la bestemmia ed altri peccati, dopo che un terremoto subissò Scarperia,
spaventò Firenze, ed in un giorno sette saette fulminarono il Palazzo
della Signoria; e soprattutto poi, perchè con prontezza non mai lodata
abbastanza, appena ricevuta la lettera di Pio V, che gli faceva pressa
di consegnare al Maestro del sacro palazzo monsignor Pietro Carnesecchi,
accompagnata dalla commendatizia del cardinale Pacheco; il quale
ammoniva Cosimo com'egli di due cose lo avesse lodato presso il papa,
cioè non esservi principe in tutta la cristianità più zelante di lui
della Inquisizione, e non esservi atto che per suo particolare contento
e consolazione, comecchè grave, non fosse per fare eseguire;[26] senza
punto mettere tempo fra mezzo, avendo il Carnesecchi in casa, anzi pure
seduto alla propria mensa, lo fece arrestare, e consegnare al padre
Maestro.[27] -- Questo sagrifizio dei doveri della ospitalità e dei
vincoli dell'amicizia, avvegnachè il Carnesecchi in tutta la sua vita si
fosse dimostrato devotissimo a casa Medici, ed avesse servito lungamente
Clemente VII come protonotaro, e Cosimo come segretario in Venezia;
questo sagrifizio di uomo celebrato per bontà e per dottrina dal
Sadoleto, dal Bembo, dal Mureto, e dal Manuzio, comecchè l'Ammirato,
studioso di scemare la importanza dell'uomo, lo dichiari _non
ignorante_;[28] questo sagrifizio, dico, meritava un premio
proporzionato, il quale, se non leggiamo pattuito espressamente,
apparisce abbastanza promesso nelle seguenti parole nella lettera del 19
giugno 1566, del cardinale Pacheco a Cosimo: «Tenendo ancora per certo,
che da questo caso dipenderà gran parte della buona corrispondenza che
V. E. deve tenere col papa in questo pontificato.» Infatti, Pietro
Carnesecchi nel 3 ottobre 1567 fu decapitato in ponte, e abbruciato,[29]
e Cosimo nel 4 marzo 1569 fu per privilegio del papa coronato granduca,
con facoltà di usare corona ed armi reali. Ma il Carnesecchi andò a
morte con maravigliosa costanza, anzi si direbbe con qualche
ostentazione di forza, conciossiachè volesse vestire panni elettissimi,
e guanti bianchi: Cosimo poi, quando chiuse gli occhi al sonno eterno,
era egli ugualmente tranquillo?
Nonostante questi fatti, noti adesso per trovarsi stampati in tutte le
storie, ed allora notissimi per le cose discorse largamente di sopra, io
per me vorrei perdonare al Magnifico cavaliere Salviati, se celebrando
Cosimo non rifinisse di levare a cielo la clemenza, la strenuità, la
prodezza e la mansuetudine sua, e lui ad Augusto preponesse, però che
questi ebbe ad usare le proscrizioni, e Cosimo no, quantunque Cosimo si
contentasse assomigliare ad Augusto, sotto la costellazione del quale,
ch'era il Capricorno, il suo astrologo D. Basilio lo assicurava essere
nato;[30] ma una colpa, che nè io nè altri possiamo perdonare al
Salviati, si è lo insegnamento contenuto nelle parole seguenti, alle
quali sentendo ribrezzo di mettere la mano, le riporterò tali quali
occorrono scritte: «Quelli che i principati dalle loro patrie o dalle
loro repubbliche stati loro profferiti ricusano; ciò facendo, non pure
di viltà di animo, ma di empietà ancora, o di arroganza manifestissimo
indizio hanno dato. Di viltà, dico, mancando di coraggio, e gli onori
rifiutando, e i governi, che sono cose appetibili; di empietà, se atti
conoscendosi, hanno negato, in quello che per sè si poteva, di prestar
l'opera loro alla patria; d'arroganza, se stimatisi inabili, hanno in
questo giudizio a quello della repubblica il lor parere anteposto.»[31]
Ahi! messere Lionardo, come tristo ragionare è cotesto! Come suona
sofistico e callido, e affatto indegno di uomo grave! Come e dove vi
trasportava il mal genio, o il bisogno di mentire adulando! Parrebbevi
onestà, se alcuno si prevalesse dei doni di uomo preso da manía? Molto
più dei doni che non si possono fare, come la libertà della patria che
da Dio viene, e a Dio spetta, ed è inalienabile, perchè non appartiene a
nessuna, ed appartiene a tutte le generazioni; e la generazione
