Il Tommaseo fu molto e variamente inspirato a poetare da quelli,
che egli chiama «i pochi e per lo più non corrisposti amori» della
sua giovinezza. In una edizione dei suoi versi fatta a Napoli e che
ora non ho sott'occhio, ricordo che mi fece caso una serie di poesie
intitolate: _Ad Una: Ad un'Altra..._ e via di seguito. Nell'ultima
edizione quei titoli sono un po' cambiati e le rime d'amore miste,
quasi dissimulate con senile verecondia, ad altre d'altro argomento. Ma
per tutto il volume corre un soffio di passione amorosa, che talvolta
s'insinua fin dentro ai carmi più austeri.
Fatto è che questo asceta del secolo decimonono sentì fortemente
l'amore della donna: e nella donna tutto. Ne fanno ampia fede i suoi
versi, ov'è un originalissimo connubio d'ispirazioni ideali e sensuali,
senza che mai vi si riveli lo sforzo artificioso, come nella _Volupté_
del Sainte-Beuve, ma uscenti quasi d'un solo getto dall'anima sua.
Nè i versi soli fanno fede. Chi non rammenta certi tocchi audaci
alquanto nella sua descrizione del _Sacco di Lucca_, e più ancora
certe pagine descrittive nel racconto _Fede e Bellezza_? Adesso che le
ragazze leggono Emilio Zola, quelle pagine parranno fredde e fors'anche
troppo castigate; ma allora quando il romanzo fu letto si levarono
grida di stupore e d'indignazione. Alcuni amici del Tommaseo (che
già a più riprese s'era guadagnato il titolo di scrittore _pio_) non
sapevano rinvenire dalla sorpresa. E in un giornale di Torino usciva
una critica del romanzo in cima alla quale era posto nientemeno che il
motto giovenalesco: _quis feret istas luxuriae sordes?_... Dal motto
ognuno può indovinare il tenore dell'articolo.
Eppure nell'animo del Tommaseo trovavano modo di comporsi
amichevolmente, per esempio, la scena in camera tra Maria e il principe
russo e la religiosità e l'unzione devota di tutto il racconto. Ed io
non ci trovo proprio nulla a ridire. Questo povero tema della moralità
dell'arte, oggi con tanto uggiosa insistenza bistrattato, nove volte
su dieci, vien frainteso perchè, nei casi concreti, si trascura di
risalire, con verace umanità di criterio alla ricerca delle ragioni
intenzionali dell'artista, giudicando da quelle non solo l'opera, ma
l'uso a cui vien destinata.
«_Omnia munda mundis!_» rispondeva fra Cristoforo a quel frate
portinaio, che gli voleva mettere degli scrupoli per il capo: e gira
e rigira bisognerà risolvere la questione così, senza intolleranze e
senza sofismi.
Questo delicato profumo erotico vapora qua e là assai frequente in
mezzo ai versi. Il poeta vuol collocare in alto, molto in alto, l'amore
della donna:
Dammi l'anima tua. Queste beate
Splendide forme che gentil passaggio
Fan d'una in altra, come all'aura estiva
Biancheggiando ricresce onda sovr'onda,
Sono intoppo a' miei sgardi. E non _la forte
Voluttà che, com'angue, in mezzo al verde
D'ogni parte di te guizza e si snoda_,
Nè 'l crin, largo sugli omeri scorrente,
Nè 'l _fremer della vita che s'affretta
Per vanire in un bacio o in un amplesso_,
Cerco misera in te . . . . . .
. . . . . . . Povera ignuda,
Dammi l'anima tua!...
Questi sciolti e quelli, che seguono sono, a mio giudizio, dei più
belli ch'io m'abbia letti mai: e rivelano il sentimento d'un uomo per
il quale l'ascensione dal reale all'ideale non era un mero concetto
retorico, ma una realtà fortemente sperimentata ne' suoi due termini.
Le altezze serene a cui egli vuole slanciarsi non gli saranno forse
contese: ma intanto egli sente ancora tutti i fremiti della vita
terrena; e nell'atto di sdegnarli e d'abbandonarli se li raffigura
con sì calda evidenza di colori, ch'io temo la loro memoria tentatrice
non l'abbia mai a lasciare compiutamente libero. E non solo dei moti
umani del suo cuore egli si ricorda: vuole anche dalla donna, che deve
assurgere con lui alle sublimità dell'amore ideale, un abbandono di
confidenze per lo meno pericoloso:
E ancor sei bella. Ancor nel tuo segreto
Siede il dolor ch'è di virtù consorte:
E d'altre gioie i memori desiri,
E l'angel del rimorso e dell'amore
Parlan là dentro. _Oh! le presenti noie_
_Dimmi e i deliri andati_: ad uno ad uno
Contami i passi della larga via...
. . . . . . Il cuore arcano
Aprimi e _al tocco della man pietosa_
_Risponderan le viscere profonde_
_D'amarissima colpa inebbrïate_.
Qui vengono a mente alcuni versetti del _Cantico dei cantici_; e
si rimane un poco in dubbio se questo sia misticismo impepato di
sensualità o sensualità pura e semplice giulebbata di misticismo...