Marforio è una statua colossale dell'Oceano giacente trovata nel Fôro di

Marte; donde le venne il nome. Clemente XII la fece trasportare nel

Campidoglio, e quivi adesso si mostra orgogliosa ai passeggieri.

Pasquino è una statua plebea. Un plebeo, buono umore davanti la bottega

del quale fu scavata, le dette il nome: è mutilata, è incerta; adesso

pare che si sieno trovati di accordo a battezzarla per un frammento di

Ajace: ad ogni modo umana cosa, nè Dio, nè Semideo; e quantunque i

meriti suoi di gran lunga superino quelli di Marforio, troppo le corse

diversa la fortuna, imperciocchè invece degli onori del Campidoglio, per

poco stette che nel Tevere non la precipitassero. Adriano VI fu quegli

che le mosse tanto dura persecuzione; e se nol fece, deve attribuirsi

allo arguto cortigiano che lo persuase, da quel tronco sepolto in mezzo

al limo sarebbero uscite più voci che da un popolo intero di ranocchie.

Ed ecco come la ingiustizia degli uomini si manifesti negli stessi

tronchi, e nei marmi: Marforio in Campidoglio come un capitano

trionfante; Pasquino per poco non capitò nel Tevere, e passata così

fiera burrasca, felice lui se sta murato nel canto del palazzo Braschi.

Marforio, secondo il costume dei felici, che fortuna _qualunque estolle

il tuffa prima in Lete_,[47] non ricorda più i tempi passati: diventato

signore, albergato splendidamente, si è fatto cortigiano, e tace; o se

talvolta parla, va cauto, va circospetto, e sebbene colosso marmoreo,

cammina leggiero come se temesse calcare uova; adula quasi: ma Pasquino,

senza capo, senza braccia, e senza gambe, esposto ai venti e alla

pioggia, si conservò popolano; e sempre parla, e sempre morde, e non

finisce mai di dire la sua, nasca quello che ne può nascere; tanto,

peggio di perdere testa, braccia e gambe, non gli può andare. Marforio

però abbandonava la fama; all'opposto Pasquino non conobbe mai

decadimento di bella rinomanza. Marforio è un disertore, Pasquino gettò

via le gambe per non mai fuggire; quindi il popolo ha dimenticato

Marforio, e crebbe a mille doppii l'amore al suo Pasquino. Marforio in

Campidoglio nel fondo della corte del Museo Capitolino, accompagnato dai

Satiri di bronzo trovati nel teatro di Pompeo, re della fontana a cui è

sopraposto, si annoia, e se fosse dato ad un Oceano di marmo

sbadigliare, egli sbadiglierebbe. Per lo contrario, Pasquino palpita, e

vive, ha simpatia col popolo, e comunque acefalo, sentenzia, ragiona, e

rivede i conti meglio di quelli che hanno capo. Già per vivere in questo

mondo non è provato punto che vi abbisogni il capo; testimonio Plinio,

che afferma trovarsi un popolo di _acefali_ da lui chiamati _blemmii_,

la quale cosa se poteva parere ai tempi di cotesto scrittore stupenda,

per noi cessò da lunga stagione di maravigliare le genti.

Pasquino spesso è Nemesi perseguitata, che vibra nel buio un colpo

contro l'uomo che beve le lacrime del popolo, e questo colpo lo giunge

nella fronte preciso come il sasso lanciato dalla fionda di David; -- è

Nemesi che raccoglie l'acqua amara che sgorga nelle contrade della

oppressione, e ne tempera il vino spumoso della superbia; -- è Nemesi

che mesce i vermi tra i fiori della felicità spietata; -- è Nemesi che

fa traboccare il feroce negli aperti sepolcri, mentre gli freme tuttora

la voce di minaccia sopra la bocca: -- ella mesce di terrore le tenebre,

popola di fantasime i sogni, empie il capezzale di rimorsi, dà voci alla

zolla che cela il delitto ignorato, e perseguita con gli affanni le

vite, con le disperazioni le morti. -- Ma troppo spesso Pasquino nasce

dalla perfidia umana; conciossiachè siavi una gente a cui la natura

disse: -- odia, -- come all'aquila disse: -- vola; -- e l'uomo odia,

come l'aquila vola. O Signore Dio, perchè creasti il serpente che

avvelena, la fiera che divora, l'upas che uccide, e l'uomo che odia?

