CAPITOLO LXIV.

_La regina Giovanna II, irritata contro Alfonso d'Arragona,

adotta Lodovico d'Angiò. — Morte dello Sforza e di Braccio;

disastrosa guerra dei Fiorentini col duca di Milano; alleanza

dei Veneziani; presa di Brescia._

1422 = 1426

I due generali che più d'ogni altro avevano contribuito alla gloria

delle armi italiane, Braccio di Montone e Sforza di Cotignola,

trovavansi uniti ai servigi della corte di Napoli. Allievi ambidue del

grande Alberico da Barbiano, il ristauratore dell'arte della guerra in

Italia, erano stati in gioventù amicissimi; l'ambizione gli aveva

divisi; l'emulazione tra le due compagnie d'avventurieri da loro formate

gli aveva determinati quasi sempre ad abbracciare contrarie parti; e

nelle contese, cui d'ordinario erano essi affatto stranieri, mai non

avevano, da oltre venti anni, cessato di combattere, ora in nome dei re

di Napoli e delle repubbliche della Toscana, ora dei signori di

Lombardia e della Chiesa. I soldati da loro formati contrassero perciò

una tal quale abitudine di rivalità, che si mantenne viva lungo tempo

dopo la morte dei due generali.

Per altro quando la superiorità dei talenti di Giovanni di Montone, o la

superiorità delle ricchezze della corte che lo aveva preso al suo soldo,

gli ebbero dato un incontestabile vantaggio sopra il suo emulo, parve

che si rinnovasse l'antica amicizia tra questi illustri generali.

All'epoca in cui papa Martino V restituì alla regina Giovanna il piccolo

numero di castelli che il partito d'Angiò possedeva ancora nel regno,

mentre Lodovico III ritiravasi in Roma per condurvi una vita oscura, lo

Sforza si presentò nel campo di Braccio con quindici de' suoi soldati

senz'armi, chiedendogli consiglio ed assistenza per rimontare la sua

armata quasi affatto distrutta. I due generali, dimenticato ogni antico

rancore, e senza veruna diffidenza, cercarono di giustificare la

vicendevole condotta, ed i loro piani di campagna; si manifestarono

perfino le segrete intelligenze che avevano avute l'uno nel campo

dell'altro, e perfino le congiure cui avevano preso parte. Parlarono in

appresso senza riserva de' loro futuri progetti, e Braccio, che

desiderava di tornare in Toscana per dilatare i confini del suo

principato di Perugia, persuase lo Sforza a riconciliarsi colla regina

Giovanna, incaricandosi egli medesimo di trattare l'accordo[438].

[438] _Vita Brachii a J. Campano, l. VI, p. 604. — Leodrisii

Cribellii vita Sfortiae, p. 710._

Giovanna non ricusò di rendere la sua grazia all'antico suo

contestabile, e promise a Braccio di accoglierlo graziosamente. Pure

quando Sforza, nell'atto di ricevere il bastone del comando, doveva

prestare il giuramento d'ubbidienza, non essendo i ministri d'accordo

intorno alla formola, disse la regina: «Chiedetelo a Sforza medesimo;

egli ha dati tanti giuramenti a me ed ai miei nemici, che niuno sa

meglio di lui come uno si obbliga, e come si scioglie dalle

promesse[439].»

[439] _Annales Bonincontrii, p. 127._

Malgrado questo rimprovero la regina desiderava l'amicizia dello Sforza,

e subito conferì con lui per affezionarselo più strettamente. Ella

cominciava ad avere qualche gelosia di Alfonso, suo figliuolo adottivo,

che non trascurava veruna occasione per rendersi da lei indipendente, e

per affidare le fortezze del regno ai suoi soldati. Il grande

siniscalco, ser Gianni Caraccioli, teneva gli occhi aperti sulla

condotta del re d'Arragona; temeva di vedersi trattato da questo

principe, come Pandolfello Aloppo lo era stato dal conte della Marca, e

doveva aspettarsi di trovare il figliuolo di Giovanna non meno geloso

del marito. In fatti Alfonso, re d'Arragona e di Sicilia, non poteva

piegarsi agli ordini del grande siniscalco colla docilità degli altri

cortigiani: vedeva con dispiacere quest'amante di una vecchia regina

pretendere di governare i suoi stati e le sue armate con un titolo così

vergognoso; voleva consolidare la propria indipendenza, e si era

acquistato l'affetto e l'intera devozione di Braccio di Montone. Sebbene

il Caraccioli avesse antichi motivi di odio contro lo Sforza, conobbe

che niuno poteva meglio di lui provvedere alla sicurezza della regina, e

mantenere l'equilibrio tra i due sovrani. Una segreta alleanza si

strinse perciò fra di loro: il generale promise di difendere Giovanna

contro tutti i suoi nemici, senza eccettuare il figlio adottivo. Dopo di

ciò, per dare una specie di pubblica sanzione a questo nuovo contratto,

lo Sforza giurò d'ubbidire agli ordini tanto della regina e del re

riuniti, come di quello dei due che avrebbe il primo chiesta la sua

assistenza[440].

