d'immaginare cose vane, e di cantarle allo improvviso? Va, il tuo cuore
è più bronzo di questa lampada. Ora, che temi di essere venuta in forza
altrui, favelli lusinghiera e fallace; dianzi, al cospetto d'Inigo,
minacciavi e schernivi; nè so bene se adesso tu sii più abietta, di
quello che dianzi tu fossi insolente. Dianzi mi dileggiavi come un
fanciullo; come presuntuoso mi riprendevi, quasi tu avessi derivata la
tua origine da altri che da Adamo; nulla che mi appartenesse consentivi
a tenerti dintorno; volevi cancellarmi dalla tua memoria, e, se
onestamente il potevi, anche dalla vita; per istrazio maggiore, la
collana del tuo marito mi gettavi intorno al collo, come la corda del
condannato; e un pugno di monete per sanare le ferite grondanti sangue
del cuore desolato. -- Eh! taccia una volta l'amore, che accolsi per
così vile, così bassa, così feroce creatura. Lo esempio dell'altrui
crudeltà mi faccia crudele. A che mi tengo io più? Perchè non corro a
manifestare la tua infamia a Paolo Giordano? Perchè non godo almeno
vederti precipitare nel sepolcro con morte disonorata, e di sangue?"
-- "Va, accusami...."
-- "No, non andrò ad accusarti; io ti segherò le vene...."
-- "Uccidimi...."
-- "Accusarti! ucciderti! E che mi giova cotesto? Ah! no, Isabella, il
tuo amore, dammi il tuo amore...."
-- "Indietro...!"
-- "È impossibile! è impossibile! Bisogna che tu sia mia.... un
momento.... poi venga la morte.... e lo inferno...."
E tale dicendo, si avventa ad Isabella per ghermirla: ella indietreggia,
egli incalza. Isabella, palpitante, non vedeva aperta nessuna via allo
scampo: voleva di nuovo raccomandarsi a Dio, ma dubitava che come
indegna non la volesse esaudire; si teneva spacciata. -- Allo improvviso
di sopra la spalla della duchessa comparisce una lama lunga e forbita;
si spinge innanzi ratta come il fulmine, e con immane ferita apre il
seno di Lelio, e lo trapassa fuor via da un lato all'altro. Il ferito dà
indietro un passo, agitando le mani levate come uomo che stia presso a
naufragare, ma non può profferire parola intera; solo alcuni suoni
indistinti, ed anche pochi; il sangue traboccando ribollente e fumante
con uno spruzzo cuopre la lampada, e spenge il lume: nel buio fu sentita
la tavola andare rovesciata sottosopra a cagione dell'urto col quale il
Torelli l'aveva investita, e il trabalzare, e il cadere, e il rotolare
dell'infelice trafitto.
Isabella proruppe in un grido così pieno di angoscia disperata, da
disgradarne quello che avrebbe gittato Lelio, se il cuore fesso
orribilmente in due parti non gli avesse troncata a un punto la favella
e la vita; e quindi ella pure stramazzò sul pavimento, per modo che
parve essere lo spirito anco da lei dipartito.
Isabella stette lungamente immemore di sè; poi quando, comunque tuttavia
in mezzo al letargo, l'anima fu tornata agli ufficii consueti della
vita, la percosse una voce, ed era voce di femmina, e di femmina
piangente, che diceva: -- Rendimi il mio figliuolo; -- e poichè ella non
poteva rispondere, chè la lingua le stava fitta nel palato, dopo alcuna
dimora sentiva aggiungere: -- Sii maledetta! Il sangue di colei che fece
versare sangue, sarà versato! -- Poi le appariva Lelio davanti, senza
sguardo, per occhiaia spaventevole, sconcio tutto nella faccia di
enchimosi, co' capelli sozzi di sangue e di polvere; e si poneva lì
dritto davanti a lei, ma non faceva parola: ben si vedeva come si
affaticasse a muovere le labbra per cavarne una voce articolata, ma
riuscendogli con grande stento a trarne appena un singulto, raccoglieva
nel cavo della destra il sangue atro, grondante giù dalla ferita, e
glielo gittava nel volto, in atto di maledizione! Qui Isabella
svegliatasi, balza a sedere, e non osa schiudere gli occhi; pure alla
fine, mossa da coraggio o da paura, si sforza di aprirli, e li apre.