Ecco, il cielo sereno è un'angoscia per lui, il sole splendido una

ingiuria, il lago limpido uno scherno, l'anima tranquilla una offesa:

egli vorrebbe possedere lo sguardo del basilisco, i fiati del cholera, i

bitumi dello asfaltide, la disperazione di Giuda, per contristare quella

serenità di azzurro, di linfe, e di anima innocente.

La verità è il sole più sfolgorante del diadema di Dio. Nei giorni della

creazione egli avrebbe dovuto appenderla come unico luminare alla volta

dei cieli. La verità deve uscire palese dalle labbra dell'uomo, come

gl'incensi religiosi dai turiboli di oro. La opera delle tenebre

desidera consumarsi nelle tenebre. La verità non deve prendere la larva

della menzogna. Perchè mai la verità assumerebbe il sembiante della

calunnia? Il cuore del codardo può diventare luogo acconcio per un nido

di vipere, non mai il tempio della verità. La verità deve predicarsi

alla faccia del giorno dai luoghi eccelsi, dalle vette dei colli, dalle

aperte sponde dei mari; la verità deve confermarsi davanti gli uomini

che la detestano, e davanti ai giudici che la condannano a modo di

Socrate innocentissimo. La verità arse sopra i roghi, ma ecco rinacque

dalle sue ceneri a guisa di fenice; la verità saliva sopra i patiboli, e

tornò a palpitare nei suoi lacerti, come l'animale che rivive negli

scissi frammenti. La verità non ingannava, nè lusingava persona,

imperciocchè ella abbia detto: «Io mi chiamo martirio sopra questa

terra, e gloria in cielo: chi mi vuole seguire mi segua; io sono una

dura compagna della vita.»[48]

Chi ha orecchie da ascoltare ascolti: io riprendo il cammino.

Pasquino, ed anche Marforio non salito allora in Campidoglio, apparivano

in quel giorno solenne nella pienezza della loro gloria, cinti

all'intorno di una raggiera di satire di tutti i colori e di tutte le

dimensioni; e anche lì il popolo in calca stava leggendo, o facendosi

leggere, e quanto gli parevano più acerbe le parole, meglio avvelenate,

più acconce a vituperare un nome, a contristare uno spirito, a disperare

un'anima immortale, e più rompeva in risa insane, e in dimostrazioni di

allegrezza.

E la cavalcata notando alla lontana così magnifico apparecchio esultava,

e se non l'avesse trattenuta la reverenza avrebbe precorso il cardinale;

-- si stringeva, s'ingegnava scuoprire da lungi: chi si alzava sopra le

staffe, e chi faceva prova di raccogliere la luce con la mano aperta a

guisa di tettoia sopra le ciglia.

-- "O egli è concio pel dì delle feste," dicevano i cortigiani; "fa

proprio pasqua Pasquino; ne vorremo udire delle belle, la materia non

manca; il fieno è così alto, che invita la frullana;" -- e via

discorrendo, sicchè il ronzìo si sentiva da cento passi allo intorno.

Il cardinale passando vicino alle statue temute, non torse collo, e non

fece sembiante di volgervi lo sguardo.

Diversamente i cortigiani, che vi caddero sopra come colombi in un campo

di biade, non badando e non curando se investissero o pestassero i

popolani, i quali si dettero a saltare chi di qua chi di là, imprecando

e urlando nel modo che fanno le rane quando il toro si accosta alle

sponde del padule. -- Ond'è, che cotesta gioventù spensierata e

strepitosa allo improvviso si tace? Sovvengavi delle miriadi di passere,

che popolano la vasta chioma di un rovere, e che garriscono senza posa,

dondolandosi per le fronde con moto irrequieto, se allo improvviso

apparisce un falco volteggiante con le sue larghe ruote in prossimità

dell'albero, tacersi sì, che paiono còlte da subita morte, e

rannicchiarsi, e stringere le ale, e non che ardire il volo di ramo in

ramo, ingegnarsi di stare celate sotto una foglia: in questa guisa i

cortigiani sbaldanziti continuarono gravemente, e in silenzio la

cavalcata.

