All'illustre Carlo Hillebrand spiace la politica prettamente
«giacobina» di parecchie tra le nuove poesie di Carducci e se ne
meraviglia e se ne duole e quasi se n'adira. Io non dirò certo che
questo giacobinismo sia la miglior cosa nelle poesie del Nostro,
anzitutto perchè divido nella maggior parte dei casi la opinione
di Goethe «poema politico, poema noioso» e poi perchè la politica
di Carducci non è precisamente la mia, eccettuato il puro fondo
democratico in cui ci troviamo tutti d'accordo quanti siamo in Italia
di parte liberale.
Insieme all'Hillebrand hanno mosso censura al Carducci de' suoi giudizi
politici molti, che li trovarono ingiusti, violenti e anche mostruosi.
Fra gli altri il Guerzoni a cui atrocemente rispose il poeta, ed io,
che allora non potevo dimenticarmi che scrivevo nelle colonne d'un
giornale politico da me diretto.[19] Non avviso qui nè a contraddirmi
nè a scusarmi: aggiungo solo che, considerata colle ragioni dell'arte,
la politica ebbe il gran merito di schiudere al nostro poeta orizzonti
nuovi e rianimare e ringiovanire in lui l'ispirazione, che, senza
questo soffio potente, minacciava di annuvolarsi e, chi sa? fors'anco
d'impicciolire e di perdersi. Infatti a un certo periodo della sua vita
(lo nota anche il Chiarini) chi legge alcuni componimenti carducciani,
come le rime tristissime in morte del fratello e l'altra canzone
intitolata _Congedo_ che chiude col verso:
Torniam fra l'ombre a disperar per sempre,
vede, o pargli, che un senso profondo di scoramento cupo invade
l'anima del poeta; uno di quegli scoramenti a cui per solito succede
la disperazione o il tedio estenuante. In altri termini il Carducci a
un dato punto della vita s'è trovato, egli e l'arte sua, sul pendio
sdrucciolo di un leopardianismo riflesso, rimasticato e pochissimo
promettente, perchè, a non esser ciechi, bisogna accorgersi che
proseguendo ancora di qualche passo sulla via del pessimismo di
Giacomo Leopardi s'arriva al muro o al deserto. Ma la politica entrò
probabilmente per molta parte a salvare il Carducci dal pericolo. Essa
lo tolse all'uggia del pensiero aggrondato e solitario ed è stata (mi
si permetta l'immagine) la grande finestra aperta per cui entrarono
nell'anima del poeta l'aria e la luce, il fremito sano della vita
e delle sue battaglie. Allora, per le recondite affinità che legano
tutte le forze della vita nell'_io_ vivente, il sentimento della natura
e l'amore si rianimarono e rinvigorirono in lui; e dalla crisalide
triste di un Carducci leopardeggiante uscì Enotrio giovane, Enotrio
baldo e impetuoso, gittante «il suo vivo cuore» di poeta nell'arena
dei forti combattimenti. Abbiamo dunque ragione di saper grado anche
alla politica e accettarla, nel poeta, tal quale essa è, senza guardare
tanto per il sottile.
Il signor Hillebrand accusa poi di «povertà» l'ideale politico di
Carducci. Benedetta questa critica! Io ho sempre pensato che l'ideale
di un poeta (dacchè voglio sperare che con questo vocabolo non si
continui ancora ad esprimere un vuoto paradigma platonico) non sia
in sostanza altro che la realtà stessa, secondo ch'egli, il poeta,
la coglie, la fa sua, la innalza e la trasfigura colla potenza della
immaginazione e col calore dell'estro. Così parmi che la intendano
anche il Goethe e Victor Hugo.[20] Ora, essendo in questi termini la
quistione, come può sentenziarsi della povertà o ricchezza dell'ideale
d'un poeta così _a priori_ e guardandola per di fuora, senza tener
conto dell'attività trasformatrice, che vi ha speso intorno l'artista
e degli effetti, che ne ha saputo trarre? Povero l'ideale giacobino
del Carducci? Sarà benissimo, ma per Lei, signor Hillebrand, e, se
vuole, anche per me. Ma per affermare il medesimo rispetto al Carducci
bisognerebbe rifare la prova un poco più sperimentalmente, vale a
dire cominciare col provare, per es., che _Versaglia_ non è una bella
e terribile poesia; che i ritratti di Marat e di Danton non sono
stupende cose. Bisognerebbe provare che la «Santa Repubblica» la quale
ci lascia freddi quando la sentiamo invocata su certe gazzette e in
certi discorsi, non è un'alta concezione artistica quando il poeta
ce la personifica sui colli di Roma, incontro al sole, che declina,
tendente le braccia materne al moribondo Goffredo Mameli. — Del
resto poi se la politica di Enotrio ha qualche difetto, non in faccia
all'arte, ma guardata con altro criterio, non mi pare il luogo questo
da dovercene occupare. E non dubiti del resto il signor Hillebrand
che Enotrio, se peccato ha, ne viene troppo crudelmente punito da
quel sentirsi ogni giorno esaltare (egli così aristocratico in arte)
come «poeta della democrazia» in un certo stile e da certa gente,
che di vera poesia e di democrazia vera s'intende a un modo. Voglio
dire molto poco. Un poeta latino si scusava di certi suoi versicoli
tutt'altro che casti proclamando casto l'autore. Questa maniera
d'argomento mi è sempre parsa una scappatoia per cansare la questione.
