»Che si partirono dal palazzo granducale con 6 trombetti muti a

cavallo: era il palazzo parato di nero, e nel cortile il cataletto

entrovi la effigie del granduca con la corona, e così era portato

in San Lorenzo dove avevano destinato i posti ai magistrati, agli

ambasciatori dei principi, e a quelli delle comunità. Messere

Pietro Angioli da Barga fece la orazione funerale, dopo che fu

entrato il cataletto col cadavere finto, la quale fu tenuta dotta,

elegante e breve, in latino, dandogli quelle laudi che si potevano

e convenivano a lui, biasimando i ministri cattivi i quali

offuscarono in buona parte il buono animo e il governo suo, siccome

interviene e interverrà sempre a tutti i principi che troppo si

fidano dei loro ministri, i quali per lo più sono furfanti, e

mercenarj, e però sarà bene avere loro l'occhio e l'orecchio alle

mani; e che del dolore che si ebbe della perdita di tanto principe

se ne afflisse inconsolabilmente il popolo, se non lo confortava la

successione del fratello, dal quale si deve sperare una vita

gioconda e felicissima, con quelle altre adulazioni convenienti ad

un Oratore, che ha da lodare una cosa. Vi furono 11 vescovi. Del

baldacchino che gli fu portato, non istarò a dire come fosse, nè

manco del panno ch'era sopra il catafalco, ch'era tutto di broccato

di oro con frange: napponi di oro ricchissimi, e le imprese e i

ricami ricchissimi: 80 cavalieri con quelli del baldacchino che lo

portavano, e 80 nobili a cavallo gramagliosi, andavano per le

strade per far cansare gl'impedimenti, e andare ognuno in regola;

alla porta vi erano 8 gigantesse di carta di chiaro scuro, tra le

quali una sola sendovi, per essere morte, femmina, stima che

significasse la Bianca quegli che scrive, non vi avendo ad essere

altro simbolo che potesse denotare colei. Erano in San Lorenzo gli

scudi delle 16 città tutti posti in fila in testa; e dai lati del

coro eravi la sua andata a Genova quando vi venne il re Filippo,

sendo esso principe di poca età; vi era ancora quando andò allo

imperatore per la moglie Giovanna di Austria regina nata, quando

s'impadronisce dello Stato, e che i Cappucci lo riveriscono

rendendogli la obbedienza; la macchina di Pratolino,

l'addirizzamento dell'Arno, il porto et accrescimento di Livorno,

le fazioni fatte dalle sue galere co' Turchi, e altre fatte da lui

quando andò al Poggio, vivo, e tutto vigoroso. Era il catafalco

alto braccia 32, e sotto esso catafalco fu fino a 3,500 tra torcie

e fiaccole per la chiesa, e su esso catafalco posto il baldacchino

di tela di oro nera, e sotto il baldacchino il simulato corpo. Alle

orazioni e preci della messa grande, celebrata dal cardinale di

Firenze, assisteva tutto il clero. La chiesa parata tutta, e archi,

e colonne di rasce bianche e nere, intramezzate con più sorte di

motti. Il viaggio fu di piazza dai Gondi per la via del Palagio a

S. Croce, al ponte Rubaconte, per la via dei Bardi, per la via dei

Guicciardini, a San Felice in Piazza, per via Maggio, per il Ponte

a Santa Trinita dall'Antinori, al canto dei Carnesecchi, dai

fondamenti del Duomo, e voltando dalla via dei Servi, dai Pucci,

dai Medici, a San Lorenzo, processionarono 7225 passi in 5 ore.

Innanzi al feretro andarono tutte le regole di frati, preti,

canonici, vescovi, arcivescovi, la guardia dei Tedeschi col

capitano armato a cavallo, ed essi tutti a negro rivestiti; 82

uomini d'arme, 250 cavalleggieri, 270 cavalieri con il loro abito

lungo, 29 capitani, e tra essi 45 prigioni, e tutto a bruno con le

insegne basse, archibusi sotto il braccio, e bandiere strascinate;

6 stendardi grandi di città principali, uno dei cavalieri di S.