[440] _Joh. Simonetae Rer. Gestar. Fran. Sfortiae, t. XXI, l. I, p.

177. — Ann. Bonincontrii Miniat., p. 127._

L'alleanza che lo Sforza aveva contratta con Lodovico d'Angiò più non

era agli occhi della regina un motivo per diffidare del suo generale;

anzi godeva di potere adoperare lo Sforza per trattare con questo

principe; perciocchè si era oramai pentita di non avere accolte le

profferte del papa, e di non avere piuttosto adottato Lodovico che

Alfonso, per riunire in tal modo i diritti delle due case di Durazzo e

d'Angiò, e terminare tutte le guerre civili di Napoli[441].

[441] _Leodrisii Cribellii de vita Sfortiae, p. 716. — Giorn.

Napoletani, t. XXII, p. 1086. — Giannone Istoria civile del regno,

l. XXV, c. 4, p. 438. — Jo. Mariana Historia de las Españas, l. XX,

c. 13, p. 793._

Avendo Braccio di Montone ricondotte le sue truppe in Toscana, assediò

Città di Castello, città che in allora governavasi a comune sotto la

protezione del papa, e malgrado l'ostinata resistenza degli abitanti la

costrinse a capitolare. Ricondusse poi i suoi soldati a Perugia, e li

tenne occupati tutto l'inverno nel cavare un canale, che regolava lo

scolo delle acque del lago di Trasimeno[442]. In primavera del 1428,

recossi negli Abruzzi per assumere il governo di quella provincia che la

regina Giovanna gli aveva confidata; ma Aquila, capitale degli Abruzzi,

chiuse le porte in faccia al generale che veniva a comandarvi, e risolse

di difendersi[443].

[442] _J. Campani vita Brachii, l. VI, p. 609._

[443] _Ivi, p. 612._

Martino V non vedeva senza timore questo capitano stendere i suoi dominj

tutt'all'intorno di Roma, e bloccare in certo modo la corte pontificia

nella capitale de' suoi stati. Di già Braccio di Montone possedeva al

nord di Roma quasi tutta l'Ombria, e parte della Marca, ed al

mezzogiorno il principato di Capoa coi feudi che gli erano stati dati

dalla regina Giovanna. Altro non gli mancava per chiudere Roma da ogni

lato che la conquista degli Abruzzi, ed egli vi si accingeva con tre

mila duecento cavalli e mille fanti di truppe ben agguerrite. Martino

con promesse di soccorsi e con pressanti esortazioni incoraggiò gli

abitanti dell'Aquila a difendersi. Esortò la regina a togliere il

comando a Braccio, ed a promettere la sua protezione agli assediati: e,

siccome ella era di già titubante, un inaspettato avvenimento la

costrinse immediatamente a decidersi[444].

[444] _Vita Brachii a J. Campano, l. VI, p. 613._

Giovanna ed Alfonso nella vicendevole loro diffidenza avevano scelte due

delle fortezze di Napoli per loro abitazione. La regina occupava il

castello di Capuano, e suo figlio adottivo Castelnuovo. L'uno e l'altro

erano circondati da guardie e da un apparecchio militare. I ministri

d'un sovrano non andavano mai presso l'altro senza timore, ed un

consiglio di stato era omai diventato una spedizione pericolosa. Il

Caraccioli aveva ricusato di passare a Castelnuovo senza un

salvacondotto scritto da Alfonso, e munito del suo suggello[445].

Malgrado questo salvacondotto, Alfonso, che abborriva questo favorito,

lo fece arrestare il 22 maggio del 1423 mentre entrava in consiglio;

egli aveva, dicesi, intenzione di arrestare ancora la regina per

mandarla prigioniera in Catalogna, e presentossi immediatamente alla

porta del suo castello. Ma le guardie di Giovanna, vedendolo

accompagnato da maggior quantità di gente che non era solito d'avere,

ricusarono di lasciarlo entrare; e perchè insisteva e minacciava, la

guardia tirò sopra di lui per allontanarlo[446]. Bentosto si vociferò in

palazzo che Caraccioli era stato arrestato; onde Giovanna, di già

assediata nel castello di Capuano, spedì sollecitamente a chiamare lo

Sforza in suo soccorso. Sforza, le di cui truppe si trovavano accampate

nella Campania, si pose in cammino il 25 di maggio per liberare la sua

sovrana.

[445] _Giornali Napoletani, t. XXI, p. 1087._

[446] _Leodrisii Cribellii de Vita Sfortiae, p. 716. — Joh.

