Il sig. Alfonso del sig. Iacopo Piccolomini, nobilissimo Senese, e

ricco di beni di fortuna, come quello ch'era signore di castella,

et altri beni dai quali cavava grossa entrata e rendita, cominciò

fino dalla puerizia a dar segno della cattiva riuscita che fece, e

da giovanetto cominciò a darsi al mal fare, e compiacersi d'esser

capo di masnadieri, e gloriarsi d'aver molte inimicizie, e sapersi

da tutti bravamente et ingegnosamente riguardare e difendere; per

il che facendo ammazzare or questo or quello, fu necessitato per

timore della giustizia ritirarsi ad un suo grosso castello vicino

ad Ancona, ove quivi dimorò qualche tempo; ma non potendo il di lui

genio facinoroso e sanguinario comportare star così ozioso dentro

un castello, balzò in campagna con 300 uomini al tempo di papa

Gregorio decimoquarto, e nella Marca con diverse specie di crudeltà

ammazzò molti uomini e donne; predava e storpiava bestiami,

abbruciava case e biade; dipoi passò nella campagna di Roma,

facendo l'istesso, ove dimorò più mesi sempre in campagna

svaligiando et uccidendo i passeggeri: nè furono buone le diligenze

che da Roma si fecero per rimediarvi; perchè egli stando su gli

avvisi, e come pratichissimo di quelle campagne, se sentiva che le

genti che venivano per combatterlo fussero in numero superiore al

suo, e da non potergli resistere, si ritirava in luoghi sicuri, e

se il contrario, gli aspettava in luoghi vantaggiosi, e così gli

obbligava tornarsene a Roma senza far nulla, o vero con qualche

perdita di loro. Onde per minor male, e per levar questa peste

d'intorno a Roma, il pontefice per opera del sig. Iacopo, richiesto

dal cardinale Ferdinando de' Medici, s'indusse a ribenedirlo, ma

però con queste parole: -- «Il cardinale de' Medici mi levò di su

le forche un uomo il quale una volta si farà impiccare;» -- le

quali parole furono una vera profezia, perchè il medesimo cardinale

de' Medici, divenuto granduca di Toscana, lo fece poi impiccare,

come si dirà. Alfonso così ribenedetto passeggiò alcuni giorni per

Roma con grand'indegnità, quanto all'universale, del pontefice; ma

stimolato esso dal suo genio inquieto, non contento di viversi così

civilmente, riprese la mala vita l'anno 1589, e raccolto buon

numero dei suoi uomini, ritornò in campagna, e ricominciò a far di

molto male, e toccando con gli suoi lo Stato fiorentino sempre

predando, e facendo dimostrazioni di nemico, più tosto che di

suddito, obbligò il granduca, allora Ferdinando già cardinale, a

spedirgli dietro il sig. Cammillo del Monte con numero cento

cavalli e mille fanti, con facultà concessagli dal pontefice di

poter seguitarlo anco dentro lo Stato della Chiesa da per tutto, e

fino a dieci miglia vicino alle porte di Roma. Così andando, il

detto sig. Cammillo lo combattè, dissipando et uccidendo la maggior

parte dei suoi; ma Alfonso con alcuni se ne scappò, e non potendo

esso ritirarsi tra i Veneziani, nè tra altri principi d'Italia,

sendo da tutti ributtato, come nemico comune, e pubblico guastatore

di strade, e non essendo abile di resistere a tanta forza, ridotto

con due soli compagni, si trasferì in abito di pecoraio, e capitò