presente, che disereda i posteri, come nemica del suo sangue non opera
alto valido. Sarà arrogante il medico, se non abusa della malattia dello
infermo, ma pietosamente lo risana? -- I popoli, quando stanchi della
propria dignità si accasciano in terra come il cammello invocando
qualcheduno che li cavalchi (posto che ciò non avvenga, come suole quasi
sempre accadere, per tradimento o per fraude), o si possono, o non si
possono guarire: nel primo caso, si guariscono, e poi, se lo esempio di
Licurgo sembra duro a seguirsi, si adoperi quello di Solone e di Andrea
Doria, o piuttosto scelgasi volontario esilio, dacchè l'uomo mal vive
cittadino là dove principe imperava; nel secondo caso, consumato ogni
sforzo, come Silla getti la scure, e lo abbandoni alla ira di Dio:
almeno tali devono governarsi le anime che il mondo saluta grandi, che
partite da questa terra esercitano le lingue degli oratori e le fantasie
dei poeti, e finalmente che ricordano derivare l'uomo origine divina.
Per forza o per ingegno, offerta od usurpata, a verun cittadino è lecito
togliere la libertà alla propria patria: questo contende la morale,
questo la pietà, questo la religione di tutti i popoli, e principalmente
poi la cristiana. -- Sì certamente, la carità cristiana, perchè
rigettata la distinzione di San Tommaso come scolastica, e proposta
piuttosto a modo di disquisizione astratta che vera in pratica, di
tiranno imposto a forza, di tiranno recatosi addosso volontariamente,
onesta è quella azione che possiamo eleggere sempre, conforme insegna
Aristotele. Ora, come l'occupare la libertà della patria può essere cosa
eleggibile in ogni tempo? Per la parte dell'occupante, potrà o vorrà
consultare vie via il volere degli occupati? Saprà o vorrà egli
conoscere se fu spontaneo davvero, e universale il moto che lo spinse in
alto, o quando declini, o quando cessi? Per la parte degli occupati, non
può essere a meno che non sia momentanea afflizione e infermità della
patria: avvegnachè la patria consista nella fida cittadinanza alla quale
consacriamo affetti, reverenza, e, al bisogno, le sostanze e la vita; e
questa tolta, la città in cui viviamo non può chiamarsi patria
altrimenti, nè merita i mentovati sacrificj. E se la patria è più che
madre, chi può ridurre in servitù la propria madre? Se questo offerisse
la madre, come insana non si deve ascoltare; se questo accettasse il
figliuolo, come empio si deve aborrire. E notate, che simili
usurpazioni, come odiosissime, vanno circondate da simulacri bugiardi di
libera dedizione; e Giulio Cesare stesso ordinò, nei lupercali lo
presentassero di una corona. Inoltre, la libertà, dopo la vita, è
preziosissima cosa: ora quanto più ci torna cara una cosa, tanto meno se
ne presume il dono; e quando pure potesse alienarsi, potremo supporre
ceduta legalmente la libertà in un momento di ebrezza, di furore o di
errore? Finalmente la città inferma, immaginiamo, che chiami un
cittadino a racconciarle il freno; per certo lo chiama e lo desidera
fino a tanto che sia stato conseguíto un simile scopo. Ora, o il
cittadino è capace a compiere il presagio della patria, o no: se capace,
soddisfaccia al bisogno per cui venne chiamato, e si parta; o non è
capace, manca al fine, e si parta. Ma io forse mi affatico a dimostrare
quello che non abbisogna punto di prova; quale presunzione, quale
insania è mai questa di concludere per via di argomento ciò che la
natura e Dio scolpivano nel nostro cuore? -- E Lionardo Salviati
scrivendo le riferite sentenze, forse non le credeva; lo fece per
apparato di eloquenza, o piuttosto per amplificazione rettorica, e si
accôrse, comecchè tardi, del torto: ma ormai non era più tempo a
ripararlo; sicchè non n'ebbe in seguito mai il viso lieto, maledì l'ora
che apprese a scrivere prose, e sconfortato dai disinganni, atterrito da
memorie di sangue, supplicò Dio, che lo intese, ad abbreviargli una vita
tanto male impiegata in disutile della verità e degli uomini da lui pure
amati ardentissimamente.
