quale più trista femmina che mai abbia vissuto o viva nel mondo,
accetterebbe col reame di Francia i dolori della sua vita, o la sua fama
dopo la morte! Nata da principe aborrito, fanciullina, derelitta, e
sola, venne in potestà di repubblicani inferociti che volevano vendicare
in lei le ingiurie del suo sangue, ed esporla sopra i bastioni alle
artiglierie dei suoi parenti, i quali per certo non si sarieno rimasti
dal trarre...! E nonostante, alacre e animosa, punto curando il pericolo
presentissimo, ella congiurava per la grandezza della sua casa. In lei
posero i cieli lo istinto e la capacità del regno. -- Moglie giovanetta
di Enrico II, si vide posposta a Diana di Poitiers ormai matura adultera
del re suo marito; e tacque, e chiuse in cuore la offesa alla donna,
alla moglie e alla regina, ed ella si rimase come un fuoco nascosto per
comparire improvviso a illuminare o a spaventare il mondo. -- Madre di
Francesco II, alla esperienza e gravità sue vide preferite le frivolezze
di Maria Stuarda, moglie quasi infante di re fanciullo; e tacque, e
blandì col riso sopra le labbra le follie dei reali giovanetti, mentre
guardava addensarsi sul capo il turbine fatale ai gigli di Francia. --
Alla perfine, eccola regina vera, e regna. -- Come Niobe ella ripara
sotto il suo manto una testa pargola di re. Non dubitate, ella saprà
molto meglio difenderla dalla ira delle fazioni, che la Niobe antica non
facesse dagli strali dei figli di Latona. Che cosa appariva il regno?
Che cosa il re? -- Carlo IX era un uccello, -- un sinistro uccello se vi
piace, -- che si contendevano gli artigli di un falco e di un avvoltoio.
I Guisa si dichiaravano suoi difensori; ma comprendete voi un re che
abbisogni di un suddito che lo protegga? Gli Ugonotti anch'essi lo
volevano proteggere, come un padrone lo schiavo; e gli uni e gli altri
erano più potenti di Caterina. I primi si dicevano amici della religione
e del trono, e commisero atti che la religione avrebbe desiderato esser
cieca per non vedere: amici del trono, essi composero una genealogia che
gli faceva discendere da Carlo-Magno per cacciare dal regno i Capetingi,
come Capeto ne cacciava i Carlovingi; e per ultimo si fecero demagoghi,
e si spensero. -- I secondi, avversi ai riti cattolici, consentirono che
Enrico IV scambiasse Parigi con una messa: avversi al trono, terminarono
col dare un re alla Francia. Non pel re dunque si combatteva, ma pel
regno. Caterina non doveva dubitare soltanto della corona, ma del capo;
deposta la clamide reale, lei e i suoi figli aspettava la veste di terra
e di verdura che la morte concede ai cadaveri. Fiero retaggio
apparecchiato dalle insidie di Luigi XI, dalle sventure di Luigi XII,
dalle insanie di Francesco I, e fatto più arduo per le dottrine di
Lutero, e degli altri settarii che lo seguitarono. Lo equilibrio non
poteva allora come adesso mantenersi con l'oro sparso, e col gettare dei
voti nella urna; -- qui bisognava un fiume di sangue; -- qui invece di
voti era forza gettare teste nella urna del destino: -- e Caterina
accettò quel retaggio con tutte le sue conseguenze, -- tutte! -- Certo
coteste non sono virtù di donna, ma neanche di uomini: pure gli enti che
la Provvidenza pose al governo dei popoli in questi casi estremi
appartengono appena alla umana natura; anime di bronzo create là dove si
generano il fulmine, l'uragano e gli altri flagelli di Dio. Caterina
impedì che andasse disperso in brani il reame di Francia nella maggiore
stretta che prima o poi egli abbia dovuto patire.