in casa di un contadino tra la Romagna e lo Stato di Firenze; ma

ivi riconosciuto, fu data notizia del suo arrivo a chi guidava la

gente di S. A., ove subito fu spedito con buona squadra di soldati

da' quali si lasciò vilmente far prigione, e condotto a Firenze fu

tenuto alcuni giorni in prigione; et esaminato più volte, benché

senza tormenti, confessò tutto quello che attestava la pubblica

fama, onde la sera del 15 marzo 1590 a ore otto fu condotto in

cappella, e dal bargello annunziatogli la morte; del che non

s'alterò, come quello che molto ben sapeva di meritarla, e non

messo manette nè ceppi ai piedi, com'è solito, ma lasciatolo

sedere, e stare con suo comodo; e così approssimandosi l'ora

dell'esecuzione, mostrò una gran viltà; e come cristiano si

confessò e si comunicò, senza farsi sopra di ciò pregare; ma non

diede però quell'indizio di salute che si desiderava, poichè non

mostrò segno di vero pentimento, come si vede negli altri, e che in

lui bisognava perchè era pubblica voce, e forse confermata da lui

medesimo nel suo esame, che per opera sua gli uomini che erano

periti erano più di 300, et una infinità di roba rubata, case e

campagne arse, e guastate. Fu impiccato al ferro la mattina del 16

del detto mese di marzo 1590, circa l'ore 13, ove stette fino alle

22 ore, e doppo fu levato dalla compagnia.... e condotto nel

tempio, ivi fu sepolto. Un suo castello ch'era vicino ad Ancona, di

rendita migliaia di scudi, andò in potere della Chiesa, et altri

suoi beni nello Stato di Siena, che erano assai, andorno al fisco

del granduca con ogni resto del suo avere, del che s'andò

alimentando et educando una sua figlia pargoletta rimasta sola, che

di comandamento di S. A. S. fu messa nel monastero delle Murate di

Firenze.

CAPITOLO TERZO.

IL CAVALIERE LIONARDO SALVIATI.

Essendo di fortuna e d'ingegno meno che mediocre, mi sento non

dimanco avere dalla natura un bene particolare ed egregio, nel

quale io mi sento tanto superiore a molti, quanto quasi di ogni

uomo in tutte le altre cose mi conosco più basso. Questa è una

cotal mirabile inclinazione, ed una come natural conoscenza

ch'io ho nella amicizia... Io sono a questa parte quasi rapito

dallo Dio del mio ingegno.

_Salviati_, _Dialogo dell'Amicizia_.

Come i poeti immaginano una vergine mesta sopra il margine del rio

sfiorare una rosa, darne le foglie sparte in balía della corrente, e

contemplare l'onda che passa con essa, così Isabella, con la guancia

appoggiata alla mano destra, chiuse le palpebre, considerava le care

rimembranze trasportate dalla fiumana del tempo. Dove la innocenza? dove

le giovanili affezioni? dove la serena purità dell'anima? L'albero della

vita, che l'era apparso un giorno sì lieto di perpetua fronda, adesso,

oh come orribilmente brullo! E le scarse foglie rimaste crepitano aride,

e pronte a staccarsi al primo fiato che vi soffi dentro. È rimasta sola

delle figlie di Cosimo: Maria morì di diciassette anni per colpa di

amore; Lucrezia, forse pel medesimo fallo, a ventuno spariva dal mondo.

Stella d'influsso sanguinoso era stata per le donne di casa Medici

l'amore! Quel caro giovanetto don Garzia, da lei amato tanto,[11]

