III.

Non si può parlare delle poesie di Carducci senza toccare il tasto

delle imitazioni, e anch'io l'ho già toccato di volo più sopra. Ora

credo bene spendervi qualche parola di proposito. — A sentire alcuni,

Carducci è per tre quarti un'abile e sapiente ricompositore di materia

poetica somministratagli da altri. Da prima tutto volto ai classici

greci e latini; poi eccolo in ginocchi dinanzi ai moderni poeti

stranieri, specialmente Enrico Heine e Vittor Hugo. Per poco non gli

mettono in bocca le parole della sua Italia che va in Campidoglio:

Scuoto la polve d'una adorazione

Per cominciarne un'altra.

Costoro dovrebbero allora spiegarne anzi tutto per che strana e

bizzarra incantagione la figura d'Enotrio Romano abbia potuto invadere

così fieramente e trionfalmente nell'arringo pubblico ed occupare di

là a quel modo la critica italiana ed estera; essendo ormai provato

abbastanza che gli artisti in cui prevalga solo il magistero della

imitazione poca fama levano di sè e passano senza gran rumore di lodi

e di censure.

Per me ho sempre pensato che delle qualità artistiche di Carducci

quella, che prevale non sia veramente l'invenzione. Anzi, se il suo

ingegno poetico si potesse ridurre a parti proporzionali come un

composto chimico, mi par di vedere che l'invenzione sarebbe segnata

con un numero piuttosto basso e con un numero alto la finezza del

gusto, l'impeto del sentimento, la profonda maestrìa nel maneggiare

e signoreggiare la forma, nell'atteggiare il metro all'indole del

soggetto etc. — Penso ancora che chi voglia veramente scendere alla

«prima radice» delle ispirazioni e dei _trovati_ carducciani scoprirà

il più delle volte che la mossa originaria viene dal di fuori;

qualità del resto che egli ha in comune con tutti i poeti italiani

del nostro secolo, Manzoni e Leopardi appena eccettuati. — Però vuolsi

considerare nello stesso tempo, che mentre è così facile vedere a prima

giunta le frequenti imitazioni del poeta (ed egli stesso si compiace

di _conferire_ alla erudizione dei critici, mettendo in mostra gli

originali da cui ha tolto), pochi poeti moderni io potrei citare che

meglio di lui si riconoscano subito a poche strofe. Questo poi va

parimenti detto delle ultime sue composizioni e delle prime, quando

egli non ambiva d'essere altro che «lo scudiero dei classici.» Ho sotto

gli occhi un suo sonetto segnato fra le _Juvenilia_ nel libro III col

numero VIII, il quale, oltre che ricorda molto nella disposizione

intrecciata dei versi i sonetti del Casa, è intessuto tutto con

pensieri di Foscolo, di Parini e di Petrarca che ricorrono alla memoria

subito, anche a chi non abbia grande erudizione di quei poeti. Eppure

io ho per certissimo che, anche confuso entro una raccolta di versi

e senza nome di autore, quel sonetto farebbe subito esclamare: ecco

Carducci! — o che almeno lo si reputerebbe opera d'uno de' suoi abili

imitatori.

Onde gli viene questo suggello individuale così rilevato e

riconoscibile? Osservate ancora. Quanto studio non pongono i traduttori

a rendere fedelmente tutte le qualità dello stile dei loro poeti!

Ciò nondimeno io vorrei mi diceste qual è quella poesia tradotta che

farebbe subito correr la mente all'originale, se alcune particolarità

accidentali ed estrinseche non lo aiutassero. Le versioni d'Orazio,

per citare un esempio, di Giovanni Marchetti, che a mio vedere sono

le meglio riuscite, somigliano, sempre per lo stile, a tutte le

composizioni originali del poeta sinigalliese e, in particolar modo,

alle altre sue versioni d'Anacreonte. — Per converso vediamo Carducci,

datosi per più anni tutto alle imitazioni per modo che direste non

desideri esso di meglio che tuffarsi e perdersi nell'onda de' suoi

adorati classici, come un buddista nel _Nirvana_, lo vediamo, dico,

conservare viva e parlante, quasi suo malgrado, la propria fisonomia

di scrittore e di poeta. È dunque mestieri, io ne concludo, che questa

fisonomia sia ben sua e ben scolpita e, per intima forza di organismo,

ribelle ad ogni alterazione; proprio come certi tipi di famiglia

e di razza, che nè il tempo nè il clima nè altre vicende valgono a

trasfigurare.

E così si capisce ancora che, con una naturale compagine così salda

e resistente, egli non avesse a temer nulla da innesti e connubi e

discipline mortificanti. Fu dunque scudiero dei classici, fece per

loro la veglia dell'armi e da loro fu battuto cavaliere, ma rimase

uomo libero e libero poeta. Il dissidio dell'ideale antico colla vita

moderna, vista attraverso il fantasma radioso dell'arte classica

e ripercosso potentemente nel suo animo, gli suscitò ispirazioni

gagliarde e originali; e già dalle cime di San Miniato al Tedesco

calava giù e si spargeva tacitamente per tutta Toscana più d'una strofe

in cui, di sotto alle memorie greche e romane, bolliva lo sdegno delle

bassezze contemporanee e il desiderio della riscossa. A Firenze, a

Pisa, a Livorno quanti giovani ripetevano fremendo le strofe di un

classico _Brindisi_ aspettante novi Idi di marzo! E come avidamente

bevevano lo sconforto sdegnoso e le speranze del poeta giovinetto

proponentesi di non scrivere più versi se non ispirati dalle pugne e

dalle vittorie della libertà!