Ch'è questo? Ella si trova adagiata nel proprio letto: la tavola era in
mezzo della stanza, e la lampada di bronzo ardeva, comecchè di pallida
luce. Precipita dal letto; prende la lampada, vi fissa sopra
ansiosamente lo sguardo, e non vede traccia di sangue in veruno dei
tanti incavi co' quali era lavorata, nè tampoco traccia che fosse stata
ripulita e rasciutta, e neppure le sembra che vi abbiano rinnuovato
l'olio. Con la lampada in mano, sebbene esitante, si accosta allo
specchio per vedere se avesse il volto macchiato di sangue, e lo
contempla come per l'ordinario polito: guarda la tavola, guarda il
pavimento, e riscontra tutto terso più che mai fosse, e asciutto bene.
Non sa che cosa pensare: ondeggia in tempesta grandissima di pensieri, e
tra sè dice: -- Per certo io ho sognato; -- e siccome noi siamo
inchinevoli sempre a credere massimamente quello che a noi piace e
giova, così Isabella a forza di dire a sè stessa: -- E' fu un sogno; un
mal sogno in verità! a questa ora chi sa quante miglia si trova lontano
da noi il povero Lelio! -- aveva quasi persuaso la sua mente a dubitare
dell'atrocissimo caso.
Schiuse i balconi, e conobbe dall'alba nascente approssimarsi l'_Ave
Maria_; e indi a breve tempo la campana della cappella venne a
confermarla in cotesto pensiero; e poichè la campana, cessata l'_Ave
Maria_, continuò a sonare a messa, divisò andarsene a pregare Dio e i
Santi, affinchè di un po' di refrigerio fossero misericordiosi a lei
povera donna, colpevole, è vero, ma tanto a un punto senza fine
infelice. I miseri sentono necessità dell'altare. -- Si compose di
propria mano la chioma, vestì una veste negletta di colore scuro, e sola
si avviò alla vicina cappella.
Una volta correva il costume seppellire in chiesa; però vediamo i
pavimenti coperti di lapide, e in mezzo alle lapide un chiusino rotondo,
bene spesso fermato mediante grappe di bronzo. Sopra le lapide occorrono
armi gentilizie di bassorilievo, offesa di piedi, e le immagini dei
defunti con le mani incrociate sul ventre, involte in larghissime cappe
in atto di dormire, ed iscrizioni che ricordano le virtù del morto, ma
più assai delle virtù del morto la pietà o la superbia dei vivi.
Sopra una di queste lapide, e precisamente al punto dove si apre il
chiusino, venne a posarsi Isabella, e quivi in piedi e immobile stette
ad assistere al sagrifizio divino fino al punto in cui il sacerdote
mormora i detti arcani, che hanno virtù di fare scendere in terra il Dio
del cielo: allora seguendo lo esempio altrui, e molto più il proprio
impulso, si lasciò cadere sopra le ginocchia, prostrandosi in atto di
reverente umiltà; ma la terra le vacillò sotto allo improvviso, e il
ribrezzo di precipitare dentro la sepoltura valse a farle stendere le
braccia intorno a sè per sostenersi a qualche persona, o cosa. Ella
incontrò un braccio, e forte a quello si strinse: assicuratasi alquanto,
guatò in quel buio, e riconobbe Troilo nel suo soccorritore, per lo che
disse sommessamente:
-- "Ahimè! sotto i nostri piedi sacrileghi Dio fa tremare la terra...."
-- "Non è niente! Il chiusino della lapida fu smosso stanotte! A vedere,
la calcina non ha anche fatto presa...."
Isabella si cacciò le mani nei capelli, e mordendosi acerbamente le
labbra giunse a non prorompere in grida. -- Fatta vesana, fuggì a
precipizio di chiesa: le ombre tuttavia spesse nella cappella non
concedendo che troppa gente avvertisse a cotesto atto, impedirono lo
scandalo.
