torni; e allora o farò in maniera di favellargli io medesima, o manderò
un religioso di santi costumi e di dolce facondia che lo sappia tutto
raumiliare, e gli faccia toccare con mano la tua buona e pia opera;
cosicchè, se egli ama la virtù, come dev'essere amando te, non solo non
ti porterà rancore, ma dove prima ti amava una volta, adesso ti amerà
mille..."
-- "Voi dite bene, voi; ma se non poteste favellargli, o mandare; -- se
nell'amarezza del caso improvviso, preso da passione si guastasse, o se
cadesse infermo... Ahimè! Io tremo tutta in pensando ch'ei potesse
infermare, e non avere la sua Maria a canto al letto, che lo
custodisse..."
-- "Io ti giuro sopra l'anima mia, che farò avvisarlo prima che passi le
porte di Firenze: non temere, io mi lego con parola di principessa, e di
cristiana..."
-- "Ma quando io potessi credervi sopra questo punto, Isabella, come
sopporterei di bandirmi perpetuamente dalla patria?"
-- "E che cosa trovi adesso che ti piaccia in questa nostra terra? Lo
spirito della repubblica vi è irrevocabilmente cessato, non come fiamma
spenta per forza, ma come fiamma che abbia consumato ardendo anche il
verde della candela. La più parte degli spettabili cittadini erra, o
spontanea o costretta, in mesto esilio, sicchè può dirsi di Firenze
quello stesso che si diceva di Pisa dopo la sconfitta della Meloria, che
per vedere Pisa era forza andare a Genova. -- In Lione e in Parigi tu
incontrerai il fiore della cittadinanza nostra. -- Le fabbriche regie e
i tempii in Francia o superano, od agguagliano i nostri. Colà come qua
la terra produce frutti giocondi; colà come qua il sole e le stelle
mandano la benedizione dei raggi; colà come qua si ama, si odia, e si
nasce, e si vive, e si muore, e Dio esalta gli umili, e prostra i
superbi, e ascolta la preghiera delle anime innocenti come la tua..."
-- "Sì, ma delle immagini a me piace supplicare in città davanti quella
della Santissima Annunziata, e in campagna davanti a quella
dell'Impruneta; -- sì, ma l'organo non mi esalta se non n'echeggiano i
suoni per la volta di Santa Maria del Fiore; quel soavissimo rezzo
vespertino non mi rinfresca se non mi percuote la faccia tra il Duomo e
San Giovanni. O mia signora, io quando vedo un tronco di albero tagliato
alla radice, mezzo sepolto nel fango, diseredato oramai di fiori e di
frutti, e le migliaia di formiche che vi correndo sopra lo rendono
fastidioso e vuoto, penso tra me: tale ha da essere lo esule. E poi, io
amo vedere le facce consuete, amo dire, se qualcheduno mi nasce accanto:
-- È figliuolo di Ginevra, o di Laudomine; -- se muore: -- Dio riposi la
buona anima di Giulio, di Lapo, di Baccio; -- ma fuori di casa ti senti
sempre intorno alle orecchie: -- è figliuolo del forestiero, è compagno
del forestiero; -- e senza punto volerlo, non rifiniscono mai di farti
capire che non sei nulla costà, e non appartieni a cotesta terra; e ben
per te se ti concedono che tu beva dell'aria loro, che alla loro luce
t'illumini, al sole ti scaldi. Chi mi darà ascoltare più lo idioma nel
quale la mia madre dolcissima mi garriva inerte, diligente mi lodava? --
E quando ogni altra cosa in terra straniera non fosse per venirmi meno,
chi mi darà potermi inginocchiare sopra la lapide che cuopre le ossa dei
miei genitori, e pregare loro _de profundis_? -- Nelle tribolazioni
della mia vita, allorchè mi pareva ogni cosa mi abbandonasse, io mi
condussi sopra il sepolcro dei miei padri, e mi dolsi con loro della non
meritata fortuna, pregandoli ad accogliermi nella eterna pace: allo
improvviso mi sembrò ascoltare una voce, e la udii certo, che mi
consolava dicendo: -- Non disperare, continua il tuo cammino nella via
del Signore, che già sei presso al termine dei tuoi martirii."
