lo straziasse, un giorno che lo trovò presso alla sua bottega, con
bel garbo lo invitò a entrare per vedere certi suoi dipinti: andò
l'Aretino, e il Tintoretto messe prima la spranga per di dentro,
poi senza profferire parola fattosi ad un armario ne trasse un
pistolese, o mezza spada, e recatasela ignuda nelle mani, si mosse
incontra con mal piglio allo Aretino. «Ahimè! Tonio, esclamava
tremante Pietro, che cosa intendereste di fare voi? Guardate da
lasciarvi prendere dalla tentazione del demonio! Voi mi
ammazzereste senza sacramenti... come... un cane...» -- Ma
Tintoretto sempre innanzi, e venutogli al fianco, lui, che non
aveva membro che stesse fermo, misurò col pistolese, e quando lo
conobbe prossimo a lasciare gli spiriti, sempre torbo in vista gli
disse: -- «Non temete di nulla, messer Piero; siccome mi venne
vaghezza farvi il ritratto, ho voluto prendervi la misura: potete
andare; voi siete tre pistolesi e mezzo per l'appunto.» -- E
apertogli l'uscio, lo licenziò. Da quel momento l'Aretino disse
sempre bene del Tintoretto. L'Aretino essendo stato pur troppo
intrinsecissimo del sig. Giovanni delle bande nere, continuò la sua
_servitù_ col granduca Cosimo suo figliuolo, dal quale spesso
riceveva presenti, come ricaviamo dalle sue lettere; però
mostrandosi avverso a messer Piero Strozzi nel tempo della guerra
di Siena, compose in suo dileggio un sonetto piacevolissimo il
quale incomincia:
E Piero Strozzi armavirumquecano ec.
Piero lo fece avvertire che portasse l'olio santo in tasca, perchè
ad ogni modo voleva farlo ammazzare, anche nel letto; per lo che
sbigottito l'Aretino durò qualche anno a non uscire più di casa.
Non posso por fine a questa nota senza ricordare gli epitaffi, o
_epigrammi_, nel vero significato della parola (dacchè per
epigrammi intendevano gli antichi le iscrizioni funerarie piene di
contumelie composte pei vivi), che si ricambiarono Paolo Giovio e
Pietro Aretino. Il Giovio dettò:
Qui giace l'Aretin, poeta tosco:
Di tutti disse mal, fuorchè di Cristo,
Scusandosi col dir: non lo conosco.
E l'Aretino di rimando:
Qui giace il Giovio, storicone altissimo:
Di tutti disse mal, fuorchè dell'asino,
Scusandosi col dire: egli è mio prossimo.
[78] Di questo sviscerato amore dell'Aretino per le sue figliuole ne
fanno fede le sue lettere.
[79] È fama che l'Aretino, stando a sedere, e dondolandosi sopra i piedi
di dietro della seggiola, udendo certi biechi atti delle sue
sorelle, preso da riso smoderato perdesse lo equilibrio, e caduto
supino percuotendo del capo sopra il pavimento rimanesse morto.
Anche il Berni nel sonetto citato gli rinfaccia la mala vita delle
sue sorelle meretrici nel bordello di Venezia.
[80] Novella 137.
[81] Satira VII.
[82] Paucæ fidei, quare dubitasti? (S. Matteo.)
CAPITOLO OTTAVO.
LA CONFESSIONE.
Venuta la mattina della Pasqua, la donna si levò in su l'aurora
et acconciossi, et andossene alla chiesa... il _marito_
dall'altra parte levatosi se ne andò a quella medesima chiesa, e
fuvvi prima di lei... e messasi prestamente una delle robe del
prete con un cappuccio grande a gote, come noi veggiamo che i
preti portano, avendosel tirato un poco innanzi, si mise a
sedere in coro.... Ora venendo alla confessione, tra le altre
cose che la donna gli disse, avendogli prima detto come maritata
era, si fu che ella era innamorata.... Quando il geloso udì
questo, gli parve che gli fosse dato di un coltello nel cuore.
_Boccaccio_, Giorn. VII, Nov. V.