Lodano Luigi XI, perchè tagliando le teste alla idra feudale instituiva
la grandezza del regno; e plaudendo il fine, ai mezzi non badano. --
Lodano il cardinale di Richelieu, che ridusse per ultimo i baroni servi
dorati di corte. -- Lodano ancora i Convenzionali, quando col sangue dei
Girondini scrissero essere la Repubblica una e indivisibile. Ma
lasciando di questi ultimi, erano poi così savii i primi come predica il
mondo? Trasportati anche essi dallo ardore del disegno, ogni estrema
forza essi adoperarono ad abbattere una muraglia, senza conoscere quello
che dietro di cotesta muraglia potesse loro apparire; e dietro il muro
abbattuto trovarono una fiera dai denti acuti, dagli occhi infiammati,
avida anch'essa di mordere, cupida di avere, affamata dalla necessità,
sitibonda di sangue, -- il popolo flagellato insomma. -- I due principii
invasori, senza un principio tra mezzo che o li disgiungesse, o li
temperasse, certo giorno si avventarono addosso, e il secondo divorò il
primo; ma trangugiato che l'ebbe, sentì risuscitarlo dentro le proprie
viscere, e da quell'ora giace infermo, e giacerà.... fino a quando? I
destini del mondo stanno chiusi nel pugno di Dio. Però a me sembra, cosa
strana a pensarsi, che Luigi XI e Richelieu, i più assoluti dei
dominatori, sieno stati padri delle rivoluzioni dei popoli. Caterina dei
Medici, femmina, con re bambini sopra le braccia, con forze più deboli
delle loro, anzi pure senza forze, fece per la Francia assai più che
essi non fecero: nè i casi le consentirono essere più mite; nè fu di
costumi niente più trista dei suoi tempi; ed io vorrei che mi dicessero
se Luigi XI, se Richelieu, se Francesco, ed Enrico di Guisa, se lo
stesso Coligny, sieno stati migliori di lei? Eppure una perpetua infamia
si rinnuova in Francia sopra la memoria di Caterina dei Medici: non vi è
generazione che in passando non la maledica, e non le imprechi grave sul
capo il marmo del sepolcro, e la vendetta di Dio! -- Quello poi che
riuscirebbe inverosimile a credersi, se non fosse vero, a lei regina
sepolta in tomba reale con la corona e il manto dei re, mancò una bocca
-- bocca comunque comprata, -- che pronunziasse la laude venale sopra il
suo feretro. Tre giorni dopo la sua morte, il predicatore Lincestre così
dall'alto del pergamo la raccomandava agli astanti: «La Regina madre è
morta, la quale vivendo, fece molto bene e molto male, e per me credo
molto più male che bene. In quest'oggi si presenta una difficoltà, che
consiste in sapere se la Chiesa cattolica deva pregare per lei che visse
tanto male, e così spesso sostenne la eresia, quantunque si dica che in
ultimo sia stata per noi, e non abbia acconsentito alla morte dei nostri
principi. Su di che io devo dirvi, che se volete recitarle un _pater_ ed
_ave_ così a casaccio, fate voi; varrà per quello che può valere: e lo
rimetto nella vostra libertà.»
Basta: -- dal giudizio degli uomini si appella a quello di un giudice
che non può fallare. -- Intanto, per questo giudizio terreno giovi
pensare che è giudizio di tali che può dubitarsi perfino se abbiano
veramente giudizio, e che Caterina come Italiana non deve sperare
giustizia da un popolo presuntuoso, un tempo grande a caso, perchè vi
spruzzò sopra gli effluvii del suo genio una immensa anima italiana.
Caterina dei Medici regina di Francia, desiderosa di risparmiare infamia
alla famiglia donde nasceva, aveva risposto alla lettera di donna
Isabella, mostrandosi dispostissima a darle asilo, ma la consigliava e
pregava di mandare subitamente ad esecuzione il concetto disegno: avere
ordinato a Genova la raccogliessero; a Marsiglia l'accompagnassero, e
quindi sotto buona scorta fino a Parigi la conducessero, dove avrebbe
pensato ella a metterla in parte sicura dai sicarii e dai pugnali. Il
cavaliere Lionardo Salviati, ricevuta appena la lettera, la fece
pervenire quanto più sollecitamente e secretamente potè nelle mani della
Isabella col mezzo di don Silvano Razzi, monaco camaldolese amicissimo
suo, per evitare sospetti ed incontri funesti. Ma Isabella da poco tempo
in qua aveva perduto la consueta costanza; erasi invilita nell'animo,
presentiva il fato, e lasciava sopraffarsi da quello. I manoscritti che
ci rimangono intorno a questo miserabile caso, in siffatta maniera
favellano: «Ma l'accordo non seguì altrimenti, perchè così non era la
volontà di Dio benedetto, essendo le cose sue troppo scoperte, che ormai
non si potessero più colorire i disegni, e poi i suoi pensieri
conoscevano tutti.»[64] -- Insomma, o non potesse, o non volesse, il
fatto sta che prima assai della risposta di Caterina regina di Francia,
ella poneva giù dall'anima ogni disegno di fuga.
