raccontano, come il capitano Francesco degli Antinori dovendo portare a
Eleonora di Toledo, moglie di Piero dei Medici, una lettera amatoria del
cavaliere Antonio suo fratello, per cagione di cotesto amore confinato a
Portoferrajo, aspettato il destro che don Piero uscisse con la sua
comitiva, salisse subito in Palazzo-Vecchio, recandosi alle stanze di
donna Eleonora, la quale allora abitava quelle dipinte che riescono
sopra la Piazza del grano, e subito chiedesse udienza al portiere: ma
questi aveva ordine assoluto di non lasciare passare anima al mondo,
però che la signora si acconciasse la testa. Il capitano instava
trattarsi di cosa importantissima: non badasse a cotesto ordine; gli
concedesse passare, o almeno andasse ad avvisarne la signora. Il
portiere, nato ed educato in Inspruck, non volle intendere ragione; la
signora aveva ordinato che per lo spazio di un'ora non consentisse lo
ingresso a persona, e finchè tutti i sessanta minuti non erano scorsi,
nessuno doveva passare: e non ci era rimedio. Il capitano prese a
passeggiare su e giù per l'anticamera sbuffando; e venutogli presto a
fastidio quell'oscillare a modo di pendolo da orologio, vide che anche
il mansueto Caccini stava aspettando udienza: mutate seco lui alcune
parole di cortesia, e sembrandogli tutto dolcezza, e per di più
svisceratissimo della signora Eleonora, cui egli con aria di compunzione
e con le lacrime agli occhi chiamava la sua adorata e virtuosa padrona,
gli dette incautamente la lettera, raccomandandogli che per quanto amore
portava a Dio, guardasse bene di non consegnarla altrui, se non se
proprio nelle mani di donna Eleonora. Il musico, appena il capitano ebbe
voltato le spalle, si nascose nel vuoto di una finestra dietro la tenda,
e aperta la lettera perfidiosamente, conobbe quello di cui correva
generale il sospetto, cioè gli amori del cavaliere con la principessa;
laonde, nella speranza della buona mancia, ne andò difilato al granduca,
ove domandato prima umile perdono dello avere aperta la lettera,
scusandosi col dire che a ciò lo aveva condotto lo infinito amore che
portava alla dignità del graziosissimo e serenissimo suo signore e
padrone, gliela ripose in mano. Il granduca leggendo si mutò in volto;
ma, terminata che l'ebbe, con apparente pacatezza la ripiegò a bello
agio, e dopo aversela messa nel seno, a voce cupa, com'era il suo
costume, così è fama che gli favellasse in brevi parole: -- "Musico, qui
vedo quattro colpevoli: il cavaliere Antinori che scrisse, il capitano
Antinori che portò, Eleonora che doveva ricevere, e te che apristi la
lettera: va; ognuno avrà mercede secondo i meriti."
Isabella per eccellenza di naturale singolarissima femmina, e dai casi
ardui della vita resa mesta, non diffidente, di subito soggiunse:
-- "Chiunque mi vuol bene, ha da smettere questi mali umori senza
ragione: a mio parere, sono disonesti ed ingiusti, e per lo più palesano
indole inchinevole alla tristizia. Tutti abbiamo diritto di essere
giudicati a seconda delle opere: tu fa, Lelio mio, di avere sempre
migliore l'animo della mente, e ti parrà la vita meno infelice che agli
altri figliuoli di Adamo. Ora vieni, e impara la canzone di questo
valoroso Romano. Come vuoi tu che l'uomo capace di concepire così dolci
note, abbia dentro di sè un cuore malvagio?"
Vedi maniera di giudicare degli uomini!
La duchessa, recatasi in mano la carta della musica, e ordinato a Lelio
male repugnante le sedesse a lato, incominciò a indicargli dove la voce
avesse a posarsi, e come e dove scorrere distesa, o avvolgersi in
gorgheggi melodiosi; insomma tutti gli accorgimenti del musico arguto.