Pasquino aveva versato un torrente di malignità contro il cardinale,

perchè sopra gli altri reputato felice. Una delle satire, che riguardava

lui, diceva così. Marforio domandava a Pasquino: "Qual'è la mula che il

Medico cavalca adesso?" -- E Pasquino: "Cavalca la mula del Farnese;" --

e ciò alludeva agli amori, secondo che porgeva la fama, tra Ferdinando e

Clelia, figliuola del cardinale Farnese. Ma questa era cosa da

tollerarsi: quelle poi che apparivano veramente infami versavano sopra

Francesco, sopra la Bianca, sopra Isabella, il marito, Eleonora di

Toledo, e don Piero dei Medici; ed io, come invereconde troppo, mi

guarderò bene di riferirle.

Il cardinale non torse il capo; ma guardando obliquo ed acuto aveva

quasi con animo presago incontrato e letto quei vituperii; e fatta

avanzare la chinea di un passo, occupando il duca di Bracciano con certa

sua novella, operò destramente per modo ch'egli non si addasse di nulla.

Quando poi convenevole tempo gli parve, fatto cenno ad una sua lancia

spezzata, gli ordinò con voce sommessa quello che avesse a operare. Ebbe

appena la cavalcata svoltato il canto, che la lancia si voltò indietro

con grande impeto, dando degli sproni al cavallo. La turba si era

raggranellata daccapo, e gioiva di una perfida gioia, e lodava Pasquino;

e gli decretavano per acclamazione una corona di alloro. Senza pur dire:

-- largo -- la lancia investe col cavallo la calca, che di nuovo non fu

lenta a sbarattarsi, distribuendo, senza contarli, colpi di calcio di

alabarda a destra e a sinistra, sopra le braccia, la testa e le spalle

di coloro che punto mostravano di nicchiare; ed arrivato a Pasquino, gli

avventa contro con tanto e tale impeto la mano chiusa nel guanto di

ferro, che ne riporta visibilmente graffiature, e fatto rifascio di

tutti i cartelli se li porta via, partendo con la medesima furia con la

quale se n'era venuto, senza darsi un pensiero al mondo della turba, che

come prima lo vide lontano, levò il capo, sempre a modo dei ranocchi, e

si dette a schiamazzare, a bestemmiare al corpo e al sangue, a volere

far carne, e fendergli il cuore, e lì taglia, ch'egli è rosso; terminò

poi come sempre succede, che chi ebbe contusioni vi pose lo impiastro, e

chi la testa rotta se la fece fasciare.

Ossequiata Sua Santità, per meno lungo sentiero si ridusse il cardinale

al suo palazzo, dove chiuso nello studio, senza valersi dell'opera di

segretario, scrisse lettera al fratello Francesco, nella quale taciuti i

rimproveri che pure ad ambedue loro si facevano meritamente, narrava dei

vituperii pubblicati in contumelia della casa a cagione del vivere

scorretto della Isabella di Bracciano, e della Eleonora di Toledo, e lo

confortava a prendervi con la gravità sua quel rimedio che gli fosse

sembrato a praticarsi migliore, ottenendo che le rammentate signore si

riducessero a vivere più modestamente. Scritta la lettera, la consegnava

ad un cavallaro, ordinandogli che si ponesse subito in via, e giunto a

Firenze, ad altri, tranne che al Granduca, non la consegnasse per quanto

avesse cara la vita. La lettera, siccome egli comandò, giunse pur troppo

nelle mani di Francesco; e quando ebbe partorito quei luttuosissimi casi

che danno argomento a questa Storia, non è da dirsi se il cardinale ne

rimanesse contristato: ma veramente egli ebbe torto, conciossiachè non

si dovesse lasciare andare a quel così subito empito, considerando di

quanto cupa e feroce natura fosse il fratel suo, quanto dissimulatore,

quanto inchinevole a mettere le mani nel sangue; come colui che allevato

nei costumi spagnuoli, riputava obbligo di onore, pari al marito e al

fratello, vendicare il torto della moglie e della sorella, e per di più,

era stato nudrito in corte di Filippo II, per immanità d'indole fino nei

suoi tempi chiamato _demonio del mezzogiorno_. -- Basta, il fato volle

così, e forse non sarà stata l'ultima volta, come neppure la prima, che

Pasquino avrà fatto versare lagrime e sangue.

