Molti lo confermano, ma, come avviene spessissimo, piuttosto sopra la

fede altrui che per osservazione propria. I Fiorentini ai giorni

presenti agita il demonio del lusso e della pigrizia: come tutti gli

altri popoli della Europa, non dirò che non credano, ma poco fidano nel

paradiso celeste; si sono fabbricati anch'essi un nuovo paradiso

terrestre senza l'albero della scienza. Poco importa se raccogliamo

fiori di un giorno, e caduchi; anzi, che si rinnovino è bene;

qualsivoglia durata pesa; vivere, e godere comprende lo scopo supremo

delle umane voglie. -- Una volta il secolo dubitava tra il bene e il

male; e certo grandissimo travaglio era cotesto della mente e del cuore;

pure lo stesso tormento rendeva testimonianza di vita: oggi il secolo

crede, sì, crede, ma la sua fede non è nel bene. Viviamo tutti come se

il medico ci avesse spediti; e' pare che temiamo che domani il cielo non

sia per cuoprire la terra: non più piramidi, non più obelischi; la più

faticosa opera che osiamo imprendere noi, sta in comporre un mazzo di

fiori; la tela del ragno ci sembra cosa troppo secolare, ci costituiamo

numero ed enti nati per consumare il grano. Orniamo pertanto di papaveri

le tempia dei nostri eroi, sia il sonno la epopea dei nostri tempi, lo

sbadiglio la storia. Nel sepolcro ci aspetta vita maggiore che sopra

questa terra, almeno durante il periodo della putrefazione. Nessuno ci

può muovere ragionevole rampogna: noi pei tempi, i tempi per noi: la

nicchia e il santo corrispondono a maraviglia. Perchè logorarci per

procacciare una rinomanza che detestiamo? Perchè attendere a studii i

quali potrebbero fare sospettare la nostra esistenza, che noi con ogni

maniera di sforzo c'ingegniamo mettere in oblio? I figli nostri

cresceranno peggio o meglio di noi: se peggio, riesce indarno ogni

argomento; se meglio, vergognerebbero delle nostre miserie. -- Bene

dunque ci avvisiamo a dormire, a tacere, a godere, e a morire. Questo

veramente si chiama il trionfo della morte! --

E i piattelli posti sul desco erano due; uno dirimpetto all'altro. Tutto

appariva presto, e a Cecchino non dava il cuore di gustare le vivande

che aveva desiderato; anzi teneva la faccia rivolta al capo della mensa,

e ad un tratto versò una grossa lacrima, e proruppe in un gemito

profondo. La moglie, vista quella subita desolazione, gli domandava

smaniosa:

-- "O Santa Vergine, ch'è questo mai? Cuore mio, che cosa ti affligge?

Dimmelo via, non lo nascondere alla tua povera consorte...."

-- "Ahi! Maria, non ti ricordi come l'ultima volta che sedemmo a questa

mensa noi fossimo tre...."

E qui successe un silenzio lunghissimo. Primo a romperlo fu Maria, la

quale in questa maniera riprese a dire:

-- "Madonna Laudomine è andata propriamente in paradiso. Con quanta

allegrezza non vide ella avvicinarsi la ultima sua ora! Come non

favellava co' Santi, che parevano accorsi per assisterla nel suo

transito! Ormai questa vita le si era fatta grave; il dolce lume del

giorno non rallegrava più le sue amorose pupille: -- e tua madre non

avrebbe più veduto la tua faccia, Cecchino. Ella moriva come una sposa

che va a nozze, e lieta di saperti così bene avviato nel sentiero del

Signore, che niente varrebbe ormai a fartene abbandonare la traccia.

L'ultimo suo pensiero fu a Dio; il penultimo a te. -- Digli, -- parlando

le parole estreme mi ammoniva -- digli ch'io lo benedico, digli che i

suoi discendenti l'onoreranno perchè ebbe carità per sua madre; e per

ultimo gli dirai, che quando fie sazio di anni, sua madre lo aspetterà

in paradiso. -- Per le quali cose conforta lo spirito travagliato, e non

volere lasciarti in balía del dolore...."

