Volgeva a sera il giorno più bello del mese di giugno: il sole

tramontato con i suoi ultimi raggi empiva in parte lo emisfero di una

luce serena di oro purissimo, e dal punto in cui cotesta luce cessava

cinque raggi pure di oro si diffondevano mirabilmente in su per lo

azzurro dello empireo, in modo che alla commossa fantasia

rappresentavano la mano del Creatore, che si stendesse pacata a benedire

la natura; le foglie trionfali degli allori, quelle acute dei mirti, le

frastagliate delle quercie, e tutte insomma della famiglia multiforme

degli alberi, apparivano contornate distintamente in quel campo

magnifico, sicchè avresti creduto potere annoverarle; il venticello

vespertino agitava le cime delle piante, le quali movendosi l'una verso

l'altra parevano ricambiarsi misteriosi colloquii: e gli uccelli prima

di chiudere gli occhi alla quiete, con dolcissimo coro, che la natura

insegna, e sola può insegnare la natura, cantavano un inno di gloria al

Signore; le acque rotte tra i sassi non sembra più che piangano, ma

liete mormorino pel continuo incalzarsi che fanno; più soave spirano il

profumo dagli aperti calici i fiori; con le facoltà concesse dai cieli

alle cose create, il cielo, la terra e le acque instituiscono una gara a

cui meglio riuscirà di manifestare la gratitudine verso il Gran Padre

del mondo, e da tutte insieme nasce uno incanto, e sorge una favella,

che sembrava dire, e diceva certo: siamo nate ad amare!

Isabella si era condotta sopra il verone, e qui seduta, pone il braccio

su l'omero di Lelio, e sopra il braccio appoggia la faccia: gli occhi

solleva al cielo, in atto che rammenta Niobe; o piuttosto una testa di

Maddalena penitente, come poi seppe immaginare il nobile pensiero di

Guido. Quella sembianza di preghiera, di mutuo dolore, e di pace stanca,

è sovraumana a vedersi: bene l'aveva disfiorata la sventura; la febbre

lenta che le consuma la vita gliela vela di mesto pallore, ma cotesta

fronte comparisce pur sempre portentosa di bellezza; -- bella come

quella di un angiolo decaduto!

Ella guardava il cielo, e Lelio lei, dacchè nel volto di cotesta donna

egli avesse riposto il suo paradiso; e così stava immobile e intento,

che non pareva cosa viva; gli si empirono gli occhi di lagrime, che

presero a sgorgare copiose giù per le guance, senza fare atto di

angoscia, nè di altro: così talora ho veduto cadere la rugiada raccolta

nel cavo degli occhi di qualche statua, e mi parve che piangesse: ma

quindi in breve le lagrime cessarono, arido gli divenne lo sguardo,

dilatato, e corrusco di luce sinistra; lo invase un tremore come se

fosse il ribrezzo della febbre, e fors'egli era; e allo improvviso, non

sapendo quello che si facesse, vinto da troppo maggiore potenza, che a

lui fosse dato di superare, le gittò le braccia al collo, e la coperse

di baci pel capo, pel volto, e pel seno, con una smania convulsa, con

tale e siffatto delirio, che in verità metteva compassione,

conciossiachè si saria detto: costui versa l'anima in quei baci.

Isabella un momento smarrita, richiama l'alterezza della dignità offesa,

e forse, assai più della dignità, la principesca superbia; e tremante

anch'essa, ma per altissimo sdegno, respinge energicamente il giovane

paggio, e si svincola dalle braccia di lui; quindi senza far motto, con

occhi orribili, s'incamminava alla stanza per cui si giungeva al verone;

e Lelio, annientato, le trasse dietro come immemore del commesso

misfatto. Isabella si accosta con veloci passi verso una tavola, e

risolutamente stende la mano al campanello di argento; poi allo

improvviso sosta, quasi che il volere e il disvolere le contendessero

nella mente; già un pensiero più mite sembrava che spuntasse tra la

procella della passione, comecchè l'ira durasse: così vediamo pei mari

la furia del vento gareggiare con la furia dell'onda; ma placato il

vento, tornata a splendere l'alma luce del sole, continuare il mugghio

dei marosi minaccevoli e turbati. Dopo qualche esitanza pur vinse il

primo consiglio, e scosse a più riprese il campanello. Non bastò la

prima nè la seconda volta; finalmente comparve uno staffiere, al quale

la duchessa ordinò: -- "Venga il maggiordomo...."