Stefano, portati a cavallo da persone nobili vestite di abito lungo

di velluto dovizioso, e quello di mare portato a piedi; e arrivati

che furono alla porta della chiesa, li riceverono sei nobili, e li

portarono diritti intorno al catafalco per piantarli dentro a certi

zoccoli fatti di terra, i quali, insieme a tutti gli altri

abbigliamenti, rimasero alla chiesa. Dietro andarono i magistrati,

la corte, i signori, i conti raccomandati, ambasciatori delle

comunità e città, collegi di dottori di leggi, e di medicina, e

studj, e la famiglia dei Medici. Seguirono appresso a tutti questi

gramagliosi come gli altri di abito lungo, ma maggiore strascico

per il gran bruno, 100 imbacuccati, 10 cavalli coperti di velluto

nero, con amplissimi e potentissimi strascichi sostenuti da 60

giovani; le sue armi, cimieri, cornetta, stocco, zagaglia e la

sopracoverta delle armi ricamata di oro furono portate a cavallo

dai paggi, e con loro 17 baldacchini delle arti con drappelloni

nuovi portati bassi, terragnioli, bandiere, e bandieruole portate

ugualmente chine, e attorno la sembianza del morto da una banda e

dall'altra. Nè può celebrarsi con quanta allegria e frequenza di

popoli, che non saranno mai nozze o feste viste, e fatte così con

tanta splendidezza, che ombreggiarono quelle dello invittissimo

Carlo V ordinate e consumate a Brusselles, nelle quali si

rappresentò andante la nave Magellana che fece il giro del mondo; e

quelle di Giovanni Galeazzo Maria Visconti, che durarono 18 ore a

passare, e vi furono 3000 torcie accese; e quelle del duca Alfonso

di Ferrara, che per la copia grandissima di lumi fecero

l'alluminatissima notte apparire limpidissimo giorno.

»Le doglienze agli re ed ai principi furono queste:

»Il sig. Ciro Alidori da Castel Rio allo Imperatore, in Sassonia e

in Pollonia. Il sig. Giovanni Vincenzo Vitelli in Ispagna al re

Filippo, con istruzione di raffermamento di collegazione, e di

amicizia, e di servitù; e più appresso la SS. R. M. C., affinchè

abbia moglie che possa essere per lui, benchè i più stimino, che

per trapassare il negozio con più reputazione sposerà prima don

Pietro. Il sig. Giovanni Niccolini a Roma. Il sig. Razio dal Monte

in Francia col notaro a cintola il Paccalli per accomodare a modo

della regina la vertenza che pende tra loro sopra il Poggio a

Cajano di acconcimi, miglioramenti, ed altre pretensioni, e

cacciarvi dentro 10,000 scudi prestati già al re nella scappata che

fe già di Pollonia. Il sig. Rutilio Montalvo a Mantova. Il sig.

Luigi Andonara a Venezia; duro et aspro ginepreto fare scilome a

quei Magistrati, per dare loro ad intendere che non si sia beuto,

ond'ei parlò così piano in Pregai, che appena fu sentito, sicchè

dal segretario maggiore venne presa scritta la orazione, e poi gli

rispose, ed egli riuscì acconciamente. Il sig. Emilio Pucci andò a

Napoli, Sicilia, e Malta. Il sig. Luca Vaina in Baviera, e in

Allemagna. Il sig. Alfonso Appiano d'Arragona a Ferrara. Il conte

Bevilacqua ed il sig. Adriano Tassoni al duca di Urbino. Il sig.