-- "Certo, la buona donna era vecchia, e adesso è fatta cittadina del

cielo; ma non ostante desideratissima e dolcissima sopra tutte le cose

mi sarebbe stato poterla vedere...."

-- "E chi può dire che adesso, in questo momento che noi favelliamo, non

ci stia qui dintorno? Se, come è fede, noi siamo anima e corpo, perchè

l'anima che sente amore, concedendolo Dio, non tornerà a visitare le

persone e i luoghi che in questo mondo le furono cari? Consólati,

Cecchino mio; pei tempi che corrono, il peggio non istà nel morire,

bensì nel vivere...."

Allora Cecchino consentì a nutrirsi, ma gli era passata la voglia;

sicchè in breve ebbe posto fine alla cena: forse più che non volle,

beveva.

La donna, molto per curiosità, e molto ancora per distrarre il marito

dai sinistri pensieri, tornò sopra il conto del duca.

-- "Dunque il signor duca è arrivato?"

-- "È arrivato; ma mi fa mestieri trovarmi altro pane...."

-- "Come? Ti avrebbe per avventura cacciato?"

-- "No, me ne sono venuto io stesso.... -- Ora, senti; comecchè alle

donne non istia bene confidare le cose che devono rimanersi segrete,

nonostante, io, per averti sempre conosciuto discretissima, e dabbene

femmina, non ti nasconderò veruna parte dell'animo mio. Il duca è

venuto, e credo con mali pensieri. Con mistero, e a notte, noi

penetrammo in Firenze: favellò a lungo col cognato, poi si ridusse

guardingo alle stanze del casino di San Marco; quivi rimase solo, e

mandò me e un'altra lancia spezzata al suo palazzo per dare ad intendere

alla signora Isabella, che domani, o l'altro appresso, ei sarebbe

arrivato: intanto spiassimo, ed ogni fatto e detto a lui

diligentissimamente referissimo...."

-- "E la cagione?..."

-- "La cagione è manifesta," riprese Cecchino abbassando la voce: "fino

a Roma corse la fama della vita della signora Isabella; io per me tengo

per fermo ch'egli sia venuto a vendicare il suo onore nel sangue della

moglie; -- e della vita della duchessa all'ora in cui siamo io non darei

un soldo lucchese."

-- "E non vi sarebbe modo di salvare cotesta male arrivata signora?"

-- "Nessuno; perchè, a quanto sembra, i fratelli hanno voglia di

castigarla più assai del marito: oltrechè mi pare ch'ella sia per

ricevere pena condegna ai suoi meriti; e se io invece di andare a spiare

i fatti suoi, rendermi partecipe della sua morte, e macchiarmi le mani

nel suo sangue, ho tolto commiato volontario dal duca, non perciò mi

sentirei punto disposto di correre pericolo per tale che non merita

nulla."

-- "O questo come puoi dire? Dunque la bella rinomanza di una

gentildonna sarà in balía del primo paltoniere che si avvisi

contaminarla? Da quando in qua l'accusa ha da essere leggera in

proporzione ch'è grave il fallo apposto, e truce la pena?"

-- "La persuasione non abbisogna mica di testimoni, e di strumenti: e

poi quando il popolo parla, Dio ha parlato; e se non è lupo, cane bigio

non manca."

-- "Ed io, comecchè a malincuore, vo' porre che la colpa vi sia: ora

dimmi, e chi avrebbe dato sopra la sua moglie diritto di morte al duca?

Questo giudice ha la coscienza netta? Questo accusatore è innocente? La

mani ha pure questo sacerdote? E se non è innocente, perchè mai giudica

e condanna in altrui la colpa ch'egli pure ha commessa?"