Francesco, ricevuta la lettera, la lesse due volte, e senza che si

potesse indovinare dalla sua faccia pallida e austera se gli porgesse

buone o sinistre novelle, se la ripose con molta cura nel seno; poi

voltosi alla moglie, e alla sorella e alla cognata, che si trattenevano

in donneschi ragionari, disse loro: -- "Lo eminentissimo cardinale

Ferdinando sta bene, e vi saluta."

Passati alcuni giorni, rimandò il cavallaro del cardinale a Roma, con

lettera contenente breve orazione: giungergli gratissima la prova della

solerzia usata in vantaggio dell'amplissima loro casata, comecchè per

somma sventura fosse caduta sopra cosa di per sè rincrescevole assai;

stesse sicuro che avrebbe trovato rimedio a tutto senza scandalo, e in

modo che se ne chiamerebbe contento; anzi, il fatto meritando grave

considerazione, pregarlo, come aveva praticato negli altri

importantissimi negozi, così in questo a non lo lasciare privo dei suoi

prudenti consigli.

Spedito questo cavallaro, dopo una o due ore ne spediva un altro, al

quale commetteva, che, lasciata ogni divisa, vestisse abito da mercante,

e condottosi fino a Roma, si presentasse senza darsi a conoscere al

signore Paolo Giordano Orsini duca di Bracciano, gli consegnasse in

proprie mani la lettera che gli dava, e poi se ne tornasse, senza pure

riposarsi in Roma; per quanto aveva cara la grazia sua, i suoi

comandamenti eseguisse. Diceva la lettera:

-- «Magnifico sig. duca cognato nostro onorandissimo. -- Ricevute le

presenti, vorrà V. S. Illma cavalcare senza porre indugio tra mezzo alla

volta di Firenze con un solo famiglio, o due al più. Apprenderà il

motivo, ch'è urgentissimo, della sua chiamata dalla nostra bocca, non

essendo cosa da fidarsi alla scrittura; intanto vogliamo che sappia,

come questo negozio, sebbene a noi non estraneo, riguardi principalmente

Lei, e la salute della sua famiglia. Di questa sua partita sarà bene che

non informi persona a Lei attenente, e meno di ogni altro lo

eminentissimo cardinale Ernando nostro germano. Faccia la via incognito,

schivando studiosamente di darsi a conoscere; prenda così le sue misure,

da giungere verso la bruna a porta Romana, portando, tanto V. S. Illma

che i suoi famigli, una penna bianca alla berretta.

«Troverà qualcheduno che farà mettere dentro alle porte tanto Lei quanto

i famigli, senza dare nome, e noi staremo aspettandola in palazzo.

«Dio la conservi nella sua santa guardia ec.»[49]

Paolo Giordano, letta e considerata bene la lettera, levò il fazzoletto

di tasca, e si asciugò la fronte grondante sudore; poi si pose a

passeggiare, tornò quindi a leggere la lettera da capo, e non sapeva

darsi pace.

-- "Mi sono io venduto alla catena" -- andava farneticando tra sè, "con

questi mercadanti nati pure eri! Io principe romano! Che lignaggio è il

vostro? Donde nascete voi? Quando casa mia onoravano baroni, cavalieri,

e uomini di alto affare, i vostri maggiori non erano degni di reggere

loro la staffa. -- Al ricevere questa nostra cavalcherete.... con un

famiglio, due.... non vi darete conoscere a persona.... entrate

fuggiasco. -- La Dio mercè non siamo sudditi vostri.... comandate ai

vostri servi.... Io non andrò; ho fermo di non andare, e non andrò...."