E il maggiordomo, passato altro buono spazio di tempo, si recava a

ricevere i comandi della duchessa. Era il maggiordomo don Inigo,

gentiluomo spagnuolo, fidato e discreto come una buona lama di Toledo:

non rideva mai; oltre quelle richieste dalla necessità, era un gran caso

se in capo a un mese lo udivano favellare tre parole. Di forme

robustissimo, torvo il ciglio, il volto di colore bilioso; -- chi sa che

cosa mai si volgesse in cotesta anima! Era chiuso come un sepolcro.

-- "Mea Señora!" disse inchinandosi.

-- "Don Inigo, Lelio nostro ci ha dimostrato desiderio di ridursi a

vivere a casa con i suoi vecchi parenti; e a noi è sembrato non doverci

nè poterci opporre a così onesto desiderio.... La madre sua, poveretta!

chi sa con quanti voti lo richiama, e mi parrebbe crudeltà differirle

più oltre questa consolazione. Riveda il figliuol suo cresciuto in ogni

maniera di studii che a valente gentiluomo si addicono; lo riveda

virtuoso e dabbene.... e soprattutto innocente, -- e sia l'orgoglio

della sua vita. Don Inigo, voi accompagnerete Lelio sino a Fermo, e

direte ai suoi parenti, che Lelio ci faceva sempre buona ed onesta

guardia, che ci sarà sempre ricordanza amorevole come di figlio; che in

ogni cosa dove possano avvantaggiarlo le mie facoltà, si valgano di me

non altrimenti che se io fossi di loro; in ispecie poi alla madre

assicurate che i costumi pravi su di lui non poterono punto, che io non

ebbi a dolermi in nulla del giovine, tranne certe fanciullaggini,

ardimentose troppo, ma che col tempo si perdonano, appunto perchè

fanciullaggini; nonostante, confortarla io a scegliergli presto tra le

fanciulle di Fermo chi per venustà di persona, per soavità di modi, e

corrispondenza di affetti possa ridurre in pace uno spirito di soverchio

ardente, un cuore che non è senza qualche procella. Inigo, condurrete il

suo giannetto bianco con tutti gli arnesi di velluto cremisino, vesti,

masserizie, insomma ogni cosa, sicchè non rimanga presso di noi pure una

piuma di lui, che la intendiamo donata, e doniamo. Dalla guardaroba del

duca nostro marito scerrete una collana e un medaglione da appuntarsi

alla berretta, e glieli porrete nella valigia; vi porrete ancora cento

ruspi di oro, e il certificato amplissimo dei suoi onorati servigi, che

voi firmerete e munirete del nostro sigillo ducale. Se il caso facesse

che il giovane si trovasse male disposto, prendete una delle nostre

carrozze, e a nome nostro chiedete le pulledre della posta, che ve le

daranno, e partite ad ogni modo. Domani il sole non deve vedervi a

Firenze. Addio."

E qui, alzata la destra, faceva il cenno col quale l'orgoglio dichiara

alla umiltà che gli si tolga davanti. Ma poi, premurosa di temperare la

durezza dell'atto, aggiungeva:

-- "Andate, Lelio, andate; noi formeremo sempre mai voti per la vostra

felicità, e ci torneranno accettissime sempre le nuove del vostro buono

essere."