Ma Lelio badava assai più alle mani candidissime, che non alle note; più
che alle mani, al volto angelico che si animava al canto; e rimasto
estatico, non pure cessava dallo accompagnare la signora Isabella, ma
egli era gran fatto se durava in lui l'alito vitale. Ed Isabella gli
diceva: -- "Ma seguita." -- Ed egli, traendo a fatica un filo di voce,
continuava per tacere un momento dopo; ed Isabella di nuovo: -- "A che
ti stai?" -- E così alternavano i rimproveri e il silenzio. Lelio poi,
come lo persuadeva l'amoroso desio, accostava il suo al volto della
duchessa; onde avveniva sovente che qualcheduno degli anelli della
chioma nerissima di lei, agitati dal moto della testa, gli toccassero la
guancia: allora vedevi trepidare il fanciullo per tutte le membra,
corruscargli gli occhi di luce maravigliosa e di lacrime; le labbra
aride crisparglisi; pareva gioia, ed era dolore. E poi la guancia
(maraviglioso caso!) nel punto tocco dai capelli diventava ad un tratto
vermiglia come se vi avessero applicato una piastra candente di metallo,
e la voluttà che ne veniva al giovane paggio così lo agitava acre e
convulsa, da non la potere sopportare; ma riavutosi alquanto, tornava
alla prova, in quella guisa appunto che vediamo la farfalla condotta
dallo istinto fatale ostinarsi ad aleggiare intorno alla fiaccola che la
consuma. Così, nulla badando al tempo che fuggiva, dimorarono lungamente
i nostri personaggi; finchè la duchessa, levando a caso gli occhi, vide
starle davanti messere Troilo Orsino.
Troilo dalla pallida fronte. -- I suoi occhi sotto le ciglia nere ed
irsute sfolgoravano come quelli del milvio intenti alla preda. La destra
teneva dentro la sopra-veste di velluto nero, con la sinistra sopra il
fianco reggeva il cappello a larghe falde ornato di piume nere, immobile
così, che lo avresti creduto inanimato. Isabella senza sospetto al mondo
sostenne cotesto sguardo sinistro, e non lo badò; e con modi facili
disse
-- "Benvenuto, messere Troilo, prendete parte nelle mie contentezze:
ecco che io ho scoperto in questo dabben giovane una nuova virtù; canta
come un angiolo, ed io mi propongo coltivargliela, finchè arrivi alla
eccellenza; onde tornato a casa, sua madre ne abbia gioia, ed egli sia
la delizia delle gentildonne di Fermo."
E Troilo:
-- "Voi rinnoverete la ingiustizia di Amerigo Vespuccio, dacchè io prima
assai di voi aveva scoperto che cotesto fanciullo col debito governo
sarebbe riuscito, più che altro, musico maraviglioso."
Sentì Lelio l'acerba e disonesta puntura, e divampò per la faccia; pur
tacque.
-- "Signora duchessa," proseguiva Troilo "io ho da parlarvi di cose che
non sono senza rilievo: piacciavi concedermi ascolto. -- Paggio,
prendete; riponete nella mia stanza, e avvertite di non comparirci
davanti prima della chiamata."
-- "Salvo il vostro onore, messere Troilo, io m'intrattengo qui ai
servigi della clarissima duchessa mia signora; epperò, ove a lei non
piaccia diversamente, pregovi a tôrre in pace s'io di qui non mi
rimuovo."
Questa volta toccò a Troilo farsi rosso; e già muoveva le labbra a
qualche acerba risposta, quando Isabella interpostasi prestamente così
favellò:
-- "Lelio, obbedite a messere Troilo."
E Lelio, presa spada, guanti e cappello, inchinatosi prima in atto di
ossequio, s'incamminava lentamente verso la porta.
-- "Paggio!" gli gridò dietro l'Orsini, "fate di sostenere la mia spada
con ambedue le mani; è pesa, e potrebbe cadervi."
E Lelio, tratta di un lampo la spada dalla guaina, e la volgendo in
velocissima ruota attorno alla sua persona, con voce baldanzosa, e senza
interrompere il cammino, rispose:
-- "State di buon animo, messere Troilo; chè il cuore e la lena mi
bastano da sostenerla come conviene a gentiluomo contro a qualunque
cavaliere onorato; -- intendete, contro a qualunque cavaliere...."
E non fu sentito se aggiungesse altre parole, perchè già si era fatto
lontano.
