_Le Nuove Poesie_,[16] di cui intendo massimamente discorrere, ebbero
una importanza critica e decisiva tanto nell'intimo svolgimento della
facoltà poetica dell'autore, quanto nella sua azione conquistatrice
sul gusto e sulla estimazione del pubblico. Non già che tra queste e
le precedenti sia uno stacco netto e profondo, chè anzi, a testimoniare
del nesso e della continuità in mezzo alle _Nuove Poesie_, ne ricompare
qualcuna appartenente al volume delle _Decennalia_. Ma le _Nuove
Poesie_ rappresentano come il sommo della linea nel moto ascendente,
che il poeta faceva da più anni per raggiungere una forma, che
scaturisse dalla vecchia sua, in parte diversa, in parte nuova del
tutto. So bene che chi voglia comparare, per esempio, gli epodi a
_Odoardo Corazzini_ coll'Ode pel _LXXVIII anniversario della repubblica
francese_, i sonetti intitolati _Heu pudor!_ con quelli intitolati
_Il Cesarismo_, o faccia alla spicciolata alcuni altri confronti,
non saprà certo rendersi ragione di questa sostanziale differenza,
a quella stessa guisa che il lettore nello stile dei saffici ad
_Alessandro d'Ancona_ crederà di ascoltare un'eco fedele delle odi
giovanili del Carducci. — Ma se vorrà slargare la comparazione a
tutti e due i volumi presi nel loro insieme, in mezzo a molte varietà
e somiglianze di modi e di intonazioni liriche, coglierà una specie
di nota _dominante_, che si diversifica dalle precedenti e induce
nell'animo un senso poetico originale e nuovo. E fu appunto in questa
nuova nota che il pubblico italiano sentì e capì a fondo il Carducci;
e la sua figura d'artista fino allora un po' ondeggiante e confusa si
delineò nettamente agli occhi dei lettori e dei critici; e fu inteso il
bisogno di riabbracciare tutta l'opera del poeta anche dov'era rimasta
più negletta, e a parte a parte investigarla, discuterla, giudicarla:
e questo bisogno non si fermò all'Italia, ma oltr'alpi in Germania e in
Francia trasse i critici a studiare, a dissertare, a spropositare anche
sul conto del nuovo poeta italiano così improvvisamente comparso sul
grande orizzonte della letteratura europea.
La trasformazione o, a parlare forse più esatto, l'esplicamento della
poesia carducciana potrebbe essere materia di lunga analisi, in parte
già fatta assai bene da Giuseppe Chiarini; ed è davvero un peccato che
il suo bel lavoro per ragione del tempo, in cui fu scritto abbia dovuto
fermarsi alle poesie scritte intorno al 1869[17]. — Sarebbe certamente
utile investigare per disteso e per minuto come questo esplicamento
modifichi via via la forma e il contenuto poetico nei componimenti
dell'autore, procedendo ora lento, misurato e quasi latente, ora
rapido, deciso e di sbalzo, così che a un tratto l'armonia è minacciata
e diresti che accenni a dissolversi, ma poi, superato il difficile
passo, si raccoglie e si ricompone più intima e più potente di prima.
Il Carducci discorrendo in una nota della sua ode giovanile alla
B. Giuntini dice «... mi saltò in capo di mostrare che si potea
far poesia religiosa tra pagana e cristiana e anche cristiana pura,
ma non manzoniana, e di provare infine che la fede nella forma non
c'entrava e che pur senza fede si poteano rifare le forme della fede
del beato trecento: era come una scommessa.» Più sotto chiama questo
e alcun altro suo un sacrilegio rettorico non più commesso negli anni
più serii. Ed io gli credo. Ma in un più largo e meglio consentito
esperimento poetico io credo anche che il preconcetto critico di
risolvere, poetando, una questione di gusto e di scuola abbia per
molti anni tenuta stretta compagnia alla sua Musa. Così l'artista e
il critico, lo _stilista_ e il poeta, si univano in lui a proseguire
un apostolato letterario del quale era sceso in campo paladino zelante
del pari che poderoso. Erano i begli anni in cui un gruppo di giovani
toscani amorevolmente riguardati da Nicolini e da Guerrazzi (i quali
di capestrerie e ribellioni letterarie avevano però fatta la loro
buona parte) preferiva di sottomettersi, libero, a tutti i vincoli del
vecchio classicismo, anzichè seguire le novità romantiche, non saprei
ora dire di certo se più avversate per la loro origine oltramontana o
perchè prevalevano e facevano scuola poderosa in Lombardia con a capo
il Manzoni. In questa polemica quei giovani portavano tutta la potenza
e la sincerità dell'animo, tutta la sodezza e perseveranza degli studi,
tutte le esagerazioni della scuola, del partito e quasi non dissi
della setta, in cui s'andavano ogni giorno più infervorando. Carducci
era il giovane e feroce balestriere della nova milizia; e ogni poesia
che componeva doveva essere anche un giavellotto mortale lanciato nel
campo nemico. Tutto questo lo traeva inconsciamente a forzare un poco
la nota e a far sentire nel verso e nella locuzione poetica una certa
«preoccupazione di scuola» che, a parte ora la bontà dei modelli a cui
guardava, toglievano molto e spesso alle sue poesie quella fresca e
profumata spontaneità, che suole massimamente innamorare nelle opere
degli artisti giovani.