-- "Oh! ci corre tra il marito e la moglie. La moglie mette in casa

figliuoli che non vi dovevano entrare, divide la sostanza tra persone

con le quali non si doveva dividere: il figlio sospettato illegittimo

viene rejetto da tutti; gli altri lo disprezzano; egli gli odia; e

questi germi pessimi troppo sovente abbiamo veduto partorire nelle

famiglie frutti sanguinosi."

-- "E tu non dici il vero; imperciocchè l'uomo procreando figliuoli

fuori di casa, vorrà forse abbandonarli? Se mai avvenga ch'egli li

abbandoni, ecco il mondo lo biasima, e la sua coscienza lo riprende:

dove poi a loro provveda, non assottiglia ingiustamente anch'egli la

sostanza ai figliuoli legittimi? No, pari i doveri, pari le colpe, e

pari avrebbero ad essere il perdono, o le pene...."

-- "Eppure non è così, e come la discorri non mi ci entra. Una ragione

vi ha da essere, sebbene non mi riesca trovarla...."

-- "Senti, tu non la trovi perchè non ci è; se ci fosse, ti ricorrerebbe

spontanea alla mente. Io, pensando tra me, ho veduto che il mondo si

riposa sopra certi principii che va chiamando verità: alcuni di questi

pare vedere e toccare; tanto i letterati grandi, quanto gl'idioti, ci

acconsentono, e dicono: -- Sta bene; -- altri poi non s'intendono,

paiono alchimia, e bisogna stillarci sopra il cervello per andarne

capaci. I primi mi paiono monete di buona lega, i secondi moneta falsa;

i primi scendono dalla natura, i secondi dallo artifizio."

-- "Eh! Le buone femmine non la devono squattrinare tanto pel sottile, e

obbedire alla legge che gli uomini impongono...."

-- "Legge violenta, giudice iniquo, e pena scellerata...."

-- "In fe' di Dio, tu sei riuscita tale favellatrice, che mi fai

spavento. Chi ti ha messo in bocca queste invereconde parole?"

-- "La ragione...."

-- "O forse il bisogno di difendere le bieche tue opere?" E Cecchino

commosso da sdegno maraviglioso prese un coltello, e trapassata la

tovaglia, lo conficcò quasi un pollice dentro la tavola. La povera

Maria, tutta accesa in favore della sua signora, non pose mente a

cotesto atto; anzi con insistente petulanza:

-- "Che opere e che non opere vai tu fantasticando?" replicava. "Io ti

dico che non ci hanno ad essere due pesi e due misure, e che non ci

sono...."

-- "E va bene. Quando della turpitudine della duchessa e tua non mi

occorresse altra prova che la presente tua sfrontatezza, dovrebbe

bastarmi, e averne ancora per giunta. Queste erano le festività, queste

le accoglienze, e questi i baci? Ahimè misero!...."

E la Maria, percossa dalla mutata sembianza del marito, si avvisò

domandargli qual subito pensiero lo tenesse occupato; ma questi ormai

non la badava più, e se ne stava come uomo tratto fuori di sè, e

favellava accenti tronchi in parte dolorosi, in parte minaccevoli:

-- "Ahi! Titta, com'erano le tue parole vangelo. -- Ed io correva a

scavezzacollo verso la bene amata consorte! Valeva meglio mi fossi

fiaccato le gambe; ancorchè i mariti fossero cani, non basterebbero a

guardare le donne loro: -- i ladri entreranno pei tetti. -- Io mi voglio

buttare via: tanto nel mondo è finita ogni cosa per me. Però tu non hai

ad essere lieta della mia morte, Maria; -- no, faccio voto a Dio che la

mia maladizione ti si attaccherà come un tarlo nelle ossa. -- Tu mi hai

tradito, altri tradirà te; ti si apparecchiano giorni tristi, vita

squallida, e morte amarissima...."

In mezzo a queste querele, che la passione gli spingeva alla bocca, ecco

muovere dalla prossima stanza un suono di fanciullo che piange, e una

voce che chiama:

-- "Mamma! -- Mamma!"

