espressamente si dichiara: «Fu fatto venire Paolo Giordano da Roma
perchè acconsentisse alla morte d'Isabella.» -- E quivi pure si
racconta, come nello agosto successivo alla morte d'Isabella
«fossero fatti sparire il figlio di Giovanni Battista de' Servi, e
Carletto Fortunati, lancia spezzata, come quelli che erano reputati
drudi d'Isabella.» E che Giordano alle istigazioni altrui
acconsentisse alla strage della moglie, pur troppo impudica, lo
confermano ancora i MS. Capponi, della Biblioteca R. di Francia, e
mio. -- Il signore Bell nel suo racconto dell'_Accorambona_ ci
avverte come pei costumi spagnuoli, nei quali era stato educato
Francesco, correva assai più grande l'obbligo nei fratelli di
vendicare le disonestà della sorella, che nei mariti quelle della
moglie. Il Galluzzi nella citata _Storia_, Lib. IV, cap. 2, scrive.
-- «È certo che a donna Isabella furono fatti funerali più pomposi
che a donna Eleonora, e che il granduca e il cardinale non solo
mantennero dopo con l'Orsini buona corrispondenza, ma
s'interessarono per acquietare i suoi creditori, e dare alla di lui
sconcertata economia qualche sistema. Tutto ciò proverebbe che, o
la morte di donna Isabella non fu violenta, o che il granduca e i
fratelli essendo di concerto con l'Orsini, con la loro
dissimulazione resero lo eccesso più detestabile.» Davvero tra
l'una ipotesi e l'altra corre troppo grande divario perchè uno
storico solenne se la deva passare così scivolando. Da tutte le
memorie dei tempi e da tutte le storie ricaviamo come la strage
fosse imposta, e pagato il prezzo del sangue, che non si limitò
unicamente nelle premure di acconciare la dissestata economia
dell'Orsini, ma giunse perfino, secondo che ce ne porge
testimonianza la Cronaca del Settimanni sopra citata, a fare
donazione nell'ottobre di cotesto anno della villa Baroncelli a
Paolo Giordano e a Virginio; il quale fatto forse indusse in errore
l'Ademollo, che affermò nelle sue note al racconto intitolato
_Marietta dei Ricci_, donna Isabella Orsini essere stata
strangolata nella villa Baroncelli, oggi Poggio Imperiale.
[50] Svetonio, _Vita di Claudio_, in fine.
[51] La Bianca non era ancora moglie di Francesco I: viveva tuttavia
l'arciduchessa Giovanna. Questo è anacronismo; ma la povera
Giovanna, comecchè donna piissima, che condusse vita di silenzio e
di sacrifizio, non era personaggio tale da ravvivare il racconto.
Anime sante, ma pallide, nate a soffrire e a tacere!
[52] Vedi le note seguenti.
[53] Fino al tempo del granduca Ferdinando I si adoperavano in corte
candele di cera gialla: egli le mutò in bianche, come conosceremo
dalla lettera del Soderino riportata più sotto.
[54] Michele Montaigne, invitato a pranzo dal granduca Francesco,
osservò come questi bevendo mescolava molta acqua nel vino, mentre
la Bianca tracannavalo quasi puro: «On porte à boire à ce duc et à
sa femme dans un bassin où il y a un verre plein de vin descouvert,
et une bouteille de verre pleine d'eau: ils prennent le verre de
vin, et en versent dans le bassin autant qu'il leur semble, et puis
le remplissent d'eau eux-mêmes, et rasséent le verre dans le bassin
que leur tient l'échanson. Il mettoit assez d'eau; elle quasi
point. Le vice des Allemands de se servir de verres grands outre
mesure est ici au rebours, de les avoir extraordinairement petits.»
_Voyage_, T. II, p. 59.
[55] Svetonio, _Vita di Giulio Cesare_.
[56] Porque dixo la venganza
Lo que la offensa no dixo?
_Calderon de la Barca_.
[57] Queste ultime parole furono sentite dire da Francesco quando
licenziò Giordano dopo il segreto colloquio tenuto fra loro. MS.
Capponi, e mio.
[58] «Era una delle principali passioni di Francesco I fabbricare
porcellane elegantissime, che poi mandava in dono ai principi e a
grandi baroni.» Galluzzi, T. III, p. 119.
[59] «Francesco con una compagnia di mercanti esercitava questo
commercio del pepe, e v'impiegava i suoi galeoni. La compagnia
acquistava 30,000 cantara di pepe a 32 crusadi per cantaro, col
patto della esclusiva di venderlo a tutto il mondo.» Galluzzi, T.