l'aveva abbandonata pur egli; ed ora non le riusciva pensare a lui,

senza che la immaginazione le presentasse quel sembiante di angiolo, che

vorrebbe parlare, e non può, e si sforza accennarle col capo, e i

capelli grondanti sangue gli contaminano tutta la bellissima faccia. E

questo pensiero, Dio sa se le pungeva il cuore! imperocchè la fama della

tragedia domestica fosse arrivata fino alle sue orecchie, ma la sua

anima rifuggisse inorridita nel crederla vera. Il padre Cosimo, che agli

altri figliuoli o rigido, o crudele, ella aveva provato tanto benigno,

si era dipartito non vecchio ancora dal mondo; e sebbene morendo le

avesse lasciato, come segni manifesti della sua predilezione, scudi

settemila, un palazzo, scudi tremila sul Pisano, orti ed abitazioni in

Firenze, e gioie che valevano un tesoro, tutta questa copia di beni non

giovava a procurarle persona amica, in cui sfogarsi, e da cui tôrre

consiglio. Del cardinale Ferdinando non era da farsi conto, come quello

che uscito giovanissimo di casa, e ridottosi ad abitare Roma, colà aveva

riposto il cuore e i pensieri, o se pensava alla casa, lo faceva per

orgoglio, e per istudio di maestà, verso la quale si mostrava

propensissimo per modo, che in processo di tempo, assunto al trono della

Toscana, prese per insegna il re delle api col motto: _majestate

tantum_. E per di più, ella aveva motivo di reputarselo poco amorevole,

avendo nei tempi passati favoriti piuttosto che ripresi gli amori di don

Francesco con la Bianca; ma si accorgendo poi come cotesta passione

mettesse radici profonde, e tali da partorire disordini, aveva tentato

riparare al mal fatto, attraversandola con tutto il suo potere; la quale

cosa, siccome valse a concitarle contra il rancore cupo di don Francesco

e la vendetta della Bianca, non fu efficace del pari a riacquistarle

l'amore del cardinale Ferdinando, e molto meno quello della regina

Giovanna sua cognata; Giovanna, piissima donna, ma pure donna, e

umiliata nelle più dolci affezioni di consorte, di madre, e nella

dignità dell'alto lignaggio, vedendo preposta a lei figlia d'imperatore,

e regina nata di Ungheria e di Boemia, una avventuriera Veneziana. E

quella angoscia, che del continuo le cruciava l'anima e le guastava la

salute, la rese all'ultimo desiderosa di vendetta per modo, che una sera

passando sul ponte a Santa Trinita, s'incontrò nella Bianca, e fatta

fermare la carrozza, ordinò agli staffieri la prendessero e la

gettassero in Arno; e se non era il conte Eliodoro Bastigli, uomo

veramente dabbene, che le facesse considerare quanto sconvenisse cotesto

atto a regina e a cristiana, aggiungendo che se ne rimettesse a Dio, e

gli offerisse le tribolazioni in isconto dei peccati, cotesto era

l'ultimo giorno della Bianca;[12] imperciocchè gli staffieri, non la

guardando tanto pel sottile, già si muovevano per metterle addosso le

mani. Però non tanto poteva vincere sè stessa la povera donna, che non

aborrisse mortalmente chiunque avesse contribuito ad alienarle il cuore

del suo consorte; e tra questi parendole, e non a torto, che

primeggiasse Isabella, per questa cosa, e per essere d'indole, di

voglie, di esercizj, e di studii non solo diversa, ma contraria, non

v'era male che non le desiderasse; e comecchè se ne pentisse poi e se ne

confessasse, nonostante, prevalendo la inferma natura umana, tornava a

odiarla più ardentemente di prima. Di don Pietro, rotto ad ogni più

vituperevole atto, immemore non pure della dignità principesca, ma

perfino dello essere dell'uomo, non era da parlarne nemmeno. Ahimè! in

tanta angustia si trovava sola: nessuno poteva sovvenirla di consiglio e

di aita; in quel momento volgeva tra sè pensieri pieni di amarezza; di

quei pensieri che lasciano traccia con una ruga sopra la fronte, e nel

cuore tal piaga, che Dio solo può sanare, e la morte far porre in oblio.

Lelio, schiusa la porta della sala, annunziava:

-- "Il molto magnifico cavaliere Lionardo Salviati domanda salutarvi,

signora."

-- "Lionardo Salviati!" ella esclamò: e stata alquanto sopra di sè,

soggiunse: "per certo, Dio me lo manda."

E Lionardo venne introdotto con le debite cerimonie.