A Cecchino si drizzarono i capelli irti a modo dello istrice, si fece in

volto prima bianco come un lenzuolo di morto, poi rosso di fiamma; gli

tremarono convulsi i labbri, balenò con gli occhi luce sinistra, e

subito dopo invaso da bestiale furore afferra Maria per le braccia, e la

strascina nella camera. Appena posero i piedi sopra la soglia, che il

bambino si levò a sedere sopra il letto, e stendendo festoso e giulivo

le mani verso la Maria, che ormai considerava come oggetto gradito,

replicò:

-- "Mamma! -- Mamma!"

La voce strideva a Cecchino fra i denti come un bramito di fiera:

sospinse da sè con tanto impeto Maria, che la male arrivata femmina andò

a investire riversa nel letto, e cadde sopra il fanciullo: ella pure,

vinta dalla sorpresa e dalla paura, sbalordita dallo evento, combattuta

anche dalla ira, non era capace a formare parola: ma la ira presto le

cadde giù dall'animo, e a commoverla più potentemente sopraggiunse la

pietà. -- Per poco non le si rompeva il cuore agitato dal groppo di

passioni tanto veementi: scivolò giù dalla sponda del letto, e postasi

in ginocchio, fece delle mani croce, e col sembiante supplicava al

marito furibondo.

E il marito per via di cotesti atti sempre più inferociva, e brontolava

cupamente:

-- "No... hai da morire... dobbiamo tutti morire... non vi è pietà...

non voglio averla per me... pensa se a te... e se a questo

serpentello..."

E la donna singhiozzando:

-- "Cecchino!... Cecchino!... senti..." -- E non le riusciva aggiungere

altro.

-- "Prepárati a morire... Hai un'ora... mezza... no... cinque minuti di

vita..."

-- "Senti... Lasciami..."

-- "Riconcíliati con Dio.... Ma è inutile.... tanto, traditori non

entrano in Paradiso..."

-- "Non posso..."

-- "Hai terminato?"

E Maria sfinita di angoscia, per la impotenza di cavare dalla gola la

parola intera, con la destra faceva l'atto di chi nega una cosa; e la

furia ch'ella poneva in quel moto era tale, che lo scritto viene meno a

significarla. O come la stringeva ineffabile affanno, pensando che poche

voci avrebbero placato cotesta procella, composte le ire, salvato tante

e così care vite, e non potere pronunziare cosiffatte parole! E Cecchino

invasato dal demonio, ogni indugio aborriva, nel pensiero omicida

infuriava, e gli pareva mille anni di tuffare le mani nel sangue di lei!

-- Povera donna!

-- "E se a te non importa finire, a me tarda incominciare.... Allo

inferno, rea femmina!...."

E sguainata la daghetta, la manca sospinse in avanti per ghermire. Maria

proruppe in un grido, e percosse come corpo morto sul pavimento.

Cecchino, chiuso il cuore alla pietà, non si ristava; piegò la persona,

ed intendendo a immergerle nel seno la lama della daghetta, le strappava

rabbiosamente e veli e panni, quando con sua maraviglia vide uscirne una

lettera: immaginò che fosse dell'odiato adultero, e ne trasse argomento

di miserabile gioia, proponendo estendere fino a lui la vendetta. Prende

la lettera, si accosta al lume, e legge nella sopra carta:

«Alla Maestà Cristianissima di Caterina regina di Francia.»

