I.

«Quanti sono oggi in Italia che sappiano gustare un bel sonetto? Non

mi date di pessimista nè m'accusate di prosopopea letteraria: io vi

faccio una rigorosa questione di gusto come l'avrebbe potuta porre

e sciogliere, non vi dirò un contemporaneo di Bembo e di Galeazzo di

Tarsia, ma anche solo uno di quei colti e semplici nostri patrizi e

gentildonne che nella prima metà del secolo passato bazzicavano in casa

Zanotti e Manfredi...[13]»

Queste parole con cui cominciavo uno studio critico sulle _Nuove

Poesie_, quando vennero in pubblico la prima volta, sento che ora

non potrei ristampare così asciutte e in tono così risoluto. Esse

risentono, e riflettono la stanchezza, l'uggia, la solitudine e il

vuoto in cui viveva la poesia italiana qualche anno fa, quando il

far versi e massime l'occuparsi seriamente di versi pareva caduto

quasi del tutto in disuso, ed era assai se di tanto in tanto se ne

leggeva qualche cenno fugace sui giornali, accompagnato dalle solite

considerazioni sui tempi avversi alla poesia e sulla decadenza del

Parnaso italiano.

In questi ultimi sei anni è innegabile che un notevole rivolgimento è

accaduto. Che è questo risveglio poetico da un capo all'altro d'Italia?

L'hanno chiamato una nuova primavera, una rifioritura letteraria e

che so io. Fatta però la debita tara al senso lusinghiero di questi

traslati, una cosa io credo certa; ed è che la poesia accenna da

qualche tempo a rientrare più intimamente nella nostra cultura, a

ricongiungersi con più forti nodi alla vita spirituale o, vogliamo,

ideale della nazione. E col riapparire della materia poetica, la

critica rifà a nuovo un certo lavorio, che aveva quasi smesso da tempo.

Essa si contenta omai di accettare la poesia in sè e per sè, come un

qualche cosa che abbia il diritto di vivere al mondo per conto proprio;

e la studia parte a parte nelle sue libere manifestazioni, senza

chiederle ragione troppo stretta e rigorosa, all'infuori dell'arte,

delle vie che batte e dei fini esterni, che si va prefiggendo. — In

sostanza, anche se si tratti di un risveglio effimero, anche se la

primavera annunziata con grida così confidenti si risolva da ultimo

in un languido e breve estate di S. Martino, la storia letteraria del

secolo decimonono non potrà passar sopra a questi anni senza notare il

fatto e rilevarne il significato.

Or bene, io credo di non esagerare l'importanza del Carducci

affermando che a lui, all'opera sua perseverante ed efficace,

all'opera sua paziente e coraggiosa è dovuto in gran parte questo

qual sia rinnovamento poetico in Italia. Io m'inchino davanti alle

leggi storiche e ai periodi fatali; ma confesso che credo anche

molto alla potenza iniziatrice degli uomini forti d'ingegno e di

volontà. Anzi, se ho a dire tutto il mio pensiero, credo che mentre

oggi è moda di spiegar sempre gli individui colla età in cui vivono,

qualche volta almeno s'avrebbe ad invertire il metodo e provarsi un

poco a spiegare l'età per mezzo degli individui. Chi sa che non si

riuscisse ad astrazioni meno vuote, ad affermazioni meno gratuite

e prosuntuose, delle quali pur troppo è pieno il campo! — Giosuè

Carducci ha durato buona parte della sua giovinezza a «far l'arte» con

una certa disdegnosa indifferenza dell'effetto sulla generalità dei

lettori. Anzi avresti detto, che lettori pochi ne sperava e punto li

curava. — _Mihi, musis et paucis amicis_ — era il motto dalla prima

edizione dei suoi versi e fu veramente la sua divisa poetica per molti

anni. Se invece di fiori piovvero le «mele fracide[14]» sui suoi

primi versi egli si consolò di un sorriso tacitamente scambiatogli

dalla musa, del suo interno plauso, di quello di pochi amici e tirò

innanzi. Il ronzìo e il rombazzo delle critiche, che si levava intorno

a lui forse non ebbe alcun valore tranne quello di accompagnare e

ristimolare l'interno lavoro critico, che fu sempre operosissimo in

lui e trovò modo di star bene insieme al caldo ed insistente agitarsi

della sua facoltà poetica. — Mentre i più celebrati poeti d'Italia,

Prati e Aleardi, piegavano anch'essi all'indifferenza dello spirito

pubblico e aspettavano un avvenimento per giustificare in certo modo

la pubblicazione di un carme, Carducci seguitava a «far l'arte» come

un alto e modesto sacerdozio, che non piglia norma dai capricci della

opinione; e picchiava, picchiava con lavoro paziente e continuo nel

grosso muro fatto d'ignoranza e d'apatia, che lo separava dal gran

pubblico italiano, convinto che il muro presto o tardi sarebbe crollato

e l'Italia contemporanea avrebbe un giorno riconosciuto e applaudito il

suo poeta.

Ed ecco oggi Carducci riconosciuto da consenso quasi unanime, per

quello che veramente è. Eccolo non solo salutato per il più forte dei

nostri poeti viventi, ma divenuto insieme autore di tutto un movimento

poetico e critico, il quale, come ho detto da principio, ha in pochi

anni agitata e rimutata l'atmosfera letteraria del nostro paese. E

non dico che sian tutte rose per lui. Ben altro! Penso anzi che le

tribolazioni e i disgusti non gli debbano mancare, quando vedo la ressa

interessata ed equivoca, che si fa intorno alla autorità del suo nome;

quando noto l'astuzia con cui le parti contendenti in questi miseri

tafferugli letterari lo collocano al dissopra e al di fuori d'ogni

causa, ma a patto poi di lasciar capire che egli occhieggia e amoreggia

piuttosto a sinistra che a destra o viceversa; quando infine scopro

che pretendono d'avere in lui un esempio e perfino una scusa tanti

guastamestieri pullulati ora come i funghi in ogni plaga d'Italia col

nome di poeti, sui volumi dei quali andrebbe messo sul serio il motto

che Teofilo Gauthier diceva di sè stesso per celia: _n'étant bon à

rien, je me suis mis à faire des vers_[15]. — O che volete farci! Se

non si voleva tutta questa miseria, bisognava fare a meno del Carducci;

bisognava ostinarsi tutti nella opinione di quel critico toscano,

il quale al primo comparire del poeta, sbirciatolo e tastatogli i

bernoccoli del cranio, constatò e sentenziò forte che egli non avrebbe

mai scritto nulla di buono, essendo mancante dalla nascita di ogni

buona facoltà poetica. Ma adesso il male è fatto, e a disfarlo non

bastano ormai più nè meno le pie indignazioni e le estetiche proteste

di alcuni pochi, rimasti fedeli alla opinione del toscano critico su

lodato.

La via nè breve nè piana per la quale Giosuè Carducci arrivò alla

meta, egli stesso ce l'ha maestrevolmente descritta nella prefazione,

che ho più sopra citata e sarebbe peggio che superfluo ricominciare.

— Gli stadi omai celebri di questa via sono tanti libri di versi, che

s'intitolano _Juvenilia_, _Levia-Gravia_, _Decennalia_, _Nuove Poesie_,

_Odi Barbare_.

Teste quadre · 第 13 / 41 题