E torna a passeggiare. Intanto una voce interna, quasi partisse da

qualche suo consigliere, lo raumiliava dicendo: -- Ma egli è tuo

cognato, egli è principe di corona, che non può muoversi per venire da

te; egli è potentissimo, egli è ricchissimo, di autorità inestimabile in

corte di Roma. Poi la cosa riguarda te, sicchè pare giusto che tu debba

andare verso lui, ed anche porgergli grazie se si dimostra

cosiffattamente amorevole pei tuoi vantaggi: arrogi che ti alleva in

corte il tuo figliuolo Virginio, e gli farà lo stato, perchè sopra il

tuo ci è poco da contare: nelle tue strettezze, nel diluvio universale

dei tuoi debiti, chi può se non egli esserti arca di salvazione?

Bracciano, o Bracciano, nobile arnese dei padri miei, io ti vedo in

profezia diventare preda di qualche fortunato mercante che dopo avere

preso le terre, prenderà anche il titolo.... e così dopo avere sfrattato

la mia illustre prosapia dal castello, sfratterà il mio nome dalla

memoria degli uomini. -- Dunque mi parrebbe giovevole andare, e tenermi

bene edificato questo parente per amore del debito. -- Amore! -- avrei

dovuto dire odio: ma gloriosissimo San Pietro, come potrò io odiare i

debiti, se i debiti furono le mie fasce quando prima venni nel mondo, e

saranno il mio lenzuolo funerario quando scenderò nel sepolcro? il

Bernia compose un capitolo sopra il debito; fece male, doveva comporvi

un poema epico. -- "A Firenze.... Titta! Fa di sellare tre cavalli a

dovere; ci converrà fare cammino. Tu e Cecchino verrete con esso meco:

lasciate la livrea, ponetevi una penna bianca alla berretta, e non

dimenticate i gabbani. -- Egli è dovere condurre questo povero Cecchino:

lo menai via da Firenze, ch'era, si può dire, sposo novello; e rivedrà

volentieri la vecchia madre, e la moglie. Penso che me ne saprà grado, o

almeno me lo fingo; e questo fingimento mi fa bene. -- Costoro godono

meglio di noi: credono allo amore, e si amano, e si rivedono con

piacere, e si lasciano con affanno.... Io poi ricordo appena di aver

moglie; e sì, che Isabella è pure vaghissima femmina, e di alto animo, e

di ornato intelletto, e davvero io ho mostrato fare un gran caso di

tutti questi suoi pregi! -- Parmi ch'io lo deva avere per giunta se in

casa mia non sarò odiato: -- mi basterebbe dimenticato."

E se non m'inganno, qual fosse Paolo Giordano Orsini in molta parte lo

ricaviamo da questo suo discorso: -- il piombino dello archipendolo, di

cui un braccio fosse il vizio, l'altro la virtù, per sè fermo

perpetuamente, e incapace a muoversi se impulso esterno nol facesse

oscillare da una parte o dall'altra. Spensierato, prodigo, e subito così

a inferocirsi come a placarsi; ma per colpa dei tempi più spesso

trascorrevole nella ira che propenso alla pietà: e poi, quando era

aizzato da chi sapesse prenderlo pel suo verso, non possiamo immaginare

enormezza a cui non si trovasse parato. Io non voglio dire che

assomigliasse Claudio, il quale avendo fatto ammazzare la moglie

Messalina, quindi a poco postosi a tavola domandò del perchè la

imperatrice non venisse;[50] ma dopo le sanguinose collere, che in balía

loro lo trasportavano, tale lo sorprendeva un oblío dei commessi

misfatti, che nè i sonni gli si turbavano, nè differiva i conviti, nè

trascurava le feste, sollazzevole così, come se nulla fosse avvenuto:

dissimulatore non per concetto, ma per abito, e tanto più pericoloso, in

quanto che quei suoi modi facili assicuravano di una certa ingenuità di

naturale.

Si partiva pertanto da Roma, e giungeva a Firenze, dove fu introdotto

nel modo convenuto, e quindi a poco in palazzo.

Francesco stava seduto a mensa in compagnia della Bianca, e non sì tosto

ebbe visto il duca, che levatosi in piede gli porse cortesemente la

destra, e lo baciò sopra ambedue le gote: compite coteste accoglienze,

il duca s'incamminava verso la Bianca, che non si mosse, e fattole

omaggio, le baciò ossequioso la mano.[51]

Francesco tornato a sedere,

-- "Giordano," disse "voi dovete essere stanco; ma prima che ve ne

andiate a riposare, sedetevi, vi prego, e ristoratevi alquanto di cibo e

di bevanda: voi lo vedete, noi siamo in famiglia."