Non vi è che dire: -- l'arte vorrebbe ch'io facessi parlare subito

questi due personaggi, e m'ingegnassi inventare un dialogo vivo,

gagliardo, e vibrato bene, onde non venisse meno il calore della

narrativa; tutto quello che nei racconti o nei drammi impedisce che

l'azione proceda spacciatamente al suo fine, vuolsi riprendere come

errore: le diverse parti hanno da cospirare allo scioglimento a modo di

altrettante linee rette, le quali, come sappiamo, compongono il

passaggio più breve da un punto all'altro. E a coloro che avessero

potuto dimenticarlo lo ricordava quel dabbene Guizot allora quando

ambasciatore a Londra non volle che sopra le sue argenterie s'incidesse

altra arme tranne una linea retta col motto «_linea recta brevissima_;»

onde ebbe nome di Catone francese, e a Parigi ne fecero le luminarie e i

falò: -- non vi pare egli che si acquisti a buon mercato in Francia il

titolo di Catone? -- Io per me non posso ripetere altro che questo, che

chi tale si avvisa ha ragione, ma che io non posso astenermi dal

commettere il peccato. Quante volte non succede anche a voi, gentili mie

leggitrici, di vedere il bene, ed appigliarvi al peggio! E poi io

comincio a invecchiare, ed i vecchi nestoreggiano: di più, allorquando

consentiva il mio ingegno a esporre queste ed altre vicende per via di

racconto drammatico, io disegnai, dietro la scorta di simile

accorgimento, fare conoscere quante maggiori cose per me si potesse

relative alle persone e ai tempi sopra le quali e sopra i quali

verserebbe il mio racconto. Infatti, io non dico a tutte, ma alla più

parte di voi, amabili mie leggitrici, chi darebbe simili notizie ov'io

non fossi? Ora che siamo qui in famiglia, confessate se voi avreste mai

tempo e pazienza di attingerle dai tomi in-foglio o in-quarto, donde io

l'estrassi! volumi pesanti e tarlati, che contaminerebbero la lindura

dei vostri candidissimi guanti con una traccia di polvere punto meno

orrenda a vedersi del sangue sparso sopra il fianco di Adone. Lasciatemi

dunque favellare a mio talento; siate un poco amiche a me, che mi

professo tutto vostro, e che quanto più posso, _con le ginocchia della

mente inchine_, vi onoro. Forse potrebbe darsi che io non

v'infastidissi: dove però andassi errato, il rimedio sta in facoltà

vostra: voi potete fare in quel modo, che in caso simile consigliava

messere Lodovico Ariosto:

Passi chi vuol tre carte o quattro, senza

Leggerne verso....

che non per questo rimarrà mozza la storia, o procederà meno chiara.

Chi era pertanto, e donde veniva questo magnifico messer Lionardo

Salviati?