La duchessa aveva una sorella di latte: ella bevve l'avanzo
dell'alimento della figlia del popolo; e avventurata lei, se come del
latte, si fosse nutrita delle virtù domestiche della buona nutrice! Però
essendo dotata di naturale eccellente, volle sempre al suo fianco la
sorella, che aveva nome Maria, e l'amò d'amore svisceratissimo. Senza di
lei non le pareva poter vivere; e a lei confidava i più riposti secreti
del cuore, fintantochè questi furono tali da potersi confidare senza
vergogna; quando poi cessarono essere innocenti, allora prese a
ravvilupparsi in ambagi e in reticenze; molto più, che avendo provato
mettere a parte Maria di qualche suo pensiero, che se non poteva
reputarsi colpevole, almeno incominciava a deviare dalla diritta strada,
n'ebbe cotale ammonimento, che le tolse la voglia di continuare. Maria,
comecchè buona femmina fosse, e non la guardasse tanto pel sottile, pure
troppo bene si accorse che il cuore della sua padrona non era più con
lei, e si accorse ancora che non lo potrebbe riacquistare se non per via
di compiacenza ai suoi stolti desiderii, e facendosi per così dire
complice sua. Ciò non le consentiva la propria religione, e nè anche la
fede avuta sempre nella sua padrona, e poichè non trovava maniera di
riunirsi a lei qual fu, deliberò lasciarla qual'era. La povera giovine,
per non istaccarsi dal fianco della Isabella, aveva ricusato onesti
partiti da accasarsi, e a lode sua conviene anche aggiungere, avere ella
soffocato qualche affetto che sentiva nascersi nel cuore. Le prime rose
della giovinezza erano alcun poco appassite per lei: ma vissuta
castamente, e schiva di ogni reo costume, si manteneva pur sempre
sanissima e bella. Mentr'ella stava in simile situazione di animo, la
fortuna le parò innanzi un giovine chiamato Cecchino del Bandieraio, di
cui le andarono a genio la persona, e più della persona assai la pietà
che dimostrava grandissima verso la sua vecchia madre. Maria, rimasta
sola di casa sua, non ebbe a domandare licenza a nessuno, tranne alla
padrona; e questa, tanto la vinceva allora la passione, senza dolore
lasciò che Maria l'abbandonasse, la quale poteva considerarsi come
l'àncora estrema di salvazione per lei; anzi la vide allontanare con
piacere, come persona di cui lo aspetto le riusciva importuno. Però,
secondo che le porgeva la sua natura veramente reale, ella non le fu
parca di doni: le dette in copia vesti, masserizie, gioie, e denari, e
dolci parole, e raccomandazioni che in ogni suo bisogno facesse capitale
di lei. Quando vennero al punto del dividersi, prevalse l'antica
tenerezza, e l'abbracciò tanto strettamente, che non pareva potesse
distaccarsi da lei, e pianse; -- ma un bacio ardente dello amore asciugò
subito cotesta lacrima, e Maria fu ben presto dimenticata.
Maria all'opposto non seppe dimenticare Isabella, e non cessò mai di
recarsi giornalmente al palazzo per vederla: ma di cento volte le veniva
fatto di vederla una sola, imperciocchè le dicessero ora, che non
poteva; tale altra, ch'era assente; e la povera Maria se ne tornava
indietro mortificata, col cuore grosso, e gli occhi sovente lacrimosi,
ma non aveva fornita anche mezzo la strada, che scusava Isabella,
credeva vero il motivo del commiato, si dava torto per averne dubitato,
e si confortava nel presagio che sarebbe stata più avventurosa domani.