Matteo Bolli in Savoia, il quale non potè passare la Magra allora

grossissima di acqua, ed essendosi abbattuto con tre dei suoi in un

tal sergente della banda di quei paesi, con parole di orgoglio e

presunzione, contendè perchè lo facessero passare a ogni modo, e lo

trattò di villano. Il sergente, adunata la sua gente, lo aspettò

poco dopo sopra la strada di Lerici, e a mano armata pose lui e

tutti i suoi in pericoloso stato, per il che lo Standera con parole

pacificatorie, spintosi innanzi alla volta sua, quietamente e

posatamente dimostrò con buone ragioni al sergente, che per essere

il sig. Matteo persona pubblica, dependente da principe di potenza

grande vicino ai suoi signori similmente potenti, non volesse

essere cagione di risse tra loro, con danno che ne verrebbe alla

guerra contro ai Saracini comuni nemici. A così fatta persuasione

sedossi lo scandaloso tumulto, del quale poi dolutosene a Genova

n'ebbero gli aggressori notabile punizione, ma il sergente si

dileguò. Il sig. Giulio Ricasoli a Massa, a Lucca, e a Genova; ma

arrivato a Sarzana lo raggiunse il corriere speditogli dietro dal

cardinale, con ordine che non passasse più innanzi, imperciocchè

avea avuto certezza di là, che non volendo dargli del Serenissimo

non arebbe udienza, onde se ne tornò subito indietro. Il conte

Germanico Ercolani ed io siamo stati destinati per costà al

Serenissimo di Parma, ma io ho voluto satisfare all'animo mio,

lasciando il carico di tutto al conte, non avendo voluto

disconciarmi della persona a così lungo viaggio per conto di morti

tanto poco amati, niente apprezzati, meno dolsuti, e punto pianti.

»Intanto il cardinale duca è tale da fare stare in cervello ogni

papa, e si crede che non si smantellerà presto i panni che ha

indosso, servendosi della porpora fino al primo conclave, del quale

essendogli per legge e per bolle vietato lo introito, come privato

potrà, se non fare un papa a suo modo, ammogliare almeno don Pietro

con quella di Gardona, o altra, e procurare schiatta successora.

Alcuni altri hanno opinione, che conoscendo egli benissimo che la

felicità consiste in sapere, potere, volere, e avere in tutti i

modi, sia per adoperare la mestola che gli è capitata nelle mani, e

che gli hanno insegnato ad usare come conviene, et esercitare il

grado che ha, attendendo a rassettare le cose guaste.

»Ha ordinato riformatori della corte l'arcivescovo di Pisa, e il

vescovo Masi, che l'acconcino alla Borgognona, e alla grande di

Spagna. Maiordomo maggiore, sotto maiordomo maggiore, maestro di

casa, e sotto maestro di casa, maestro di camera, e sotto maestro

di camera, maestro di sala, e cavallerizzo maggiore, il quale ha

dato al sig. Giovanni Vincenzo Vitelli. Gridò a testa delle candele

gialle che vide accese sopra la credenza di argento, dicendo che le

vuole bianche a tutti i servigi palatini, e aggiunse che non vuole

essere ceraiuolo, nè calzolaio, nè compratore di gioie, nè di

corame, nè tornitore, nè tagliatore di pietre, nè bicchieraio, nè

stovigliaio, nè alchimista........ A Gian Bologna di Doagio, che

gli spiegò lo intenso animo suo dì voler fare un cavallo di getto,

maggiore per ogni verso un terzo di braccio di quello di Roma, da

collocarsi sulla piazza della Dogana, dirimpetto alla Dogana,

domandandolo quanto voleva per principiarlo, -- rispose: 600 scudi:

-- al che disse: o cuore pusillo! -- Ha ordinato dispensarsi danari

ai mendicanti e ai prigioni: altri si liberino. La moglie di Piero

Ridolfi studia la rettorica del Cavalcanti per fare uscire

ambasciatore il suo marito. -- Il popolo vuole supplicare per la

reddizione e diminuzione della metà della paglia e delle farine, e

che si levi in tutto e per tutto la gabella del ceci molli, della

carne per i gatti, trippe, peducci, zampe, budella, il dazio che si

paga per l'aere, per la stesa delle tende di mercato vecchio e

muricciuoli quivi et altrove, segni delle stadere, tassa delle

osterie, piombi ai fiaschi, segnatura di barili, gabella di bestie

e legnami, carlini di teste e grossi nuovi, lire del contado, calde

arrosto, lupini dolci, e tutte sorte di civaie, aranci, cedri,

limoni, lastricature di strade; e sarà facile, perchè di simili

aggraviuzzi non ne tiene conto alcuno.

»Il sig. Alfonso Piccolomini, cugino di VS. Illustrissima, farà

impiccare come lo abbia nelle mani, e lo disse da per se nella

presa del Lazzeri, del quale è fuora la composizione, che dice:

Già si è fatta vendetta

Della carrozza Alcedema già detta.