Io, per converso, accetto con ammirazione e riconoscenza i bei canti
di Carducci e mi guardo dall'entrare nel suo animo e chiedergli
conto della sua ammirazione per tutti i personaggi del Terrore, —
compreso quel caro «biondino» di Saint-Just. Mancano altri argomenti
ed occasioni per combattere le idee politiche d'un galantuomo?
Poichè siam nell'arte, restiamoci, per carità! Certi rimescolamenti
lasciamoli a certi ipercritici, come il buon Trezza, il quale con tutta
sicurezza ci spiega la mediocrità poetica dell'Aleardi col fatto che
esso non seguì la scuola di Darwin e non mise in versi «la teorica
dell'evoluzione.[21]» E poi dicono di volere abolire il dommatismo!...
In Italia queste filosofie strambe dovrebbero essere meno possibili che
altrove, poichè qui l'arte, pur rimanendo e movendosi nell'ambiente
vivo della storia, mostrò sempre di essere una forza libera nel più
nobile, ossia nel più personale senso della parola; e quasi sotto i
nostri occhi vedemmo due artisti coetani ed amici, Foscolo e Manzoni,
muovere da diversissime anzi duellanti concezioni della vita, del
mondo, dell'arte — e riuscire, malgrado ciò, entrambi eccellenti e
vitali artisti.
O quando si comincierà per davvero a fare anche fra noi una critica,
che chiami pane il pane e (direbbe Giordano Bruno) sanguisughe le
sanguisughe?...
Ma, innanzi di chiudere, a me preme fare anche una considerazione.
La critica intiera e piena di Carducci, poeta, non è oggi fattibile,
e penso che passeranno degli anni parecchi prima che lo sia. Questo
accade di lui, come di tutti gli scrittori, per una ragione detta
magistralmente da Emilio Zola in un suo scritto recentissimo sui
romanzieri francesi:[22] ed è che d'uno scrittore, anche d'altissimo
merito, spesso ciò che tocca più vivamente i contemporanei è
appunto quello che esso ha di più caduco, vale a dire certe qualità
superficiali ed appariscenti della forma, che assiduamente si muta,
mentre la sua vera forza e la sua durevole vitalità rimangono nascoste
ai più, come l'ossa, i nervi e il sangue nel corpo dell'animale.
Però argomentando o, meglio, congetturando con questo criterio,
ch'io credo esattissimo, si può fin d'ora prevedere che certe qualità
d'Enotrio Romano, le quali ora di più appassionano il pubblico in suo
favore e disfavore, molto perderanno col tempo di colore e di forza:
ma l'intimo organismo del suo ingegno, quale si manifesta nelle sue
poesie, non solo resisterà al tempo, ma sarà un giorno abbracciato e
compreso dalla critica meglio che oggi non sia. In conseguenza, per
uscire un poco dalle generali, crediamo che siano per cadere presto
nella bolgia dei luoghi comuni parecchie predilezioni e movenze nello
stile, parecchie imagini e sentimenti ai quali adesso Carducci deve
parte della sua popolarità. Al contrario, quando l'opera sua sarà
riguardata un po' più da lungi, nella vasta e tranquilla prospettiva
della storia letteraria, egli sarà giudicato con equo giudizio come
un artista che difetti, forse non piccoli, riscattò con pregi certo
eminenti; primo dei quali sarà ritenuto l'impulso vigoroso, ch'egli
potè dare alla poesia italiana perchè si rimetta nella via regia delle
sue naturali e gloriose tradizioni, senza per questo rannicchiarsi in
sè medesima e sequestrarsi dall'ambiente della cultura universale, che
è omai condizione di vita per ogni arte come per ogni scienza.
Ma v'è da aggiungere una ragione più speciale per il Carducci. Alla
pienezza del giudizio intorno all'opera sua gioverà di certo moltissimo
anche l'essersi col tempo smorzati o spenti del tutto gli effetti,
che alcune qualità meramente soggettive del poeta producono ora
nella maggior parte dei suoi lettori. Così le «eterne risse» che gli
tempestarono nell'animo, note oramai in Italia anche ai «cipressetti
di Bolgheri» e che gli proruppero spesso in veemenze ed esagerazioni
turbanti le serene armonie dell'arte, in avvenire saranno pacatamente
e imparzialmente studiate come elementi preziosi coi quali integrare
il giudizio del poeta e dell'epoca sua. E intanto a me, che ammiro
in Carducci l'artista e stimo l'uomo, fa grande contentezza il vedere
com'egli si vada sempre meglio apparecchiando a questo futuro sindacato
con grande alacrità di propositi e vera nobiltà d'intendimenti. —
Già da qualche tempo la nota del poeta ci suona da più alte cime, ove
l'aria è più luminosa e purgata dai vapori delle valli, e sono certo
ch'egli non è sordo ad una voce interna che gli grida: «più in alto,
più in alto ancora!» — Onde accade che, mentre in Italia è un continuo
e melanconico spettacolo d'artisti, che mentono alle speranze da
loro suscitate con esordi felici, l'autorità di Carducci si mantiene
intera e l'aspettazione pubblica si va anzi accrescendo, avvegnachè il
periodo della sua operosa e virile giovinezza non accenni per nulla
a chiudersi, ma sia ancora pieno di promesse nuove, di cui tutti
attendiamo con fede l'adempimento.