III.

Chi volesse anche meglio conoscere nel Tommaseo questa maniera

singolare di concepire la passione amorosa, mistura arditissima

di pura idealità religiosa e di sentimento umano vivo, plastico e

addirittura carnale, non ha che a leggere il suo racconto in ottava

rima, intitolato: _Una serva_.

Io la credo, a costo di parere esagerato, una delle migliori poesie

narrative che siansi composte in questo secolo, in Italia, che

certamente non ne abbonda. Leggetelo, e mi saprete poi dire che cosa

diventino certe novelle di Tommaso Grossi al paragone.

Si tratta di un vescovo di Firenze, che s'innamora d'una serva. Egli la

vede tra le donne inginocchiate mentre sale processionalmente a Fiesole

per la festa delle Rogazioni. La chiama a sè e ascolta dalla sua bocca

i miseri ed umili casi della sua vita. Se ne innamora. Essa cade malata

e il vescovo non può resistere al desiderio d'accorrere al suo letto,

e dietro sua preghiera la confessa. Continuano le visite:

Un dì, mentre ch'egli esce, ella di grata

Tenerezza innocente inebrïata,

Tese la man ver lui fuori dal letto

E fuor con mezza la persona s'erse,

E le giovani braccia e il giovin petto,

Mezzo velato da' capei, scoverse...

Quasi a suon di battaglia, a quell'aspetto

Raccoglie il pio le sue virtù disperse;

E fugge: ella rimase a tese braccia,

Poi con le aperte man coprì la faccia,

E, più che di peccato, vergognosa

È di quell'atto e dentro si tormenta.

. . . . . . .

Le tenui ma commoventissime vicende di questo amore; i turbamenti, le

lotte, le tempeste che agitavano l'animo e i sensi del vescovo, il

contegno della fanciulla ignara dell'affetto per lei sorto, ma pure

vagamente preoccupata, sono descritti dal Tommaseo in modo nuovo, vero,

mirabile.

Zanobi si risolve a confessarsi a un suo prete di quel pensiero

peccaminoso; il prete lo rimanda con parole miti a un tempo e

terribili. Finalmente e' trova la forza di prendere un provvedimento

decisivo; restituire Agnese in libertà e mandarla per sempre a vivere

lontana. Viene il momento della separazione; e il dialogo e la scena

che seguono io rinunzio a descrivere, perchè mi paiono uno di quei

pezzi di poesia per i quali un riassunto, e sia pure ben fatto, è

sempre una irriverenza:

. . . . . . .

— Agnese, a tal siam noi, che non possiamo

Vivere omai sotto un medesmo tetto.

Serva vederti non poss'io che t'amo,

T'amo di forte ed inconcesso affetto:

Nè tenerti potrei, siccome io bramo,

Senza tirar su noi giusto sospetto;

Nè, che d'infame accusa il carco resti

Sulla memoria mia, tu sosterresti. —

— Questo non dovre'io farti palese

Ma nol posso celar. — Tacque, e riscosso

Quasi d'alto pensier, poscia riprese

Lente abbassando ambe le man: — Non posso! —

Duolo, pudor, pietà, facean d'Agnese

Il volto ad ora ad or pallido e rosso.

Nuovo quel dire e strano a lei parea,

Pure il cor mormorava: i' lo sapea!

. . . . . . .

Il vescovo all'ultimo momento le cinse al collo una povera croce e

accompagna il dono colle parole d'addio:

Questo ti sia memoria, le dicea,

Del mio dolore. — Ed ella: — o padre mio! —

E la man gli baciava, e soggiungea

In fra i singhiozzi: — vi consoli Iddio!

Egli e voi mi perdoni: io son la rea

Che tolsi pace a un cuor sì buono e pio. —

— Tu la rea? — sclamav'egli e le tremanti

Labbra beean le lagrime stillanti.

— Dimmi almen che per me Dio pregherai

Tutti i dì. — Tutti i dì con tutto il cuore. —

— Che ne' bisogni a me ricorrerai

Come a fratello. — Oh! mio benefattore! —

— Che, se uno sposo Iddio ti manda... — Oh mai.