Messer Lionardo nacque da Giovanbatista di Lionardo Salviati e da

Ginevra di Carlo di Antonio Corbinelli. La sua famiglia spesso fu nemica

dei Medici. Il cardinale Salviati congiurò co' Pazzi per distruggerli

fino dalle radici, andò fallito il disegno, e così com'era in roccetto,

lo appiccarono alle finestre del Palazzo della Signoria. Questo

accidente non guastò punto la buona amicizia, e molto meno la buona

parentela delle famiglie; ed un Salviati fu genero del Magnifico

Lorenzo, cognato di papa Leone Decimo, ed avo del granduca Cosimo, nato

da Maria d'Iacopo Salviati, per modo che Lionardo poteva considerarsi

parente d'Isabella. Lionardo (sebbene questo non si avesse a dire in

quel tempo, ma che può bene palesarsi adesso) contava appena due anni

più d'Isabella, ed erano stati educati insieme; sicchè questi le aveva

portato e portava svisceratissimo affetto, non altramente che sorella o

altra persona più congiunta per sangue si fosse. Dotato di temperatura

gentile, e di complessione dilicata,[13] poco si trovò acconcio ai

violenti esercizj cavallereschi del tempo, e si dette intero agli studii

delle lettere e della filosofia. Era pallido in volto, con barba scarsa,

ed in sembiante mesto; di lena fu debole, e nonostante ebbe voce assai

gagliarda, pronunzia chiara e soave da guadagnarsi l'attenzione; e

rendendosi nel discorso più simile a pregante che a comandante, a sua

voglia delle orecchie e dello animo s'insignoriva di chiunque favellare

lo ascoltava. Il granduca Cosimo nel 1569 lo aveva insignito della

dignità di cavaliere di Santo Stefano, ed egli, poco uso a vedere delle

cose oltre la scorza, portava la croce rossa devotamente sopra il petto,

persuaso che non avesse avuto altro scopo, tranne quello di liberare il

sepolcro di Cristo dalle mani dei cani (chè in quei tempi così per vezzo

appellavano i Turchi, i quali a posta loro ci pagavano a misura di

carboni). Lionardo, nato quando i destini della repubblica erano

sepolti, nudrito in corte, parente del principe, e ben veduto da lui,

non avendo mai accolte nell'animo le parole ardenti dei libertini, di

cui parte ramingava in miserabile esilio, parte aveva spento o la morte

naturale, o la scure giuridica, o il pugnale dello assassino; anzi

avendo sentito fino dalla infanzia vituperarli come facinorosi

susurratori per pescare nel torbido, e nemici infestissimi di Firenze,

aveva preso a considerare davvero Cosimo I liberatore della patria,

tutela fidatissima e sostegno della salute di quella, personaggio

insomma di alto affare, da preporre piuttosto agli antichi che da

paragonare ai moderni. Aggiungi, che la sua vanità di scrittore rimase

pienamente soddisfatta da Cosimo, il quale «pareva bene che amasse i

virtuosi, e ne faceva segno alcuna volta piuttosto colle parole che coi

fatti; conciossiachè essendovene pure alcuni, nessuno ne fu da lui

aiutato, onorato e sollevato, se non leggermente.»[14] E di vero, quando

Lionardo ebbi recitata la orazione in lode della sua incoronazione,

senza far bocca da ridere gli disse: «che tra le altre cose per le quali

teneva cara la dignità ricevuta, era questa così degna e così alta

orazione che ne succedette:»[15] come se Cosimo, che non credeva più al

bianco che al nero, fosse uomo da starsi sopra coteste novelle; ma lo

faceva così per acquistarsi rinomanza a buon mercato, e perchè, come

dettava il proverbio fiorentino, sapeva quanto la carne di allodola[16]

vada a genio ai letterati, i quali se spesso mandano fuori vento, più

spesso ancora vengono di vento pasciuti. E certo non fu colpa di

Lionardo se Cosimo non rimase per le sue scritture famoso nella memoria

dei posteri, imperciocchè non lasciasse sfuggire occasione di levarlo a

cielo con ogni maniera di encomii.