Don Inigo non sapeva darsi pace intorno alle tante parole spese per tale

negozio, a cui gli sembrava bastante la parola -- andate, -- se togli

quanto concerneva il giannetto, i ruspi, la collana, e simili; ma prima

di essere carico di tutti quei discorsi, aveva seco stesso deliberato

lasciarli a casa, o farne getto per la via. Lelio con volto dimesso,

composta ad arco la persona, quasi rotto per la immensità dello affanno

che l'opprimeva, si allontanò seguendo il maggiordomo, più che altro

somiglievole al condannato dietro al carnefice che lo mena a guastare.

Isabella lo guardò fisso; stette ancora a guardare lungamente la porta

dond'era scomparso, poi dandosi forte della palma nella fronte esclamò:

-- "Ahi! sciagurata femmina! quanti infelici per te...."

Isabella non mosse piede fuori della stanza, ch'era la sua maritale.

Questa stanza compariva spartita in due sezioni: la prima, che faceva

capo a tre finestre sopra il verone, spaziosissima, tappezzata di

damasco operato ad armi dei Medici e degli Orsini, di colore verde:

intorno alla camera, a certe distanze ricorrevano dei medaglioni di

bassorilievo in marmo rappresentanti varii ritratti di famiglia dentro

grosse cornici dorate: due porte l'una contro l'altra al termine della

stanza andavano distinte per larghi pilastri di porto-venere; e sopra le

porte un cornicione con due corridietro, od orecchioni, come dicono in

arte, in mezzo ai quali un busto composto di marmi di qualità diverse,

bianco la testa, il rimanente broccatello; e sotto, la portiera con due

cortine a frange di oro: nei canti due ampissimi vasi chinesi, o

piuttosto giapponesi, turchini, con mascheroncini, maniglie, ed altri

ornamenti di argento dorato condotti con sottile magistero; appoggiati

alle pareti due stipi di ebano intarsiati di madreperla, maraviglia a

vedersi, e seggioloni, e sgabelli di ebano ricoperti di damasco pur

verde; in mezzo, una tavola di ebano e di argento, del medesimo lavoro

degli stipi. Questa prima sezione terminava in un arco di cui

l'estremità posavano sopra una cornice assai sporgente sostenuta da

colonne, la base e il capitello delle quali erano di bronzo dorato di

ordine corintio, ma il fusto a spirale di porto-venere ricinto nel cavo

della spirale da un ramo di foglie di mirto in bronzo dorato; il vano

dell'arco coperto da tende di damasco. Oltre l'arco era il letto,

immenso di mole, e carico piuttosto che ornato d'intagli, di amorini, di

fogliami, e frutta, e piume, da mettere sospetto in chiunque avesse

dovuto giacervi sotto: quali e quante fossero suppellittili, arnesi, e

masserizie là dentro, troppo riuscirebbe lungo a descrivere; basti

all'uopo nostro conoscere che a canto al letto si vedeva una tavola del

Crocifisso con la Madonna da un lato, e San Giovanni dall'altro, che

posava sopra un zoccolo alto un braccio circa dal solaio: questa tavola

mercè d'ingegni volgeva sopra mastietti incastrati nel muro, e lasciava

l'adito ad una porta segreta, la quale mediante certa scala a chiocciola

conduceva nelle stanze terrene meno frequentate dalla gente.

Le ombre avevano occupato il cielo da lunga ora quando a Isabella parve

tempo convenevole a chiamare le sue cameriste, le quali ebbero ordine di

accendere una lampada, metterla sopra la tavola, e andarsi con Dio.

Avendo esse domandato se desiderasse che le dessero mano a spogliare le

vesti, rispose breve: -- che farebbe da sé; -- ed avendole accomiatate

di nuovo, andò alle porte, e tirò le stanghette, per cui nessuno, mal

suo grado, avrebbe potuto penetrare là dentro.