Gli amici dei cavalli havuto han bando;

Ma per Lazzeri quando?

Io non pensai giammai udir quell'ora

Che il Boia dica: Lazzeri, vien fuora:

Allor potrò cantare in larga vena,

Zeffiro spira, e il bel tempo rimena.

»Gli ha dato un giudice delegato di fuori di qua, perchè non si

palesino le sue azioni, tra le quali se vi fosse mescolamento dei

suoi affari si sopprimerebbero, nè si saprebbe cosa, che di ciò

sia.

»Ha fermo a nome di segretari il cav. Antonio Serguidi, il cav.

Belisario Vinta, e P. Paolo Corboli, ma l'effetto principale è

della nuova riforma della Segreteria nella guardia delle terre,

città, e borghi. L'Usimbardi è più che mai in favore del suo

padrone, e come capo di tutti i segretari della pratica segreta, e

sopra il dare degli uffizj, dei quali Pietro Conti rimane

Cancelliere per tenerne la lista, riscontrarli col quadernuccio, e

non altro; per la quale è stato dato fuori una Caterina, che dice:

Caterina tu non guardi,

E' governa l'Usimbardi;

E se punto tu ti fidi

Farà peggio del Serguidi.

»A Benedetto Uguccioni ha ordinato si rivedano i conti, e che

quando comanda i lavori abbia rispetto e discrezione pei poveri.

Assai temono la cassazione, ad assai più ha detto che stieno di

buono animo, e sperino bene, promettendo farsi loro protettore. Dei

vecchi servitori del fratello, paggi ordinarj, paggi neri, lance

spezzate, scudieri, cortigiani e uffiziali, saranno cassi e

licenziati sino alla somma di scudi 20,000 l'anno; molti capitani

delle bande saranno mutati, e ferme nuove lance spezzate, e nuovo

ordine fatto di archibusieri a cavallo, come moltiplicato il numero

dei Tedeschi a guardia della sua persona. E com'è di dovere, vuole

principalmente servirsi di quelli che condusse di Roma fino a 300

bocche, i quali innanzi tutti conviene rimeritare, e beneficare

come ha fatto. I danari lasciati da suo fratello ai servitori ha

ripartito tra i più meritevoli a uguali porzioni, ad alcuni ha

raffermo la provvisione, e che non servano. Ha ordinato rimettersi

a don Pietro, liberalissimo e magnanimo signore, 10,000 scudi al

mese con gli interessi, comportando così la ragione di stato, per

non palesare o toccare i tesori della cassa palatina.

»Fa professione di benigno, piacevole e cortese signore, e

similmente di gratitudine, e di beneficare chi gli è stato

servigiato, tra i quali si può vedere che sia, con speranza di

molto merito, Riccardo Riccardi, che ricercato di entrargli

mallevadore a Giovanni Battista Michelozzi, gli prestò egli stesso

18,000 scudi. E questo avvenne perchè al Michelozzi non bastava lui

solo per mallevadore, ma voleva bensì tutti tre i fratelli, onde

egli sdegnato e preso dal puntiglio, volle dimostrare di avergli

egli solo, e contolli l'uno sull'altro; perchè l'onore e

l'ambizione, che non possono far fare agli uomini? Al conte Ulisse,

e alla moglie per antica affezione, ha concesso abitare il casino,

ma non ci sverneranno, secondo si crede, perchè vi si riparerà don

Antonio, al quale, essendo indisposto, messere Andrea Albertan

negò, quantunque richiesto, la pietra belzuar, allegando che

Bernardo speziale ne aveva, e che andasse a quello, e ciò per

fuggire le taccie che falsamente gli avevano cacciato fuori le

sciocche lingue intorno alla morte del granduca e della

granduchessa. Ognuno afferma essere stata cosa importante ch'ei non

abbia 10 anni meno, perchè altrimenti saria stato troppo portato

verso le donne, sebbene alcuni pretendano che si muta la persona,

ma non le voglie......... A don Filippo, spedalingo di Santa Maria

Nuova, vuole si rivedano i conti; intanto gli ha fatto ritornare

scudi 11,000 per completare il prezzo di 18 poderi contermini a

Pratolino, che dallo Uguccione e Buommattei furono stimati scudi

30,000.