Il giorno appresso si rinnovava l'avventura, e a inacerbirle il
rammarico si aggiungeva il ricorrere che la gente faceva a lei per
essere raccomandata alla Isabella. Invano ella assicurava con mesto
sembiante oramai non potere più nulla sopra l'animo della duchessa: non
la credevano; pensavano volesse schermirsi da rendere servigio, e le
dicevano: «Sapersi, tanto lei quanto Isabella essere tutta una cosa,
un'anima in due cuori; quanto piaceva a lei, essa fare; quello che
voleva, potere: non ributtasse la preghiera della vedova e della orfana,
intercedesse e ottenesse; operasse cotesta carità, ricordasse essere
nata dal popolo; non insuperbisse; un giorno il Signore potrebbe provare
anche lei, e allora le sarebbe dolce pensare al bene che aveva fatto, e
potrebbe domandarne il compenso dal popolo, che glielo renderebbe
gratamente, conciossiachè ella sapesse che il popolo conserva viscere di
gratitudine.»
Immaginatevi se cotesto era un dare delle coltella nel cuore alla povera
giovane: nonostante, come meglio poteva s'ingegnava, e nel suo segreto
si confortava nel pensiero, che se la duchessa le aveva tolta la grazia
sua, non se l'era in verun conto demeritata.
Intanto Cecchino si era accomodato per lancia spezzata col signor Paolo
Giordano, che lo aveva condotto a Roma. Egli stette dubbio di menare
seco la Maria, ma considerando che da tutti a un tratto non poteva
essere abbandonata senza infamia la vecchia madre,[65] decise lasciarla,
molto più che sperava tornare spesso a casa. Ma la fortuna gli troncò i
disegni, che di mese in mese promettendo tornare, e non tornando mai,
aveva compiuto i tre anni; e in questo frattempo la madre con
inestimabile amarezza della moglie e di lui se n'era andata con Dio.
Allora Maria gli scrisse, che non restando altro che la tenesse a
Firenze, anzi essendole venuta in fastidio, voleva ad ogni patto
raggiungerlo a Roma; ma Cecchino le rispose, non si movesse,
imperciocchè il duca pochi più giorni potrebbe differire per mettersi in
cammino alla volta di Firenze, e sarebbero tornati in su tutti assieme;
non gli parendo bene, che ella donna sola si avventurasse al viaggio,
mentre le strade erano rotte da masnade intere di grassatori, e in Roma
stessa non si viveva sicuri. E la buona Maria, tolta la cosa con santa
pazienza, aspettava ogni giorno il marito.
Era la sera del quattro luglio 1576, e la Maria se ne stava soletta
_traendo dalla rocca la chioma_, e in silenzio, dopo avere cantato
alcune ottave della canzone di Giosaffatte e Barlaam, e tutto lo
episodio della morte di Zerbino e d'Isabella, commoventissima
immaginazione di Lodovico Ariosto,[66] quando sentì battere alla porta
di strada. Trasalì come avviene a chi ha il cuore sollevato; balzò in
piedi, e tirata la corda della porta si recò a capo di scala con un suo
lume in mano, tra il sì e il no di vedersi comparire davanti il suo
Cecchino: invece ella vide entrare un uomo tutto nero, che messo il
piede dentro la soglia con molta avvertenza richiuse l'uscio, e poi
prese a salire gravemente le scale. Maria n'ebbe sospetto, ma come donna
animosa non si lasciando punto sopraffare dalla paura, guardando meglio,
ravvisò nell'uomo nero don Inigo, il taciturno maggiordomo della
duchessa.
-- "Buona sera, don Inigo; ben venuto: che miracoli sono questi?"
Ed Inigo, con parole che ormai non ritenevano più dello spagnuolo, e non
per anche erano diventate italiane, le rispose:
-- "Dio vi guardi, señora Maria, e la Santissima Vergine del Pilar." --
E continuava a salire: giunto in sala, si riposò alcun tempo, e
finalmente disse:
-- "La mia Señora mi manda a voi perchè verso la mezzanotte voi vi
troviate quanto più potrete cautamente alla porta segreta di fianco al
palazzo; picchierete due volte, e vi sarà aperto. Dalla Señora
apprenderete il resto: la quale si raccomanda a voi per la massima
discretezza, trattandosi di cosa ove ne va la morte o la vita. Buona
notte."
Ed alzandosi, don Inigo com'era venuto se ne andava.
-- "Don Inigo, sentite, fermatevi un momento: volete _bagnarvi la
parola_? O che cosa sia questa? Gran Madre di Dio! levatemi di pena! se
ne sapete voi nulla, non mi lasciate in questa tribolazione...."