Pensò trasognare: guardò la terza e la quarta volta; lo scritto stava

pure come aveva letto la prima. -- Spiega il foglio, e trova:

«Onorandissima come madre. -- Considerando la gravità dei miei peccati,

e la pena che me ne possa incogliere sopra questa terra valgami ad

ottenere dalla misericordia infinita di Dio quel perdono di cui lo

supplico con tutte le viscere dell'anima mia, ho deliberato di non

sottrarmi al destino, qualunque e' si sia, che la Provvidenza mi

apparecchia. Ma sebbene io mi appigli a questo partito, che mi pare

essermi dettato dal mio Angiolo Custode, non posso poi nè devo

inviluppare nella mia rovina una creatura innocente, e per ogni verso

degnissima di commiserazione. Io confido pertanto questo figlio del mio

dolore alla vostra pietà: pensate che la sua culla è circondata di

serpenti, e la sua vita è la vita della belva del bosco, a spegnere la

quale ogni uomo pensa avere ragione e diritto. Non vi vogliono meno

della prudenza e della autorità di Regina gravissima e potentissima

quale voi siete, per salvare questo misero capo: se non che mi è a bene

sperare cagione vedere come la donna a cui raccomando questo figliuolo

perchè lo riponga nel grembo della M. V. quasi in porto fidatissimo di

salute, lascia patria, casa, e parenti, per consolare di un qualche

conforto me peritura. Questa donna è mia sorella di latte: nata e

vissuta nelle vie del Signore, mi abbandonò rejetta nella ora del

peccato, e mi ritorna spontanea in quella della sventura. La urgenza dei

casi non patendo indugi, ella si pone sola in cammino da me scongiurata;

ma io farò in modo che la raggiunga in breve l'amatissimo suo marito.

Giovani entrambi fedelissimi, meritano la benevolenza della M. V., che

prego a somministrare loro le più larghe grazie e favori di cui il

vostro animo regio è così copioso largitore con tutti, e specialmente

poi con quelli che in vantaggio dei congiunti vostri e della magnifica

vostra casa si mostrarono volenterosi di assumere incarichi ancorachè

con manifesto pericolo delle loro sostanze e persone. Io non ho a dire

altro, che supplicare la M. V., per l'amore di Gesù Cristo nostro

Salvatore, di prendere sotto la sua protezione questa misera creatura.

Dio ve ne darà quel rimerito, che non posso io. -- Pensi la M. V. essere

queste le parole novissime di persona a voi stretta per sangue; --

questo essere il mio testamento; -- e con questa fiducia morire

rassegnata e compunta, chi altramente avrebbe concluso la vita disperata

e bestemmiando. Quando giungerà alla M. V. la notizia della mia morte,

che presento vicina, vogliate ricordarvi di me nelle vostre orazioni, e

fare suffragare l'anima mia. Vi auguro in questo mondo le maggiori

felicità, che la gloriosa mente e il cuore magnanimo della M. V. sanno,

per così dire, creare; e baciandovi le mani mi dichiaro della M. V.

indegna, ma pure affettuosissima figliuola. -- Isabella duchessa di

Bracciano.»

Prima assai di arrivare in fondo, Cecchino accorto dell'errore suo,

spogliata la ira, venne preso da tale una passione al cuore, che non

potè fare a meno di sfogare con lacrime copiosissime. Depose il foglio;

già prima assai aveva scagliato lontana da sè la daga, e tutto in pianto

si abbandonò sopra la sua Maria, sollevandole amorosamente il capo, e

con mille nomi dolcissimi chiamandola. Ma la povera donna non dava segno

di vita, e nella caduta aveva percosso così duramente, che dietro la

orecchia destra le si era rotta la pelle, e grondava sangue. Per poco

stette che Cecchino pure non venisse meno; ma lo sostenne il pensiero di

provvedere alla salute della sua donna amatissima: le fasciò la ferita,

l'adagiò sopra il letto, tentò farla rinvenire con acqua e con aceto,

col fumo della esca, con quello delle penne di pollo; insomma non vi fu

argomento che egli non mettesse in opera; ma la donna non rinveniva.

Egli poi non irrompeva in lagnanze inopportune: gemeva di tratto in

tratto, e alzava supplichevoli gli occhi al cielo. -- Alla fine

disperato le si pose al fianco, l'abbracciò stretta, la inondò di

lacrime, la ricoperse di baci, e tra i singhiozzi esclamò: -- "Signore,

fate ch'io muoia qui accanto a lei!"

