dire; come i ciechi, che, secondo

porge il proverbio, con un soldo cominciano, e per due non ismettono. --

Titta pensando come ormai nulla giovasse vegliare, si lasciò in balía

del sonno; e la donna infervorata stette un pezzo prima di accorgersi

che il suo futuro marito dormiva profondamente.

-- "Pensa quando saremo maritati!" esclamò ella; e stizzita datogli con

la mano un grande urto sopra la spalla, si ridusse a dormire nella sua

stanza.

----

Il suono che spinse Titta fuori del suo corno, colpì nel palazzo Orsini

un'altra persona, e questa fu Troilo. Egli si sentì il cuore oppresso di

affanno: balzò da giacere appoggiandosi sopra il gomito destro, e spinse

fuori dalla sponda del letto ambedue le gambe; poi irresoluto ristette,

tese lungamente l'orecchio per conoscere dal moto qual caso fosse

avvenuto, e poichè quindi in breve tutto tornò nel suo primo silenzio,

egli si fece animo per vestirsi, e scendere cautamente alle stanze della

duchessa.

-- "Entrate" disse Isabella con voce pacata e sicura, quando senti

toccare la porta della sua stanza: e Troilo entrò. Ella non sorpresa,

non paurosa, gli volse uno sguardo, e riprese tranquilla la consueta

attitudine. Troilo fu il primo che incominciasse a favellare così:

-- "Isabella, non sapete voi che Paolo Giordano sta per fare ritorno a

Firenze?...."

-- "Lo so."

-- "E come lo sapete voi?"

-- "Per lettere che mi ha mandato, le quali dicevano che fra pochi

giorni si sarebbe ridotto a casa...."

-- "E non avete voi letto altro in coteste lettere?"

-- "Null'altro...."

-- "E sì, che io so che vi stava scritta un'altra notizia, almeno

dovevate voi leggerla."

-- "Quale?"

-- "Che voi all'arrivo di Paolo Giordano sarete fatta morire di mala

morte...."

-- "Dio disponga di me come gli piace. Troilo, io sono apparecchiata a

morire...."

-- "Che parlate voi? Voi avete un mondo intero a percorrere: piena di

forza, di potenza e di bellezza, come consentirete a lasciare una scena

dove sostenete così bene la vostra parte? Quando il frutto è acerbo, non

deve lasciarsi scuotere dai rami della vita. E forse voi non aveste mai

tempo migliore di questo per godere convenientemente delle cose umane,

nè troppo facile a lasciarvi portare dalle illusioni della giovanezza,

nè troppo esitante, per le incertezze degli anni che declinano. Ecco

incominciare per voi la stagione di cogliere i fiori della

esperienza...."

-- "Io sono decrepita nel cuore, e amo la morte come non ho mai amata

persona nel mondo...."

-- "Ma voi fate onta alla Provvidenza divina, e a voi stessa. Non vi

lasciate andare a così tristo abbattimento; voi potreste pentirvene, e

forse sarebbe tardi. Su, via, prendete animo; non vi sconfortate, per

Dio!...."

Isabella piegò lo sguardo, e tenutolo alquanto fermo sopra Troilo,

soggiunse:

-- "Gran mercè! Tenete per voi il vostro coraggio; io ne serbo quanto

basta. Troilo, quando il rimanermi qui non fosse ferma deliberazione

dell'animo mio, pensate voi che mi avanzasse per avventura altro partito

da prendere? No. Fuggendo, io mostrerei al mondo la mia vergogna. Quello

ch'è incerto, o pochi conoscono, io paleserei; più della colpa assai

direbbe la paura, quindi maggiore assai la necessità della vendetta. E

poi, in qual parte potrei io ripararmi nella quale, ferro, o laccio, o

veleno non mi aggiungessero? E concesso ancora ch'io sapessi rinvenire

luogo capace a difendermi, io ho meditato sopra il soccorso che l'uomo

ci getta come un tozzo di pane al lebbroso; ho sentito la rampogna

acerba e incessante mossa contro la mia colpa, non perchè biasimevole,

ma perchè manifesta; ho sentito la pietà che rode le ossa, e la

compassione che avvelena il sangue; ho visto gli sdegni superbi, i

sorrisi amari, i presti fastidii; e brividi di morte mi agghiacciarono

da capo alle piante. -- No, meglio morire di un colpo, che disfarci

atrocemente sotto questo martirio rinnovato di giorno in giorno, anzi

pure di ora in ora, di minuto in minuto. Prometeo non iscelse per certo

la vita a patto di sentirsi divorare le viscere dallo implacabile

avvoltoio."

-- "Questo vostro sbigottimento nasce, Isabella, dal non avere saputo

immaginare rimedio altro diverso che la fuga: altri partiti ci

avanzano...."

-- "Io non so vederli...."

-- "E sono i più agevoli...."

-- "Se provvedessero con sicurezza alla onestà!.."

-- "Persuadetevi, che più certi non si possono dare.... Paolo Giordano

ci vuole morti; e questo noi abbiamo a ritenere per fermo. Ora, --

dacchè noi non possiamo più stare in questo mondo assieme, -- dacchè

qualcheduno di noi ha da scegliere diversa dimora, egli n'esca, che ci

vuole cacciare, non noi, che ce lo avremmo tollerato a grande agio...."

-- "E così allo adulterio aggiungere l'omicidio? E per ammenda di un

delitto commetterne un altro, che offende più gli uomini, e Dio?"

-- "L'uno è quasi il figliuolo primogenito dell'altro; e la necessità

scusa; imperciocchè quale precetto o quale legge c'impone rispettare una

vita, che si è convertita in pugnale per trafiggere la nostra? Porgiamo

ascolto alla natura, benignissima madre, che mai non falla; e questa vi

dirà che delle due cose, uccidere od essere ucciso, meglio è

uccidere...."

-- "Voi mi fate ribrezzo."

-- "E perchè?"

-- "Perchè, se io interrogo il mio cuore, una voce mi grida: -- Quale

precetto mai, quale legge ci persuade a punire colui che non commesse la

colpa? Quale giustizia sopporta che facciamo una vittima perchè

commettemmo un delitto? No, così non si cambiano le parti nè in questo

mondo nè in quell'altro...."

-- "All'altro penseremo poi; per ora pensiamo a questo Voi, Isabella,

dovete pure avere appreso da vostro padre il modo di comporre una

bevanda soave al gusto, e che addormenti dolcemente.... e non faccia

risvegliare mai più...."

-- "Ahi tristo! Voi vorreste rinnovare gli orrori della famiglia di

Atreo...."

-- "No, io non intendo incominciare nulla di nuovo; basta che

continuiate nella pratica dei domestici esempii...."

Isabella Orsini, duchessa di Bracciano · 第 17 / 25 段