Isabella, mentre Maria discorreva, mutò con subita vicenda di colore più
volte: allo improvviso le si gettò ai piedi, e forte abbracciandole le
ginocchia, così prese a dire:
-- "Maria, per le ossa dei tuoi parenti, e per la salute della mia anima
e della tua, non mi negare quanto mi avevi promesso. Vedi una madre
senza fine desolata; vedi se mai fu dolore uguale al mio: io non lascio
le tue ginocchia, se non mi dai pace; io non leverò la mia faccia dalla
polvere, finchè tu non abbi pronunziata la parola di vita. Tu tornerai
un giorno in questa terra che ti è sì cara, e questo giorno non si farà
troppo aspettare, imperciocchè coloro che vogliono la mia morte mi
seguiranno presto dentro al sepolcro. -- E tu, infelice prima di sapere
infelicità che cosa sia, leva le mani, e supplica questa donna, che sola
ti può conservare la vita. Io non posso nulla per te; lo starmi accanto
ti reca certissima morte... Maria!... Maria! così ti usi la Madonna
misericordia al capezzale del letto, come tu adesso la userai con me! --
Pietà di una madre che sta per vedersi trucidare un figliuolo su gli
occhi.... mercè per Dio....!"
E vedendo come la Maria esitasse incerta di quello che aveva a fare,
drizzatasi come furente, prese sotto il braccio il fanciullo, che trasse
doloroso vagito, e s'incamminò risoluta verso i balconi:
-- "Poichè," mormorava convulsa "poichè non mi è riuscito salvarti,
nemmeno io ti vedrò morire: noi moriremo insieme; di ambedue noi
raccorranno le membra sfracellate. Maria, rimanti con Dio. -- Contro di
te non parli il parricidio, che tu potevi impedire.... Via da questo
mondo dove la virtù è crudele, crudele l'odio.... tutte le cose
scellerate, e crudeli..."
Come persona, che dopo avere tra il sì e il no duramente conteso, si
risolve a un partito, Maria corse dietro a Isabella, e afferratala per
la vesta esclamava:
-- "Ebbene, io partirò.... per Francia...."
E Isabella gittatole un braccio intorno al collo, singhiozzava senza
potere profferire parola. Riavutasi alquanto dalla veemente commozione,
-- "Rompiamo ogni indugio," parlò, "avvegnachè l'ora si avvicini." -- E
sfasciava il fanciullo dagli addobbi di velluto, e le fasce, e le trine,
e il tappeto pose nella culla dorata, poi accese il fuoco nel camino, e
vi gettò sopra ogni cosa.