In balía dei suoi pensieri, si pose a percorrere in tutti i lati la

stanza con passi ora lenti, ora concitati; un momento si fermò a

contemplare la lampada. Di lavoro singolare, rammentava questo arnese

uomini e cose di cui appena giunse a noi fama incertissima: era di

bronzo, e presentava di faccia una testa di elefante con la proboscide

rivolta in su, donde usciva il lucignolo; di profilo, un cigno di cui il

collo ritorto sopra il petto componeva il manico; di pianta, ti offriva

la testa di Medusa con la bocca atteggiata a disperato dolore, e per

questo pertugio versavano l'olio; di sotto poi, un altro mascherone, col

quale componevano uno insieme ingegnoso le altre parti della lampada.

Isabella, nel guardarla fisso come faceva, pensava meno alle rovine dei

popoli che alla madre sua, la quale gliela aveva donata insieme a molte

altre antichità etrusche trovate negli scavi fatti a Castiglione della

Pescaia. Certo, Eleonora di Toledo fu donna aspra di modi, di spiriti

alteri, e poco per natura disposta al perdono; nonostante, le sue

viscere di madre si sarebbero commosse, ed avrebbe sovvenuto alla figlia

deserta, che adesso per la partenza di Lelio rimaneva affatto priva di

un'anima in cui confidare. Isabella si affaticava a imprimere séguito ai

suoi pensieri per condurli a sciogliere le imminenti difficoltà, ma i

pensieri a modo di cavalli sfrenati, vinta la mano alla ragione,

divagavano ora qua ora là, in mille andirivieni, secondo che o il sangue

o gli affetti scotevano il suo cervello; si stancava per cercare, ma lo

intelletto gli si sprolungava infinito davanti, sterile di trovati, come

un deserto dell'Affrica si presenta alla caravana privo di qualunque

pianta e di asilo. Stanca di cotesto stato, si mosse finalmente verso la

sezione della stanza ov'era il letto; alzò la tenda dell'arco, e passata

oltre lasciò di nuovo caderla. Il letto compariva sopra modo lindo, con

lenzuoli bianchissimi di tela di Olanda, ornati di trine di Malines, e

coperta bambagina ricamata con sottile lavoro: le accorte cameriste vi

avevano sparso sopra rose fresche e fiori di arancio, sicchè poco più si

sarebbe accomodato un letto da sposi. Isabella prese un lembo del

lenzuolo, e lo piegò traverso al letto, come usa fare chiunque intende

giacersi; ma scoperto che l'ebbe, non andò oltre in cotesto suo disegno,

e si rimase immota accanto a quello.

-- "Ecco!" dopo un lungo guardarlo ella diceva, "questo letto maritale

apparisce lindo e odoroso come la prima notte delle mie nozze: è bianco,

è polito quanto l'ala del cigno; eppure qual miserabile giaciglio di

popolo davanti a Dio non è meno contaminato di questo? Sopra il

capezzale stanno due chiodi, che, o a destra io mi volga o a sinistra,

mi si conficcano dentro le tempie, -- l'adulterio e l'omicidio; perchè

questi due pensieri nascono gemelli, ed io lo so. Qui a capo del letto

un demonio, contro cui acqua santa non giova, agita l'ale, e scuote sul

dormente sonno di febbre, e fantasime di paura.... -- Eppure qui ebbi un

giorno quiete di paradiso: qui fui salutata con la dignità di madre; qui

adagiandomi pensai che se il sonno si fosse prolungato eterno, la mia

anima poteva sperare di essere accolta come ospite nelle sedi celesti.