Ma il Signore non volle un tanto danno, e profferito ch'ebbe appena

Cecchino cotesto scongiuro, che Maria, anch'essa sciolto un profondo

sospiro, aperse gli occhi, immemore di quanto fosse accaduto.

Cecchino si pose in ginocchio davanti a lei, non osando pure aprire la

bocca: ma alla Maria tornava a poco a poco la memoria dei casi passati,

e si sforzò rilevarsi; e vista aperta la lettera da lei custodita con

gelosa cura nel proprio seno, sollevò Cecchino da terra, e sorridendo

con un languido sorriso mormorò queste parole:

-- "Di poca fede, perchè hai dubitato?"[82]

E quindi a breve, guardate dal balcone le stelle soggiunse:

-- "Cecchino, non abbiamo tempo a perdere: tra pochi momenti verranno

per noi. Mentre io vesto il bambino, tu metti assieme i tuoi panni, e

cúciti addosso l'oro e le gioie della signora; -- al rimanente è stato

già provveduto."

Cecchino non aveva volontà propria; ormai obbediva come cosa passiva

allo impulso che gli veniva dato: tante, e così diverse, e tanto

profonde erano state le passioni che lo avevano commosso nel giro di

poche ore, ch'ei si sentiva quasi annullato; ma dove fosse rimasta in

lui facoltà di pensare e di volere, non si sarebbe mai opposto ai

desiderii della sua moglie, che animata da spirito di carità, di

sacrifizio e di amore, gli pareva creatura da uguagliarsi piuttosto alle

sostanze celesti, che anteporsi alle mortali. Insomma, come cosa santa

la riveriva ed amava. -- Di tali e così subiti trapassi vanno capaci le

umane menti quaggiù! Misere intelligenze in balía della passione, come

un fragile schifo commesso alle tempeste dell'oceano, per poco

piangiamo, per poco ridiamo, ma, e questo importa assai più, per poco

ancora trascorriamo a fatti che come ci tolgono la dignità dell'uomo e

la pace dell'animo, così ci rendono meritevoli in questa vita del

vituperio degli uomini, e nell'altra dello sdegno di Dio.

Nè s'ingannava punto Maria; perchè non istette guari, che comparvero due

uomini sotto casa, e battuto con molta circospezione alla porta,

invitarono con piana voce Cecchino, recatosi alla finestra, di scendere,

e avacciarsi, essendo apparecchiata ogni cosa. Andò prima Maria col

pargolo; seguitava Cecchino con un forziere, chè pochi panni era

prudente portare; e dato il primo passo fuori della porta si voltò

indietro sospirando, e disse:

-- "Ti lascio per non rivederti mai più!"

E scesi che furono, Maria chiamando Cecchino maravigliò forte di non

trovarselo al fianco: stava per rifare le scale, quando apparve di nuovo

Cecchino affannoso, che le favellò sommessamente:

-- "Mi era scordato del rosario di mia madre sospeso a capo del letto, e

sono tornato per esso. Se fosse appartenuto alla tua, tu non te ne

saresti dimenticata...."

Maria gli prese la mano, e gliela strinse, -- perchè conobbe che non

aveva difesa, -- e l'accusa le piacque.

Camminarono alcun tempo in silenzio, e trovata una carrozza che

aspettava presso al canto del Giglio dietro San Lorenzo, vi entrarono

tutti, e si diressero a porta San Frediano. Quando vi furono vicini, uno

degli sconosciuti scese, e chiamato il gabelliere mutò seco lui alquante

parole, ch'ebbero virtù di fare aprire la porta. -- Lo sconosciuto tornò

alla carrozza, persuase a scendere l'altro compagno, e disse:

-- "Potete andare: -- buon viaggio; -- Dio vi accompagni."