-- "Sieno distrutti questi addobbi per sempre: non ti farebbero fregio,
ma vergogna; tu devi dimenticare la tua origine. Figlio del peccato, ti
basti se la colpa dei genitori non sarà punita fino in te. Maria, io ti
auguro che ti riesca figliuolo dilettissimo, e tu certo così lo terrai;
imperciocchè noi amiamo le creature per gli affanni che ci costano, e
pei beneficii che loro facciamo; e tu cominci a farne tale uno per lui,
che bene possiamo col cuore comprendere, non già con le labbra
significare. -- Maria, egli ti sarà l'orgoglio della vita, il sollievo
della vecchiezza: ecco io ti cedo tutti i diritti di madre, che saprai
adoperare molto meglio di me. Tu li eserciterai innocente, e con benigno
sguardo del cielo, essendo pietà in te quello che in me sarebbe colpa;
-- però da qualunque origine si dipartano, sacri e santi diventano i
diritti di madre. Tu lo alleverai nel timore di Dio: fa che sia umile e
mansueto; a lui non convengono sensi superbi. Vigila attenta che non gli
s'insinuino nel cuore consigli feroci.... -- Tu non gli dirai come
nacque, e ahimè! neanche chi gli fu madre: egli mi disprezzerebbe, e
l'onta dei figli pesa sopra l'ossa dei genitori più grave della lapide
di marmo. -- Se poi un giorno tu lo conoscerai, come spero e desidero,
inchinevole alla compassione... se allora volesse sapere ad ogni modo la
sua madre chi fosse, tu gli dirai: -- Una infelice! -- Maria, io ti
scongiuro che tu gli raccomandi di non lasciare mai questa crocellina di
perle ch'io mi levo dal collo, e la metto al suo... Guarda di bene
tenerlo a mente, perchè questo è il mio testamento, e queste sono le
parole novissime che io ti parlo. -- Addio, sangue mio, perdonami la
vita che io ti ho dato; perdonami la colpa in che io ti ho generato...
Addio... per non vederti mai più... forse in paradiso un giorno. Ma come
posso sperare che Dio mi rimetta il peccato? -- Io piangerò giorno e
notte, io espierò il mio fallo col sangue, e la giustizia placata non
impedirà che la misericordia congiunga in cielo quanto il misfatto
separò sopra la terra. -- Ma, e mi perdoni il voto la Madre di Cristo,
se in un luogo oltre questa vita noi non potremo essere uniti, tu,
figlio, abbi il paradiso: nella eterna miseria tornerà di qualche
conforto alla madre tua saperti beato nelle sedi celesti. -- Maria!...
prendilo... io non lo benedico per paura che la mia benedizione non sia
per recargli sinistro augurio..."
-- "Povera donna! Beneditelo, beneditelo, chè il Signore assisterà alla
vostra benedizione come a quella di un santo..."
-- "Lo credi, Maria, davvero?"
-- "Così Dio abbia la mia anima come io lo credo...."
-- "Signore, purifica per un momento le mie mani, ond'io possa benedire
questo capo innocente!" esclamò Isabella levando gli occhi al cielo, e
mentalmente orando. Allora parve venirle dall'alto, e certamente le
venne, una virtù, che le si diffuse nel volto a modo di raggi. Stese
fiduciosa le mani sopra il fanciullo, e proseguì:
-- "Va, figlio mio, io ti benedico...."
Ciò detto, prese il lume tutta tremante, e continuò:
-- "Andiamo: prima che aggiorni verranno a prenderti a casa, e sarai
condotta a Livorno, dove una galera ti aspetta. Andiamo, chè il subito
non mi pare presto abbastanza."
Maria prese il fanciullo, e lo coperse con un panno bruno. Isabella la
precedeva rischiarandola come fece al venire. -- Arrivata in fondo della
scala, alzò più volte la mano per aprire, e parve non potesse; ma ad un
tratto un nuovo pensiero cadutole in mente le ridava la prima forza, e
costanza.
-- "Un bacio... un altro bacio... un altro ancora.. Maria... Figlio
mio... per sempre addio..."
Maria la baciò piangendo, e uscì ratta ratta rasentando i muri con
frettolosi passi.
Isabella rifinita di angoscia lasciò cadersi sopra gli scalini, e
appoggiò la fronte sopra la pietra; ma la sua fronte era più fredda
della pietra.
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[64] MS. Capponi.
[65] La età di nostra madre mi percuote
Di pietà il core, che da tutti a un tratto
Senza infamia lasciata esser non puote.
_Ariosto_, _Satira_ I.
