IV.

Da ultimo noterò come in questo grosso volume di liriche non possa non

destare ammirazione (in mezzo ai difetti del tempo, dello scrittore e

dell'uomo) la stragrande varietà di argomenti dai quali il poeta ha

saputo attingere ispirazione. Non vi è tasto nella immensa armonia

delle cose, ch'egli non abbia toccato, traendone suoni quasi sempre

originali: l'amore in tutte le sue forme più nobili e commoventi;

la religione ne' suoi misteri di gioia e di terrore e perfino nelle

pratiche sue più minute e più bigotte; il patriottismo, dall'inno a Dio

Sabahot all'inno per la guardia civica; la natura infine con tutti gli

aspetti, gli elementi, i fenomeni suoi grandi e piccoli.

Il Tommaseo era un ingegno mobile, inquieto, cercatore e, in mezzo alla

sottomissione della fede, audacissimo. — All'arte egli non riconosceva

limiti prescritti se non dalla stessa legittima potenza dello spirito

inventore. — Questa inquietudine di ricerche è continua in tutti i suoi

scritti d'arte, e dà al suo discorso e alle sue idee un ondeggiamento

vago, singolarissimo. È acuto spesso e peregrino nelle minuzie;

talvolta impedito da scrupoli e pedanterie quando parrebbe sul punto di

liberarsi a grandi voli.

Ma l'animo aveva sempre al grande e al nuovo. E gli passavano per la

mente delle strane visioni che allargavano a un tratto smisuratamente

l'usuale campo dell'arte, testimonianza non dubbia che era in lui un

estro originale e potente, da circostanze peculiari condannato spesso

ad una dormiveglia penosa. — Un giorno a Venezia, persuaso di esser

vicinissimo a morte, scriveva al Capponi dando conto di certi suoi

manoscritti:

... «Seguono alcuni studi grammaticali; un discorso sul ritmo latente

della lingua italiana, e sulla potenza del numero: una proposta di

riforma ortografica, che designando con picciol segno la _c_, la _g_,

la _s_, la _z_ dolcemente pronunziate, dalle altre, renderebbe inutile

tutti gli acca e molti i: farebbe il leggere più agevole, più spedito

lo scrivere. E perchè i sogni confondono le grandi alle piccole cose,

sognavo una visione intitolata _gli Spiriti_, dove rappresentare varii

ordini d'intelligenze superiori all'umana, che si servono de' mondi,

come l'uomo si serve delle sue dita, e con quelli operano nello spazio

immenso, secondo i disegni di Dio. A quest'ultimo lavoro la scienza

umana è ancora immatura: ma le scoperte astronomiche dall'un lato,

e dall'altro lo studio sulle tradizioni orientali, su certe parole

della Bibbia incomensurabilmente profonde, potrebbero farne scusabile

l'ardimento. Ma quando io avessi ancora vent'anni chi sa se di tanti

sogni potrei degnamente avverarne pur uno? Sento l'ingegno e l'animo

venir meno: la mia ignoranza l'imperizia, l'indegnità mi spaventano.

Meglio morire.»

Singolare mescolanza di grammatico e di poeta, conservata financo nelle

preoccupazioni supreme della vita.

Bisogna convenirne: questi neo-romantici avevano un vastissimo

orizzonte tutto popolato di ideali, che (da parte adesso la questione

del loro valore filosofico) somministravano una molto più numerosa e

svariata materia d'arte, che noi non abbiamo. A noi quell'orizzonte

si va sempre più rinchiudendo e ogni anno che passa togliamo una corda

alla nostra vecchia cetra.

Quali corde sapemmo noi sostituire? A momenti la lirica vera è ridotta

al paesaggio, popolato di qualche monologo sentimentale o filosofico.

Io temo forte che il Carducci abbia parlato da profeta vero, facendo

paurosi vaticini sull'avvenire della lirica...

Teste quadre · 第 24 / 41 题