Dopo parecchi anni trascorsi presso che silenziosi, egli fece sentire

ancora i suoi canti, ma con modi e toni insoliti. Alcuni degli

amici aggrottarono il sopracciglio e brontolarono: — Giosuè piega

all'«Apolline cimbro» e si guasta. — Altri, tacendo, aspettavano.

Egli è che pure serbando fede «al buon Virgilio e a Dante» Carducci

s'era mescolato alle grandi correnti dell'arte moderna e contemporanea

e n'era uscito come buon metallo temprato in acque nuove. Negli sdegni

e nelle ironie atroci dei _Châtiments_ di Vittor Hugo egli aveva

sentito svegliarsi dentro certa furia archilochea che sonnecchiava

in fondo al suo spirito; con Volfango Goethe aveva colte le serene

e profonde intuizioni della natura; in Byron, De Musset e gli altri

aveva partecipato i brividi e i calori morbosi della passione, già

presentiti nei tormenti di Jacopo Ortis, e tutto «l'impeto lagrimoso»

della elegia moderna. — Aveva insomma affrettato il passo, s'era

slargato e reso più libero e vario nei movimenti, ma era rimasto il

Carducci di sempre. La sua italianità o, dirò meglio, la sua toscanità

s'erano non solo mantenute, ma anche rafforzate; e correggendo quello,

che avea prima di soverchio nella industriosa ricerca delle frasi e

dei traslati, egli s'era venuto sempre più accostando e imparentando

coi nostri grandi scrittori del Trecento. Di quando in quando uno

scambietto e una bizzaria accusano troppo evidentemente la loro origine

e fanno parte per sè stessi; non entrano nell'intimo e continuo tessuto

del suo stile, ma figurano come sovrapposte che lo chiazzano qua e

là bizzarramente. Sono foglie secche e bacche salvatiche impigliatesi

ai capelli del poeta, mentre rompeva o attraversava i pruni più densi

della Foresta Nera.

E a proposito di imitazione e anche di Foresta Nera va notato un altro

fatto particolare. Più a biasimo che a lode pel Carducci è stato detto

molte volte che egli ha assaissimo derivato nel suo stile nuovo da

Enrico Heine, anzi che ha tentato di diventare addirittura una specie

di Heine italiano. Anche su questo dirò schiettamente il mio parere.

Non credo che Carducci abbia voluto emulare l'adorabile spigliatezza

e l'originalità profonda e viscerale di certe _trovate_ liriche e

satiriche del poeta tedesco. Se l'ha voluto, o non c'è riuscito, o io

non me ne sono mai accorto. Anzi parmi che le poche volte ch'egli ha

tentato d'innestare ne' suoi componimenti un vero concetto e movimento

heiniano ne sia uscita una stonatura o giù di lì; mentre poi sono

convinto che l'Heine alla sua volta avrebbe dovuto sudare di molte

camicie prima di assurgere, come il Nostro, a liriche intere, schiette

e continuate senza mischianza di zenzero cinico e satirico, senza

brusche fermate ed abili scorciatoie, per la via maestra di Parnaso.

— Pure una somiglianza tra Heine e Carducci c'è e molto notevole, ma,

più che lo stile, tocca massimamente tutta la loro azione letteraria in

Germania e in Italia. Enrico Heine rovesciò nel suo paese la così detta

scuola storica, che tentava di rifare il medio evo, rovesciò, per dirla

colla parola di Gherardo di Nerval, _l'école de fausse sensiblerie des

pöètes souèbes, école parassite, mauvaise queue de Goëthe, véritable

poesie d'album_. Carducci alla sua volta, senza alcun proposito

imitativo, ma tratto irresistibilmente dall'indole e dall'educazione

sua letteraria e filosofica, armeggiò fin da ragazzo e fece poi

impeto grande contro la letteratura storica e cattolica, che in Italia

aveva per capo il Manzoni. Heine sbaragliò a fondo i _poeti svevi e

filistei_; i nostri manzoniani certo uscirono malconci dalle scariche

in versi e in prosa del fiero assalitore italiano. Heine, e si capisce

il perchè, non osò mai alzarsi colle sue ire e co' suoi frizzi più

su del piedestallo di porfido ove la venerazione di tutta Germania ha

collocato il busto di Goethe. Carducci invece mise, è vero, un grande

intervallo tra il Manzoni e i manzoniani; ma nel menare i colpi non

fu sempre così riguardoso che qualche scheggia e qualche favilla non

salisse fino all'autore degli _Inni Sacri_ e della _Morale Cattolica_.

— E anche di questo il perchè si capisce!

Teste quadre · 第 15 / 41 题