[66] L'Ariosto era comunissimo in Italia in quei tempi; adesso nelle
campagne ne conoscono appena il nome. Montaigne, che viaggiava la
Italia nei tempi del granduca Francesco, scrive nel Tomo III dei
suoi Viaggi, p. 172: «Considerai tre cose: di vedere la gente di
queste bande lavorare, chi a batter grano, o acconciarlo, chi a
cucire, a filare, la festa di Domenica. La seconda, di veder questi
contadini il liuto alla mano, e _fino alle pastorelle l'Ariosto in
bocca_. Questo si vede in tutta la Italia. La terza, di veder come
lasciano sul campo dieci, e quindici, e più giorni il grano segato,
senza paura del vicino.» -- Pare che a quei tempi i Francesi
fossero più ladri di noi....
[67] Poliziano, Canzone nella raccolta del Padre Affò.
[68] Mettigli l'ale, è un angiolel di amore.
_Perticari_
CAPITOLO SETTIMO.
LA GELOSIA.
Che dolce più, che più giocondo stato
Saría di quel di un amoroso core?
Che viver più felice e più beato,
Che ritrovarsi in servitù di Amore?
Se non fosse l'uom sempre stimolato
Da quel sospetto rio, da quel timore,
Da quel martír, da quella frenesia,
Da quella rabbia detta gelosia.
Questa è la cruda e avvelenata piaga
A cui non val liquor, non vale impiastro,
Nè murmure, nè imagine di saga.....
_Ariosto_, XXXI.
«Beati i poveri di spirito, perciocchè il regno dei cieli è per
loro»[69] -- Queste sono parole di Cristo, e quantunque io non dubiti
punto che non sieno state apprese nel profondo consiglio col quale
furono dettate, nonostante mi piace alcuna cosa discorrere, non sopra
loro, che non hanno mestieri di commento, ma dietro la scorta di loro.
-- L'uomo pertanto ha da sfuggire delle scienze quella che lo fa
dubitare. Egli deve amare primamente, ma dirittamente, sè, poi la
famiglia, poi la patria. Sonovi state, e forse sono tuttavia anime
cosiffatte, che la patria sopra sè stesse amano; ma chi guarda sottile,
comprende che alla patria sagrificando la vita, oltre la quale le altre
cose paiono contennende o di piccolo pregio, a cotesto sacrificio le
persuase una immensa cupidità di laude, una libidine irrefrenata di
fama; insomma la propria rinomanza amarono meglio della propria vita.
L'anima nostra non ha da essere menade, nè baccante per le contrade del
sapere; la scienza conosce le sue orgie funeste più assai di quelle
della dissolutezza: non sempre dalla sua urna scaturiscono chiare,
fresche, e dolci acque; qualche volta avvelenano. L'albero della scienza
non solo non è l'albero della vita, ma il Signore ha detto all'uomo:
«Non mangiare dell'albero della conoscenza del bene e del male,
perciocchè nel giorno che tu ne mangerai, per certo morrai».[70] --
L'uomo che ha veduto troppo, come Delia contemplando il Sole, è rimasto
per soverchia luce acciecato; il suo cuore diventò cenere; a nulla si
esalta, in nulla ha fede: virtù, delitti, rettitudine e vizi, suonano
una medesima cosa per lui, frutti dolci in una contrada, attossicati in
un'altra; colpa della terra e del clima: l'anima è un sospiro che cessa
coll'agonia; la patria, il luogo dove posiamo giorno per giorno la testa
riparata dalla procella; un nome, Iddio.