Ma con quanto coraggio, o con quale giustizia potremmo muovere rampogna

a Lionardo Salviati, se scrittori solenni, di cui giovi ricordare

soltanto Bernardo Davanzati, nel quale il volgarizzamento di Tacito

avrebbe dovuto inspirare lo esempio se non dello ardire, almeno del

pudore, senza mutare fronte recitavano dai pergami: «la creazione di

Cosimo contenere laude divina, avendo egli acquistato il principato,

bene di tutti gli umani il più desiderabile e soprano, chiamato per

amore, modo di tutti gli altri il più santo e il più giusto; -- e per

virtù dell'animo, già conosciuta dai suoi in guisa eroica e naturale,

averlo spontaneamente fatto principe; -- Siena pel suo dolce e piacevole

imperio potere quasi dire come Temistocle, fuggitosi in Persia: Se io

non perdeva, guai a me, ch'io sarei perduta! -- avere a tutti gli

sbanditi restituito la patria e gli averi; mite, benigno, pio,

clementissimo, diligente a tenere provveduta l'annona onde il popolo non

patisse penuria di viveri, a diminuire le pubbliche gravezze

studiosissimo sempre, e così alacre cultore della giustizia, che quella

amò più di sè stesso; di cui porse manifesto segno allorquando, mentre

la guerra ardeva contro Piero Strozzi, pregò Dio che facesse vincere non

lui, ma chi avesse mente migliore, e la causa più giusta?»[17] Se

dunque, dico, da simili e da altre enormezze scrittori nè parenti nè

amici non aborrivano, male potremmo muovere rimprovero contro Lionardo,

se ignorasse o volesse ignorare le armi apparecchiate dal cardinale

Cybo, e la perfidia di Francesco Vettori, di Roberto Acciaiuoli, di

Matteo Strozzi, e del più tristo di tutti, Francesco Guicciardini, e i

terrori sparsi, e le violenze commesse; e la notte dell'8 gennaio 1537,

in cui, Cosimo presente, fu tra i mentovati di sopra, e Alessandro

Vitelli, stabilito si eleggesse Cosimo duca, e se il bisogno lo

richiedesse, vi si adoperasse la forza; e la mattina del 9, ove tra gli

urli dei soldati che gridavano: -- Viva il duca e i Medici! -- e le

minaccie del Vitelli, che giurava se i senatori non si affrettavano ad

eleggere il signore Cosimino, erano tutti morti, venne creato

_spontaneamente_ duca.

Cosimo aveva promesso al Guicciardino lasciarsi governare da lui; ma per

questa volta lo schermitore fu vinto di scherma, e, parve impossibile,

da un giovanetto di diciotto anni! Gli aveva promesso ancora di tôrre

per moglie una sua figliuola; sennonchè a lui non bastò neanche il cuore

di rammentarglielo, e morì avvilito dal disprezzo altrui, e di sè

stesso.

È ufficio dello storico (ma io sono un povero narratore di novelle),

ebbene, è ufficio di qualsivoglia onesto, riferire i bei tratti di cui

si onora questa nostra umana natura. Benedetto Varchi generosamente

racconta nel libro quindicesimo delle Storie un'azione generosa: prima

di tutto ci ammonisce come nella notte precedente alla elezione

_spontanea_ di Cosimo, in una pratica segretissima venisse concluso,

ch'ei si creasse duca _in ogni modo, quando bene bisognasse adoperare la

forza_; e poi narra di quell'ottimo Palla Rucellai, che disse

arditamente non volere più nella repubblica principi o duchi, e per

palesare fatti consuonanti alle parole, prese la fava bianca, e

mostratala a tutti la gettò nella borsa esclamando: -- "_Questa è la mia

sentenza_." -- Al Guicciardini poi e al Vettori, che di ciò lo

riprendevano, notandogli che la sua fava non valeva più che una,

rispose: -- "_Se voi avevate deliberato quello che disegnate di fare,

non occorreva chiamarmi_;" -- e rizzatosi per uscire, il cardinale Cybo

lo ritenne con astuta dolcezza, spaventandolo con la mostra delle armi

circostanti, e col pericolo che avrebbe potuto correre; ma il valentuomo

per nulla sbigottito riprese: -- "_O messere cardinale, io ho passato

sessantadue anni, sicchè poco male oggimai possono farmi_." -- Magnanimi

esempii sono questi, i quali non possono ricordarsi nè lodarsi

abbastanza; e quante volte meco stesso considero, come Benedetto Varchi

queste storie per commissione di Cosimo dettasse, a lui medesimo le

leggesse, ed egli senza dimostrare animo turbato le ascoltasse, mi è

forza concludere, che gli uomini capaci di dire la verità mi paiono

anche più rari dei principi capaci di udirla, _e le piaggerie essere più

spesso una viltà dei cortigiani che una pretensione dei governanti_.

Siena, ecco come fu lieta! Di trentamila anime che conteneva sul

principio della guerra, si trovò ridotta a dieci: tra miserie,

battaglie, e strazii da fare drizzare i capelli, e che possono, da cui

ne avesse vaghezza, riscontrarsi nel diario del Sozzini e nei racconti

del Roffia, perirono cinquantamila contadini, senza contare punto coloro

che in paesi stranieri si refugiarono. Il contado ne rimase deserto,

rovinata la cultura dei campi, le industrie distrutte, sicchè tuttavia

Siena se ne risente. E così a dire di Tacito, ove fanno solitudine

appellano pace. Scipione Ammirato, forse per coscienza, o per orrore,

volendo non tradire la verità, e per altra parte non rincrescere ai

Medici, con ordinamento dei quali scriveva, prese il partito di lasciare

una laguna alla sua storia, e parve il velo dipinto da Timante sul volto

ad Agamennone nel sacrificio d'Ifigenia. Bernardo Segni,[18]

all'opposto, nelle storie che furono pubblicate dopo la sua morte,

descrisse questa infamia di Siena concludendo: «Si arresono al duca,

avendo perduto tutto il dominio, distrutta ogni loro facoltà; e quasi la

vita di tutti gli uomini di quella patria e di quella provincia.»