Evento dei tempi di cui tenghiamo proposito singolarissimo, e di
considerazione veramente degno, si è quello di vedere come nei conventi
si mantenessero, e dai frati si manifestassero spiriti avversi al potere
costituito, nel modo stesso che nei tempi antecedenti si era per loro
dimostrata opposizione maravigliosa al principato che si costituiva. Del
qual fatto dandomi io a investigare le cagioni, parmi che in parte le si
debbano attribuire alla vanità, vizio naturale, che molto di leggeri
alle menti dei migliori si appiglia, nè da noi figliuoli di Adamo, per
quanta industria sappiamo adoperarvi dintorno, affatto mai non si
scompagna; parte al difetto della vita attiva, e al chiudersi nella
contemplazione di una cosa; per cui avviene che la contemplazione così
s'insignorisce dell'anima, che l'uomo si compenetra della idea, la idea
dell'uomo, e diventano tutta una sostanza necessariamente palpitante e
vivente, nè l'una puoi sopprimere se l'altro non uccidi. La quale
condizione siccome feconda di geste inclite, così talvolta lo è di
luttuosissimi fatti: -- per lei sono l'eroe e il pazzo; ella guida al
trionfo o al patibolo, e lo intervallo, a cui ben vede, apparisce meno
largo di quello che altri per avventura non pensa. Forse la cagione del
fatto considerato può nascere da carità del prossimo, che non consente a
cuori appassionati sopportare la vista del mal governo al quale viene
condotta la stirpe redenta da Cristo a prezzo di sangue, ed odiano
l'uomo che presume ridurre in menzogna lo eterno riscatto. -- Può anche
dirsi, che in alcuni sia desiderio irresistibile di martirio, che
inebbria a modo di ogni altro amore lo spirito dell'uomo, e fa parergli
bella la morte per una parola lanciata nella faccia al tiranno nel
momento della sua feroce superbia, e che vi rimarrà impressa come se
l'avesse sfolgorata il fulmine di Dio. -- E forse, e senza forse, altre
più molte sono le cagioni del fatto, che o per cortezza d'ingegno, o per
essere il luogo male acconcio a simili ricerche, io cesso discorrere, le
quali congiuntamente, e non ognuna per sè, lo partoriscono, essendo
l'origine delle azioni nostre complessa oltre ogni credere, e tale da
perdervisi dentro i meglio vigorosi intelletti.
Dagli alti pergami scendeva pertanto una parola animosa, ma spesa
invano, non altramente che se fosse parlata dentro un camposanto. Così
la predica del sabato dopo la seconda domenica di Quaresima di Fra
Girolamo Savonarola valse a far sì che gli ascoltanti in lacrime dirotte
ed in altissime grida prorompessero, ma non valse a impedire a Lorenzo
il principato, e a lui profeta inerme la morte infame; nè più tardi la
predica del Padre Marcello di San Francesco in Duomo, la quale, per
quanto le memorie dei tempi ci tramandano, incominciava: «Firenze, io
sento che tu mi vuoi ammazzare; io la rimetto in te: degli altri
predicatori hai ammazzato. Sappi, Firenze, che questa sarà la mia
corona: volesse Dio ch'io fossi al primo della Quaresima. Apri pure gli
occhi ai tuoi peccati, Firenze: tu sei fatta una pubblica meretrice: ma
guai a te! guai a te!»[83] potè trattenere le libidini e la tirannide
del Granduca Francesco. Quando la fortuna dei popoli precipita, il
braccio solo di Dio sarebbe bastevole puntello alla grande rovina. I
fati devono essere adempiti, l'antica sapienza immaginò Giove sottoposto
al Destino.
E Francesco compiacendo al suo fiero talento, avrebbe desiderato tenere
sopra le ginocchia la testa mozza del frate, e pungerne con uno spillo
la lingua come usò la empia Fulvia del sacro capo di Cicerone; ma lo
trattennero i rudimenti paterni, e i consigli dei savi educati alla
scuola di Cosimo.