L'uomo deve contentarsi di stare al _quia_; ove egli si ponga così
all'avventura peregrinando attraverso le regioni del sapere, i mali che
gli ridonderanno da questo suo errare irrequieto, non gli riusciranno
punto minori di quelli ci vengono dal continuo andare randagi per lo
mondo fisico. Questo gli torrà la famiglia, gli amici e la patria;
quello la fede e gli affetti. Giobbe bene a ragione assomiglia la
soverchia sapienza ad un mucchio di cenere, dacchè veramente ella sia
reliquia infelicissima di un fuoco che non si accenderà mai più. Io l'ho
pur detto di sopra: il Creatore avrebbe dovuto sospendere la verità alle
volte del firmamento come unico luminare: allora nessuno avrebbe
dubitato sopra la luce e il calore benefico di lei, come forse avviene
del Sole; e ho detto _forse_, conciossiachè non sia mancato chi
dubitasse essere il Sole una massa di fuoco, e lo pretendesse piuttosto
un cumulo di ghiaccio imprimente un moto di rotazione alle molecole
dell'aria: -- la quale opinione è tedesca. -- Aasvero l'ebreo errante
comprende il simbolo di questa agonia insaziabile di sapere: egli
cammina, cammina per lande deserte, per sabbie infuocate, per campi
nevosi; egli ha veduto la cupola di San Pietro, le moschee di
Costantinopoli, i tempii di Brama, quelli di Budda; ha veduto adorare
cani, bovi, coccodrilli, e serpenti; ha veduto inalzare alla dignità di
Dio fino le cipolle![71] sacrificii incruenti, sacrificii di sangue, e
vittime umane; tutto insomma ha veduto; quello che sapeva ha
dimenticato, quello che ha appreso non basta a placare la superba febbre
della sua intelligenza; quello che vorrebbe sapere per fare paga
l'ardente sete, sta chiuso dentro l'urna del destino: aborre tornare a
casa, perchè nessuno ve lo aspetta; i suoi parenti sono morti, le
generazioni hanno dimenticato il suo nome; egli non ama nessuno; nessuno
lui; rifiuta amici, repudia affetti, e rifugge da legare lacci, che
scioglierà domani. Forse nel gran giorno in cui Dio rivelerà la eterna
sua faccia alle moltitudini delle cose create si quieterà la sua agonia,
e Dio gli darà pace, non perchè abbia amato molto, ma perchè molto ha
sofferto.[72]
_State contente, umane genti, al quia;_[73] -- altrimenti voi vi
sentirete crollare sotto i piedi la terra, sprofondare sopra la testa le
volte dei cieli. Voi crescete educate nella suprema idea di un Ente
animatore col soffio della sua bocca immortale quanto ha vita nello
universo; che rompe come canna fragile il persecutore, e ripara sotto lo
immenso suo manto l'oppresso: e tu errando troverai popoli che Dio non
conoscono nè adorano, o si fanno Dio di cani, serpi, bovi, elefanti, e
cipolle, e spesso di un mostro tremendo di forme, ma più tremendo assai
pei riti sanguinosi. Ti sembra pietà custodire il padre infermo e
canuto, confortarlo nei momenti estremi con ogni maniera di amorevoli
ufficii, e comporgli in pace le spente palpebre: eppure furonvi, e vi
hanno anche popoli, ch'estimano filiale misericordia strappare i padri
dai letti dolorosi, sospenderli a un ramo attraversato a due alberi, e
acceso sotto un gran fuoco, girare attorno gridando: -- il frutto maturo
bisogna che caschi, -- finchè il vecchio non cada, e si consumi dentro
le fiamme.[74] E tu padre delle nostre contrade, qual mai soffriresti
supplizio per non vedere morire, o strappare dalle tue braccia gli
amatissimi figli? In China si offrono i figli pasto ai cani, o si
gettano alla riviera. In Affrica li vendono, e testimonio Clapperton,