Intanto don Inigo, arrivato in fondo della scala tirava su il
saliscendi, e mezzo fuori della porta si voltava a inchinare Maria; poi,
senza aggiungere verbo, tirato l'uscio a sè, scompariva.
Rimasta sola, Maria cominciò a mulinare col cervello: e che cosa fosse,
e che cosa volesse, se bene, o male; ad ogni modo un gran segreto covava
li sotto; dunque Isabella le ritornava la confidenza antica?
Riacquistava la sorella amatissima? se l'avesse posta a parte di qualche
sua contentezza se ne sarebbe rallegrata; se di qualche suo affanno,
l'avrebbe consolata: proprio il suo angiolo custode l'aveva trattenuta
da partirsi per Roma; ed è pur troppo così, che non bisogna lasciarci
prendere dallo impeto della furia, che basta non esserseli meritati, la
fortuna a lungo andare ripara i suoi torti, e la città vi rende onore, e
gli amici tornano ad amarvi e a riverirvi a mille doppi di prima. E in
questi dilettabili pensieri diventata tutta lieta, non trovava luogo che
la capisse, faceva un gran rimestare di su e di giù per la casa; si
acconciò i capelli, si vestì da festa, e poi (conciossiachè io non
sappia quello che avvenga degli uomini delle altre parti del mondo, ma
in queste nostre contrade quando una gioia veemente ci occupa tutti,
forza è che prorompiamo nel canto) la Maria si dette a intuonare non più
Giosaffatte e Barlaam, non più il mesto episodio di Zerbino e
d'Isabella, ma la canzone:
Vaghe le montanine pastorelle,
Donde venite si leggiadre e belle?
Vegnam dall'alpe presso ad un boschetto:
Piccola capannella è il nostro sito,
Col padre e con la madre in piccol letto,
Dove natura ci ha sempre nutrito.
Torniam la sera dal prato fiorito,
Che abbiam pasciute nostre pecorelle,[67]
con quello che segue; e tutto le veniva terminato presto, sicchè l'ora
le pareva che fuggisse innanzi a lei come la farfalla al fanciullo
quando smanioso la perseguita, ed ella volando di ramo in ramo della
siepe, sembra che si prenda giuoco di lui. Finalmente le ore batterono,
e Maria porgendo intentissima le orecchie le contava con le dita stese
su per le labbra; ma si confuse nel novero: stette più avvertita al
ritocco; se non che anche questa seconda volta i latrati di un cane per
la via le interruppero la successione dei suoni, e si rimase sapendone
quanto prima: si fece alla finestra per domandarne a qualcheduno che
passasse; non vide persona: si attentò battere alla parete per
interrogarne il vicino, e questi, che forse in quel punto pigliava
sonno, stizzoso per essere disturbato rispose acerbo: -- "Non lo so." --
Parendo a Maria patire niente meno di San Lorenzo sopra la brace,
arrovellata dalla curiosità, deliberò andare, e nel caso di troppa
fretta avrebbe aspettato all'aria aperta, passeggiando; imperciocchè dal
caldo grande, e dalla impazienza grandissima, stando in casa gliene
veniva un martirio da non poterlo in verun modo sopportare. Però la
impazienza non era meno veemente dall'altra parte; conciossiachè giunta
che fu alla porta segreta, e bussato appena la prima volta, le si aperse
davanti, e vide madonna Isabella seduta sopra l'ultimo scalino di
pietra, bianca in volto come un voto della Santissima Annunziata, con un
lume ai piedi, che parte della persona le illuminava, e parte lasciava
nelle tenebre. Isabella veduta Maria si alzò, e senza profferire parola
le strinse affettuosamente la destra, e se l'accostò al cuore, e tolto
il lume cominciò a salire la scala rischiarandole i passi.
Giunte nella stanza, Isabella depose il lume presso alla culla di un
pargolo. Maraviglia a vedersi era il lavoro della culla tutta messa ad
oro; maraviglia la coperta di velluto trapunta di bei fogliami di oro;
di seta e di oro le fasce donde uscivano lembi di trine d'inestimabile
valore. Chi ha veduto nella galleria del palazzo Pitti il ritratto di
Leopoldo de' Medici infante che poi fu cardinale, di leggieri si formerà
idea del come fosse questo fanciullo addobbato; ma la maraviglia a
vedersi maggiore era certamente il fanciullo stesso, oltre ogni credenza
leggiadro. Lo sguardo di Maria corse subito sopra cotesta creatura, e
vedendola tanto vezzosa, prese a vagheggiarlo, siccome le donne
costumano, in questa maniera:
-- "E chi sei, bel fanciullino? Gesù! Quanto egli è caro! E chi ti ha
fatto questi occhietti? E come ti chiami? Mettendoti due ali, parresti
uno angioletto di amore.[68] Su via, sta lieto, ridi un po', mostrami i
bei dentini."