È fama ancora, che a cagione di cotesta avventura gran parte dei capelli
alla Isabella diventassero bianchi; la quale cosa se nelle cronache non
trovo riscontro da confermare, nemmeno mi occorre per negare, non
essendo nuovo d'altronde, che questo avvenisse per cause molto meno
terribili.
Infatti, quando lessero a Maria Antonietta regina di Francia la sentenza
di morte, quindi in breve i capelli le diventarono bianchi; e questo fu
maggiore motivo.[35] Ludovico Sforza il Moro venuto in potestà di Luigi
XII, pensando alle gravi offese fatte a quel re, nel corso di una notte
sola incanutiva;[36] e il signore d'Andelot tenendo la faccia appoggiata
alla mano quando gli portarono la notizia del supplizio del suo fratello
ordinato dal duca di Alva come complice dei conti di Egmont e di Ornes,
tutta quella parte della barba e del sopracciglio compressa dalla mano
mutò colore, e parve vi fosse caduta sopra farina; e questi forse
appaiono motivi uguali.[37] Finalmente il Guarino, vista ch'ebbe
sommersa una delle due casse di manoscritti greci, che, raccolti a gran
pena, da Costantinopoli trasportava in Italia, ne prese tale sconforto,
che i capelli di neri subito gli si mutarono in bianco;[38] e questo fu
motivo molto minore. -- Ma diverse sono le anime, e diversamente toccano
le menti le cose mortali.[39] La bilancia trabocca così per un grano
come per una libbra, e molte volte taglia più e meglio una, che le
cinque spade.[40]
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[34] Agnolo Pandolfini. _Trattato del governo della buona famiglia._ --
Questo libro, aureo per lingua e per insegnamento di buoni costumi,
con molte aggiunte fu pubblicato di recente a Napoli, ma tolto ad
Agnolo Pandolfini, ed attribuito a Leone Battista Alberti.
[35] Byron, _Il Prigioniero di Chillon_, n. 2.
[36] Abrégé de Mézeray.
[37] Montaigne, _Voyage en Italie_. T. I.
[38] Sismondi, _Letteratura del Mezzogiorno_. T. I.
[39] Sunt lacrimæ rerum, et mentes mortalia tangunt. _Eneid._
[40] _Paradiso_, Canto XVI.
CAPITOLO QUINTO.
PASQUINO.
DON LOPEZ
Valgame el cielo! que es esto
Por que passare mis sentidos?
Alma, que aveis eschuchado?
Ojos, que es que aveis visto?
Tan publica es aja mi aprenta
Que ha Uegado a los oidos
Del Rey, que mucho si es fuerza
Ser los posteros los mios?
Ay hombre mas infelice!
_Calderon de la Barca._
_A secreto agravio secreta venganza._
Ernando, o Ferdinando dei Medici, fu principe prestantissimo, e di animo
valoroso: quarto figlio di Cosimo, nacque lontano dal trono, e dalle sue
speranze. Qual destino a lui fosse riserbato ignorava, ma per certo non
chiaro come alla sua vasta ambizione conveniva, imperciocchè Francesco
avesse a succedere al padre nel principato, Giovanni vestisse la porpora
cardinalizia, e Garzia fosse preposto all'ammiragliato. E questo
pensiero lo faceva stare di pessima voglia, e lo rodeva per modo, che ne
cadde infermo di languore. Quando poi avvenne il caso del cardinale
Giovanni e di don Garzia, il padre Cosimo, solertissimo nel provvedere
allo stabilimento della famiglia, instò presso la corte di Roma, ed
ottenne che il cappello di Giovanni sopra il capo di Ferdinando si
trasferisse. Giaceva infermo nel letto Ferdinando, allorchè con solenne
cerimonia gli presentarono il cappello rosso, e tanto potè in cotesto
giovane cuore di quattordici anni la contentezza della cupidigia
soddisfatta, che da quel momento prese a migliorare, e ben presto tornò
nello stato primitivo di salute.[41] Mandato a Roma con le paterne
istruzioni, e assistito da uomini versati nel maneggio degli affari, non