-- "Ed ecco come," parlò dispettoso Troilo chiudendo l'uscio della sala,
"la tua biasimevole rilassatezza ti educa intorno una corona
d'insolenti."
-- "Degli insolenti non mi era anco accorta, bensì di qualche ingrato,
Troilo...."
E qui sedutosi accosto, cominciarono a favellare con parole sommesse, ma
concitate; e dagli atti e dalle sembianze era dato argomentare come non
piacevolezza, non benevolenza, o affetto altro più tenero, reggessero
cotesto colloquio, sibbene rampogne, e rancori, e paure, avendo la
Provvidenza nei suoi eterni consigli ordinato che l'uomo per delitti non
abbia ad essere lieto giammai.
Ora io voglio che i miei lettori, e meglio le mie leggitrici, conoscano
essere decorsi tre buoni anni dal giorno in cui costoro si giurarono
eternità di un affetto, che non avrebbe mai dovuto avere
incominciamento; e tre anni fanno molte eternità nelle cose di amore. --
Eternità! vedete un po' voi se sia concetto o parola che alla mente e
alle labbra dell'uomo, e più a quelle della femmina, convengano! I
contratti di amore principiano ordinariamente bilaterali, e spesso
terminano unilaterali; il meglio sta, ma è raro, nello scioglierli a
tempo fisso per consenso scambievole. I contratti di amore hanno di
particolare anche questo, che mentre nelle permute, nelle compre, nelle
locazioni, e simili, il contraente prima di obbligarsi vuole conoscere
il fatto suo circa le stime, gl'inventarii, e gli accessorii, con
diligenza consueta praticarsi da qualunque che non sia improvvido del
tutto, qui poi stipula e si obbliga col capo nel sacco, riserbandosi a
cose consumate di stimare e inventariare quanto abbisogna. E questo
giorno tristissimo dello inventario per Isabella e per Troilo era
arrivato e passato, e a questa ora chi sa quante volte lo avevano
compilato. La verità della storia però ci consiglia a manifestare come
la donna si fosse trovata in grande scapito, cosa che aveva contribuito
assai ad alienare gli animi. Infatti, in lei era ardore di arti ingenue,
e scienza, e vaghezza di scienza; ingegno pronto e felice, ed entusiasmo
grandissimo; bontà d'indole somma; sensi disposti alla compassione; modi
eletti, leggiadrie donnesche, e cortesie veramente regali. Rimane il
sentimento di amore: e che in lei mancasse potenza di amare, io non
vorrei dire perchè non sarebbe vero, ma ella stessa restava delusa
scambiando lo impeto della immaginazione per una necessità invincibile
del cuore; e siccome nulla conosciamo di più etereo della fantasia, nè
che più presto svapori, così ella si sentiva sovente non pure
maravigliata, ma atterrita di trovarsi fredda per cose o per uomini,
verso le quali ed i quali l'era parso ardere poco anzi. Avventurosa lei,
se la natura o l'arte avessero equilibrato meglio il suo cervello col
suo cuore! Maestri gravi e solenni insegnamenti non l'erano mancati; ma
se fra i precetti suasivi rigidezza, ed i precetti consiglieri di
facilità, vediamo come più amabili preferire i secondi, tra rudimenti
severi poi, e sciolti esempj, non è da domandarsi nemmeno se ottengano
preferenza questi ultimi! E nella casa paterna la circondarono esempj
pessimi; e poi, misera! punirono in lei, più di tutti innocente, colpe o
conseguenze di colpe di cui avrebbero dovuto più giustamente portare le
pene i fratelli. Infatti, le varie cronache che ho esaminate concordano
in un giudizio medesimo, espresso così da una di quelle:« -- E ciascuno
diceva, che bisognava averci rimediato prima che il principe Francesco e
gli altri suoi fratelli si servissero del mezzo suo per cavarsi le loro
voglie con le altre gentildonne della città; menandola tutta notte fuori
vestita da uomo, e pretendere poi ch'ella fosse una santa.»[9] --
Isabella pertanto possedeva, o, a meglio dire, era padroneggiata da ciò
che chiamano temperamento poetico; cuore caldo in balía d'immaginazione
ardente, o cavallo sfrenato a cavaliere furioso, condizioni piene di
eventi luttuosissimi.