Non resta in questo cor luogo all'amore. —

— L'angiol tuo ti protegga: Iddio ti dia

Ogni suo bene, Agnese... Agnese mia! —

Un altro aspetto assai notevole delle poesie del Tommaseo è lo studio

dei metri, i difficili rigori ch'egli si impone coll'uso delle rime,

e gli intendimenti arditi di novità che tratto tratto palesa. Mentre

tutti i poeti italiani del suo tempo prediligevano i facili settenari

manzoniani o i decasillabi galloppanti del Berchet o spaziavano

comodamente negli sciolti e nelle libere stanze rimesse in onore da

Leopardi, questo poeta amava la Musa «dallo stivaletto serrato.»

Nei conserti rigorosi e nei frequenti richiami delle rime (anche da

strofa a strofa) egli non rimane indietro nè ai poeti provenzali,

nè ai nostri lirici del trecento. Basta guardare, fra tante, la sua

lirica dedicata a Gino Capponi intitolata: _Le Memorie dell'uomo_; un

viticchio di difficoltà volontariamente poste e trionfalmente superate.

Anche ai metri nuovi o rinnovabili ebbe l'occhio. Nel componimento

_Voluttà e rimorsi (Elena)_ egli ci ha lasciato, parmi, il primo

esempio di esametri italiani veramente belli, perchè secondano, non

inceppano l'estro e lo significano con potenza d'armonie nuove:

Allor che 'l fremito della pugna dall'ardua torre

Ascolto, al sommo del petto il core mi balza,

E dico: ahi quanti da la ferrea destra di Marte

Per te tormenti sostengono, svergognata.

Troia di destrieri domatrice e i nobili Achei!

Per te di vedove consorti e d'orfana prole,

Fùnebre, ne' tetti, ne' templi corre ululato,

Che 'l giovane ancora genitore e il dolce marito

Veggono travolti rotolar nella polvere, e pianto

E lai versando sul petto recente ferito,

Reggono con mano la cara cervice cadente.

. . . . . . .

Con questi versi comincia il carme, ma non sono de' migliori. — Altro

verso ch'egli trattò magistralmente e dopo di lui acquistò alcuna voga

è il novenario. In un componimento intitolato: _Mane, Thekel, Phares_

egli li adopera tronchi e rimati a due a due. Il componimento è una

fantasia grandiosa e forte intorno alla storia dei popoli: e quei

molti novenari così rimati e tronchi gli danno uno strano carattere

di leggenda e par di sentirvi il cozzo fatale degli avvenimenti e il

brontolìo delle collere divine.

Ecco, per es., descritta Roma antica negli eccessi della sua

strapotenza tirannica, ebra e lasciva, punita poi dalla invasione dei

barbari:

. . . . . . .

Al fiero banchetto sedè

La fame del popolo re;

Nutrì, senza amor nè pietà,

La sua con le altrui libertà;

De' popoli bevve nell'òr

Le lagrime, il sangue, i sudor;

De' pesci la carne cibò

Che l'uom di suo sangue ingrassò:

Sull'armi sdraiossi alla fin

Briaco d'orgoglio e di vin.

Quand'ecco terribile a udir

Falangi da Borea venir,

E Roma col lungo ulular

Dal duro letargo destar,

Che indarno col ferro e con l'òr

Discacci l'avaro furor.

Qual vento che il vero soffiò,

Qual flutto che il turbo gonfiò,

S'avventano senza pietà

Su lei che difesa non ha.

La forzano i barbari re,

Forzata la pestan co' piè;

E il cranio in cui bevono è pien

Del sangue del fiacco suo sen.

. . . . . . .

L'episodio della rivoluzione francese, il vigoroso espandersi della

giovane civiltà americana, tutta materialità di lavoro e di dominio;

e quanto di babelico e di pauroso si agita nei tempi moderni, è pure

descritto in questo metro in forma efficacissima, con un tono più da

veggente antico che da poeta modernissimo. È un componimento che Victor

Hugo, credo, non isdegnerebbe.

Teste quadre · 第 23 / 41 题