Rimarrebbe far conoscere adesso quanto nelle lettere il Salviati nostro
valesse; ma non lo concedendo, com'io vorrei, la indole di questo libro,
m'ingegnerò come meglio io possa, stringendo in poco il molto. Nelle
lingue latina e greca egli fu intendentissimo, della italiana maestro
solenne; più apprese, e acquistò tesoro maggiore di dottrina di quella
che insegnasse o mettesse fuori, secondo l'uso di quei letterati, i
quali, meglio che ad altro, possiamo assomigliare alle arche degli
avari; compose copia di poesie, gravi e giocose, che come piace a Dio ai
giorni nostri ignoriamo, e non istampansi. Dettò a venti anni il
_Dialogo dell'Amicizia_, in cui introduce Girolamo Benivieni a favellare
delle lodi dell'amicizia a Iacopo Salviati e a Piero Ridolfi. La
occasione sarebbe stata commuovente davvero, fingendo egli che Girolamo
per la perdita dell'amicissimo suo Pico della Mirandola, portentoso
giovane, chiamato la fenice degl'ingegni, si fosse deliberato lasciarsi
morire; ma poi, di repente mutato consiglio, convertì in gioia il
dolore, pensando che Dio aveva, come meritevolissimo, chiamato per tempo
il Pico al premio dei Santi: ma la parola priva di calore, le
distinzioni scolastiche, il difetto di fantasia e di passione, muovono a
tutto altro che a piacere o a pietà, e il fastidio precede di troppe
pagine il _laus Deo_. Le commedie, _la Spina_ e _il Granchio_, e' sono
uno impasto fatto con lievito avanzato nella madia di Plauto e di
Terenzio, sicchè pensate voi se infortito! -- Solite balie mezzane,
soliti bari e truffatori, e vecchi che credono tutto, e vicende
impossibili, e riconoscimenti inverisimili, e riboboli fiorentini, e
favella dura, sicchè noi restiamo maravigliati come la gente prendesse
diletto a coteste rappresentanze che oggi oseremmo appena imporre come
penitenza dei peccati. Delle cinque lezioni sopra un sonetto del
Petrarca, è da dirsi che ci somministrano piuttosto la misura della
pazienza grandissima dei nostri padri, che del grande ingegno
dell'oratore. Le orazioni, le funebri in ispecie, paiono proprio fiori
da morto. Sotto il nome dello Infarinato, contristò con acerbe scritture
l'anima dolorosa di Torquato Tasso; ma la _Gerusalemme_ rimane, e
cotesti scritti non si leggono più da nessuno: e questa azione fa torto
al Salviati come scrittore e come uomo, seppure anche in questo non lo
scusa la sua cieca devozione per casa Medici. Castrò, come si diceva in
quei tempi, il _Decamerone_ di Giovanni Boccaccio; ma i posteri hanno
riso della castrazione, e, lasciato al Salviati il frutto della
castrazione, hanno voluto il Boccaccio intero. Grande però fu la sua
venerazione per questo sommo scrittore, e scrisse tre volumi di
Avvertimenti intorno alla lingua ricavati dal _Decamerone_: questi
volumi possono anche ai giorni nostri, e forse più che mai nei giorni
presenti, consultarsi dagli studiosi della gloriosissima nostra favella.