»Asdrubale Cliva, fatto prigione a Roma a istanza sua, è stato

condotto in queste carceri per dare conto delle tante querele

appostegli conforme dice la profezia in rima:

Asdrubalaccio tosto

Dolgasi, che per lui la sorte varia,

Che trar gli farà un dì dei calci in aria.

»Similmente, con ogni studio e autorità, ha dato ordine che si

spengano e dissipino ovunque sono gli assassini e banditi. Ha fatto

il cavaliere Beccheria capo e persecutore loro con sufficiente

numero di satelliti birreggianti secondo il bisogno.

»Ora il popolo minuto per avergli corso dattorno, e gridato:

_palle, palle_, e _duca, duca_, pensa ch'ei sia diventato tutta una

pasta con lui, e spera che Arno e Arbia abbiano a correre savore, e

non solamente savore, ma sapa dolce, e mostarda fine, anzi salsa

reale: così ognuno fruga e rifruga, mesta e rimesta, si spinge

innanzi, si ringalluzza, e si fa forte. Io ho fatto dipingere un

gatto soriano, con gli occhi di topazzi sfavillanti, con un motto,

che gli esce dal c... di fra le zampe, e che dice: _in tenebris

lucet_.

»È stato pure dipinto un sole incoronato con cappello ed arme, e

alcuni vi hanno scritto sotto: _custos, et causa salutis; dulce

decus nostrum_; altri: _laborum dulce lenimen_; ed altri

finalmente: _instar operum pretiose_.

»Fino a questo oggi gli sono state porte 2000 supplicazioni, le

quali tutte si sperano graziate coll'_ita est concedesi_, e non

come quelle del defunto duca, che avendo supplicato alla Divina

Maestà di volere cambiare vita obbligandosi a trattare bene, contro

il solito suo, i bambini, le balie, e la brigata, fu rimessa la

informazione al protettore nostro San Giovanbattista, et ebbe un

rescritto: -- si rimette agli ordini di Giustizia; -- onde infiniti

versi sono stati appiccati in vari luoghi, dei quali i più notabili

che sieno apparsi e veduti, sono questi:

Medicea stirpe, del ben fare ignuda,

Di sudore e di fame al mondo nata;

Tanto in te stessa, quanto in altri cruda,

E del comun languir fatta beata,

Finchè in te stessa alma gentile intruda,

Che in Francia, Spagna, e Fiandra si dilata;

Lupa, Lion, sotto di Pietro il manto

Cangerai alfine in riso il lungo pianto.

»E prima era divulgato il seguente sonetto:

Nol so se sia del Ciel destino, o fato,

Che Firenze in tal modo è fatto inferno,

Sendo ridotto a così rio governo,

Che ciascun piange come disperato.

Hanno gli empj al maggior gli occhi bendato.

Fa seppellirsi, Dio giusto ed eterno!

Co' loro inganni giù nel basso Averno,

E pon miglior ministri in ciascun lato.

Pietro gli uffici incanta e l'Uguccione,

Ti rinnegar con la sua propria voce,

Il Troscia, il Giovannaccio col Cappone;

Carlo Napoleon, che ai banchier nuoce,

Filippo Alberto il negro uccel briccone,

Che i tristi assolve, e i giusti mette in croce.

»E della Bianca:

Qui giace in un avel pien di malie

E pien di vizj, la Bianca Cappella,

Bagascia, strega, maliarda e fella.

Che sempre favorì furfanti e spie.

»e di più:

In questa tomba, in questa oscura buca,

Ch'è fossa a quei che non han sepoltura,

Opra d'incanti, e di malie fattura,

Giace la Bianca moglie del Granduca.

»Il sig. Orazio Rucellai mio biscompare gli trattò dell'arcivescovo

di Pisa! affinchè tra tanto dolce non fosse mescolato un po' di

amarore; ma egli assicurollo dicendo, ch'egli era qua per suoi

particolari negozj, e non per altre faccende; ma si vede bene che

l'arcivescovo mesta tutto, onde è stato scritto, e divulgato così:

Di grazia, Serenissimo Signore,

Fate mercede a tutto il popol grata,

Prendete una granata,

Cacciate l'Uguccione col Corsino,

L'Antella, il Troscia e il Conte in un cantone;

E quello ippocritone

Arcifiscal pisano

Tenetevel lontano,

Chè ognuno ha gran timore

Che non vi faccia infiscalare il cuore,

Perchè egli è tanto tristo,

Che faria diventar cattivo Cristo.