Circa all'annona, dieci volte fu carestia, e tre volte strinse per modo,

che la gente si periva di fame; nè già si creda in piccolo numero,

perchè nella carestia del 1554, tra la città e il dominio, morissero

meglio di sessantamila persone:[19] nel 1549 il grano costò lire

ventisette al sacco, nel 1551 lire trentadue; nel 1554 lire trentasei e

soldi sedici; e nel 1556 lire quarantadue e soldi dodici.[20]

Se mite ei fosse e clemente, ne fanno fede certi estratti di memorie

manoscritte delle Librerie Magliabechiana e Riccardiana,[21] dai quali

ricaviamo, centotrenta e più dei principali cittadini di Firenze nel

breve giro di pochi anni dichiarati ribelli: quanti capitavano nelle

mani, impiccati o decapitati; qualcheduno mandato alle Stinche, a

beneplacito, o in galea; parecchi assassinati; a tutti levata la roba, e

fino alle donne la dote. Nella più parte dei memoriali in cui veniva

supplicato per la vita di qualche ribelle, Cosimo di mano propria

scriveva brevemente: _s'impicchi_.[22] In qualche luogo ho letto, che

degli assassini stipendiati ne tenesse fino a mille; nè già tutti uomini

plebei, ma in parte costituiti in dignità: e poi faceva anche da sè,

avvegnachè, lasciando da parte il figlio don Garzia, nessuno storiografo

nega che di propria mano trucidasse Sforza Almeni perugino, «lasciando

però,» aggiunge Aldo Manuzio, «che i beni di lui andassero agli eredi,

ed adempiendo alle volontà del trafitto espresse in certa carta che gli

fu rinvenuta nelle tasche.» Non vi pare egli questo un tratto di

benignissimo principe?... Della preghiera fatta a Dio nella guerra dello

Strozzi perchè desse vittoria alla causa più giusta, possono

somministrare buono argomento di verità, e la commissione del vescovo di

Cortona mandato in Francia sotto pretesto di complire la regina, ma in

sostanza per corrompere i famigli di Piero Strozzi onde gli propinassero

il veleno recato seco entro un'ampolla, per cui gli venne nome di

vescovo dell'Ampollina,[23] e la lettera scritta al capitano Giovanni

Orandini conservata nello Annale XII della Colombaria, nella quale

leggiamo queste parole intorno all'ordine di assassinare lo Strozzi:

«Onde per qualche modo andando a Siena, per via di una archibusata, o in

qualunque altro modo che migliore paresse a voi, levarci dinanzi

l'arroganza di costui; -- il che facendo, si può promettere diecimila

scudi di fermo, oltre ad acquistare la grazia nostra, e gradi, e

provvisioni.»[24] Per la quale cosa è mestieri confessare, che se molto

fidava in Dio, moltissimo confidava ancora nelle archibugiate; o

piuttosto, che se è vero che invocasse il nome di Dio, ciò facesse

perchè chi usa ingannare gli uomini arriva a tanta insania, da credere

di potere prendere a gabbo anche Dio. E per dire qualche cosa ancora

intorno alla temperanza d'imporre nuovi carichi al popolo, bastino

queste poche parole di uno storico lontano dalle cupidigie del

principato, quanto dalle enormità dei libertini: «Aggravò i cittadini e

i sudditi con inaudite gravezze, raddoppiando gli antichi tributi, e dei

nuovi aggiungendone molti; -- nel maneggiare lo imperio ha in gran parte

distrutto l'onore e la facultà della patria e di tutta la Toscana.»[25]

Isabella Orsini, duchessa di Bracciano · 第 3 / 25 段