non volendo egli comperare due negri che la madre gli offeriva, prese
costei a maledirli, e a percuoterli, come quelli che dovevano essere
stregati perchè disprezzati dal bianco.[75] Pietà tra noi comporre
gl'incliti estinti dentro monumenti egregi per materia e per lavoro,
altrove pietà pascersi delle membra dei cari defunti. Rimorso e odio
pubblico aspettano quaggiù l'uomo crudele, che potendo non soccorse al
pericolante nell'acqua; in China, rimorso e rampogna aspettano colui che
salva il naufrago. Leggi, e pene, e giudici noi abbiamo contro il furto,
e tanto più lo puniamo, quanto più vi adoperarono ingegno, o destrezza;
gli Spartani avevano premii pei ladri; e più larghi, quanto meglio si
dimostravano arguti. Nel paese dei Battas lo adultero còlto in fallo
diventa preda del marito offeso, che lo lega ad un albero, e convita la
parentela a mangiarlo: ogni commensale si accosta per ordine di dignità,
e taglia il pezzo che meglio gli talenta; il marito sceglie primo, ed è
giusta, e per quanto leggiamo, come parte meglio saporosa, si riserba le
orecchie; in altre contrade il marito offre la moglie a cui primo gli
giunge per casa, come dono ospitale: e se questo avviene adesso tra
popoli da noi chiamati barbari, gli Spartani, solenni maestri di
civiltà, lo costumavano una volta, allo scopo che dalle proprie mogli
uscissero uomini gagliardi per la difesa della patria. Vereconda cosa
sono i connubii presso gli uomini, e presso gli Dei; imperciocchè il
divino Omero racconti come lo stesso Giove circondasse di una nuvola
impenetrabile agli occhi dei mortali e dei celesti i suoi abbracciamenti
con Giunone. Sir Bank ci narra avere veduto nei suoi viaggi un simile
atto esercitato in pubblico, e con molta cerimonia costituire il rito
dell'adorazione di certi popoli selvaggi, al quale assistevano con tali
manifestazioni di pietosissimo zelo, da richiamare sopra il ciglio
lacrime di tenerezza; e tanto basta.
Nè già crediamo che di cosiffatte immani costumanze le genti presso alle
quali si praticano non sappiano porgere, male o bene, la ragione. Non
credono perchè non comprendono; astrattezze fuori dei sensi non arrivano
a concepire, quindi le rifiutano. Presumerebbero, gli stolti! che Dio si
dimostrasse come un teorema di Euclide sopra la lavagna: per religione
vorrebbero un'algebra; per altare, l'aritmetica; per sagrificio votivo,
un conto fatto in regola; per sacerdote, un computista. Estimano pietà
troncare una vita diventata oramai irremediabile dolore; il proprio seno
reputano più decoroso sepolcro, che la terra o i marmi non sono;
temerario consiglio rompere i disegni della natura; utili alla
repubblica i cittadini educati per tempo nei sottili accorgimenti;
bellissima cortesia mostrarsi così amico dell'ospite, da offerirgli la
cosa più caramente diletta. Peregrinate; apprendete, e mentre vi punge
il desiderio di raccogliere fiori da tutto lo universo per inebriarvi di
voluttuose fragranze, ecco insinuarvisi nel cuore il mal verme del
dubbio, che ve lo imputridisce. Il cuore scettico è morto; ma siccome la
mente vive, così noi sembriamo come gente sopravvissuta a noi stessi:
custodi quasi dei nostri sepolcri. -- In verità, io vi consiglio a
starvi contenti al _quia_. Amate molto, leggete poco, e leggendo, più
che altro vi aggradi la poesia, vino purissimo dell'anima, licore
prezioso che emana da fontane celesti. -- E qui notate ch'io parlo
dell'alta poesia, figlia della mente infiammata dal cuore, conciossiachè
anche la poesia che scende unicamente dallo intelletto generi dubbio.