La molla tanto acquista di forza in respingere, quanto più noi la
tenghiamo compressa. Un fuoco chiuso s'irrita dentro al recipiente, e fa
violenza nelle pareti finchè non le rompa; una voglia contradiata si fa
agonia, l'agonia diventa furore. Fino al 1750, cosa incredibile, e vera,
in Firenze sopra la piazza della Signoria, là dove fu bruciato Fra
Girolamo, ogni anno la mattina del 23 di maggio si trovava _la fiorita_,
o fiori sparsi come si costuma davanti alle chiese nelle feste di
qualche santo.[84] -- A che montano i fiori? Coi fiori tessiamo le
ghirlande pei morti. -- A che nuoce uno amore manifestato una volta
l'anno, e co' fiori? Chi è quel così male accorto nemico, che volesse
spegnere una vita consunta da etisia? Non gittate il fiato indarno: la
candela è giunta al verde: sofferite anco due o tre pallidissimi getti
di luce, e poi regnerete in pace nei dominii ampi dell'erebo e della
Notte.
La mente di Cosimo apparecchiò un alveo larghissimo, lo munì di argini
validi, e ad ogni urto gagliardi; poi consentì, anzi desiderò che la
opinione pubblica a modo di acqua vi dilagasse dentro. Egli fermo sopra
gli argini ne guardava con solerzia ed accortezza supreme lo impeto e i
moti; e conobbe sorgerne di tre generazioni uomini.
I primi, ed erano i più, incapaci di pensare e di agire, vero ripieno
della stirpe umana; e questi lasciava come innocui che il gran flutto
del tempo li riportasse nel nulla donde li aveva prima dipartiti:
appartenevano a questa generazione tutti coloro i quali nello scontrarsi
per le vie, volgendo cautamente uno la faccia a mezzo giorno, l'altro a
tramontana, per non essere avvertiti dal bargello o da cui per esso, si
stringevano con molta compunzione le mani, alzavano gli occhi lacrimosi
al cielo, sospiravano profondi, della servitù di Babilonia discorrevano,
Gedeone, Giuda Maccabeo, o Debora ricordavano, nelle braccia del Signore
la causa loro confidavano, come se il Signore dovesse affannarsi a dare
una patria a cui non la merita, e combattere le battaglie di un popolo
che ha paura dell'armi. -- Vi appartenevano coloro, che copiosi dei beni
di fortuna stavano lontani dalla città compiangendone i cittadini di cui
pareva non si considerassero parte; e come Scipioni sdegnati, riparavano
magnanimamente dalla pubblica sventura entro uno asilo lieto di quanto
l'abbondanza della terra o la industria degli uomini sanno produrre di
più esquisito per soddisfare le voglie fisiche dei mortali nel mondo.
Dandosi sembiante di nocchieri stanchi, e rotti dalle fatiche, stavano
dalla riva a considerare le nuove procelle: -- essi, che non avevano mai
navigato neppure sopra la piana superficie di un lago! E invece di
nocchieri, parevano ed erano del tutto somiglievoli al topo romito di
Lorenzo Pignotti,
Che per andar dal mondo assai lontano,
Entrò dentro d'un cacio parmigiano.[85]
Pessimi cittadini, e strumento validissimo di tirannide!