solo mantenne, ma gli riuscì ancora di ampliare presso cotesta corte
l'autorità della sua casa, che pure era grandissima. E di vero, le
storie raccontano come Pasquino pubblicasse alcune volte cartelli, dove
si leggeva scritto: _Cosmus Medices pontifex maximus._[42] Oltre la
destrezza suprema di Cosimo, gli valse non poco, siccome in tutte le
cose, la buona fortuna; però che Giovanni Angiolo dei Medici promosso
papa, sebbene non fosse di famiglia congiunta con quella dei Medici di
Firenze, pure compiacendo ad una sua vanità volle farlo credere: onde in
simile concetto non è da dirsi come largheggiasse in favori verso la
famiglia di Cosimo, eleggendo cardinale Giovanni, cedendogli il suo
proprio cappello, donandogli la sua casa e il suo giardino,
promettendogli tenerlo in luogo di figlio; e tanto s'infervorò in questo
concetto, da lasciarsi andare al punto di scrivere a Cosimo: «Le cose
sue le abbiamo per nostre, e le nostre vogliamo che sieno sue; e l'uno
averà sempre a servirsi e aiutarsi dell'altro, e sarà sempre tra noi un
cuore e un'anima medesima.»[43]
Ferdinando questo ascendente ampliava in parte per la sagacia e buona
fortuna paterna, in parte con la protezione splendida largita alle arti
e alle lettere, comunque cadute in etisia, e in parte all'animosa
prontezza di cui fece prova nelle occasioni difficili. Intorno al quale
proposito nelle memorie manoscritte occorre un caso notabile, che non mi
sembra di trapassare sotto silenzio, ed è questo. Il cardinale
Ferdinando, recatosi certo giorno a complire papa Pio V, nell'atto
d'incurvarglisi davanti lasciò vedere una forte corazza di ferro, che
portava sotto la veste rossa. Il papa, accortosi della corazza, così
piacevolmente gli favellò: -- «Riccardo Plantageneto, sostenendo la
guerra contro i suoi baroni, ridusse in cattività un vescovo, che armato
di piastra e di maglia gli aveva proceduto contra sopra tutti i suoi
avversarii infestissimo. Il Papa interponendosi pregò Riccardo a rendere
la libertà a cotesto suo figlio, e il Plantageneto mandò al Papa la
corazza del vescovo, col motto proferito dai figli di Giacobbe quando
gli mostrarono la veste polimita di Giuseppe: -- _guarda, e vedi se
questa è la vesta del tuo figliuolo Giuseppe!_ -- Cardinale dei Medici,
quale vesta è mai quella che portate sotto il manto cardinalizio?» -- E
Ferdinando dandosi forte di un pugno nel petto, e facendo risuonare
l'armatura, rispose alteramente: -- "Beatissimo Padre, questa è la veste
che conviene a un gran principe."
Ma più che di queste cose, assai vuolsi lodare il cardinale per la
costanza maravigliosa con la quale, nonostante le amarezze infinite di
cui lo contristava il fratello Francesco, egli attese sempre a
procacciare il bene della propria famiglia: e sì che Francesco gli
porgeva quotidiani e gravissimi argomenti per alienarselo, sia
negandogli con avaro consiglio danaro anticipato sopra le sue pensioni,
di cui a cagione della soverchia liberalità sovente era scarso, sia
sprofondandosi ogni giorno più negli amori dell'avventuriera veneziana.
E quando conobbe arrivato al colmo il mal contento dei popoli per lo
insano procedere di Francesco, a cui non repugnò, accompagnando
l'esequie della moglie Giovanna, cavarsi la berretta civile, e salutare
la Bianca, che stava a vedere da un balcone di casa Conti,[44] e fredde
appena le ceneri della donna reale condurre in segreto matrimonio in
isposa la femmina che le aveva abbreviato certamente la vita, si recò a
Roma, attendendo quivi a vigilare sopra la prosperità e il decoro della
casa.