»E il prelodato mio biscompare ricordògli, che la più importante

cosa che si appartenga e che si desideri da un principe, si è che

stia in grazia di Dio, cerchi con ogni studio mantenersi la sanità

e la benevolenza delle persone, più appresso conosca che negli

uomini, quantunque per molte parti perfetti, pure andare sottoposti

a varie imperfezioni, tra le quali deve annoverarsi quel desio di

cui ciascuno è punto, ansio e anelante, cioè la vendetta in cui sta

volto con ogni studio, e con ogni arte, e con ogni pensiero, nè può

vivere, nè può stare, non trova posa o quiete, e sempre cerca

farla, e continuamente pensa, e si stimola in essa; allo incontro

poi ricevuto il benefizio, tosto anzi subito se lo dimentica, non

ha punto pensiero, nè si rammemora di chi gli ha fatto servizio, lo

fugge, lo declina, e se crede trovarlo lo scansa. Dovere l'uomo

prode essere più pronto a rimunerare chi gli è stato benefattore,

che alla vendetta, e alla ira. Ciò essere parte di principe

generoso e magnanimo, e così facendo essergli per avvenire sempre

bene, e moltiplicare nelle felicità per se, e per i suoi. -- E più

appresso, dovere avere innanzi lo scritto degli Spiriti Volterrani,

che dice: -- chi ha in odio la ingratitudine non faccia servizj,

imperciocchè egli sempre incapperà in essa; -- ma ciò non doverlo

trattenere punto, perchè il principe quando ha fatto il bene è

contento per se, e poi giovando a uno si contentano molti per lo

esempio, o per la speranza. Inoltre, che avesse sempre in mente lo

scritto a Santa Croce del Barberino: _frustra habet, qui non

utitur_; e poichè anche quivi è scritto, che il mondo si regge con

le opinioni, cercare di conformarsi nelle sue opinioni con le

migliori, e oltre a ciò porsi davanti gli occhi la gran buona mente

di Samadio re, il quale diceva intendere a ragunare tesori per

istrascinarsene dietro le some cariche, per darne a quanti

bisognosi incontrasse, e poi rifarsi da capo, affermando il

Principe essere un Giove per tutti onde giovare a ognuno, e più che

per altro per questo doversi reputare uguale a Dio; finalmente il

principe avere a fuggire tutti i ministri, i quali per proprio

conto abbiano affetti particolari, e passioni di loro comodo, utile

e interesse.

»E così speriamo che la porchetta nuoti, il mondo vada in

guazzetto, in candito e in gelatina. Fiorentini e Romani corrono la

cavallina; Orsini, Mattei, Cecchi, Menichelli, marchese d'Ariano,

monsignore del Monte, Titta, Arragonia, ed alcuno di loro gli è

commensale continuo. -- Se non che monsignore del Monte, non si

volendo contentare, si è ridotto a mangiare solo con don Virginio,

e gli è stato ordinata stanza separata, servimenti e vivande da

principe.

»Monsignore S. Galletto è comparso tra i primi per S. S. a dargli

dell'altezza, e del serenissimo, visitando il più potente e ricco

cardinale che mai abbiano creato, perchè il cardinale di Portogallo

fu reggente, non re; -- vi sarebbe Gastone se fosse eletto re di

Pollonia, ma si afferma dicerto che sarà eletto quello di Svezia,

se la vittoria del combatterlo stando nella vittoria delle armi,

non inchini a Massimiliano.

»I mandati, o lettere ai Cardinali, non sono mancate, tra i quali a

Gioiosa, e a Farnese, ma più per ironia, che per altro:

Correte, forestieri e terrazzani,

Dacchè il granduca nostro Cardinale

I fegatelli lancia in bocca ai cani.

»Ed è corsa ancora una Caterina, che dice:

Caterina, gatti, gatti,

Assai ciance, e pochi fatti.