Vi appartenevano coloro, che volendo alla propria ignavia e alla comune
viltà apprestare onesto motivo, affermavano doversi aspettare a
_primavera_: ma non dicevano quale; sicchè questo loro detto
corrispondeva al cartello che alcuni venditori appiccano nelle botteghe;
ove sta scritto perpetuamente: -- oggi non si fa credenza, domani sì; --
e quanto prima dovere andare il mondo a soqquadro: sapere, e saperlo di
certa scienza, che il Turco voleva entrare in Ungheria, e tentare
Vienna, e non essersi per anche messo in campagna, perchè non avevano
cucito le tre code al turbante del Gran Visir.... Filippo II di Spagna
avere detto apertamente, che Cosimo non aveva voluto imprestargli
danaro, e guai a lui! Eglino essere come i pescatori di anguille, che
per pescare con frutto attendevano le acque torbe. Vi appartenevano
quelli, che orridi per folta capelliera, e per faccia tutta irta di
peli, ormai non potevano produrre altra testimonianza della umanità
loro, tranne la punta del naso; -- e gli altri, che tenevano in tasca
forbiti pugnali sizienti sangue, e che per ora, onde non lasciarli
asciutti, se ne servivano per mondare le pere; -- e gli altri che per
addestrarsi alle armi, e afforzarsi contro ai perigli, con uno spadone a
due mani davano a torto e a traverso manrovesci, fendenti, e punte da
Orlando entro sacchi ripieni di semola; e quando erano tutti in sudore,
scalmanati e rubicondi esclamavano: -- «Beviamo! abbiamo bene meritato
della patria!» -- e giù bicchieri di santa ragione. Costoro una capacità
avevano certo, e se il lago di Bientina fosse stato vino, a questa ora
sarebbe asciutto da duecento e più anni a questa parte; -- e gli altri
infine, che alle stelle remote ed alla luna confidavano le secrete
ansietà, i lai arcani, e gli ardori interni, che il giorno dopo della
esalazione loro correvano manoscritti per tutta la città. Vi
appartenevano finalmente, non già perchè venga meno il catalogo, ma
perchè non riesca sazievole il novero troppo lungo dei disutilacci che
non fur mai vivi, quelli i quali si affaticavano a far credere che
mediante l'alfabeto si poteva racquistare la perduta dignità: -- «I
figli della terra, essi dicevano, misero lo scompiglio nelle sedi
celesti ponendo Olimpo sopra Ossa, e Ossa sopra Pelia, e provocarono la
tremenda procella dei fulmini di Giove: noi meglio avvisati torneremo
nei cieli alla sordina; fabbrichiamo copia di scale tascabili,
apparecchiamo degli spaghi, e così quando se lo aspetteranno meno, noi
daremo una scalata alle nuvole. L'uomo è più da temersi col naso
cavalcato da un paio di occhiali di Roma, che cavalcante egli stesso un
buon destriero di battaglia; un libro in-quarto difende meglio un popolo
di una fortezza; da una lettera sola scaturiscono più libbre di civiltà,
che da un cannone da trentasei libbre di palla; un _elle_ ferisce meglio
di una lancia, un _j_ lungo fende assai più di una scimitarra; un
dittongo può diventare il passo delle Termopili, -- o le Forche Caudine:
-- lasciate fare a noi; col tempo e con la pazienza foreremo le Alpi
anche con una lesina: vedete il tarlo!....» -- Ahi sciagurati! Il tarlo
rodendo muore nella ignobile tomba che ha scavato. Enceladi
_in-sedicesimo_, non si fa guerra a Giove con gli aghi, le corazze di
malva, e le barbute di gusci di noce, come gli eroi della
Batracomiomachia di Omero! Nè uomini nè donne; androgini morali, molto
più nuocciono alla parte a cui si appigliano, che le cavallette di Moisè
non guastarono le mèssi nelle pianure egiziane.
Ma quello ch'era a considerarsi più strano consisteva in questo, che
anche presso i fuoriusciti, anzi principalmente presso loro, non si
rifiniva mai di congiurare: quei di fuori tacciavano di accidia e di
peggio quei di dentro, e li proverbiavano sopra la primavera, sopra
l'autunno, e simili altre miserie; quei di dentro mettevano accusa a
quelli di fuori: ambo i lati smaniosi di fare, ambo i lati incapaci di
fare, ardenti come fuoco quando la occasione d'irrompere si allontanava,
diaccio quando pareva avvicinarsi: una parte biasimava l'altra, e sopra
tutto erano irreconciliabili in massima, chè taluni sostenevano il mondo
avere ad essere un arcolaio, tali altri una girandola. I fuoriusciti
stavano per la girandola, quei di casa per l'arcolaio: «Poniamo,
dicevano i primi, fuoco alle polveri, e vedrete come lieve scintilla
gran fiamma secondi; vedrete qual mole di lava ardente inonderà la
terra: fate, ardite; se qualcheduno per caso ne restasse appeso per la
gola a cagione della Legge spolverina,[86] non se ne dia per inteso,
dacchè dalle sue ossa nasceranno vendicatori, e il suo sangue cadrà come
rugiada di vita sul fiore che sospiriamo.» -- «Non vuolsi avventurare
così grossa posta, rispondevano i secondi: chi va piano va sano; tardi,
ma certo: _festina lente, tarde, sed tuto_ (con le altre leggende per le
quali anche la pizzuga presume farsi credere generale di eserciti). La
vita dei popoli è lunga lunga; se non sarà dato di goderne a noi, bene!