La lingua adoperata dal Salviati è pura, ma non dice nulla; pare un
ornamento di cadavere: non idee, non pensieri, non immaginazioni;
costretto a evitare il grande, che sta nel vero, forza è che ricorra al
falso, e già vediamo spuntare in lui la sinistra aurora del secento. Di
ciò sia prova questa figura della Orazione per la incoronazione di
Cosimo I: -- «Queste mura, Beatissimo Padre, e queste case, e questi
tempii, pare che ardano del desiderio di presentarsi davanti ai piedi di
Vostra Santità; e questo fiume, e queste piaggie, e questi monti, par
che piedi desiderino per venire; e questi mari e questo cielo, lingua
per favellare, e per potere di tanto beneficio, se non quello che hanno
in animo, rendervi almeno qualche grazia, e presenzialmente riconoscersi
debitori.» -- Parole copiose, eloquenza nessuna; epiteti, aggiunti,
riempitivi a ribocco; un periodo intramezzato vie via da molti altri
periodi tra loro parimente rompentisi, sicchè la locuzione procede
confusa, ardua, imbarazzata, e sopra modo penosa. Parini reputò potesse
leggersi con profitto: io, tranne gli Avvertimenti che ho detto sopra,
non lo credo; e Annibale Caro, sebbene indirizzasse il suo giudizio al
medesimo Salviati, lascia conoscere abbastanza che non reputava
commendabile il suo stile, come quello che abbondava di parole, vagava
incerto, era pieno di epiteti oziosi, di periodi lunghi, e di molti più
membri che non bisogna alla chiarezza del dire; il che sapete che fa
confusione; e si lascia indietro gli auditori.
Insomma messere Lionardo non fu buono cittadino, e nemmeno valoroso
scrittore, e nonostante uomo di eccellente naturale, tenero degli amici,
e del bene loro studiosissimo. Alcuni reputeranno impossibile che possa
uno individuo essere uomo ottimo e cattivo cittadino; pure, se
contrarietà è, noi la vediamo in natura, e potrei citare esempii
moderni, se la discretezza lo consentisse.
Lionardo, entrato nella stanza, ebbe cura di assicurarsi prima se bene
il paggio avesse chiuso la porta, tirò la portiera, poi si mosse
alquanto sorridente verso Isabella, le stendendo in atto amico la
destra. Ma Isabella gli andò incontro con impeto, ambe le mani gli pose
sopra le spalle, ed appoggiò il capo al suo seno, esclamando:
-- "O buono, o egregio mio Lionardo, voi almeno non vi siete dimenticato
della vostra Isabella!"
Lionardo confuso per cotesto abbandono, e commosso profondamente,
replicava:
-- "Mia cara Isabella, signora duchessa, o come, e perchè avrei dovuto
dimenticarvi io?"
Così rimasero alcun poco di tempo; e quindi postisi a sedere sopra al
lettuccio, Isabella guardandolo in faccia continuò:
-- "È tanto tempo che non ci siamo veduti! E' mi parete un po' male
disposto. Lionardo, il soverchio studio vi nuoce...."
-- "O Isabella," disse Lionardo, "il mio male sta qui dentro," e si
percosse il cuore; "ed io prego continuamente Dio che mi chiami alla sua
pace, e sembra che egli, com'è misericordiosissimo, già cominci ad
ascoltarmi. Ma lasciamo di me, ch'io per me qui non venni, o duchessa.
Ora vi scongiuro, ascoltatemi come fratello. Finchè io vi conobbi, se
non felice, sicura, stetti lontano da voi. Avrei desiderato che voi vi
manteneste felice...., perchè" e qui abbassò la voce "felicità vera
consiste nello esercizio della virtù; -- ma i miei sforzi tornarono
inutili, e inutili gli avvertimenti di Cosimo vostro padre, il quale
pure vi ammoniva sovente, dicendo: -- Isabella, io in questo mondo non
ho da vivere sempre...."[32]
Isabella riprendendo la donnesca alterigia, lo interrompeva così:
-- "Messere Lionardo, ch'è questo che voi dite? S'io male non mi
appongo, voi mi recate oltraggio...."