Chi più sarebbe stato avventuroso del Byron? Quali mai creò la natura
poderosissime ale, che meglio delle sue valessero a volo smisurato? Chi
ebbe maggior cuore, chi miglior mente di lui? -- Ma egli volle vedere
troppo, troppo conoscere, troppo sottilmente indagare la genesi degli
affetti; nuovo Atteone, porta la pena delle temerarie investigazioni; i
suoi stessi fidatissimi veltri lo perseguitano, e lo lacerano. Quasi per
vaghezza volle aggiungere la corda del dubbio alla sua lira; parve a
lui, che si allargasse la copia dei suoni svariati, e s'ingannò: cotesta
corda gli tagliò le dita peggio del filo di un pugnale. Consiglio
sapientissimo fu quello dell'Eforo, che ruppe con la scure la nuova
corda aggiunta alla lira argiva. Tre furono le corde della lira di
Olimpo e di Terpandro, quando accompagnarono i canti di Dio e della
umanità; dodici di quella di Timoteo, quando cantava al convito di
Alessandro e di Taide, onde ne usciva la infamia di lui, che si era
acquistato il nome di magno, e lo incendio dell'antica Persepoli; e tre
saranno le corde di qualunque lira, che intende a condurre la umanità
per quanto vi ha di onorato e di grande sopra la terra, alla patria
eterna dei cieli: -- queste corde poi sono, _amore, fede e speranza_.
Ma come entra tutto questo nella mia storia? -- Voi vedrete che ci entra
benissimo; imperciocchè proseguendo vi sarà manifesto come povere genti,
timorose di Dio, e ferme nei precetti della carità cristiana, vi
somministreranno esempii di virtù, che ormai voi ricercate invano presso
uomini o di maggiore ingegno, o di più larga istruzione dotati.
Giordano in compagnia di Cecchino e di Titta si erano ridotti, studiando
i passi, al casino di San Marco. Pensavano questi due servi potersi
ristorare di cibo e di bevanda, e dare alle membra stanche pur
finalmente riposo; ma s'ingannarono. Giordano appena entrato si lasciò
cadere sopra la prima seggiola che gli si parò davanti, e quivi stette
immobile alcun tempo con gli occhi chiusi; dipoi alzò la destra verso la
fronte, e ve la tenne come se temesse che gli si fosse spezzata, e
mormorava tra sè:
-- "Qui avvelena ogni cosa! Qui respiro un'aria di delitto! Mi hanno
versato l'inferno nell'anima! Orsù, voi Titta e Cecchino; qui abbisogna
adesso che compariscano intere la fedeltà, la prestanza, e la
discretezza vostre. Andate al mio palazzo; presentatevi a madonna la
duchessa; avvertitela.... no.... aspettate.... Da scrivere...."
E il custode del casino, prontissimo esecutore degli ordini ricevuti,
portava quanto gli veniva richiesto. Giordano agitato com'era si provò a
scrivere, ma la mano tremante gli negava l'ufficio: voleva affrettarsi,
e non gli riusciva; gli bisognò posare. Tornò più quieto a scrivere
brevissime note, che suggellò, e porse a Titta, continuando lo
interrotto discorso:
-- "Non l'avvertite di nulla: porgetele questa lettera, e le direte
precedermi voi di uno o due giorni. Io non sono a Firenze; -- badate
bene. In casa osservate attentissimi ogni atto, ogni detto notate, e
quando avvenga o si dica cosa che per poco vi paia importante, venite
cautamente a referirmela. Io non mi muovo di qua. -- Andate, siatemi
fedeli, non mancate al vostro signore: in breve saprete.... saprete
quello che non avreste voi dovuto sapere mai.... e quello.... pur
troppo! che non avrei mai dovuto dirvi io...."
E con un cenno della mano gli accomiatava. I servi, piegata la persona
ad atto di ossequio, si dipartivano.
Venuti sopra la strada, e mutati forse cento passi, Titta prese a dire
così:
-- "Spero che la fortuna consentirà alla fine di lasciarci cenare:
abbiamo sofferto in questa nostra cena più sinistri che lo imperatore
Carlo nel suo regno...."
-- "Io poi penso, anzi pensava, ed ho deliberato in questo momento di
abbandonare il soldo del duca, e ricondurmi qui presso a casa mia."
-- "Domine aiutalo! Avresti per avventura perduto il cervello? Talvolta
lo fa, quando camminiamo di questi giorni sotto la sferza del sole...."