IV, p. 106.
[60] Quest'arme fa una testa di Moro.
[61] E veramente si trova registrato così entro un libro di Ricordi.
[62] L'atrocità, narra il Galluzzi, Lib. IV, c. 2, _Storia del
Granducato_, l'atrocità del fatto fu celata al pubblico, e velata
con le attestazioni di uno accidente sopraggiuntole per
palpitazione di cuore, a cui asserivano i fisici essere stata
sempre soggetta. Al re di Spagna fu confidato per mezzo dello
ambasciatore tutto il successo con scritto a parte li 16 luglio, in
questi termini: «Sebbene nella lettera vi si dice dello accidente
di donna Eleonora, avete nondimeno a dire a Sua Maestà Cattolica
che il signor don Pietro nostro fratello l'ha levata egli stesso di
vita per il tradimento ch'ella gli faceva con i suoi portamenti
indegni di gentildonna, i quali per il suo segretario ha fatto
intendere a don Pietro suo fratello e pregatolo a venir qua, ma
egli non ci è voluto venire, e nemmeno ha lasciato che il
segretario parlasse a Don Garzia. Noi abbiamo voluto che la Maestà
Sua sappia il vero appunto, essendo deliberati ch'ella sappia
sempre ogni azione di questa casa, e particolarmente questa, perchè
se non si fosse levato questo velo dagli occhi, non ci sarebbe
parso di potere bene e onoratamente servire Sua Maestà, alla quale,
con la prima occasione se le manderà il processo ove ella conoscerà
con quanta giusta cagione il signor don Pietro si sia mosso.» Gradì
il re Filippo la confidenza etc.
[63] Credo fare cosa gratissima pubblicando la seguente lettera, ch'io
reputo affatto inedita, e sconosciuta generalmente. È stata
ricavata dalla Biblioteca Reale di Francia, ove si conserva sotto
No 10, O 74. La copia manoscritta è scorrettissima, in parte
manchevole, e in parte non leggibile, ed io m'ingegnerò a
correggerne il dettato per modo che possa intendersi. Per questa
lettera, scritta evidentemente da persona anzi che no mordace, e
poco amorevole alla casa dei Medici, in ispecie poi al granduca
Francesco e alla Bianca Cappello, conosceremo quanto sia falsa la
fama dello avvelenamento di Francesco e della Bianca. Il genere di
vita dai medesimi praticato non aveva mestiero di altro argomento
per farli morire sollecitamente, avvegnachè comprenderemo di
leggieri com'essi si avvelenassero tutti i giorni.
«_Lettera di Giovanni Vettorio Soderini allo Illustrissimo Signore
Silvio Piccolomini sanese, in ragguaglio della morte et esequie del
Granduca Francesco._
»E' merita il pregio della opera, e mi si appartiene, signore
Silvio Illustrissimo, scrivere a vostra signoria illustrissima una
grande e prolissa lettera. Quando, che alli giorni passati la Morte
cavalcò sopra il suo destriero magro e disfatto per investirsi del
titolo di Grande. La Morte ottenne a Roma il titolo di Grande, e
conseguita ch'ella ebbe cosiffatta indecentissima intitolazione, se
ne cavalcava frettolosa alla volta del Poggio a Caiano, e quivi con
irresistibile forza e pari valore assaltò il Grande Etrusco di
Firenze e Siena, e lo abbattè alli 19 di ottobre 1587 a 4 ore e
mezzo di notte, e di 47 anni lo privò di vita dopo strani e
disusati scontorcimenti, e ululati e muggiti diversi. Stette senza
favella da dopo desinare fino al punto in cui fu soprappreso da
febbre scottantissima. Il signor Pandolfo de' Bardi, e il signor
Troiano Boba, hanno sempre attestato che fosse per soverchio
insolito esercizio scalmanato, e così presa una calda per essersi
fermo in frigido luogo vicino all'acqua, come pure per causa di
vecchi disordini, troppa continua beuta di elisir, e suo
acquerello, et acqua arzente, e da mezzi minerali alchimiata e
alterata; immoderata e nociva familiarità con l'olio di vetriolo ed
uso troppo frequente di acqua di cannella stillata; e dal mangiare
paste e composizioni calide, torte con tutte sorte di speziarie,
gengiovi, noce moscada, garofani e pepe, polpe di capponi, fagiani,
francolini, pernici, starne, e passere minutamente tritate, intrise
con rossi di uova, crusca di zucchero, e farina inzaffranata;
sorbire prima di pasto, fra pasto e dopo pasto continuamente uova
con pepe lungo di Spagna pesto; empirsi sempre di cibi grossi,
triviali, e di robaccia dura a smaltire, come agli d'India con pepe
nero, cipolle, porri, scalogni, aglietti, malige crude, ramolacci,
radici, rafani tedeschi, raponzoli, carciofi, cardoni, gobbi,
sedani, nuchette, e nasturzii indiani, castagne, pere, funghi,