-- "Isabella, per certo io non veniva a questo. Credete ch'io goda
parlandovi come faccio? Pensate ch'io abbia così male spesi i miei anni
vivendo, da avventurare parole inconsiderate, o peggio? Perchè mi
respingete? Perchè infingervi meco? Ma non importa: io non cerco i
segreti del vostro cuore; se non mi credete degno di parteciparmeli, io
consento ignorarli; ma udite quello che si crede di voi, udite il
pericolo e provvediamo al riparo...."
-- "Io non commisi errore: chi può incolparmi? Quale traccia....?"
E il Salviati le susurra nell'orecchio: -- "La traccia è fuori della
Porta a Prato...."
-- "Ah!" gridò spaventata Isabella: e dopo alcuni momenti balzando in
piedi in atto di partire, soggiunse: -- "Almeno egli sia salvo...."
E Lionardo trattenendola per la vesta: -- "Fermatevi, meglio
provvederemo noi qui."
E Isabella, scotendo il capo, e con ambedue le mani tirandosi indietro
dalla fronte i capelli, come se, fatta audace per la disperazione,
volesse che vi leggessero intera la propria vergogna, mormorava:
-- "Ebbene, io sono colpevole....!"
-- "Isabella voi correte pericolo di vita...."
-- "Io, e da cui?... Forse tornava di Roma Giordano?"
-- "No; ma e che cosa importa Giordano?"
-- "E chi, se non egli, vorrebbe con giustizia attentarmi alla vita?
Francesco forse? Punirebbe in altrui il suo peccato? Piero?... così
sprofondato in ogni maniera di più sozzo vizio, che l'acqua di Arno non
basterebbe a lavarlo?"
-- "Giustizia!.... E voi, figliuola di Cosimo, cercate giustizia
quaggiù? -- Francesco odia in altrui quanto indulge a sè stesso: una
fama incerta gli è pur giunta all'orecchio, che i suoi nemici, estrema
gioia dei vili, dileggiano la sua casa pubblicando vituperii, che o non
sono veri, o, se veri, la più parte procedono da lui; e poi nel cupo
animo teme della sua Bianca, e intende spaventarla, ove mai pensasse ad
altro affetto che non fosse il suo...."
-- "Lionardo, voi favellate fiere parole, le quali come non posso
impugnare, così non posso accogliere interamente. Insomma, e' paiono
timori più o meno verosimili; ma da pensare una cosa a volerla, e da
volerla a farla, corre sempre un gran tratto...."
-- "Sì certo, i parenti vostri sono usi di commettere le feroci voglie
alla ragione: ma io farei tristo ufficio sparlando presso voi delle
persone di cui la fama vi è cara. -- Isabella, credetelo sopra l'anima
mia, voi correte pericolo di vita...."
-- "Lionardo, voi così savio capirete troppo bene come in casi tanto
importanti male può l'uomo convincersi dell'altrui convinzione; voi
avete fatto molto, avete fatto anche troppo, onde mi neghiate
onestamente il meno...."
-- "È vero; e poi io venni qua disposto a mettere in avventura la vita:
non vi raccomando discrettezza per me, ve la chiedo per voi, e per tale,
che so che amate più di voi...."
-- "Sta bene, parlate."
-- "Ieri mi recai di buon mattino da Francesco, il quale mi aveva
mandato a chiamare, ond'io lo informassi intorno alla correzione del
Boccaccio, che ho impreso dietro gli ordini di lui: egli era sceso nella
officina chimica; io nonostante mi feci annunziare da uno staffiere, il
quale di lì a poco tornò dicendomi, che andassi pure costà, che il
serenissimo padrone, come persona di casa, mi riceveva senza cerimonie
nella officina. Io rinvenni Francesco tutto affaccendato intorno ad un
fornello, considerando certa sostanza chiusa dentro un'ampolla di vetro.