E Troilo, quale era egli comparso nel dì dello inventario? Troilo dalla
pallida faccia, dalle ciglia irsute, e dall'occhio grifagno? Se
consideriamo la persona, a vero dire, pochi sarebbero occorsi cavalieri
in Italia da sostenere il paragone con lui, avvegnachè così comparisse
in ogni suo membro ottimamente composto, e nel volto formoso, che
artisti di grido lo pregarono a voler fare da modello, onde non è da
dire in quanta superbia fosse salito costui. Costumava rasi i capelli,
polite le guance, e copia di peli nerissimi sopra il labbro e sul mento:
avendo anche sentito dire, come Alessandro Magno declinasse alquanto il
capo sopra l'omero destro, egli per non essere da meno di lui, aveva
imitato quel vezzo: vestiva panni o velluti sempre neri; mesto le più
volte, e pensoso; di rado parlante; non già perchè si reputasse poco
valente favellatore, che all'opposto presumeva tanto di sè, da
degradarne Marco Tullio, ma perchè la sua natura porgeva così. E quando
discorreva poco, lasciava la gente persuasa ch'ei fosse uomo di alti
spiriti e sottile speculatore delle cose umane; ma se lasciava andarsi a
troppo lungo sermone, allora tutta si faceva manifesta la vanità
dell'animo suo, siccome avvertivano i nostri vecchi, che dal suono si
conosce la saldezza del vaso. Come poi i cieli avessero lasciato
sdrucciolare quel capo sopra coteste spalle, era tale quesito da non si
potere sciogliere così sopra due piedi: certo è, che avrebbe formato la
disperazione di quanti si avvisarono argomentare dai segni esterni le
passioni o i concetti dell'anima. Di mano era prode quanto qualunque
gentiluomo dei suoi tempi, e più feroce di tutti; negli scontri
sanguinosi fra i baroni, pei quali andavano infami le strade di Roma,
primo sempre al cimento, era ultimo nella ritirata; forte nacque, e
forte combatteva, sebbene la prodizione fosse il bello ideale delle sue
imprese, e il suo eroe prediletto quel famoso Alfonso Piccolomini,
guastatore di strade, che Ferdinando dei Medici da cardinale salvò di
sopra alle forche, e da granduca ve lo mise.[10] Ma nelle battaglie,
dove più che la ferocia giova lo ingegno, o l'una temperata dall'altro,
mostrò tanta dappochezza, da non potergli mai affidare la condotta di un
colonnello di fanti: e nei negozj non riuscì punto meglio, perchè talora
con importuno silenzio inspirò sospetto; tale altra con vaniloquio anche
più importuno, dispetto; onde ristettero da spedirlo più oltre e lo
tennero in casa come il Bucintoro, arnese dorato ed inutile che i
Veneziani mettevano fuori per la pompa delle nozze del doge con la Teti
adriatica; così le sue commissioni consisterono in congratulazioni, come
ne fanno testimonianza le tre ambascerie di Francia, dove una volta fu
mandato per rallegrarsi della vittoria riportata dal duca d'Angiò a
Moncontour contro l'ammiraglio Coligny, la seconda quando Carlo IX
condusse per moglie la secondogenita dello imperatore Massimiliano, e
finalmente la terza allorchè il duca d'Angiò, che poi fu Enrico III,
venne eletto re di Polonia. E non ostante, vanitoso com'era, non
rifiniva mai di volere fare toccare con mano alla Isabella quale e
quanto sacrificio durasse per lei non combattendo le guerre che non
avrebbe mai combattuto, e sospirando le vittorie che non avrebbe
riportato giammai. L'amore suo per Isabella fu ozio, fu impeto di sangue
giovanile, fu superbia di vincere donna venustissima di forme, e chiara
per meritata celebrità; e presto gl'increbbe, imperciocchè le forme,
comunque belle, piacciano svariate, e lo ingegno della donna, come
quello che lo umiliava, era per lui argomento piuttosto di odio che di
ammirazione. Io non affermerò che odiasse Isabella, ma soffriva
impazientemente quel laccio, e con tanta maggiore impazienza, quanto
conosceva non potere ormai liberarsene, e stringerlo irrevocabilmente
con nodo fatale: chiuso l'animo al gentile, al decoro, al retto, e al
bello, se Isabella declamava le poesie altrui o le proprie, il sonno lo
prendeva: atroce ingiuria per qualsivoglia poeta, ma per una poetessa
fuori di misura sanguinosa! La musica gli provocava la emicrania. Con
tutto questo, una gelosia fredda e spassionata lo agitava, non perchè
egli amasse Isabella, ma perchè Isabella dovesse amare lui: tutti
doveano leggere intorno al collo di lei le parole che usavano
anticamente incidere sopra il collare degli schiavi: -- Appartiene a
Troilo Orsini! -- Insomma sopraggiunsero i tempi in cui la lieve
ghirlanda di dittamo e di rose tessuta dallo amore si era convertita in
una catena grave di rimorso e di rampogna uscita dalle mani delle Furie
infernali.