ne goderanno i nipoti dei bisnipoti dei nostri nipoti (questi, come
vedete, la pigliavano larga); anche a noi tarderebbe stendere la mano al
frutto bagnato di tanto sudore, ma noi sappiamo contenerci
prudentemente, ma noi sappiamo aspettare. Il mondo è un arcolaio, vi
diciamo; intorno alle stecche voi vedete accomodata la matassa: a vero
dire, apparisce un poco arruffata, pure pian pianino, con giudizio,
senza troppa fretta, noi giungeremo a dipanarla.»
E i primi dicevano ai secondi: «Ma voi state in seno delle vostre
famiglie, ma voi coprono i tetti paterni, voi l'avito censo alimenta,
voi ragionate così davanti al domestico focolare; e noi andiamo randagi
in terra straniera, noi divora l'agonia del suolo natale, noi tollerano
impazientemente ospiti avari, nè i patrii affetti ci scaldano, nè il
patrio sole.»
E i secondi replicavano: -- «Dunque non è amor di patria quello che vi
muove, bensì dei vostri comodi particolari!» Nè qui restava la turpe
vicenda delle rampogne; chè anzi così trascorrevano smodate e piene di
scandalo, da muovere perfino la compassione dei loro stessi nemici....
Privi di senno nel concepire, senza coraggio nel mandare ad esecuzione,
mancavano _dello estremo benefizio della sventura, -- voglio dire della
dignità nel sopportarla_.
Tutti questi umori di lunga mano conoscevansi, e non che ne
insospettissero, ne ricavavano maraviglioso diletto, come di vedute
grottesche della lanterna magica politica, le quali si dipingessero
passando sopra le pareti della sala degli Otto.
Le due rimanenti maniere di uomini concordavano in questo, che favoriti
dai cieli di ottimo discernimento, assottigliato per lungo esercizio dei
buoni studii, erano destinati a formare il credito della fazione a cui
si fossero rivolti. -- Ma differenziavano poi in questo altro, che
alcuni si erano lasciati persuadere, e chinato il capo servivano; ed
alcuni non petulanti, non pervicaci, non superbi, si erano avvolti nella
solitudine e nel silenzio, convinti che là dove le magnanime parole
vengono interdette, la migliore cosa che avanza all'onorato cittadino è
tacere.
Costumano gl'Indiani quando fanno la caccia agli elefanti, condurre seco
alcuni di cotesti animali addomesticati, che scorto appena il salvatico
gli si fanno dintorno tutti festosi, e s'ingegnano avviarlo verso il
chiuso: ov'egli repugni, a suono di colpi di proboscide, metà carezza,
metà percossa, ve lo costringono; e ridotto nel chiuso, guasto dallo
esempio, depone subito gli spiriti feroci, e lascia mettersi addosso la
gualdrappa di scarlatto, gli arnesi indorati, e i campanelli di argento.
-- Non diversi erano gli argomenti posti in uso per vincere la gente, e
ridurla alla propria devozione, la quale poi non pativa difetto di
ragioni valevoli a giustificare il partito abbracciato; ed invero davano
ad intendere: «Non giova egli mitigare un destino, che per quanto sembra
a noi non è concesso mutare? Non giova egli rendere umano un potere, che
inacerbito può diventare feroce? Quando ci manca la facoltà di tôrre via
Polifemo, meglio vale aprirgli due occhi, che acciecarlo dell'uno. Se i
tempi sinistri ci contendono di spargere la gioia sopra le generazioni,
adoperiamoci a risparmiare loro delle lagrime amare. Così operando, noi
sagrifichiamo i nostri affetti privati a vantaggio della umanità, le
nostre ambizioni particolari deponiamo; non agli uomini, ma a sè stesso
compiace colui, il quale anche con qualche suo carico non opera il bene
che le condizioni del secolo gli consentono solo di fare.»