tartufi, e in istrabocchevole quantità sorte di ogni formaggio;
bere vini crudi, frizzanti, raspati, indigesti, grechi fumosi e
gagliardi, e vino di Spagna, di Portercole, e di Reno: lacrima,
chiarello, vino di Cipro, Malvagia, Candia, vino secco di Spagna,
di Corsica, di Pietra Nera con la neve, avendo lo stomaco
frigidissimo, e il fegato caldissimo; ai quali vecchi disordini
voglionsi aggiungere i nuovi nella presente mala valetudine, come
in mezzo alla febbre ardente bere gli sciloppi gelati, reluttare in
tutto e per tutto il cristere, mandare giù pillole involte in pasta
di ostie tenute a raffreddare nel diaccio, medicine e bevande
nevate, e nel colmo dell'ardore della febbre sotterrarsi le mani
nella neve; bere dopo il farmaco un gran bicchiere dì acqua
agghiacciata; saziarsi a strane ore di latte infrigidito, e tirar
giù due bicchieri di mosto ancora bollente, e poi per l'arsione
della gola, aridità di lingua, asciuttezza di fauci e palato,
collepollarsi fra le gote dentro in bocca con due pallottole di
cristallo di montagna affreddate nel ghiaccio o nella neve, e
raffreddare il letto con lo scaldino pieno di ghiaccio alla foggia
del principe Carlo. Questo ed altro faceva a guisa del cardinale S.
Angiolo, della Queva, del vicerè di Napoli, di Giannettino Doria, e
del Signor Prospero Colonna, ma vi si tolse giù restandone chiaro.
Non fece testamento prima, nè poi; solo sottoscrisse una polizza di
sua mano di scudi 50,000 da distribuirsi tra i suoi servitori di
corte. Confessollo il padre Maranta, il quale mi afferma che non
ispecificò il numero e la quantità degli scudi da distribuirsi, ma
raccomandò in generale che fosse rimunerata la servitù, e
rincrescergli di non potere vivere tanto da farlo da se stesso. Il
confessore non fu a tempo di memorargli se volesse erogare più
altro a benefizio dei suoi, perchè chiusi gli occhi non potè
muovere la lingua, o crollare la testa. Nel ricevere i sacramenti
proferì le orazioni, la confessione della messa, e il _Miserere_
assai speditamente. Monsignor Abbioso lo linì della estrema
unzione. Il cardinale di Firenze fu assistente alla data dei
sacramenti, e alla più parte delle cerimonie.
»Saperà ancora V. S. I. come interrogatolo uno intrinseco suo, che
cosa volesse dire che in tanta felicità di stato, e abbondante
potenza di tutte le cose, mai non si rallegrasse, così rispondesse:
-- «Certo ch'io dubito, che questa mia moglie non mi abbia fatto
qualche malía affatturamento, comecchè separato e disgiunto da lei,
vivere e posa avere non posso.» -- Intorno a che più volte
ragionando la Bianca disse: -- «Da mio marito a me hanno a correre
ore, e non giorni.» --
»La morte, finito l'uno prima, andò alla volta della granduchessa,
che stava chioccia, e la sopraggiunse mentre con ansia investigava
lo stato del marito, e si sforzava di fargli ricordare la promessa
per la promozione di D. Antonio, perchè fidandosi sopra il bene
essere del Granduca, non gli chiese in vita danari, beni o roba, ma
indovinando la morte del suo marito dal calpestio di un andito
all'altro, dalla una all'altra camera, dal rumore delle carrozze e
dei cavalli, e dal vedere il signore Pandolfo de' Bardi con gli
occhi molli, le guancie infuocate e bagnate, sospirante spesso, e
semivivo, comecchè la sua damigella L. V. N. A. gliele avesse poco
anzi messa in dubbio, cacciato il capo sotto, frastagliando parlò:
-- «Conviene anche a mi morire col mio signore.» -- E mandato un
sospiro interno per entro il cuore, non fiatando più fino alle
quindici ore e mezzo dell'altra mattina, spirò; e come undici ore
prima trapassò il marito, similmente undici ore dopo morì la
moglie; facendo comparire con simili accidenti un atto in commedia
terminato in doppia tragedia nel sopraddetto spazio breve dall'uno
all'altro. Il successore, che con iscusa di rinforzo della sua
gotta, si era su le tre ore licenziato da lei, alle sette e mezzo
giunse alla porta a Prato, ove scontrato il primo capitano dei
Lanzi, rispettosamente, con temenza, e tremandogli la voce (credo
io per la grande novità di mutazione) gli disse: «Ora avete ad
essere così fedele a me, capitano, da qui innanzi, come a mio
fratello siete stato.» Il palazzo granducale fu dipoi come per lo
avanti custodito dai Lanzichenecchi soliti, e gli Spagnuoli, che
già per questo effetto si erano chiamati dal Monte, si rimandarono.
