IV.

All'illustre Carlo Hillebrand spiace la politica prettamente

«giacobina» di parecchie tra le nuove poesie di Carducci e se ne

meraviglia e se ne duole e quasi se n'adira. Io non dirò certo che

questo giacobinismo sia la miglior cosa nelle poesie del Nostro,

anzitutto perchè divido nella maggior parte dei casi la opinione

di Goethe «poema politico, poema noioso» e poi perchè la politica

di Carducci non è precisamente la mia, eccettuato il puro fondo

democratico in cui ci troviamo tutti d'accordo quanti siamo in Italia

di parte liberale.

Insieme all'Hillebrand hanno mosso censura al Carducci de' suoi giudizi

politici molti, che li trovarono ingiusti, violenti e anche mostruosi.

Fra gli altri il Guerzoni a cui atrocemente rispose il poeta, ed io,

che allora non potevo dimenticarmi che scrivevo nelle colonne d'un

giornale politico da me diretto.[19] Non avviso qui nè a contraddirmi

nè a scusarmi: aggiungo solo che, considerata colle ragioni dell'arte,

la politica ebbe il gran merito di schiudere al nostro poeta orizzonti

nuovi e rianimare e ringiovanire in lui l'ispirazione, che, senza

questo soffio potente, minacciava di annuvolarsi e, chi sa? fors'anco

d'impicciolire e di perdersi. Infatti a un certo periodo della sua vita

(lo nota anche il Chiarini) chi legge alcuni componimenti carducciani,

come le rime tristissime in morte del fratello e l'altra canzone

intitolata _Congedo_ che chiude col verso:

Torniam fra l'ombre a disperar per sempre,

vede, o pargli, che un senso profondo di scoramento cupo invade

l'anima del poeta; uno di quegli scoramenti a cui per solito succede

la disperazione o il tedio estenuante. In altri termini il Carducci a

un dato punto della vita s'è trovato, egli e l'arte sua, sul pendio

sdrucciolo di un leopardianismo riflesso, rimasticato e pochissimo

promettente, perchè, a non esser ciechi, bisogna accorgersi che

proseguendo ancora di qualche passo sulla via del pessimismo di

Giacomo Leopardi s'arriva al muro o al deserto. Ma la politica entrò

probabilmente per molta parte a salvare il Carducci dal pericolo. Essa

lo tolse all'uggia del pensiero aggrondato e solitario ed è stata (mi

si permetta l'immagine) la grande finestra aperta per cui entrarono

nell'anima del poeta l'aria e la luce, il fremito sano della vita

e delle sue battaglie. Allora, per le recondite affinità che legano

tutte le forze della vita nell'_io_ vivente, il sentimento della natura

e l'amore si rianimarono e rinvigorirono in lui; e dalla crisalide

triste di un Carducci leopardeggiante uscì Enotrio giovane, Enotrio

baldo e impetuoso, gittante «il suo vivo cuore» di poeta nell'arena

dei forti combattimenti. Abbiamo dunque ragione di saper grado anche

alla politica e accettarla, nel poeta, tal quale essa è, senza guardare

tanto per il sottile.

Il signor Hillebrand accusa poi di «povertà» l'ideale politico di

Carducci. Benedetta questa critica! Io ho sempre pensato che l'ideale

di un poeta (dacchè voglio sperare che con questo vocabolo non si

continui ancora ad esprimere un vuoto paradigma platonico) non sia

in sostanza altro che la realtà stessa, secondo ch'egli, il poeta,

la coglie, la fa sua, la innalza e la trasfigura colla potenza della

immaginazione e col calore dell'estro. Così parmi che la intendano

anche il Goethe e Victor Hugo.[20] Ora, essendo in questi termini la

quistione, come può sentenziarsi della povertà o ricchezza dell'ideale

d'un poeta così _a priori_ e guardandola per di fuora, senza tener

conto dell'attività trasformatrice, che vi ha speso intorno l'artista

e degli effetti, che ne ha saputo trarre? Povero l'ideale giacobino

del Carducci? Sarà benissimo, ma per Lei, signor Hillebrand, e, se

vuole, anche per me. Ma per affermare il medesimo rispetto al Carducci

bisognerebbe rifare la prova un poco più sperimentalmente, vale a

dire cominciare col provare, per es., che _Versaglia_ non è una bella

e terribile poesia; che i ritratti di Marat e di Danton non sono

stupende cose. Bisognerebbe provare che la «Santa Repubblica» la quale

ci lascia freddi quando la sentiamo invocata su certe gazzette e in

certi discorsi, non è un'alta concezione artistica quando il poeta

ce la personifica sui colli di Roma, incontro al sole, che declina,

tendente le braccia materne al moribondo Goffredo Mameli. — Del

resto poi se la politica di Enotrio ha qualche difetto, non in faccia

all'arte, ma guardata con altro criterio, non mi pare il luogo questo

da dovercene occupare. E non dubiti del resto il signor Hillebrand

che Enotrio, se peccato ha, ne viene troppo crudelmente punito da

quel sentirsi ogni giorno esaltare (egli così aristocratico in arte)

come «poeta della democrazia» in un certo stile e da certa gente,

che di vera poesia e di democrazia vera s'intende a un modo. Voglio

dire molto poco. Un poeta latino si scusava di certi suoi versicoli

tutt'altro che casti proclamando casto l'autore. Questa maniera

d'argomento mi è sempre parsa una scappatoia per cansare la questione.