Maria, per la pratica grande che ne aveva, e perchè già cominciava

l'orizzonte dalla parte di oriente a diventare di colore rancio,

riconobbe in cotesto uomo il cavaliere Lionardo Salviati; onde ebbe

baldanza di chiamarlo a sè, dicendo:

-- "Favoritemi ascoltare una parola, signore...."

E il cavaliere ascoltava.

-- "Messer Lionardo," gli mormorò all'orecchio "quando la vedrete,

assicuratela che il suo figliuolo si trova in salvo: ditele che mio

marito viene meco, sicchè non si prenda altra pena. Se potete,

salvatela; perchè la sua morte, senza il vostro aiuto, è sicura. La roba

che ho lasciato in casa, fatemi la carità di dire al vostro amico don

Silvano che la venda, e ne dica tanto bene pei morti, e.... pei morti

secondo la mia intenzione...."

-- "Sarà fatto."

E messere Lionardo, chiuso lo sportello, ordinava che la carrozza

partisse.

Maria favellando di morti accennava Isabella, ma le rimanendo, comecchè

languidissimo, un fiato di speranza, non lo volle spengere alla sua fede

con quella trista commissione; ma in cuore ritenne che avendola data pei

suoi cari defunti, ormai vi si poteva comprendere anche l'anima

d'Isabella.

----

[69] S. Matteo, Cap. V, 3.

[70] Genesi, Cap. II, 17.

[71] _Porrum et cæpe nefas violare et frangere morsu_

_O sanctas gentes quibus hæc nascuntur in hortis_

_Numina!_

_Giovenale_, Satira 15.

[72] Aasvero, è fama fosse un giudeo, che a Cristo ascendente sul

Golgota negò un poco di acqua per dissetarsi, ed impedì che alla

ombra della sua casa alquanto si confortasse; quindi fu condannato

a vagare sempre avvilito e maledetto. Questa leggenda, comunissima

in Germania, contiene, come ognuno vede, un mito. Edgard Quinet

sopra questa leggenda ha costruito un dramma, i personaggi del

quale sono sfingi, venti, trofei di arme, rovine, fiumi, e perfino

l'Oceano. In mezzo a tante e tanto immani stranezze, io non vorrei

negare che cotesto dramma non contenga parti nobilissime di

stupenda poesia.

[73] State contente, umane genti, al quia;

Chè se potuto aveste veder tutto,

Mestier non era partorir Maria.

_Dante._

[74] E questo leggiamo non solo che avvenga ancora di presente presso

taluni popoli della Oceania, ma anticamente avveniva presso i

Trogloditi, ed altre nazioni, come ce ne fanno testimonianza

Eliano, Diodoro, e Strabone nel lib. 12, e specialmente Agatirchide

nelle Storie, fram. de' Trogloditi; loro vitto, circoncisione,

funerali ec.

[75] Clapperton, _Viaggi nell'interno dell'Affrica_.

[76] Egli è concetto tolto dal famoso epitaffio che fece a sè stesso

Beniamino Franklin:

Il corpo

di

Beniamino Franklin

Somigliante alla coperta di un libro vecchio

Da cui siensi staccati i fogli

E la doratura e il titolo cancellati

Qui giace

Pastura dei vermi

Contuttociò

L'opera non sarà perduta

Avvegnachè com'egli credeva

Ricomparirà

In una nuova e più bella edizione

Riveduta e corretta

Dall'Autore.

_Vita di Franklin, p. 253._

[77] Achille della Volta dette in Roma delle pugnalate allo Aretino, per

cui ne andò stroppiato di un braccio per tutta la vita. In

proposito di questa avventura il Berni nel sonetto contro Pietro

Aretino scriveva:

Tu ne farai tante e tante

Lingua fradicia, sciocca e senza sale,

Che alfin si troverà pure un pugnale

Miglior di quel di Achille, e più calzante.

Il papa è papa, e tu sei un furfante ec.

Isabella Orsini, duchessa di Bracciano · 第 15 / 25 段