In seguito chiamato Bernardo Buontalenti, fedelissimo discuopritore
dell'intimo Etrusco, gli dette il contrassegno, e si fece scuoprire
sotterrato il tesoro di cinque milioni e mezzo di oro, e di 700,000
scudi di elette gioie; onde, chi vorrà negare che non siamo venuti
alla età dell'oro? Già per comune discorso danno al nuovo signore
per moglie la vedova di Francia, ma non vi è fondamento, ch'essendo
vissuta regina, regina intende morire; e altri altre, secondo la
opinione di quelli che vogliono indovinare: staremo a vedere et
udire quello che nascerà, perchè questi son giudicj temerarj. Il
nuovo signore pensa già, tratta, discorre e ragiona di volere
rivoltare e ritravagliare il mondo, rifare e ritoccare ogni
qualunque cosa, rivolgere sottosopra ogni mal fatto, ogni sconcio
correggere, moderare ogni scempiezza; levarsi dattorno i ministri
mozzorecchi, sbandirsi innanzi tutti i ribaldi, mandar via i
cortigiani oziosi, superflui e girovaghi; cacciare in malora i
parassiti, gli adulatori, le finte meretrici, tutte le triste
persone, e di male affare; gastigare i malvagi, i maligni, i rei,
gli scellerati, i mariuoli, i tagliaborse, dileguare i banditi,
punire i ruffiani, i sicarii, i grassatori; far morire gli
assaltatori di strade, gli assassini, gl'ingannatori, i seduttori,
i bestemmiatori, i viziosi, gli scorretti, i bislacchi, tutti gli
uomini di mala vita; mandar via, e segregare dal commercio degli
altri i vagabondi e i girovaghi, tòrre insomma la vita ai pessimi,
far vivere esaltando, accarezzando, giovando, riconoscere
premiando, e amando sempre i buoni, e perseguitando i contrarj;
proibire i giuochi, le bische, le baratterie, i ritrovi, le carte,
i dadi, le scommesse, e le altre barerie; levare i grecovendoli,
temperare e moderare i postriboli e le taverne; mutare le
segreterie, li magistrati, gli uffiziali, i giudici, i rettori, gli
auditori, gl'infedeli et insufficienti ministri, e gli uffici
distribuire per i meriti, e non per i favori, e ai necessitosi;
rivedere i conti a tutti, e i non buoni gastigare e cassare, avendo
riguardo ai poveri bisognosi, e sovvenirli di limosine, giovarli,
aiutarli di comodità, esercitando sempre le doti potentissime di
principe, che sono liberalità e clemenza; afferma, tra le altre
cose, la nostra Siena essere mal trattata e mal governata: non
volerla così, e doversi guidare dal Piccolomini vostro cugino, e
dal Pannilini. Basta, staremo a vedere, imperciocchè non manchi chi
affermi essersi soltanto dalla padella entrati nella brace, Venere
sempre dominante, ed essersi mutata la frasca non il vino; ma
ragionevolmente scorti e conti gli errori dell'altro governo, potrà
agevolmente correggerli nel suo. E di già le avviso la sua prima
azione, ch'è stata d'imprigionare il procuratore di Livorno,
aggravato d'infiniti rubamenti e querele, il quale ha voluto
primieramente ammazzarsi col darsi percossa di un Cristo, nostro
Signore, posto in croce, e appresso in Santa Maria Nuova si è
morto. Il cardinale ebbe sempre in urto a cagione della sua
iniquezza, poco rispetto e malvagità, Pietro Lazzero Zeffirini
cabalista di Siena, nomandolo sempre ghiotto, impiccato,
mozzorecchi, e tristo; così non prima morto il fratello, e forse
prima, o in quel punto e in quella ora, diede ordine a messer Guido
Del Caccia gonfaloniere, che facesse dare la caccia a costui, e
preso, lo facesse custodire in lato iscampabile; talchè data rigida
commissione al Cagnaccio principale, che con insolenti cani andanti
alla presa dell'uomo lo rabburchiasse, fu carpito in casa, onde gli
disse: -- «Siete prigione del granduca.» -- «Del granduca prigione
io sono sempre» (rispose). -- Al che con sinistra e soprastante
maniera lo garrì dicendo: -- «Havete ad essere prigione dadovero.»