Con ciò non intendo io certo di muovere un'aspra censura alle poesie
giovanili di Giosuè Carducci. Il cielo me ne guardi! E nè meno vorrò
condannare coloro (e sono forse più che il Carducci stesso non creda)
i quali serbano fede alla prima maniera del poeta. Ma già questo accade
e accadrà sempre per tutti gli artisti; e dinanzi alle Loggie Vaticane
vi sarà sempre chi rimpianga le tele peruginesche di Raffaello, o
scorrendo _Les Châtiments_ o _La légende des Siècles_ chi torni col
desiderio ai _Chants du Crépuscule_. — Io non solo ammiro in genere
i quattro libri delle _Juvenilia_, ma studiando certe odi e certi
sonetti di elaborata e squisitissima fattura e guardando all'anno in
cui furono composti, insieme all'ammirazione provo dentro una specie
di sgomento. Provo anche un senso d'intima soddisfazione considerando
l'austera nobiltà e la sana e civile gentilezza de' pensieri e degli
affetti, che sempre inspirano i canti del giovane poeta; e m'auguro pel
bene delle lettere e del paese che a queste doti pongano mente un po'
più spesso quei nostri giovani poeti, novellieri e critici, che amano
Carducci e nel suo nome ora s'esaltano. — Quanto al valore letterario
di quelle odi e di quei sonetti, questo solo dico per mio conto che se
giovinezza significa, nell'arte come nella vita, forza e libertà, io
sento essere più _giovanili_ le poesie scritte da Carducci incamminato
verso i quarant'anni, che la maggior parte di quelle scritte intorno
ai venti. Nelle prime, malgrado la disuguaglianza di stile e di
altri difetti riconosciuti anche dagli ammiratori, vedi l'artista che
signoreggia poderosamente sè stesso e ha trovato un'arte sua: le altre,
sempre parlando in generale, malgrado la relativa perfezione con cui
sono pensate e tornite, sentono quasi di continuo quel certo odore di
vecchi classici, edizione olandese, che egli scaraventava nell'ore
d'insonnia contro l'orologio a _cucu_ della sua stanza[18]. Alcune
anche potrebbero dire di sè stesse, come già Ugo Foscolo:
Giovane d'anni e rugoso in sembiante.
E difatti tutto lo studio artistico e tutta la industria tecnica del
Carducci negli anni, che seguirono quel periodo polemico della sua
giovinezza letteraria, vediamo chiaramente esser volti a _ringiovanire_
lo stile, il tono e i movimenti della sua lirica. In che modo? Troppo
lungo sarebbe discorrerne e una buona parte del lavoro rimarrebbe
sempre ascosa ad ogni indagine. Certo è che a mano a mano la forma si
semplifica, si spiana, si rischiara e acquista di densità, scioltezza
e rapidità quello che va perdendo in artifizio e decorazione classica.
La locuzione smette di costringere il lettore a cercare spesso i suoi
nessi per entro ai giri avviluppati delle strofe; la mitologia è più
sobria, più chiara e più opportuna; sovratutto t'avvedi che il poeta
s'abbandona e si dimentica con vero slancio lirico nelle pure correnti
della ispirazione e non ha più l'aria di volgersi tratto tratto a voi
che leggete in atto di chiedervi: — Eh, come ho reso questo pensiero
di Tibullo e questa immagine d'Orazio nel mio verso toscano? Eh, come
ho tradotto bene in succo e sangue il mio Petrarca e il mio Foscolo? —
Insomma nelle _Nuove Poesie_ e in quelle che di poco tempo le precedono
il Carducci esplica in pieno la sua potenza di poeta, impedita e
ritardata di manifestarsi prima tutta da preoccupazioni e procedimenti,
che sono bensì nell'intimo organismo dell'arte, ma vengono condannati a
celarsi e sparire, quando l'arte assurge al suo grado di manifestazione
schietta ed intera, a quel modo che dalla scena scompare ogni visibile
meccanismo appena son finite le prove e comincia il dramma per davvero.
Chi rilegge oggi le prime poesie di Carducci riscontra bene spesso
pensieri e immagini riespressi poi ne' suoi componimenti dell'età
matura. Nel confronto spicca evidentemente il gran lavoro di
semplificazione da lui fatto sul proprio stile e il diverso andamento
assunto per conseguenza della sua lirica. Così il pensiero espresso in
questa strofa
Discese il ferreo baron de l'orride
Castella, e al povero vincente aggiuntosi
Con mano usa al crudele
Cenno trattò le tele,
ricompare, ma con che scioltezza e semplicità più efficace! laddove
ricorda che.