Io, per converso, accetto con ammirazione e riconoscenza i bei canti

di Carducci e mi guardo dall'entrare nel suo animo e chiedergli

conto della sua ammirazione per tutti i personaggi del Terrore, —

compreso quel caro «biondino» di Saint-Just. Mancano altri argomenti

ed occasioni per combattere le idee politiche d'un galantuomo?

Poichè siam nell'arte, restiamoci, per carità! Certi rimescolamenti

lasciamoli a certi ipercritici, come il buon Trezza, il quale con tutta

sicurezza ci spiega la mediocrità poetica dell'Aleardi col fatto che

esso non seguì la scuola di Darwin e non mise in versi «la teorica

dell'evoluzione.[21]» E poi dicono di volere abolire il dommatismo!...

In Italia queste filosofie strambe dovrebbero essere meno possibili che

altrove, poichè qui l'arte, pur rimanendo e movendosi nell'ambiente

vivo della storia, mostrò sempre di essere una forza libera nel più

nobile, ossia nel più personale senso della parola; e quasi sotto i

nostri occhi vedemmo due artisti coetani ed amici, Foscolo e Manzoni,

muovere da diversissime anzi duellanti concezioni della vita, del

mondo, dell'arte — e riuscire, malgrado ciò, entrambi eccellenti e

vitali artisti.

O quando si comincierà per davvero a fare anche fra noi una critica,

che chiami pane il pane e (direbbe Giordano Bruno) sanguisughe le

sanguisughe?...

Ma, innanzi di chiudere, a me preme fare anche una considerazione.

La critica intiera e piena di Carducci, poeta, non è oggi fattibile,

e penso che passeranno degli anni parecchi prima che lo sia. Questo

accade di lui, come di tutti gli scrittori, per una ragione detta

magistralmente da Emilio Zola in un suo scritto recentissimo sui

romanzieri francesi:[22] ed è che d'uno scrittore, anche d'altissimo

merito, spesso ciò che tocca più vivamente i contemporanei è

appunto quello che esso ha di più caduco, vale a dire certe qualità

superficiali ed appariscenti della forma, che assiduamente si muta,

mentre la sua vera forza e la sua durevole vitalità rimangono nascoste

ai più, come l'ossa, i nervi e il sangue nel corpo dell'animale.

Però argomentando o, meglio, congetturando con questo criterio,

ch'io credo esattissimo, si può fin d'ora prevedere che certe qualità

d'Enotrio Romano, le quali ora di più appassionano il pubblico in suo

favore e disfavore, molto perderanno col tempo di colore e di forza:

ma l'intimo organismo del suo ingegno, quale si manifesta nelle sue

poesie, non solo resisterà al tempo, ma sarà un giorno abbracciato e

compreso dalla critica meglio che oggi non sia. In conseguenza, per

uscire un poco dalle generali, crediamo che siano per cadere presto

nella bolgia dei luoghi comuni parecchie predilezioni e movenze nello

stile, parecchie imagini e sentimenti ai quali adesso Carducci deve

parte della sua popolarità. Al contrario, quando l'opera sua sarà

riguardata un po' più da lungi, nella vasta e tranquilla prospettiva

della storia letteraria, egli sarà giudicato con equo giudizio come

un artista che difetti, forse non piccoli, riscattò con pregi certo

eminenti; primo dei quali sarà ritenuto l'impulso vigoroso, ch'egli

potè dare alla poesia italiana perchè si rimetta nella via regia delle

sue naturali e gloriose tradizioni, senza per questo rannicchiarsi in

sè medesima e sequestrarsi dall'ambiente della cultura universale, che

è omai condizione di vita per ogni arte come per ogni scienza.

Ma v'è da aggiungere una ragione più speciale per il Carducci. Alla

pienezza del giudizio intorno all'opera sua gioverà di certo moltissimo

anche l'essersi col tempo smorzati o spenti del tutto gli effetti,

che alcune qualità meramente soggettive del poeta producono ora

nella maggior parte dei suoi lettori. Così le «eterne risse» che gli

tempestarono nell'animo, note oramai in Italia anche ai «cipressetti

di Bolgheri» e che gli proruppero spesso in veemenze ed esagerazioni

turbanti le serene armonie dell'arte, in avvenire saranno pacatamente

e imparzialmente studiate come elementi preziosi coi quali integrare

il giudizio del poeta e dell'epoca sua. E intanto a me, che ammiro

in Carducci l'artista e stimo l'uomo, fa grande contentezza il vedere

com'egli si vada sempre meglio apparecchiando a questo futuro sindacato

con grande alacrità di propositi e vera nobiltà d'intendimenti. —

Già da qualche tempo la nota del poeta ci suona da più alte cime, ove

l'aria è più luminosa e purgata dai vapori delle valli, e sono certo

ch'egli non è sordo ad una voce interna che gli grida: «più in alto,

più in alto ancora!» — Onde accade che, mentre in Italia è un continuo

e melanconico spettacolo d'artisti, che mentono alle speranze da

loro suscitate con esordi felici, l'autorità di Carducci si mantiene

intera e l'aspettazione pubblica si va anzi accrescendo, avvegnachè il

periodo della sua operosa e virile giovinezza non accenni per nulla

a chiudersi, ma sia ancora pieno di promesse nuove, di cui tutti

attendiamo con fede l'adempimento.

Teste quadre · 第 16 / 41 题