-- Ricordo il momento in cui Giordano tolta dall'altare qui mi condusse,

ed accennatomi il letto mi disse: -- «Sposa mia, io ti consegno questo

letto, e con esso il mio onore, e la buona rinomanza della famiglia. Io,

sovente impiegato in lontane ambascerie, o nella milizia, non potrò

starti sempre al fianco per consigliarti e sovvenirti: assumi per tempo

virile animo, e impara a guardarti da te stessa: sappi che niuna cosa è

tanto necessaria a te, e accetta a Dio, e a me grata, e onorata ai

figliuoli che hanno a nascere da noi, quanto la tua onestà; imperocchè

l'onestà della donna è una corona di gloria sul capo al marito; l'onestà

della madre fa la massima parte della dote alle figliuole, chè i

costumati giovani domandano sempre, e con buona ragione, donde nasca la

fanciulla che intendono togliere a moglie; la onestà in ogni femmina

assai più pregiasi della bellezza; anzi, senza onestà e senza

verecondia, o non è bellezza o presto trapassa. Lodasi il viso bello, ma

gli occhi disonesti lo fanno lordo di biasimo e di vergogna, pallido di

dolore e di tristizia di animo. Piace una bella persona, una speciosa

femmina; ma un cenno disonesto, un disonesto atto d'incontinenza subito

la rende vile e brutta. La disonestà dispiace a Dio, e di niuna cosa si

trova essere Iddio tanto severo punitore nelle donne quanto della loro

poca onestà; rendele infami, contennende, e male per tutta la vita

soddisfatte. E pertanto, donna mia, se tu vuoi fuggire ogni apparenza di

disonestà, dimóstrati a tutti onesta, non fare dispiacere a Dio, a te

stessa, a me, ai comuni figliuoli, e ne avrai lode, e grazia da

tutti.»[34] -- Se qui davanti mi comparisse adesso Giordano, e mi

domandasse: Come hai conservato i miei ricordi? Come i tuoi giuramenti

mantenesti? -- Non parlerebbe il mio rossore per me? Queste pareti,

questi ornati; e soprattutto queste immagini di santi non griderebbero

ad una voce: noi siamo polluti! noi siamo polluti! Potrei, o dovrei io,

postergata ogni pudicizia, domandargli a mia posta: e voi come avete

conservato i vostri? -- La colpa altrui, se toglie il diritto di

accusare, non iscusa per questo la tua colpa; e poi, quando la donna si

abbandona in braccia diverse che quelle del suo marito non sono, sempre

le viene in odio il marito, non cura i figli, la famiglia distrugge; la

qual cosa nel marito rispetto alla moglie non sempre vediamo apparire.

Aggiungi, che i figli adulteri stanno in casa monumento perpetuo di

vergogna; non possono, o mal possono cacciarsi per legge, ma dal cuore

si cacciano per odio, fanno nascere la voglia di spengerli, o si

sopportano come nemici, perseguitati dagli altri, che come ladri della

loro sostanza li considerano, percossi, avviliti, così che l'anima

affannosa della madre non sa bene se deva desiderare che vivano in tanto

miserabile vita, o se piuttosto si muoiano; e ciò nei trascorsi degli

uomini fuori di casa difficilmente avviene, o non mai. Ecco la moglie

infedele guasta l'anima di tutti: già sono sparsi i semi dell'odio; la

colpa ha seminato il delitto, e la pena lo mieterà. Oh! fossi morta

prima di perdere la mia innocenza! o piuttosto non fossi io nata!

Isabella, sei sola; lascia l'alterezza del sangue, abbandona il contegno

che t'impone alla vista delle genti la tua nascita reale; e siccome ai

miseri convengono lo squallore e le lagrime, piangi ora, che puoi, la

tua fama perduta, la tua innocenza, la tua salute, i tuoi figli, e la

tua famiglia; piangi dirotta, chè forse questa facoltà, che ti senti di

piangere, è il primo segno che la misericordia di Dio ti manda a farti

palese che la sua collera si mitiga verso di te...."

E piangendo forte si lasciò andare boccone sul letto, movendo il più

doloroso lamento che mai femmina facesse in questo mondo. Così lunga

pezza si giacque, quando le parve udire, ed udì certo un rumore di passi

nella parte antecedente della stanza. Si alzò ratta, e levata la tenda

dell'arco, ella vide comparirle davanti, non senza maraviglia e paura,

Lelio Torelli. Quantunque un funesto presentimento tutta la

sconvolgesse, pure, resa animosa dalla urgenza del pericolo, ella si

trasse innanzi, e domandò:

-- "A che venite voi? Che cosa cercate?"

-- "Io vengo a domandarvi il mio cuore, che avete spezzato, la mia vita,

che avete spenta, la mia anima, che voi avete perduta...."

-- "Ah! Lelio, abbiate pietà di me, non vogliate crescere la mia

sventura, già tanto per sè stessa insopportabile...."

-- "L'avete voi sentita per me? Voi mi avete rotto come un fiore, che

spensierata troncate dal gambo giù nella spalliera del giardino, e

odorato appena gettate lontano da voi. Ma l'anima di un cristiano si

getta via come una rosa vizza? si calpesta egli un cuore, che non ha

sangue se non per voi, a modo di una pietra? No, no, la vostra ferocia

ha suscitato la mia; ed io vengo...."

-- "E a che vieni, forsennato?"

-- "Io vengo a chiedervi amore, e a mantenermi la promessa antica: io

vengo a pretendere la mercede dei patimenti sofferti...."

-- "Tu vaneggi, figliuolo mio! Di quale promessa mai parli? Chi ti ha

persuaso a soffrire?...."

-- "E i baci, e i sorrisi, e le dolci parole, e lo stringere delle mani,

e gli sguardi pietosi.... li avete voi dimenticati? Non io ho potuto

obliarli; eglino accesero nel mio seno questa fiamma che mi divora. Che

è la parola? Quale vi fa mestiero di favella? Il labbro è la più inerte

di tutte le parti del corpo a manifestare l'amore; egli dice una cosa

sola, ma gli occhi, ma il volto, svelano mille affetti in un punto: e

voi con tutte queste lusinghe mi avete promesso. Come! voi, donna di

così alto senno, avete potuto credere che la mia povera anima valesse a

resistere a tanto? Abbiate voi pietà di me! A voi sta sentire

compassione di una miseria, che pure è colpa vostra. Isabella, per Dio,

un po' di amore, una goccia di amore a questo disperato...."

-- "Lo pensi tu, Lelio! O non vedi ch'io ti posso essere madre...?"

-- "Che importa a me cotesto? La vostra faccia è bella. Quando mai

l'uomo amò col calendario alla mano? Che monta il tempo? Tutta la vita è

un baleno. Chi sa se il cielo domani coprirà la terra! Almanco questo

baleno, questo soffio fugace sia consolato di un poco di amore.... Non

me lo sono io forse meritato?"

-- "Lelio, ma non sai, ma non vedi che io sono donna altrui?..."

-- "Vi trattenne questo forse di darvi altrui? Perchè farete impedimento

a me di quello che per altro non vi trattenne? Sarete avara meco di uno

affetto, del quale faceste così larga copia ad uomo che ne fu sempre

indegno...?"

-- "Odimi, Lelio.... Io, vedi, non mi sdegnerò teco; ma se tanto non

basta, pensa alla mia eterna salute...."

-- "E se io mi darò la morte con queste mani; se io per voi andrò

dannato; pensate voi che possa salvarsi l'anima vostra che fu cagione si

perdesse la mia?"

-- "Errai; e della mia colpa ne porto le pene, e non sono le meno amare

quelle che adesso mi dai. Tu mi vedi avvilita davanti a te. Dov'è

l'orgoglio del sangue? Ecco, io sono una peccatrice contrita ai piè del

suo servo. Lasciami la virtù del pentimento. L'anima nostra può tornare

mercè la penitenza così candida come la rese il battesimo...."

-- "Vi pentirete poi; -- ma adesso amatemi."

-- "Io non posso amarvi...."

-- "Ebbene, lasciatemi amare...."

-- "Quali parole invereconde? Quali improntitudini sono queste? Partite,

o io chiamerò la mia gente...."

-- "Guarda bene da pure tentarlo, Isabella! Io sono deliberato di

uccidermi, e di uccidere...."

-- "Madre di Dio! Lelio, abbi pietà di tua madre: torna alla madre tua,

che ti aspetta...."

-- "Mia madre! Sì, tu, donna crudele, senti pietà della madre mia! -- le

hai tolto un figlio, e le rendi un cadavere. Io non so più di madre, nè

di padre, nè di me stesso; tu sola sei la mia vita, tu il sangue mio.

Isabella, mercè di Lelio; io sto nelle tue mani. Vuoi tu ch'io sia uno

eroe? lo sarò; uno assassino? lo sarò. Desideri ch'io mi precipiti giù

dal verone ove mi sono arrampicato a gran pena per venire da te? ti

giuro che lo farò; ma inebriami una volta del tuo amore; dimmi che mi

ami; un sorso.... un sorso solo a queste aride labbra...."

-- "O vendetta di Dio, come grave mi percuoti! Mi si spezza il cuore di

affanno...."

-- "Senti se io merito da te un benigno risguardo. Quando ti vidi presa

per Troilo, io ti amava, e tacqui. Non basta: per non ti contristare, io

non ti dissi in quanto basso luogo tu ponevi il tuo affetto, nè come lo

indegno in altri volgari amori si mescolasse; io per tuo amore ricopersi

agli occhi delle genti le sue iattanze; io non meno mi affaticai a

velare le tue stesse incautezze: a me si deve se la fama dei vostri

amori non giunse agli orecchi del duca; io vi circondai di mistero;

giorno e notte vegliai intorno a voi. Quando Troilo in punta di piedi

pel buio della notte veniva alla tua stanza, io gli tenevo dietro con

taciti passi.... poteva ucciderlo a mano salva, e Dio sa se spesso me ne

prese la tentazione; eppure nol feci, pensando allo affanno che ne

avresti sentito. Però lo accompagnai, lo guardai; atterrii i famigli con

la novella di uno spettro notturno, perchè non ardissero vagare per le

stanze prima di giorno; e mi posi a vigilare fuori della porta, insonnia

non curando nè freddo, per salvarvi dalla sorpresa, alla quale voi nella

imprevidenza vostra tanto poco pensavate.... Immagina tu qual cuore

fosse il mio quando sentiva dopo lunga ora i teneri commiati, i dolci

baci, e la promessa di rivedervi la notte appresso! E tutto questo feci,

e tutto questo penai, per amore tuo, e sempre avrei sofferto in

silenzio, se tu lo amassi ancora: ma adesso tu lo conosci; sai esserti

nemico, di lui hai da temere più che di qualunque altro, e temi; e

quindi te adesso supplico ad amarmi, ad accettarmi, qual più mi vuoi,

difensore, servo.... e tutto insomma, tutto... purchè tuo...."

-- "Lelio, figliuol mio, cálmati: io, sebbene con mio sommo rossore,

comprendo la immensità del tuo affetto; freddo cenere ed ossa, io

serberò memoria di te; tu amasti più che ad uomo è concesso di amare: ma

ascolta la preghiera di una caduta in fondo ad un abisso di miseria:

ascoltala come se movesse da tua madre; abbi pietà di me; esaudisci la

supplica che ti manda dalle profonde viscere una moribonda, chè ormai

sento non potere più vivere, ed anche potendo non vorrei. Un giorno ti

compiacerai di avermi usata misericordia; al capezzale del letto, dove

lo sguardo della mente rivede la trascorsa vita, e l'anima anela nel

dubbio, se da cotesta indagine le verrà speranza di salvazione, l'opera

santa che mi farai adesso ti precederà come la nuvola del popolo ebreo a

sgombrarti la via del paradiso. Il tempo ti sanerà questa piaga: forse

Dio tenta ora la tua virtù per vedere se ne uscirai vittorioso, e già ti

apparecchia guiderdone condegno dei meriti; gli angioli stessi in questo

momento ti guardano. Non essere da meno di quello che di te si

ripromette il paradiso. A te buona e casta consorte, a te onorati figli

in questa vita; e a te fama duratura, e gloria immortale dopo la

morte...."

Isabella Orsini, duchessa di Bracciano · 第 6 / 25 段