E Paolo Giordano, senza aspettare che gli venisse reiterato lo invito,

si assise a mensa a canto a Francesco.

Certo nè a poeta nè a romanziere mai si presentò così magnifica

occasione per isfoggiare la sua facoltà descrittiva. Senza far torto a

nessuno, poche corti allora, e forse anche adesso, possedevano gli

arnesi preziosi di cui i Medici avevano tesoro; e non già preziosi per

la materia, quanto molto più pel lavoro: -- credenze di argento, vasi,

vassoi, orciuoli, bacini, coppe, fiaschi, candelabri, tutto insomma era

maraviglia a vedersi; -- ma io lascerò stare, e mi stringerò a quello

che meglio desidera il mio argomento.

Il duca, quantunque assuefatto alla profusione romana, rimase sorpreso

della copia immensa delle vivande: e guardando più accuratamente, la sua

sorpresa si accrebbe nel considerare le varie generazioni dei cibi: --

passere minutamente tritate intrise con rossi di uova, e con farina

inzaffranata, spolverizzate di zucchero, -- agli e nasturzi indiani, --

cipolle maligie crude, rafani tedeschi, scalogni, e raponzoli; --

inoltre, dentro vasi di finissimo cristallo per condire, giengiovi, pepe

nero, noce moscada, garofani, zenzero, e simili; -- in mezzo, una

piramide di uova; e da per tutti i lati, manicaretti e intingoli di

strana apparenza; di più maniere formaggi posti in diaccio dentro piatti

di argento.

Siccome le vivande note poco talentavano al duca, si avventurò ad

assaggiare alcune delle sconosciute, e bene gliene incolse, imperciocchè

fossero composte di polpe di francolini, di fagiani, di pernici e di

starne, ma acconciate così, che gli bruciavano il palato, e gli facevano

lacrimare gli occhi: si ricordò di Porzia, che trangugiò carboni

ardenti; non si sapeva persuadere come uomo potesse nudrirsi in

cosiffatta maniera: chiedeva spesso da bere per temperare l'arsura, e le

bevande che gli porgevano erano diacciate così, che gliene spasimavano i

denti, e i nervi del capo. E poi vini fumosi e frizzanti, da dare la

volta al cervello dopo il secondo bicchiere. Gli pareva un convito

infernale, e che per assuefarsi a cotesti alimenti e a cotesti liquori,

il granduca e la granduchessa avessero dovuto durare maggiore fatica di

Mitridate, che beveva e mangiava senza danno qualunque tossico, per

gagliardo che fosse. In breve, fu spento, se non sazio, in lui il

naturale desiderio del cibo e della bevanda, e prese a guardare il

cognato, che silenzioso attendeva a empirsi lo stomaco, con una specie

di rabbia, di cipolle novelline spolverizzate di zenzero; e poi ad un

tratto cessava dalle cipolle, prendeva un uovo, e rotto il guscio vi

gettava dentro una cucchiaiata di pepe nero, e beveva; quindi da capo

cipolle; e di tratto in tratto ordinava: -- da bere. -- Il coppiero gli

recava un bacino con un fiasco pieno di acqua, e un piccolo bicchiere

pieno di vino suvvi, ed egli rovesciato quasi tutto il bicchiere nel

bacino, lo riempiva di acqua e lo trangugiava di un sorso.[52] Cotesto

depravato costume non era un piacere, ma visibilmente travaglio,

conciossiachè giù dalla fronte gli gocciasse il sudore, le pupille

mandasse torte, ansasse, e nel volto di colore si tramutasse, ora

facendosi vermiglio come fuoco, ed ora giallo come le candele che gli

ardevano davanti.[53] A Paolo Giordano parve, com'era pur troppo,

cotesto un volersi distruggere, e allora pensava che sarebbe stata cosa

più lesta gittarsi a capo fitto dai finestroni del palazzo. Con simile

idea per la mente egli volse gli occhi alla Bianca, e gli occhi della

Bianca ricambiarono co' suoi uno sguardo d'intelligenza. Giordano aveva

voluto esprimere questa domanda: -- E come mai voi che pur siete accorta

femmina, consentite che costui così si uccida? -- E la Bianca aveva

risposto: -- Se ci patisca, Dio lo sa; voi sapeste con quale arabico

umore mi tocca a fare! Proverò non ostante, e voi vedrete. --

E quando tempo le parve, la Bianca, côlto il destro, con quella maggiore

piacevolezza che troppo bene sapeva e poteva adoperare, così favellò:

-- "Mio signore e consorte, vorrestemi di grazia essere cortese di un

dono?"

