Da ultimo noterò come in questo grosso volume di liriche non possa non
destare ammirazione (in mezzo ai difetti del tempo, dello scrittore e
dell'uomo) la stragrande varietà di argomenti dai quali il poeta ha
saputo attingere ispirazione. Non vi è tasto nella immensa armonia
delle cose, ch'egli non abbia toccato, traendone suoni quasi sempre
originali: l'amore in tutte le sue forme più nobili e commoventi;
la religione ne' suoi misteri di gioia e di terrore e perfino nelle
pratiche sue più minute e più bigotte; il patriottismo, dall'inno a Dio
Sabahot all'inno per la guardia civica; la natura infine con tutti gli
aspetti, gli elementi, i fenomeni suoi grandi e piccoli.
Il Tommaseo era un ingegno mobile, inquieto, cercatore e, in mezzo alla
sottomissione della fede, audacissimo. — All'arte egli non riconosceva
limiti prescritti se non dalla stessa legittima potenza dello spirito
inventore. — Questa inquietudine di ricerche è continua in tutti i suoi
scritti d'arte, e dà al suo discorso e alle sue idee un ondeggiamento
vago, singolarissimo. È acuto spesso e peregrino nelle minuzie;
talvolta impedito da scrupoli e pedanterie quando parrebbe sul punto di
liberarsi a grandi voli.
Ma l'animo aveva sempre al grande e al nuovo. E gli passavano per la
mente delle strane visioni che allargavano a un tratto smisuratamente
l'usuale campo dell'arte, testimonianza non dubbia che era in lui un
estro originale e potente, da circostanze peculiari condannato spesso
ad una dormiveglia penosa. — Un giorno a Venezia, persuaso di esser
vicinissimo a morte, scriveva al Capponi dando conto di certi suoi
manoscritti:
... «Seguono alcuni studi grammaticali; un discorso sul ritmo latente
della lingua italiana, e sulla potenza del numero: una proposta di
riforma ortografica, che designando con picciol segno la _c_, la _g_,
la _s_, la _z_ dolcemente pronunziate, dalle altre, renderebbe inutile
tutti gli acca e molti i: farebbe il leggere più agevole, più spedito
lo scrivere. E perchè i sogni confondono le grandi alle piccole cose,
sognavo una visione intitolata _gli Spiriti_, dove rappresentare varii
ordini d'intelligenze superiori all'umana, che si servono de' mondi,
come l'uomo si serve delle sue dita, e con quelli operano nello spazio
immenso, secondo i disegni di Dio. A quest'ultimo lavoro la scienza
umana è ancora immatura: ma le scoperte astronomiche dall'un lato,
e dall'altro lo studio sulle tradizioni orientali, su certe parole
della Bibbia incomensurabilmente profonde, potrebbero farne scusabile
l'ardimento. Ma quando io avessi ancora vent'anni chi sa se di tanti
sogni potrei degnamente avverarne pur uno? Sento l'ingegno e l'animo
venir meno: la mia ignoranza l'imperizia, l'indegnità mi spaventano.
Meglio morire.»
Singolare mescolanza di grammatico e di poeta, conservata financo nelle
preoccupazioni supreme della vita.
Bisogna convenirne: questi neo-romantici avevano un vastissimo
orizzonte tutto popolato di ideali, che (da parte adesso la questione
del loro valore filosofico) somministravano una molto più numerosa e
svariata materia d'arte, che noi non abbiamo. A noi quell'orizzonte
si va sempre più rinchiudendo e ogni anno che passa togliamo una corda
alla nostra vecchia cetra.
Quali corde sapemmo noi sostituire? A momenti la lirica vera è ridotta
al paesaggio, popolato di qualche monologo sentimentale o filosofico.
Io temo forte che il Carducci abbia parlato da profeta vero, facendo
paurosi vaticini sull'avvenire della lirica...