E qui postogli l'indice sopra la fossetta del mento lieve lieve lo
vellicava, e il pargolo si pose a ridere festoso e alzava le manine al
volto della Maria, quasi volesse renderle le carezze.
Isabella muta, ma in parte sollevata dalla immensa mestizia che la
opprimeva, si stava considerando quella scena commovente; pure alla
fine, come la urgenza dei casi desiderava, così prese a dire: -- "Vedi?
Questo bel capo in breve compresso dentro una mano di ferro, o battuto
contro la parete, o calpestato andrà in frantumi: questi occhi
schizzeranno fuori dai cigli rovesciandosi giù per le guancie; queste
membra tenerelle e candidissime in breve diventeranno una massa informe
di carne insanguinata...." --
-- "Ohimè! E chi sarà il rinnegato che farà questo? Chi mai ardirà
l'orribile misfatto nel palazzo Orsini?"
-- "L'Orsini."
-- "Io non capisco. Il signor duca mi parve sempre cavaliere onorato, e
cristiano...."
-- "Questo fanciullo è mio, e non del mio marito.... intendi!"
-- "Misericordia! -- Ma perchè siamo cristiani se non se per perdonare?
Confidate in Dio; confidate nella virtù del pentimento, gettatevi ai
piedi del vostro marito...."
-- "Egli ucciderà me e lui...."
-- "Gittatevi ai piedi del vostro fratello...."
-- "Egli ucciderà me e lui...."
-- "E chi ve lo ha detto? Voi sospettate troppo: e' non mi pare bene
credere capaci uomini battezzati di tanta enormezza...."
-- "Ah! Maria, gli uomini sono disamorati e crudeli. Essi vogliono amare
noi quanto loro piace; ma se noi cessiamo amare loro, questo dicono
delitto, e come delitto acerbissimamente puniscono. Giordano, che dove
io mi morissi consunta di amore per lui non si sarebbe mosso da Roma
neppure per dirmi: -- Vattene in pace, o anima affannata, -- volerà come
saetta a trucidare me e questa creatura, perchè io ho dimostrato non mi
curare di lui..."
-- "Tal sia del duca; i fratelli però...."
-- "I fratelli hanno preso un'ombra, ch'è vanità, e chiamarono onore.
Essi che vorrebbero soverchiare tutti, e in tutto, si sono resi schiavi
di questa vanità, ne hanno fatto un codice, che citano senza requie: ma
le carte sono affatto bianche; ognuno vi legge quello che la passione
gli detta: una cosa sola vi apparisce significata mercè di caratteri di
sangue, e questa cosa è morte...."
-- "Ebbene, se non si trova più misericordia nel mondo, fuggite,
riparatevi in qualche riposto asilo dove chiederete perdono del vostro
fallo al Signore, il quale certamente vi perdonerà...."
-- "Io non posso partire, nè voglio: io mi sento colpevole, e non
intendo sottrarre il mio capo alla pena che mi verrà destinata; io non
so più che cosa farmi di una vita piena di rimorsi, di una vita
contaminata: di ora in avanti, se mi avvenga incontrare la faccia
altrui, bisognerà che io abbassi la mia; -- e una figlia di principe che
portò corona, deve aborrire dalla vita quando l'è forza declinare la
faccia rossa di vergogna.... Ma quale ha colpa questa creatura? Ella è
innocente: deve la mia causa separarsi dalla sua. Questo pargolo ha da
essere salvo...."
-- "E lo sarà."
-- "O Maria, così favellando mi dai l'unica contentezza di cui oramai è
capace la dolentissima anima mia. Prendilo.... è tuo.... e come tuo lo
salva...."