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[6] Il sig. Morbio riporta nella _Storia dei Municipi Italiani_ una
parte dell'opera _de Achille Marezzo_, bolognese, maestro generale
dell'arte dell'armi, che insegna la difesa a chi inerme fosse
assaltato con daghetta, stilo o pugnale. -- _Ivi:_ -- «Opera nova
de Achille Marozzo bolognese, maestro generale dell'arte
dell'armi.» Nella seconda facciata del libro leggesi: -- «Opera
nova chiamata duello, o vero fiore dell'armi de singulari
abatimenti offensivi et difensivi, composta per Achille Marozzo
gladiatore bolognese, che tratta de' casi occorrenti ne l'arte
militare, dicendosi tutti i casi dubiosi per autoritade de
iureconsulti, et tratta de gli abatimenti di tutte l'armi, che
possano adoperare gli homini, a corpo a corpo, a piedi et a
cavallo, con le figure che dimostrano con l'armi in mano tutti gli
effetti, et guardie che possano fare o con la spada sola, o con
pugnale accompagnata, o rotella o targa, o brochiero largo, o
stretto, o imbracciatura, e così con spada da doi mani, o armi
inastate de tutte le sorte, col pro et contra, et con diverse prese
et strette de megia spada, et molti documenti a chi volesse ad
altri insegnare de combattere, o de scrimere, con infinite prese de
pugnale che legendo in questo apertamente potrai vedere a parte con
il segno del passeggiare, et le lettere che denotano el tutto, et
questo e fatto per dare lume agli homini generosi, che si dilettano
della virtù de l'armi, e ancora per quelli che vorranno ad altri
insignare, con suma diligentia corretto et stampato.» --
Trascriveremo alcuni ammaestramenti che Marozzo dava per disarmare
l'assalitore. -- «Documento sopra a molte prese de stilo, ovvero
daghetta, o pugnale, che facilmente tutte se possano fare,
accadendo, come se costuma a questi moderni tempi, che de molti
huomini si ritrovano essere offesi per non havere arme in mano ne
manco scentia. Et io vedendo de questi casi occorrere, me sono
mosso amorevolmente con l'arte mia, a scrivere queste cose, come
trovarete davante in questo libro, acciò che quelli, che se
dilettano de la militia, sieno avvertiti ad imparare tale presa,
per conservatione de la vita loro. Et notati, che dite prese che
qui serano composte in tutte l'armi, a lotta serano molto utile,
per quelli che se essercitarono in tal virtude, o vero arte.
»Hora nota che qua daremo principio alla prima presa, havendo
denotato de quanta utilitade e a sapere deffensarse dal suo
inimico, mi sono sforciato dare principio a questa prima presa de
stillo, over dagetta. Et nota, che avendo il tuo inimico una de
l'arme sopradette in mano, e necessario a guardargli sempre con
l'occhio alle mani accio che lui non te possa gabare, avenga dio
chel tuo inimico te tirasse sopra mano d'una dagetta, tu te
repararai con la mano manca pigliando il braccio tuo alla roversa,
cioe il braccio tuo dritto, et in questo medesimo pigliare, tu
geterai la tua gamba dritta de dietro a la destra del tuo inimico
trahendo in questo medesimo gettare il braccio tuo dritto al collo
allo inimico, storcendo in tale gettare la tua mano sinistra verso
la parte dritta del sopra detto, tirando le dette braccia gioso a
terra, facendo a questo modo farà lui uno capo fitto in drieto.