Appena mi vide, così mi parlò: -- «Buon giorno e buono anno, cugino
Lionardo; io sto dietro ad una esperienza che non mi riesce condurre a
termine; or ora leggerò il vostro lavoro del _Decamerone_, che avrete
emendato da pari vostro, lasciando stare le bellezze, e togliendo quanto
offende i buoni costumi e la religione. Peccato, che cotesto grande uomo
non avesse costumi buoni! Ma non vi è pericolo, Lionardo, ch'ei sia
andato perduto? N'è vero, cugino, che messere Giovanni prima di morire
si pentisse, e lasciasse il mondo in odore di santità?» -- Alla quale
domanda risposi, che il Beato Giovanni Colombini nella vita del Beato
Pietro dei Petroni ci assicura, come il Beato Pietro, poco prima che si
partisse a vita migliore, mandasse Giovacchino Ciani a riprendere il
Boccaccio dei suoi scritti e dei suoi costumi meno che onesti, e nel
tempo stesso a svelargli certi segreti così riposti nel proprio animo,
che il Boccaccio teneva per fermo nessuno, tranne lui, potesse saperli.
Della quale cosa percosso, messere Giovanni pianse amaramente i
trascorsi passati, e rendendosi a Dio ne fece mirabile penitenza.[33] --
«Gran mercè, riprese Francesco; voi mi avete dato una consolazione
desideratissima, accertandomi che il nostro messere Giovanni adesso stia
in luogo di salute. Or via, siatemi cortese di aspettarmi per un po' di
tempo, tanto ch'io mi sbrighi da questa faccenda: andate costà in
libreria, vi troverete in buon dato libri, e parecchi nuovissimi.» --
Entrai nella libreria, fingendo leggere il primo libro che mi capitò tra
mano, ma seguitava con occhio obliquo il lavorío di Francesco. Costui
non finiva mai di soffiare nei carboni, guardare attraverso l'ampolla, e
poi volgersi a un vasetto sopra la tavola; e quindi presa un pocolino di
polvere tra le dita, considerandola attentamente diceva: «Bisogna dire
che i nostri vecchi ne sapessero più di noi, che ce ne abbiano date ad
intendere a serque: il colore ci è; l'apparenza l'ho trovata; ma il
sapore.... il sapore...., e l'arsenico sembra fuori di dubbio che ci
entrasse: eppure nelle note al mio Poggio, e nella Cronaca Trivigiana
leggo che il Conte di Virtù.... -- in fè di Dio, gli era proprio
tagliato a suo dosso questo titolo! -- avvelenasse con tossico che
pareva in tutto e per tutto sale, lo zio Bernabò, facendoglielo porre
così naturale sopra i fagiuoli.... ma non mi riesce a trovarlo; io darei
mille ducati....!» -- In questa, ecco uno staffiere entrare nella
officina, ed annunziare il bargello. Io non so per quale motivo presi a
tremare; guardai la stanza, speculando se vi era modo di quinci
partirmi, e trovai una porta che metteva in cortile. Sul punto di
uscire. Dio m'inspirò tornare: seguitai la prima ispirazione, che quasi
sempre ho provato buona, e mi posi cautamente in ascolto. Il bargello
era entrato, e così favellava: «Il cavaliere Antinori, come sa la
Eccellenza Vostra Serenissima, arrivò ieri da Portoferraio...."
-- "Come!" interruppe Isabella, "il cavaliere Bernardo venne a Firenze
senza che noi ne abbiamo notizia?"
-- "Il cavaliere Antinori a questa ora è sepolto. Dio faccia
misericordia all'anima sua!"
-- "Gran Madre del Signore! ch'è quello ch'io sento! Lionardo, ne siete
voi sicuro?"