I rigidi all'opposto sostenevano: -- «che quando davanti ai popoli
adunati non può rendersi conto delle proprie azioni, bisogna condurci
nella vita in cosiffatto modo, che la presenza basti per la orazione: nè
il popolo discernerla tanto per la sottile; e allorchè vede anima da un
lato, e prezzo dall'altro, reputa il contratto di compra e vendita
perfezionato, e nella notte tutti i gatti sono grigi, come insegna il
proverbio; e male, avvolti in una cappa medesima, possiamo distinguere
gli Ebrei dai Sammaritani: il popolo abbisogna di fede, la quale non si
persuade per via di astrattezze e di ragionamenti, ma in virtù di un
fatto, o di un domma semplicissimo. Il libro del destino essere chiuso
ad occhi mortali; e presumere troppo di sè chiunque avvisasse
prognosticare oggi quanto sarà per accadere domani: ora, se i presagi
loro venissero meno, se quel fato, che riputavano immobile, prendesse a
girare più volubile della ruota della fortuna, qual gonfalone
desidereranno vincitore? A quale fazione si accosteranno? A qual parte
rimarranno fedeli? Quale tradiranno? I nuovi obblighi anteporranno agli
antichi, o piuttosto gli antichi ai nuovi? Perchè lo inclito personaggio
si porrà egli in condizione da non conoscere in qual lato il suo dovere
lo appelli in certi momenti solenni in cui la sola esitanza è peccato
gravissimo avanti Dio, e misfatto presso gli uomini? Nè quella vantata
temperanza del male giova punto, anzi nuoce; imperciocchè sia della
umana natura desiderare, cercare, e trovare ai gravi mali rimedio,
mentre ai sopportabili si adatta, e a mano a mano perduta qualunque
virtù, l'anima dell'uomo diventa più paziente della schiena di un
cammello. Arrogi, che le parti si smarriscono nello insieme; e
contemplando la fabbrica, nessuno ci consiglia indagare la forma delle
singole pietre, mentre l'obelisco di granito, monolito e solitario, leva
la fronte senza paura di fulmine, e rende testimonianza perenne che fu
creato dalla natura, e formato dagli uomini per celebrare le lodi del
sole.»[87]
A vero dire, il discorso loro suonava piuttosto superbo che giusto,
conciossiachè l'uomo, fragilissimo tessuto di vene e di nervi, io non so
come possa paragonarsi agli obelischi di granito: e che non fossero
obelischi lo dimostrava chiaro lo sparire improvviso ora di questo ora
di quello, e lo acciaccarsi per la misteriosa, tenebrosa e tenace
persecuzione che veniva loro mossa: da per tutto contrarietà; discordia
in casa, ingiustizia nei tribunali, orrore in chiesa; accolti con
disprezzo; rigettati con acerbità; nelle più care affezioni insidiati;
nelle sostanze disfatti. Non basta ancora: -- il senno vilipeso come
follía, la costanza riputata insania, le intenzioni calunniate, e
diseredati perfino dello scopo unico a cui tende la virtù infelice, --
il premio della lode.
Però pochi annoverano le storie, che con animo invitto abbiano resistito
a così infame guerra: alcuni rarissimi, non potendo più oltre
sopportare, e mutare non volendo, tolsero a lasciarsi morire di fame, o
a volgere contro sè stessi le mani omicide, e i nomi di cotesti grandi
infelici, più che altrove occorrono registrati nelle storie di Tacito,
di Dione e di Svetonio; altri, più presto singolari che rari,
deliberarono bevere intero il calice di fiele che la tirannide
appressava alle loro labbra: anzi, pensandovi sopra, due soli io vedo in
questa terra essere quelli che ardirono subire interi i novissimi fati;
ma uno fu Cristo, ed era Dio; l'altro, uomo invero, ma di natura quasi
divina, e si chiamò Socrate.
Ora lasciamo di Dio: ma quale fama al mondo può uguagliare la fama di
Socrate?