-- "Dite...."

-- "Vorreste, per amore mio, essere contento di rimanervi da cotesto

cibo crudo, che io temo forte non vi abbia a far male?"

-- "Bianca, io ve l'ho detto un'altra volta, e desidererei non avere a

dirvelo la terza: in casa mia, e nel mio Stato, così nelle piccolissime

come nelle grandi cose, assoluto signore voglio essere io...."

-- "Nè io vi contrasto il dominio, chè anzi troppo mi onora chiamarmi

vostra schiava; ma per questa volta vi supplico, cuor mio, gioia mia,

vogliate sodisfarmi...."

E così dicendo, stese la mano al piatto per toglierglielo davanti.

Francesco, preso da impeto rabbioso, con la manca strinse il braccio

della Bianca forte così che vi rimase impressa di un colore turchino la

traccia delle dita, e fremendo del bramito di fiera, la guardò bieco, e

lungamente negli occhi; poi senza profferire parola, lento lento aperse

la mano. La Bianca ritirò il braccio illividito senza ardire dolersi, e

ricacciò dentro gli occhi due lacrime pronte a sgorgare: umiliata e

confusa, non seppe nascondere la vergogna, il dispetto, e la rabbia,

fuorchè gridando: -- "Candia!..."

E il destro coppiere le pose tosto davanti il bacino di argento, il

bicchiere di vino di Candia, e una caraffa di acqua. Ella, lasciata

stare l'acqua, prese il bicchiere, e presto presto lo mandò giù di un

fiato.[54]

Al duca pareva assistere al convito di Domiziano, quando fece portare i

cataletti intorno alle tavole col nome dei commensali: avrebbe

desiderato essere mille miglia lontano di là: si rammentava essersi

sentito meno tristo accompagnando i funerali di sua madre.

Francesco, come un fanciullo stizzoso, immaginava potere dimostrare

quali e quante fossero la potenza e la libertà sue di fare a capriccio,

empiendosi la bocca di cipolline tutte coperte di zenzero, bevendo uova

impepate, e tracannando acqua gelata, finchè una cosa che poteva più di

lui, voglio dire la natura, quasi sdegnosa di sentirsi così manomessa,

gli fece fallo, ed egli gittato un grandissimo sospiro, si lasciò cadere

riverso sopra la spalliera della seggiola, col capo abbandonato giù sul

petto, le braccia ciondoloni, esclamando:

-- "Non ne posso più...."

La Bianca e Giordano gli furono prontamente dintorno; e gli alzarono la

testa: egli teneva la bocca aperta e torta come se lo avesse preso

l'accidente di gocciola; gli occhi aveva appannati, e il respiro

affannoso.

-- "Chiamate il signore Baccio, o il Cappelli," disse la Bianca con

immensa ansietà: "andate.... muovetevi.... qualcheduno per amore di

Dio...."

E Francesco brontolando:

-- "Nessuno si muova... Acqua... neve... diaccio... un poco di aria...

aria..."

Apersero tutti i balconi; gli portarono acqua, e neve, e diaccio; ed

egli ambedue le mani tuffò dentro la neve, e così gelate se le accostava

a più riprese alla fronte; mescolò nell'acqua diacciata certo suo

elisir, e bevutone alquanto si sentì un poco sollevato. La Bianca, che

fino a quel punto lo aveva sovvenuto con amorevolissima cura senza dire

parola, allora si avventurò a domandargli:

-- "Volete andare a letto?"

-- "Sì, fatemelo rinfrescare... rinfrescatelo voi... nessuno altro della

famiglia venga qua dentro..."

Isabella Orsini, duchessa di Bracciano · 第 8 / 25 段