... l'austero e pio Gian de la Bella
Trasse i baroni a pettinare il lin
nella _Consulta Araldica_. — Il poeta cominciò per tempo a dimostrare
non so che suo mal talento verso la luna e un tempo cantava nell'ode
intitolata _A Diana Trivia_
Ahi falsa diva! su' misteri orrendi
De' druidi corri sanguinosa, ascolta
L'emonie voci, e dalle maghe svolta
Nell'orgie scendi...
e seguita per altre quattro strofe su questo metro. Più tardi nella
poesia _Classicismo e Romanticismo_, rivolgendosi ancora alla luna,
nobilita un pensiero del De Musset e scaglia l'invettiva in modo ben
più vibrato e sovra tutto più chiaro:
Ma tu, luna, abbellir godi col raggio
Le ruine ed i lutti:
Maturar nel fantastico viaggio
Non sai nè fior nè frutti,
e conclude quasi brutalmente apostrofandola «celeste paolotta» in
quella strofa imparata a mente e citata da ogni maestro d'umanità e da
ogni droghiere che voglia fare sul Carducci della critica autorevole e
a buon mercato. Nella poesia _I voti_ che porta la data del 1858 ha un
cenno descrittivo della sua Maremma
Dove in gran solitudine
L'ombra di Populonia e il nome sta:
ma con che vivezza immaginosa non ritorna egli a questa descrizione
nel _Prologo_ delle _Nuove Poesie_! Sentite e dite se un'aura di nuova
ispirazione non è passata per l'anima del poeta.
Ricordi tu le vedove piaggie del mar toscano,
Ove china sul nubilo inseminato piano
La torre feudal
Con lunga ombra di tedio dai colli arsicci e foschi
Veglia delle rasenie cittadi in mezzo ai boschi
Il sonno sepolcral,
Mentre tormenta languido scirocco gli assetati
Caprifichi che ondeggiano sui gran massi quadrati
Verdi fra il cielo e il mar,
Sui gran massi cui vigile il mercator tirreno
Saliva, le fenicie rosse vele nel seno
Azzurro ad aspettar?
Ricordi Populonia, e Roselle, e la fiera
Torre di Donoratico a la cui porta nera
Conte Ugolin bussò
Con lo scudo e con l'aquile a la Meloria infrante,
Il grand'elmo togliendosi da la fronte che Dante
Nell'inferno ammirò?
Potrei moltiplicare gli esempi confrontando ad aperta di libro. Ma
meglio è che il lettore confronti da sè nelle poesie d'argomento civile
o politico, fra l'altre, l'ode _Alla libertà_ con quella _Nel vigesimo
anniversario dell'VIII agosto MDCCCXLVIII_: quella _Agli Italiani_ e _A
Giulio_ coi componimenti _Per l'anniversario della repubblica francese_
e _Per il trasporto delle ceneri di Ugo Foscolo_: i frammenti giovanili
su Omero e Dante coi sonetti scritti poi intorno ai medesimi soggetti.
Gli stessi confronti istituisca in tutte le poesie d'argomento amoroso
e in tutte quelle ov'è non incidentalmente, ma di proposito ritratta
la natura fisica, e le differenze vedrà spiccare ancora più manifeste.
Che profondo intervallo d'intonazione e di sentimento dalle strofe _A
Neera_ alla terza, per es., delle _Primavere Elleniche_! Quand'è che
il poeta si mostra veramente giovine? Direste che il foco vero della
passione lo investa fortemente e lo penetri nel midollo per la prima
volta. Ma già sembra che anche gli uccelli fossero dello stesso parere,
quando gli cantavano intorno:
..... fosco poeta,
T'apprese _alfine_ i dolci sogni amor!
Coll'_Idillio Maremmano_, col sonetto _al Bove_, con quell'altro amore
di sonetto, che comincia
Lievi e bianche a la plaga occidentale
Van le nubi...
siamo usciti del tutto fuori della poesia riflessa, rispecchiata,
convenzionale, imitata. Qui la mente non è più costretta a correre in
Arcadia, nei campi siracusani, a Tiburi: il poeta vi pone veramente in
cospetto della natura, della sua natura com'egli l'ha vista, sentita e
dentro poeticamente rifatta. Quel vecchio tanfo di edizioni olandesi,
a cui accennai più sopra, è dileguato del tutto; signoreggia invece il
sentimento vero di una regione maremmana calda, solitaria e desolata;
o gli occhi cercano davvero per l'azzurro infinito i falchi rotanti
e le cupole splendenti nell'occaso; o veramente vi viene dai prati,
col fantasma verde di un silenzio divino, l'odore del timo e dell'erba
medica.
Anche un breve andare, e saremo ai paesaggi viventi dell'_Odi barbare_.