»Il cittadino è rimesso; gli amici sono diventati servitori, i

servitori schiavi. I forestieri sopra tutti gli altri graditi, e

antesignani.

»Il granduca attende a terminare tutti i lavori incominciati dal

fratello, tanto di fabbriche, quanto di uffizj manuali, e anzichè

no accresce, avendo preposto a tutti il signore Emilio Cavalieri

signore di virtù, d'ingegno, e d'invenzione rara; come addrizzare

Arno in canale, condurre in piazza l'acqua di Montereggi, finire il

Palazzo, alzandolo dietro secondo l'architettura dell'Ammannato;

levare la Dogana, e appianando case allargarsi dalla piazza del

Grano, edificare quivi grandi logge, e, sopra, granai pubblici;

rafforzare gli Uffizj rimettendo sotto gli architravi, colonne

doppie in coppia vicine, levando quelle di pietra serena, finire la

Galleria dall'altra banda, e farne rigirare intorno delle altre

unite a quella per tutta la piazza granducale, e rigirando dal Sole

rientrare sopra la Dogana in palazzo. Ha in animo di edificare un

ospedale pei convalescenti. Dove aveva ad albergare la Sapienza ora

alloggia la bestialità, e vi crescono le stalle alla barba di

Niccolò da Vagliano, che ciò prevedere non potè, e dietro a se

nell'orto fare un memorabile Semplicista. Vuol fare terminare il

palazzo Pitti, e in mezzo della piazza pendente fare trasportare la

gran pila elbigna, e similmente mettere mano a rizzare la colonna

giacente di S. Marco, e dove si può abbellire et ornare la città,

farlo. Gli è dispiaciuto notabilmente il disfacimento della

facciata del Duomo, e per riordinarla a modo vi fa invigilare sopra

il cavaliere Pacciotto con altri architetti. Ha fantasia

d'ingrandire e illustrare il palazzo dell'Ambrogiana, dove avendo

compro un podere, ha donato al venditore sopra la stima fatta Sc.

300. Usò liberalità con aver dato elemosina ai poveri, e, mancata

la provvisione ai contadini, li sovvenne del suo. A quattro,

trovati a pescare in bandita, fattisigli venire innanzi, volle

sapere chi fosse stato il primo a spogliarsi per pescare, e

intesolo, diede a questo 4 scudi, e agli altri uno per uno,

minacciando loro per la seconda volta la cavezza. Fatte l'esequie,

alle quali egli non intervenne, ma le stette a vedere circa a mezzo

corridore per una gelosia, dacchè i cardinali non vanno mai ai

morti, se non ai papi, aspettiamo qualche amorevolezza giovevole

per molte cose proprie e particolari, almeno quando riceverà la

Gran Croce di Gran Maestro, o alle nozze; ma aggravj di momento per

ora non si tolgono, e le imposizioni importanti si mantengono. Levò

ancora il dazio delle stufe, del legname della Opera, e si crede

che così si farà del corame, e di altre piccole cosette di non

molta rilevanza, o acconcio. Quanto al Governo, Marco Tullio

Cicerone lasciò scritto ogni uomo sapere bene incominciare, la

importanza essere nel perseverare, e più nell'ottimamente finire.

Ultimamente deve VS. Ill. sapere che ogni nuova granata spazza bene

sempre, e netta lindamente la casa da prima. Io per me faccio conto

che dove prima mi conveniva portare, e andar carico di una soma di

acqua, d'ora in poi sarà greco, lagrima, o chiarello, ma sempre a

soma, e da asino; e qui ricordando a VS. Ill. ch'Ella non è per

essere così pronta a comandare a me, ch'io non sia altrettanto e

più sollecito a servire lei, le bacio le mani di cuore, e me le

raccomando ec.»

CAPITOLO SESTO.

IL FIGLIO.

Ma il bacio della madre, oh! non ha pari

E vivon mille affetti in quello affetto.

Oh! figli, figli lagrimati e cari,

Chi più vi muoverà la bianca cuna?

Chi più vi guiderà nei vostri lari?

Ci apre il labro la madre, e ad una ad una

Ci scioglie le parole, e il primo accento:

È madre:

_Ispirazioni di Bisazza da Messina._

Isabella Orsini, duchessa di Bracciano · 第 11 / 25 段