»Havendo el tuo nimico con l'armi sotto mano, come appertamente
dimostra la figura, fermarai l'ochio tuo al pugno sopra detto: cioe
che traendoti lui disotto insuso per amazarti de una ponta tu te
gieterai con braccio tuo manco al suo braccio dritto, voltando il
pugno tuo con le dita ingioso, et pigliarai lo stretto passando in
el pigliarlo de la tua gamba destra, mettendola de fuori da la
dritta del sopra detto tuo nimico, et in questo medesimo gettare de
gamba tu pigliarai la coscia destra con la tua mano dritta al sopra
detto, cacciandoli, in questo pigliare, la testa tua sotto il suo
braccio destro, et volterai le spalle alla roversa, et a questo
modo, tel portarai via, et getarallo in terra, et serai diffeso
galantemente, e polito.
»Volendo declarare il modo da deffensarsi da uno che te tirasse de
una dagetta per amazarti sopra mano, come in questa tertia parte si
vede, tu te reparerai trahendo la mano tua dritta al braccio destro
del tuo inimico, pigliandolo in questo tale gettare il detto
braccio per di fuori alla roversa passando in detto tempo con la
tua gamba manca alla destra del sopradetto, pigliando in tale
passare con il tuo braccio mancho la sua gamba dritta, e a questo
modo tu lo butterai per terra indrieto, e se seria risolto, et gli
darai a lui delle ferita.»
[7] Nè erano senza grave pericolo siffatti esercizj. Nelle cronache di
Tommaso Costo napoletano, che comprendono lo spazio dall'anno 1563
fino al 1586, leggiamo come in Napoli nel carnevale del 1579 Muzio
Pignattello, uno dei figliuoli del marchese vecchio di Lauro,
correndo a schiera con altri immascherati sotto le finestre della
principessa di Bisignano, che allora abitava nel palagio che fu del
principe di Salerno, dove poi fu fatta la chiesa dei gesuiti,
precipitò insieme col cavallo in cosiffatto modo, che essendo
allora ventuna ora, non visse più che insino a notte. -- E più
sotto: Onde si esercitava continuamente, e in giocar di arme, et in
saltare, et in volteggiare, et in cavalcare, et in ballare, et in
ogni altra attitudine conveniente a cavaliere torneava, e
giostrava, ed il tutto faceva con tanta felicità, che pochi in
alcune cose lo pareggiavano, ma in tutte niuno. Nel 1559, quando si
fecero in Francia le nozze della sorella del re Enrico II con
Filiberto duca di Savoia, e delle sue figlie, Claudia e Isabella,
la prima con Carlo di Lorena, la seconda con Filippo II re di
Spagna, il re correndo la lancia contro il conte di Mongomery, fu
percosso in maniera, che «la lancia del conte troncandosi nel
colpo, alzò la visiera dell'elmo del re, e nella fronte inverso
l'occhio destro ne scassò una sverza in tal guisa, con alcune altre
minori dalla parte di sotto, che il re diede vista di qua e di là
di cadere; il che veggendosi, vi corse il principe di Ferrara,
ch'era in ordine per correre il suo arringo, il duca di Guisa, ed
altri signori, e scesero il re, e tostamente disarmatolo, lo
portarono quasi di peso in palazzo, e il distesero mezzo morto
sopra il letto, e conobber tosto i medici, cavandone cinque sverze,
che la ferita era mortale. Dolevasi il re, che poichè gli conveniva
pur morire di arme, come alcuna volta da astrolagi eragli stato
predetto, non gli fosse avvenuto in guerra reale, e non in giostra
dove gli pareva perdere la vita per giuoco, e senza pro veruno, o
pregio degno di re.» (_Adriani_, _Storie_, lib. 16.)
[8] MS. della Bibliot. Reale di Parigi, N. 10, o 74, Capponi, e mio.
[9] MS. sopra citati.
[10] A dì 16 marzo, fu impiccato al Bargello Alfonso Piccolomini. Ma di
questo bandito è da parlarsi più a lungo.