-- Scandalizzossi il signore Piero Lorenzo, e disse: -- «Prigione
io, ministro di Sua Altezza? voglio vedere il mandato, e suo
chirografo.» Ed esclamando -- io protesto, io ti farò, io ti dirò,
-- lascia pure minacciare e bravare a lui! Intanto ei lo afferrò
per un braccio, e fattolo muovere lo condusse al buio presso di
Bora, e forse peggio, avendo ad essere giudicato delle tante
querele, misfatti, e male opere da messere Lorenzo Osimbardi,
successore in suo luogo; ciò ch'è stato caro, et ha piaciuto a
tutta la gente.
»Ora l'altra sera dopo la morte, il cadavere del Grande Etrusco fu
portato in lettiga con la guardia del signor Piero Antonio dei
Bardi con 200 torcie bravissimamente portate da uomini di arme, e
stefaniani, e uomini di corte, fino alla porta della città, e a
quella di S. Lorenzo con gli stangoni in ispalla dei cavalieri, e
dei cortigiani; e la seguente sera fu portato il cadavere della
Bianca con assai meno caterva, 20 torcie sole, alla semplice, alla
pura, alla solinga, et abietta bene. Il cadavere del granduca si
vide con la corona, e così stette fino all'avello. Il Buontalenti
domandò se doveva lasciarsi vedere la Bianca, e incoronata; gli fu
risposto: _che si era vista, e che aveva portato la corona pure
assai_; e instando egli, dove si avesse a seppellire, gli fu
risposto: _dove volete voi_; al che replicando, fu risposto
interzando: _dove volete voi: non la vogliamo fra i nostri_. Onde
involta in un lenzuolo fu alla rinfusa gittata nel carnaio, ch'è la
tomba maggiore generale alla plebe. Per lo innanzi ambedue i
cadaveri furono aperti, e mi accertarono maestro Baccio Baldini, e
maestro Leopoldo Carlini da Barga, essere stato nelle interiora
dell'uno e dell'altro la medesima simpatia di malore: come di
corruzione di fegato e polmone, di trista abitudine, di panniccoli
nello stomaco, e mal colore di arnioni; se non che nel cadavere
della donna fu gran copia di acqua, comecchè infetta da due anni in
dietro d'idropisia: e queste combinazioni di morte accostatesi
insieme nello spazio di 11 o 12 ore, siccome da prima in
altrettanto si ammalarono, hanno fatto credere allo ignaro volgo e
alla rozza gente di collegazione di spiriti, e a me hanno fatto
sovvenire dell'antica commedia di Plauto intitolata _Commorientes_,
e degli due Plantuomini di... che in _Venere obiere_. Alcuni altri
imburiassati da popolaresche voci hanno creduto che, siccome
risuona di fuori il grido da più bande, che sieno morti di veleno,
ma sono baie; chè fu di natura. Et in vero, egli è stato un atto di
commedia in iscena comparso bene, molto presto finito in doppia
tragedia; in somma abbiali fatti uscire di vita o il medico, o Dio,
io la intendo a mio modo.
»Con la sopraintendenza del cardinale di Firenze il nobile Bernardo
Vecchietto, il ...... Ricasoli, Bernardo Buontalenti, e messer
Francesco Lenzoni, hanno ad attendere alle cure dell'esequie, le
quali si processioneranno alli 15 decembre del presente anno.
Qui sembra che la Lettera termini, e sia stata ripresa
assai dopo, perchè continua con queste parole:
»Gianvettorio, come di sopra si può leggere, ha narrato la vita del
granduca Francesco, i disordini che fece nella vita, la causa della
malattia, e così della moglie, e della morte dell'uno e dell'altra.
Ora narrerà succintamente l'ordine dell'esequie, delle quali per
non essere tedioso descriverà solo quello che sostanzialmente gli
parrà da tenere conto, e lascerà stare la borra, e però dice: