conducemmo subito dal cavaliere Serguidi, che gli fece una bravata
terribile per l'onta recata al suo principe, ammonendolo che si
costituisse in colpa, e si commettesse alla clemenza vostra. Ma il
cavaliere negava a spada tratta, finchè il Serguidi con voce minacciosa
cavò una lettera dicendo: -- «Or via, negherete voi questa?» -- Il
cavaliere, visto appena quel foglio, diventò come un panno lavato; tutto
sbaldanzito alzava le mani supplichevole, senza potere articolare
parola. -- «Andate via;» conchiuse il Serguidi, «voi non meritate
perdono.» -- Il cavaliere si partiva che pareva ebbro, sì gli tremavano
le gambe sotto, e tirava di lungo per andarsene a casa come se non fosse
fatto suo: io gli tenni dietro con la famiglia, volendomi un po'
prendere spasso di costui.» -- «Delle tue,» -- interruppe Francesco;
«porgimi quel soffietto; va innanzi, ch'io ti ascolto: non mi tacere
nulla, chè ci prendo propriamente gusto.» -- E il bargello: -- «Ei
camminava d'inspirazione, perchè si avviava verso il Palagio. Quando fu
alla porta dei lioni, io me gli scopersi, e gli dissi: -- Messere,
togliete in pace ch'io vi serva da maggiordomo: il serenissimo nostro
padrone vi ha preparato un quartiere da pari vostro qua dentro.... -- Il
cavaliere mi guardò come trasognato, e si lasciò condurre a modo di
agnello: stamane poi prima di giorno sono entrato in prigione col
cappellano, e se la dormiva ch'era uno incanto....» -- «Dormiva?»
interrogò Francesco alzando la faccia, che pareva imbrattata di sangue,
di sopra agli ardenti carboni. -- «Dormiva.» -- «Egli non doveva
dormire!» -- «Eppure dormiva.» -- «Voi gli avete lasciato passare
l'ultima notte in pace. Così si può dire che non abbia sofferto nulla! E
non posso tornare da capo.... n'è vero?» -- Il bargello faceva col capo
cenno affermativo. -- «Io l'ho scosso, ed egli si è svegliato alzandosi
a sedere sopra il letto; e ha domandato: -- Che ci è egli? --
Svegliatevi un momento, gli ho risposto; poi dormirete a bello agio:
eccovi un prete; voi non avete più di una ora a morire.» -- «Ed
egli?....» cercava di nuovo Francesco. -- E il bargello: «Egli ha
risposto: sia fatta la volontà di Dio.» -- «Come, propriamente così?» --
«Così per l'appunto.» -- «Ma che non hanno paura di morire?» -- «E' pare
che ce li abbiate avvezzati.» -- «No, in questo modo è troppo poca cosa
la morte: provvederemo. Séguita.» -- «Si è confessato per filo e per
segno, e poi mi ha chiesto in grazia di scrivere: gli ho dato carta,
penna e calamaio; ma tremava così forte, che non poteva formare lettera.
Vedete, Serenissimo.» -- E mostrava una carta. Francesco, deposto il
soffietto, l'ha tolta in mano, e la esaminando parlava: -- «Mira un po'
i bei grotteschi! non vi leggo nulla.» -- «Ve lo diceva che non potè
scrivere parola. Allora io ho creduto bene osservare: Messere cavaliere,
poichè mi accorgo che voi non potete fornire il fatto vostro, consentite
ch'io faccia il mio; e messegli prima le manette, gli ho passato la
corda al collo, e l'ho fatto strangolare in buona regola....» -- «Va
bene: e il capitano Francesco?» -- «Oh! Il capitano ha preso vento; si è
cacciato la calcosa tra i viandanti, ed in Firenze non si trova....» --
Qui non è da dirsi in quale matta frenesia abbia rotto Francesco:
mandava spuma dalla bocca, sangue dagli occhi: -- «Va, corrigli dietro!»
urlava; «spedite cavallari apposta, scoppiate cavalli.... ai confini....
ai confini.» -- E il bargello non sapeva che cosa farsi. Intanto
l'ampolla di vetro, non so per qual causa, si è spezzata: le schegge in
parte hanno colpito la faccia del bargello internandosi nella carne;
quel tristo cacciava fuori dolorosissime strida. Allora Francesco ad un
tratto è tornato cupo e silenzioso; se non che volgendosi al bargello,
gli ha detto freddamente: -- «Affrettate a curarvi, perchè il vetro è
avvelenato.» -- Il bargello fuggiva a precipizio mugolando: -- «Povera
moglie! poveri miei figliuoli!....» -- Se in quel punto mi avessero
tratto sangue, non me ne sarebbe uscita una goccia: mi sentivo come
inchiodato là dov'era; già mi tenevo spacciato raccomandando la mia
anima a Dio. Per ventura Francesco si è lasciato andare giù sopra una
sedia, abbassando la testa come uomo che si sprofonda dentro un
pensiero; ed io distintamente più volte, e ve lo giuro sopra la vita di
mia madre, ho sentito mormorargli fra i denti: -- «Ora provvederemo alle
femmine, e presto; -- ma Giordano è in Roma, -- e senza il consentimento
suo non mi parrebbe ben fatto; -- potrei arbitrare, -- ma no; -- pensi
egli a renderne conto.... -- a cui? A Dio, a Dio.... O questo Dio ne
pretende pure tanti dei conti!....» -- Avendo intanto ripreso animo, mi
sono appressato pianamente alla porta del cortile, e sono uscito a
ripararmi sotto il cielo; imperciocchè io temeva, da un punto all'altro,
che sprofondasse la volta del luogo maladetto....!"
Isabella a quel truce racconto si era rimasta come impietrita; e il
misero Leonardo, nascondendosi il volto tra le mani, in suono quasi di
pianto diceva:
-- "O Signore! Ed io ho potuto usare la favella, il nobile dono che voi
avete compartito alla creatura, per laudare costoro! Che cosa penseranno
i posteri di me? Possano andare disperse le opere mie! Possano
dimenticarle presto i nepoti! -- E tu. Dio, che vedi se sia dolore il
mio di augurare la morte ai figli della mia mente, intorno ai quali la
salute ho spesa e lo ingegno, tu sai ancora se questo voto si parta
proprio dal cuore."
Veramente io penso che grandissima dovesse in quel momento l'amarezza
contristare la povera anima di Lionardo Salviati!
Ma indi a poco richiamando lo spirito ai casi presenti, il Salviati
voltosi alla Isabella favellò:
-- "Orsù via, Isabella, coraggio...."
-- "Non è viltà la mia.... è raccapriccio, è ribrezzo. -- Infelice
Eleonora! così giovine, così lieta, tanto affezionata ai piaceri e alla
vita! Bisogna salvarla.... bisogna avvisarla."
-- "Duchessa, ricordatevi non essere vostro il segreto; intorno a
salvarla ci adopreremo.... poi."
-- "Sì, unico amico mio, mio padre, mio tutto; io mi rimetto, anima e
corpo, nelle vostre braccia...."
-- "Bene! il tempo stringe. Voi dovete scrivere una lettera a madama
Caterina di Francia: ella è donna di cuore alto; educata nei mali, deve
avere appreso a soccorrere i miseri; e nata Medici, aborrirà che la sua
casa s'infami con tragedie domestiche. Il sangue ancora può darsi che
qualche cosa faccia: sicchè ognuna di queste considerazioni per sè, o
tutte insieme riunite, mi sembra pure che abbiano ad essere attissime
per muovere il reale animo suo a concedervi asilo, e provvedervi mezzi
di fuga. Io assumo il carico di farle pervenire la lettera fino a
Parigi: stasera parte un mio congiunto dei Corbinelli, accorto giovane e
discretissimo, per Lione, e la consegnerà al luogotenente della città, o
se non gli parrà mezzo affatto sicuro, per amore mio si condurrà sino a
Parigi. Tosto che torni la risposta, non sarà arduo trasportarvi a
Livorno, e colà imbarcarvi per a Genova, o meglio per a Marsiglia: quivi
giunta, si può dire che siate in salvo...."
-- "Ma, e la Eleonora...?"
-- "Allora faremo in modo avvisarla, e potrà venire con esso voi, o
andare in Ispagna dal duca di Alva, meglio dal suo fratello vicerè a
Napoli. -- Or via dunque, scrivete la lettera, chè il tempo vola...."
E Isabella si pose a scrivere; ma comecchè ella possedesse maravigliosa
facilità a comporre, adesso le mancavano le parole, cancellava, tornava
a cancellare, faceva da capo; gli affetti che molti e profondi le
turbavano la mente, di leggieri possono immaginarsi. Alla fine la
lettera fu scritta, e:
-- "Lionardo," prese a dire, "sentite un po' se così va bene. Io non ho
mai durato tanta difficoltà nel mondo, quanta nello scrivere questa
lettera. Dimenticate che siete lo Infarinato, vi prego...."
-- "Porgete." -- «Onorandissima come Madre. Persona che vi è congiunta
per sangue, la sola superstite delle figlie di Cosimo dei Medici, vi
scongiura che le salviate la vita. Se io sia innocente o no della colpa
che intendono vendicare nel mio sangue, concedete che io taccia; ma se
pure fossi in colpa, la giovanezza, la lontananza del marito, e le
occasioni, e gli esempj, e il cuore di femmina pur troppo inchinevole ad
amare, parmi che non mi dovessero fare considerare del tutto indegna di
perdono. Molto ho da temere dal duca di Bracciano, più molto dal mio
fratello Francesco. Io mi vi raccomando quanto più so e posso: porgetemi
aiuto secondo che la urgenza del pericolo domanda, affinchè non venga
tardo. A me salverete la vita, alla casa nostra la fama, e voi farete
azione da quella magnanima Reina che siete, di cui vi darà Dio condegno
merito. Dove meglio reputerà la prudenza vostra opportuno, io mi
chiuderò in qualche santo monastero, intendendo e volendo spendere al
servigio di Dio quanto mi avanza di questa misera vita, per ottenere
dalla infinita sua misericordia la remissione delle mie colpe.
»A Caterina reina di Francia....»
-- "Mi sembra che vada a dovere; copiatela, e aggiungete, che la
risposta sia con sopraccarta diretta al mio nome."
-- "Ma!" riprese Isabella abbassando gli occhi e tingendosi in volto di
rossore.... "e Troilo lo abbandonerò io...?"
-- "Troilo," disse gravemente messere Lionardo, "conosce come il Turco
minacci la Cristianità: egli deve andare in Ungheria a combattere contro
i nemici della fede, e con morte onorata acquistarsi il perdono di
Dio.... Ma a lui soprattutto guardatevi di fare trapelare cosa alcuna;
egli vi perderebbe di certo, e sè stesso con voi...."
Isabella sciolse un profondo sospiro, e si pose con mano tremante a
copiare la lettera. Appena fu terminata, Lionardo arse la minuta, e con
molta diligenza compose un plico. Mentre che il Salviati, dopo avere
suggellata la lettera con le armi dei Medici, stava per iscrivere la
sopraccarta, si sentì un rumore come di corpo che sospinto con violenza
investa in parete, o percuota nel pavimento; e schiusa allo improvviso
la porta, fu visto Troilo, che alzando la portiera, e mettendo in avanti
il capo, teneva la faccia di profilo, esclamando con ira:
-- "E' pare che ti sia venuta in fastidio la vita...."
Lionardo quanto più speditamente potè nascose la lettera in seno; ma non
gli venne fatto con tanta prestezza quel moto, che Troilo non se ne
accorgesse. Troilo, mutati due passi oltre la porta, si fermò, volse
attorno quel suo sguardo sinistro, e poi, fissando la duchessa con amaro
sorriso, favellò:
-- "Dacchè ponete guardie alla vostra porta, io vi conforto, signora, a
sceglierle se non più proterve, chè questo è impossibile, almeno più
gagliarde...."
-- "Io aveva creduto che in casa mia la manifestazione della mia volontà
fosse bastevole...."
-- "E voi avete creduto male, dacchè vedete come io sia penetrato qua
dentro." -- E in questo punto deposto il riso, e dandosi in balía al
furore, continuò: -- "Che sotterfugi, che tradimenti sono eglino questi?
Voi mi volete condurre alla mazza, madonna Isabella! e se alla mazza si
ha da andare, dobbiamo essere in due. Se voi siete dei Medici, io sono
degli Orsini; e fo voto a Dio che cane mai non mi morse, ch'io non
volessi del suo pelo. -- Che fate voi, cavaliere? Che cosa è il foglio
che vi siete nascosto nel seno? Presto, mettetelo fuori; io voglio
vederlo...."
-- "Cavaliere," riprese il Salviati con voce pacata, "ella è cosa che
non riguarda punto voi, e non potete pretendere onestamente...."
-- "Questo è ciò che vedremo quando avrò letta la carta."
-- "Concedete ch'io mi astenga dal soddisfarvi.... cavaliere."
-- "Signor Salviati, io sono poco uso a sentirmi contrariare: datemi la
lettera, che buon per voi!"
-- "Troilo, per quanto avete cara la nostra grazia, io vi comando
tacervi, ed uscire...."
-- "Isabella, è tempo ormai che dismettiate i comandi, e cominciate a
obbedire...."
-- "Messere Troilo, io vi assicuro sopra la coscienza di cavaliere
onorato, che questa lettera non vi riguarda...."
-- "La coscienza! forse quella con la quale diceste le lodi del
serenissimo signor Cosimo? Un cavaliere onorato non s'introduce
fuggiasco in casa altrui, non si mescola dei fatti che non lo
riguardano, non viene a ordire trame; e se trame non fossero, non
repugnereste a darmene conto...."
-- "E chi siete voi dunque, messere Troilo, di grazia....?"
-- "Io...! Io sono quegli a cui dava in custodia la sua donna il duca di
Bracciano...."
-- "Ed osate farvi un diritto di questa custodia? Ah! messere
Troilo...."
-- "Che cosa intendete? Salviati, guai a voi! Io sono uomo da mozzarvi
la lingua.... sapete...."
-- "Troilo! ove trascorrete? Voi gli dovete onoranza, non altrimente che
se mi fosse fratello...."
-- "Onoranda gente davvero sono i fratelli vostri.... La lettera,
Salviati, la lettera!"
-- "Io non sarò per darvela mai...."
-- "Badate, ch'io vi adopererò la forza...."
-- "Userestemi voi villania? Non vedete voi ch'io sono disarmato....?"
-- "Tanto meglio: così verrò più agevolmente a capo dei miei desiderii.
E, aveste spada, tornerebbe lo stesso: chi tratta la penna regge male la
spada...."
-- "La lettera mi sta sul cuore," disse il Salviati, facendo croce delle
braccia sopra il petto; "e non l'avrete se non mi strappate ambedue...."
-- "E lo farò...."
-- "Forsennato! Prima di giungere a lui, e' vi sarà forza passare sopra
il mio corpo!" grida Isabella ponendosi tra mezzo a Troilo e a Lionardo.
-- "Indietro!" proruppe Troilo; e di un urto mandò la duchessa traverso
al lettuccio.
-- "Ahi misera! misera Isabella! a quale uomo sagrificasti la tua
vita...."
-- "La lettera....!"
-- "Vi ho detto il modo per averla...."
-- "Il sangue vostro sia sopra di voi." -- E traendo fuori la daghetta,
Troilo cacciò innanzi la mano manca per afferrarlo. Lionardo non mosse
passo; imperterrito, con le braccia incrociate sul petto, si disponeva a
patire una violenza contro la quale, e per la fievolezza della persona e
per trovarsi disarmato, non poteva opporre nulla. Troilo già lo
afferrava, quando si aperse fragorosa la porta, ed entrando in sembianza
turbata Lelio Torelli, a voce alta gridò:
-- "Il magnifico signore duca di Bracciano....!"
Questo nome parve la testa di Medusa per Troilo: dette indietro, ripose
prestamente la daga nel fodero, e s'ingegnò ricomporre il volto; se non
che quei due affetti contrarii, di furore e di reprimento, invece di
ricondurvi la serenità, glielo sconvolsero in modo che metteva paura a
vederlo.
Isabella, che giaceva tolta fuori di sè, si drizzò sopra il lettuccio
come per virtù di elettricismo, e stette disfatta con gli occhi intenti
verso la porta.
Il cavaliere Salviati, pensando che non essendo di casa poteva
allontanarsi onestamente salutando il duca così di passaggio, salvo a
complirlo in modo convenevole a suo tempo, senza affrettarsi troppo, e
con la solita sua compostezza quinci si tolse.
Percorrendo le sale, e giù per le scale, maravigliò forte di non
incontrare il duca, nè vedere nel cortile o alla porta vestigio alcuno
che indicasse l'arrivo di tanto personaggio: non sapeva come spiegare la
cosa, ma non riputando prudente tornare addietro per chiarirla, pensò
che gli sarebbe bastato un'altra volta.
Isabella e Troilo tennero per alcuni istanti gli occhi drizzati verso la
porta, pure aspettando di vedere comparire messere Paolo Giordano; ma
poichè ebbero atteso invano, Troilo rinvenuto primo dal suo
sbigottimento, domandò a Lelio: -- "Ebbene, il duca..?"
E Lelio, che avvisava ormai avesse potuto mettersi in salvo il cavaliere
Salviati, con aria ingenua a un punto e beffarda si volse a Isabella, e
riprese a dire:
-- "Il magnifico signore duca di Bracciano manda a salutare la signora
duchessa, e le fa sapere che sbrigate alcune sue faccende a Roma, conta
venire a starsi con esso lei verso la metà del prossimo mese di
giugno...."
E fatto un profondissimo inchino, non senza sogguardare così un tal poco
alla trista Troilo, si ritirò. Troilo si accôrse dell'inganno, e forte
mordendosi le mani, mormorò fra i denti:
-- "Sozzo cane traditore, tu me la pagherai!"
----
[11] Salviati. Orazioni per la morte di don Garzia, p. 25 e 45.
[12] Vedi Cronaca di Firenze pubblicata dal Morbio.
[13] Lettera di Bastiano Rossi, nello elogio degli Illustri Italiani:
Orazione del Cambi, e Notizie degli uomini illustri dell'Accademia
Fiorentina.
[14] Segni, T. 2. p. 337.
[15] Orazione delle lodi del cav. L. Salviati fatta all'Accademia
Fiorentina da Pier F. Cambi.
[16] Vale -- piacere di esser lodato, -- ed è modo basso.
[17] Bernardo Davanzati. Orazione in morte di Cosimo I.
[18] Storie, Libro 15.
[19] Segni, Storie, libro 14.
[20] Elenco pubbl. dal cav. Fabbroni nei _Provvedimenti Annonarj_,
riportato nella Vita di Cosimo I di Aldo Manuzio. Edizione di Pisa,
1823.
[21] Questi documenti si trovano a p. 261, Tomo II, delle Storie
dell'Ammirato. Edizione di Firenze, 1827.
[22] Vita dell'Aldo Manuzio sopra citato.
[23] Ammirato. Edizione di Firenze del 1827. Tomo ultimo.
[24] Aldo Manuzio, p. 132, in nota. È questa lettera singolarissima, che
ci pare pregio dell'opera riprodurre intera in questa appendice.
«Strenuo mio cariss. -- Ogni buon principe debbe desiderare tre
cose oltre a molte altre: l'una di conservare l'onore, l'altra lo
Stato, la terza l'aver causa di provare li servitori, ed avere
occasione di gratificarli e beneficarli. A noi pare che con la
venuta di Piero Strozzi ci sia dato occasione di pensare a due di
queste: la prima di parerci troppa vergogna che costui insolente
abbi procurato di venire a Siena, e starci con troppo disonor
nostro su gli occhi; onde abbiamo pensato di fare due cose per
questo mezzo: l'una di cercare per ogni via e verso di levarci
dinanzi questa vergogna; la seconda sperimentare li nostri
servitori ed amici fedeli, con avere occasione di beneficarli
servendoci bene in questo affare; perchè della terza, di conservar
lo Stato, non ci passa per pensamento che costui ci possa nuocere,
essendo noi per provvedere in modo alle cose nostre, che largamente
resteranno sicure. Onde per eseguire questa nostra intenzione siamo
certi, ogni persona avere qualche amico confidente, che potessi per
qualche modo andando in Siena, per via d'una archibusata, o in
qualunque altro modo che migliore paressi a voi, levarci dinanzi
l'arroganza di costui; e confidati assai che in voi sia totalmente
l'animo di servirci, abbiamo pensato di proporvi questo, acciò
vegghiate di trovare almanco due persone fidate: ma vorriano essere
forestiere, o vero ribelli, o banditi dello Stato nostro; li quali
acconciandosi in Siena per soldati, o in qualunque altro modo che
migliore paressi, potessino, presa l'occasione, o con archibuso o
altro, ammazzare costui. Il che facendo, si può prometter loro al
fermo dieci mille scudi, oltre ad acquistare la grazia nostra, e
gradi e provvisioni, come a voi paressi di prometter loro. Il che
facendo, sarà sotto parola di principe eseguito da noi senza alcun
dubbio, dilazione, o scrupolo, abbondantissimamente: e nel
particolar vostro, vi promettiamo raddoppiare prima la nostra buona
grazia; secondariamente tutto quello che voi sapete desiderare per
utile ed onor vostro, sapendo che con voi non bisogna usar termine
d'offerirvi danari, perchè offerendovi quanto può essere a comodo
vostro con la nostra buona grazia, largamente vi potrete promettere
da noi quanto vi parrà essere necessario per comodo, onore ed util
vostro. Non potriamo più di quello che facciamo incaricarvi, e
stringervi il desiderio che abbiamo di tal cosa, perchè parendo a
noi che ci tocchi nell'onore, e stimandolo sopra ogni altra cosa,
pensate quanto noi lo desideriamo: perchè, sebbene gli è molti anni
che costui ha fatto professione di fuoruscito, e che gli averiamo
potuto nuocere molte volte, non mai abbiamo pensato tal cosa; ma
ora, che vuole arrogantemente mostrare di competere, e far sì su
gli occhi nostri di parer qualcosa, ora ci pare che abbi cerco di
offenderci nell'onore, e però desideriamo sperimentare gli nostri
servitori ed amici. Cercate dunque di trovare due almeno, o quelli
che più vi paresse, che fossino atti a tal cosa, e vedete di
persuadergli a questo effetto, con ordinar loro quello
intrattenimento che vi parrà che basti per potere stare su luogo o
dove andassi per fare tal cosa, che vi rimborseremo di quanto dessi
loro, o vi manderemo il modo, avvisandocelo per tale effetto, come
meglio vi parrà. Bisogna bene che vi certifichiamo, che il tener
voi segreto tal cosa importa assai; ma quando bene qualcuno di loro
lo scoprissi a Piero, non per questo c'importa, ma solo lo diciamo
del segreto per quello tocca a chi avessi andare a far l'effetto.
Del sapere l'un dell'altro, o altri che andassino a questo, tutto
lo lasceremo risolvere come meglio vi parrà. E questa nostra aremo
caro resti appresso di voi o che l'abbruciate, come più vi parrà a
proposito, e non venga in notizia d'altri che vostra, eccetto però
se per animar qualcuno di quelli avessi a far lo effetto
bisognasse; però non ci estenderemo più con questa, credendo aver
satisfatto assai alla intenzione nostra, e pensiamo al certo dover
anco restare satisfatti dell'opera vostra, desiderando sopra modo
tal cosa. Dateci risposta particolare di quanto arete eseguito,
dicendoci li nomi di quelli mandate, uno o più che siano; e senza
fare dimostrazione di parlarci, o venire da noi per tal cosa, ci
risponderete in mano propria, che noi solo vedremo il tutto, ned
altra persona che il Segretario, che questa scriverà, sarà conscio
di tal cosa: e Dio vi conservi. -- Di Fiorenza, li 5 gennaio
MDLIII. -- Il Duca di Fiorenza.»
[25] Segni, Storia, p. 159, 184. Ed. di Milano.
[26] Galluzzi, Storia. T. 2, p. 313.
[27] Maccrie. Storia della Riforma, p. 275, dove cita Thuani. Hist. ad
an. 1566.
[28] Storie, Cap. ult.
[29] Tuano, Hist. ann. 1566, narrò che abbruciarono il Carnesecchi;
Laderchi, ann. 1567, rimprovera Tuano per avere affermato che
abbruciarono il Carnesecchi, senza specificare se vivo o morto,
negando che la Chiesa abbia fatto mai abbruciare vivi gli eretici,
ma nell'ultimo volume confessa essersi ingannato. Ant., T. 23, f.
200; Maccrie, Storia, p. 276: il Carnesecchi però fu prima
decapitato, poi abbruciato. Galluzzi, T. 2, p. 315.
[30] Aldo Manuzio, Vita di Cosimo, p. 51.
[31] Orazione nelle esequie del Serenis. G. D. Cosimo, p. 275.
[32] MS. della Bibl. Reale di Francia, e MS. Capponi, e mio.
[33] Mazzucchelli, nota 17 alla vita di messer Giovanni Boccaccio
scritta da Filippo Villani: -- «A questo silenzio, e alla mutazione
di sua vita, contribuì non poco ciò che narra il B. Gio. Colombini,
Fondatore della Religione de' Gesuati, al Cap. XI della vita del B.
Pietro de' Petroni Certosino suo amico. Scrive egli, che il B.
Pietro poco prima di morire diede ordine a Giovacchino Ciani, suo
compagno, di portarsi dal Boccaccio, e di riprenderlo a suo nome
degli scritti suoi men che onesti, e di consigliarlo a mutar vita,
scoprendogli nel tempo stesso molti secreti dell'animo di lui, i
quali il Boccaccio credeva che niuno al mondo sapesse. Il che poco
dopo la morte del B. Pietro, seguita a' 29 di maggio del 1361,
essendo stato eseguito con istordimento del Boccaccio, il quale
sapeva che il B. Pietro non lo aveva veduto giammai, ne diede egli
notizia al Petrarca suo amico, comunicandogli il suo proponimento
di mutar vita. Il Petrarca, recando fede all'ambasciata, lodò con
sua lunga lettera, ch'è la quinta del lib. I delle Senili, il
Boccaccio del buon uso ch'era per farne, siccome anche avvenne. Fu
allora per avventura che fama corse, essersi egli fatto frate della
Certosa di Napoli, sul qual supposto gli scrisse un sonetto Franco
Sacchetti, il quale si legge nella prefazione delle Novelle di
questo, e incomincia:
Pien di quell'acqua dolce d'Elicona ec.;
e gli dice:
Avete preso certosana vesta ec.
Si sa per altro ch'egli era cherico; come prova chiaramente il sig.
Manni nel Cap. XIII della sua Vita.»
CAPITOLO QUARTO.
L'OMICIDIO.
FRANZ -- Voi volete farmi morire di languore. Io morrò di
disperazione nella età della speranza, e voi ne avrete la
colpa.... Dio mio! io che non ho goccia di sangue che non sia
vostro! io, che respiro soltanto per amarvi, e per obbedirvi in
tutto....
ADELAIDE -- Esci dal mio cospetto....
FRANZ -- Signora!
ADELAIDE -- Va, accusami dunque al tuo signore:
_Goethe._ -- _Goetz di Berlichingen._
La diffidenza si era insinuata nel cuore d'Isabella come un aspide in
fondo al nido: le suonavano a modo di ronzio insopportabile le immani
parole di Troilo; vedeva il sospetto codardo, sentiva che anche da lui
avrebbe potuto essere tradita e accusata; e fissando questo abisso
d'infamia, ne risentiva una vertigine morale punto diversa dalla
vertigine fisica, che sorprende il risguardante qualche dirupo delle
Alpi: però non è da dirsi se studiasse ogni argomento per non trovarsi
insieme con Troilo, o trovandovisi, fare in modo che qualcuno
l'accompagnasse. Per altra parte, era cresciuto il bisogno di tenere il
Torelli presso di sè; e la solerzia del giovane, la sua devozione, e
l'assiduità dal medesimo posta a bene servirla, fecero sì che la
Isabella non potè trattenersi dal guardarlo con occhio di singolare
amorevolezza. Procedendo sempre, come fu suo destino, improvvida, non
pensò che il fanciullo era oggimai diventato uomo, che in cotesta età le
passioni mandano sottosopra l'anima a guisa di uragani; non temè, nè si
accôrse dello ardore funestissimo, che infiammava il sangue di Lelio.
Tranne baciarlo in fronte, siccome costumava quando era garzoncello, si
compiaceva tuttavia a scompartirgli la bella chioma sopra la fronte, e
percuoterlo dolcemente nelle guance, a usargli insomma ogni maniera di
vezzi co' quali le madri accarezzano i figliuoli dilettissimi; e se
tutto questo fosse un mettere zolfo sopra il fuoco, lascio pensarlo a
coloro, che o sentono il furore di un primo affetto, o si ricordano
averlo pure una volta provato. Quasi sempre assorta nei casi imminenti,
la Isabella non badava nè si accorgeva di certi moti di Lelio, che in
condizione più riposata di animo avrebbe agevolmente conosciuto.
Allorchè ella si recava a passeggiare in giardino, chè ormai di casa
usciva più poco, le accadeva tanto spesso trovarsi come tolta fuori di
sè, che per non investire o pianta, o statua, od oggetto altro
qualunque, si apprendeva al braccio di Lelio, e secondo che l'agitavano
gl'interni pensieri, ora più, ora meno fortemente glielo stringeva;
sicchè l'anima di lei per via di coteste strette meglio che elettriche
si trasfondeva nel giovane, il quale con lunghissimo sguardo come
delirante la contemplava, e a larghi sorsi beveva il veleno che già gli
aveva attossicato irrimediabilmente la esistenza.
La faccia del Torelli, oh quanto mutata! Ormai non poteva più conoscersi
qual fosse la sua età: con le labbra accese ed aperte come uomo arso da
tormentosa sete, le guance scarne, la pelle tesa sopra le ossa,
tutt'occhi; spesso madido di sudore. L'acceso desiderio, che gli stava
confitto come un ferro tagliente nel mezzo del cuore, aveva partorito
tale e siffatto disordine nel sistema dei nervi, che la sensazione più
leggera bastava per farlo tremare da capo alle piante per ispazio di
tempo grandissimo; le vene gli si erano infiammate, e ad ogni moto,
comecchè tenue, il petto gli anelava in guisa, che pareva gli si volesse
rompere; lo travagliava un affanno continuo; la vista gli si smarriva
allo improvviso in una massa di luce sparsa in miriadi di faville, o
aggirantesi in circoli vorticosi; e nelle tempie sempre un martellare
senza posa, e schifo di cibo, e notti insonni, o travagliate da
spaventosissime fantasime. Cosiffatta miseria non poteva durare, e non
durò.