Quando poi volle il destino che toccasse a lui il trono di Toscana,
allontanò i consiglieri pessimi del fratello, e attese davvero a
felicitare con tutte le forze i popoli soggetti. Non incontriamo fra noi
comodo pubblico, instituto di salute, o fondazione caritatevole, dove il
nome di Ferdinando non vi si trovi unito, sia come inventore, o come
promotore: ma poichè riesce molto più agevole creare una città che una
cittadinanza, così non potè rilevare lo spirito decaduto dei suoi
popoli, e forse non lo volle; oppure era un fine a conseguirsi
impossibile nella condizione di principe in cui egli era, e che non
voleva e non poteva abbandonare. Tentò almeno di sottrarre la Italia
alla servitù spagnuola, e scrisse animoso ai diversi Stati italiani,
affinchè, deposta ogni miserabile gara, si unissero a lui per
rivendicarsi in libertà; ma non gli venne fatto nè anche questo, atteso
lo avvilimento in cui erano caduti: e forse ogni tentativo sarebbe
riuscito invano; conciossiachè si dieno pei popoli, come per
gl'individui, certi momenti di agonia nei quali nè il moto giova, nè la
quiete; e mentre la seconda non impedisce la morte, il primo l'affretta.
Vero è però, -- chè come mi parve una volta, adesso ugualmente mi
sembra, -- che nè un Dio, nè un popolo, possano stare a lungo composti
dentro al sepolcro; Cristo vi rimase tre giorni, ma le giornate dei
popoli si compongono per avventura di secoli. E i principi italiani ai
tempi di Ferdinando consentivano vivere, agire, e respirare a
beneplacito della Spagna, a lei tendevano supplichevoli le mani, dal
ciglio e dal labbro di lei pendevano. Dio mio, quanto erano mai
miserabile cosa cotesti principi, che a modo del mendico limosinante il
soldo accattavano il diritto di fare del male per conto altrui, di
tosare, secondo il detto di uno ingegno argutissimo, di seconda mano!
Come non apparivano contennendi, e dirò quasi fattori col diritto di
vita e di morte? anzi pure guardiani di negri opranti allo zucchero, col
nerbo in mano. -- Ma di ciò basti: e a Ferdinando non venne neanche dato
di aggiungere il suo nobile scopo contraendo amicizia con la Francia:
dacchè Enrico IV non volle procedere punto diverso dalla natura dei
Francesi, che «richiesti di un benefizio, pensano prima che utile ne
hanno a trarre, che se possono servire; e quando non ti possono far
bene, tel promettono; quando te ne possono fare, lo fanno con
difficoltà, o non mai;[45] natura appetitosa del bene altrui, e che lo
ruberìa col fiato.»[46] E quello che riesce a considerarsi mirabile si
è, che i Francesi, mutabilissimi in tutto, abbiano poi dimostrato
singolare costanza a persistere in cotesto loro costume, di cui anche
Giulio Cesare porge testimonio nelle sue storie. Maria dei Medici,
figlia di Francesco, a prezzo di tanto tesoro, e mercè tante
sollecitudini da Ferdinando maritata ad Enrico IV; cotesta Maria, che
doveva continuare i legami di amicizia e di sangue tra Medici e Francia
incominciati con le nozze di Caterina, bandita di Francia, reietta dalla
casa e dalla vista del figlio, strema di tutto, periva miseramente a
Colonia, e le faceva l'esequie la pietà del pittore Rubens. Vedi umano
giudicio, come in balía della fortuna, che lo governa a suo senno!
Tale fu Ferdinando dei Medici, e ai miei lettori non dorrà s'io mi sia
trattenuto alquanto a farglielo conoscere. D'altronde io noto come la
più parte degli scrittori di racconti si stemperino a descrivere le
sembianze, e molto più i panni dei loro personaggi, da parere tutti una
generazione di sarti; per me, se volete conoscere come Ferdinando
vestisse, e qual sembrasse, in Livorno vi mando nella Darsena, dove
vedrete la sua statua marmorea sopra la base intorno alla quale stanno
legati quattro schiavi di bronzo; in Pisa, nel Lungarno a capo della
strada Santa Maria, ove il suo simulacro di marmo sembra che voglia
sollevare, a vero dire con pochissima intenzione, Pisa caduta, la quale
però per essere di marmo non può rilevarsi affatto, e sta così mezzo tra
risorta e caduta; e in Firenze, in Piazza della Santissima Annunziata,
dove sorge pomposa la sua statua equestre, composta di bronzo _rapito al
fero trace_, come dice sotto la cinghia della sella. -- Ho amato meglio
per questa volta esporre la indole e i costumi di lui; se m'ingannai, o
se dispiacqui, domando perdono, e riprendo la storia.