E così dicendo, tolto il fanciullo, glielo pose sopra le braccia. Il
pargolo, a cui lo aspetto della Maria era già riuscito grazioso, alzando
le mani verso il viso di lei, pareva che anch'egli come sapesse meglio
la supplicasse; e Maria baciandolo con affettuosissima passione
favellava:
-- "Sì, mio bello angiolo, non pensare, che io ti salverò. -- Sì, che tu
non morrai; tu hai da vivere, hai da essere lieto; e se gli uomini sono
crudeli, le donne sanno essere pietose: e riusciamo noi meglio di loro,
perchè Dio aiuta la pietà, e odia i cattivi...."
-- "Maria, io non mi aspettava meno dallo amore che sempre mi hai
portato svisceratissimo, e porti. Iddio e la tua coscienza ti dieno per
la buona opera quel rimerito che io nè in parole nè in fatti non potrei
renderti mai. Io lo confesso, nei giorni della mia colpa ti allontanai
da me; come importuna mi venisti in fastidio. Non adontartene: l'uomo
cadrebbe mai in fallo, se non cacciasse lontano da sè il suo angiolo
custode? -- Tu mi vedi punita abbastanza del mio errore con la presente
miseria; e per satisfarti intieramente, come me ne corre l'obbligo,
Maria, io te ne chiedo perdono...."
-- "O dolce signora mia, che parole sono queste? Voi mi volete fare
piangere, e qui abbiamo mestieri di animo fermo e risoluto. Orsù, ditemi
quello ch'è da farsi. La notte e il silenzio copriranno di mistero le
cose; nessuno le saprà, e voi pure vivrete."
-- "Ecco: io presaga della ottima mente tua avevo apparecchiato quanto
bisogna. -- In questo forziero troverai gioie e moneta sufficiente per
formare uno stato. -- Se il fanciullo vivrà, voi le adopererete per
allevarlo come conviene; se a Dio piaccia chiamarlo a sè, le terrete per
voi. Questa è una lettera che confido solennemente alla tua segretezza.
Allora quando sarai giunta in Parigi, la rimetterai proprio in mano a
madama Caterina regina di Francia...."
-- "Parigi! Francia! Che mi parlate voi? Io non credeva mai questo."
-- "O che cosa credevi?...."
-- "Ma!... portarmi meco il fanciullo; mutare di strada, ridurmi ad
abitare qualche casetta oltrarno, e quivi dare ad intendere che il
figliuolo fosse mio...."
-- "Ciò tornerebbe a nulla, perchè cercheranno questo innocente
coll'ardore del segugio lanciato dietro alla fiera, e mentre lui non
salveresti, tu correresti pericolo. Con bene altri argomenti vuolsi
difendere questo caro capo: appena lo spazio di mille miglia tra i suoi
persecutori e lui potrà dargli salvezza...."
-- "Ah! signora. Io non posso abbandonare Firenze...."
-- "Come, non puoi? Ti penti forse del dono? Vuoi tu mancarmi di fede?"
-- "Signora, voi sapete ch'io sono donna altrui. Mio marito si trova
lontano: ora, come posso io partirmi onestamente senza il suo volere?
Come abbandonare una terra ch'egli non volesse abbandonare? Se tornando
egli, e sapendomi partita, il suo amore per me si convertisse in odio, e
dicesse: -- Poichè se n'è andata, stia con Dio: -- se, fattami randagia
pel mondo senza di lui, egli dubitasse dello amore ch'io gli porto
grandissimo, e della fedeltà che sempre gli ho conservata, e mi
disprezzasse.... Ahi me misera! Io mi sentirei morire, io certamente ne
morrei di dolore...."
-- "Tu ami assai questo tuo marito, o Maria?"
-- "E come non lo dovrei amare io? Quando derelitta da tutti sopra
questa terra; morti i genitori, senza parenti, discacciata da voi, io
supplicava Dio che mi chiamasse a sè, perchè ogni motivo di vivere mi
era venuto meno, e non mi esaudendo il Signore, sentivo sprofondarmi
nella disperazione; questo amatissimo giovane ebbe misericordia di me, e
mi disse: -- Vieni, povera derelitta; agguantati al mio braccio; noi
faremo insieme il viaggio della vita: se cerchi amore, io ti offro un
cuore capace di amare: -- ed io mi vi appigliai come San Pietro alla
veste di Cristo quando gli parve pericolare sopra il mare; e fui salva,
e la vita mi piacque, e tuttavia mi piace, però che io senta di piacere
a lui.... al mio marito.... al mio sposo.... alla unica mia consolazione
sopra la terra...."