Era il giorno di Pasqua. Una cavalcata magnifica uscita dal palazzo dei
Medici si aggira pomposamente per le vie di Roma. Il cardinale
Ferdinando si recava in cotesto giorno solenne a complire il papa,
ch'era Gregorio XIII, per tenerselo bene edificato. Il cardinale
procedeva sopra una bianca chinea arnesata di velluto chermesino e
napponi di seta vermiglia, per la massima parte delle groppe coperta dal
manto cardinalizio: al suo fianco veniva Paolo Giordano Orsini duca di
Bracciano, vestito alla borgognona, o vogliamo dire alla spagnuola,
sopra un focosissimo cavallo romano stornello, e seco lui si tratteneva
famigliarmente di cose, per quanto era dato comprendere, di lieve
importanza, conciossiachè il cardinale sembrasse attendervi poco; e solo
talora vi assentisse crollando la testa. Intorno poi, clamorosa e
festiva compariva la corte del duca, ma più splendida assai quella del
cardinale; il quale, secondo che gli persuadeva la sua natura
amplissima, costumò mantenere onoratamente un numero non minore di
trecento tra gentiluomini, cortigiani, e tutta gente spettabile per
qualche virtù. A vero dire, piuttosto che a grave corteggio di
cardinale, si assomigliavano alle gualdane che nei giorni festivi
scorrono per la terra dandosi buon tempo: infatti tra loro motteggiavano
o gareggiavano chi meglio maneggiasse i cavalli, facendoli da un punto
all'altro mutare andatura, o costeggiare, o spiccare corvette o
ballottate, e simili altre maestrie; e alle gentildonne affacciate ai
balconi mandava o dolci sguardi, dolci sorrisi, e talora anche
baciamani, e baci, dei quali parte andavano indarno, e parte ancora si
vedevano ricambiati. E fu vista ancora errare per l'aria una rosa, e
suonare un cachinno, che parve di donna; e la rosa cadde sopra la
criniera lattata della chinea del cardinale; ma per subito muoversi
degli occhi in su, non riuscì a nessuno discernere donde cadesse,
imperciocchè le finestre delle case di ambedue i lati della via in quel
punto comparissero chiuse. Di licenza siffatta un poco erano da
incolparsi i tempi, un poco ancora i costumi facili del cardinale, che
giovane, potente, e non vincolato da veruno ordine, nelle cose di amore
procedeva meno temperato di quello che alla dignità sua convenisse, e i
cortigiani, siccome vediamo quotidianamente accadere, la libertà del
padrone spingevano fino alla sfrenatezza, persuasi che se al cardinale
fosse mai caduto in testa redarguirli, egli avrebbe cominciato con torvo
cipiglio, per concludere poi con giocondo sorriso. D'altronde, giovani
erano, e amabilissimi tutti; e la vita corre così veloce, che davvero io
non vorrei biasimarli, se di ogni fiore di primavera si facessero
ghirlanda intorno ai capegli: e così a Dio piacesse che non si avessero
a rampognare gli uomini di colpe più gravi, come di queste potremmo di
leggieri perdonarli.
Dopo la cavalcata seguiva la turba della plebe, la quale senza perchè
applaudisce, senza perchè disapprova, e plaudente o improbante,
destinata sempre ad essere percossa, finchè un giorno, stanca di
esaltare e di deprimere, anche a lei venga voglia di percuotere, e
allora, che Dio ci tenga nella sua santa guardia! Ma queste voglie la
prendono di rado, e il passaggio del potente in mezzo a lei è come
quello della rondine in mezzo agl'insetti dell'aria; -- mangia, e vola.
Così percorrendo la città di contrada in contrada, giunse la cavalcata
al canto del palazzo Caracciolo Santobuono, sopra le rovine del quale
nei moderni tempi fabbricarono il palazzo Braschi. Quivi stanziavano
allora Marforio e Pasquino.
Che cosa è Marforio? Che cosa è Pasquino?