Simonetae de Gest. Fran. Sfortiae, l. I, p. 178. — Giornali

Napoletani, p. 1087. — Frammento di Storia sicula in lingua

siciliana, t. XXIV, p. 1093. — Giannone Istoria civile, l. XXV, e.

4, p. 440._

Questo generale, che da una lunga serie di rovesci era stato ridotto,

come ancora la sua armata, in estrema povertà, era seguito solamente da

un migliajo di cavalieri mal equipaggiati. Giunto sotto al castello di

Capuano, incontrò in un luogo detto alle Formelle, le truppe arragonesi

riccamente vestite. «Miei figliuoli (disse, volgendosi ai suoi soldati),

ecco gli abiti ed i cavalli che vi ho destinati.» All'istante la

battaglia cominciò, e si mantenne sei ore con molta intrepidezza da

ambidue le parti. Finalmente essendo riuscito allo Sforza di atterrare

un muro che gli chiudeva il passaggio, potè circondare i nemici con

parte della sua infanteria. Allora furono rotti gli Arragonesi, fatti

prigionieri quasi tutti i loro capitani, saccheggiato il loro quartiere,

ed i soldati dello Sforza arricchiti colle spoglie della corte. Alfonso

si chiuse in Castelnuovo, preparandovisi a sostenere un assedio. Ma per

compiere la rivoluzione ch'egli aveva cercato d'operare in Napoli aveva

ordinato che si allestisse una flotta in Catalogna, la quale, composta

di ventidue galere con otto grossi vascelli e con truppe da sbarco,

giunse in faccia a Napoli l'undici giugno del 1423, quindici giorni dopo

la battaglia delle Formelle. Lo Sforza tentò invano d'impedire lo sbarco

de' soldati; egli fu a poco a poco respinto fuori di Napoli, e costretto

di condurre la regina ad Aversa nel castello ch'erasi a lui reso[447].

[447] _Leodrisii Cribellii Vita Sfortiae, p. 719. — Joh. Simonetae,

l. I, p. 180. — Ann. Bonincontrii Miniat., p. 129. — Giornali

Napoletani, p. 1088. — Frammento Siciliano, t. XXIV, p. 1094. — J.

Mariana Hist. de las Españas, l. XX, c. 13, p. 793._

La regina divisa da Caraccioli abbandonavasi alla disperazione, ed

avrebbe sacrificate le migliori province, e tutto il regno per la

libertà dell'amante. Malgrado la lunga nimicizia dello Sforza col gran

siniscalco, il primo acconsentì per ricuperarlo a dare in cambio ad

Alfonso i venti più distinti prigionieri, che aveva fatti alla battaglia

delle Formelle. In allora il siniscalco ed il contestabile, riuniti

presso la regina, la persuasero ad appoggiarsi per sua difesa al partito

di Angiò; Lodovico, che viveva povero a Roma, fu invitato ad Aversa

presso Giovanna, la quale scrisse a tutte le corti d'Europa per

dichiarare che essendosi Alfonso demeritato colla sua ingratitudine il

favore accordatogli, ella rivocava la fatta adozione, e gli sostituiva

Lodovico III, duca d'Angiò, che dichiarava duca di Calabria e presuntivo

erede del regno; oltre di che gli permise di conservare il titolo di re,

che già portava, onde non fosse d'inferiore rango al suo rivale.

Lodovico, ch'era di carattere dolce e probabilmente debole, non ispinse

mai le sue pretese al di là di quanto compiacevasi la regina di

accordargli; poco tempo si trattenne in corte, ed essendosi recato nella

Calabria, seppe rendere caro il proprio governo a' suoi sudditi[448].

[448] _Giornali Napoletani, p. 1089. — Giannone Istor. civile, l.

XXV, c. 4; p. 442. — Raynald, Ann. Eccl. 1423; § 13, t. XVIII, p.

57._

Frattanto Alfonso vide con grandissima pena riunirsi contro di lui le

due antiche fazioni di Durazzo e d'Angiò, ed il papa appoggiare con

tutte le sue forze le misure che per escluderlo dalla sua eredità

prendeva la regina. Egli invitò Braccio di Montone ad accorrere in suo

soccorso, ma Braccio, che in pari tempo era in forza de' suoi obblighi

chiamato a difendere i Fiorentini contro il duca di Milano, non sapeva

risolversi a levare l'assedio dall'Aquila; perciocchè questa città

l'aveva irritato colla sua resistenza; egli credeva il suo onore

compromesso, aveva in questa guerra praticati atti di crudeltà di cui

non erasi mai inaddietro macchiato[449], e gli abitanti dell'Aquila

opponevano a' suoi attacchi una gagliarda ostinazione resa maggiore

dalle sue crudeltà. Inoltre erano essi stati assicurati della più

efficace protezione per parte della regina e del papa; ed accostumati in

mezzo alle montagne, alla più dura e laboriosa vita, più pazientemente

che ogni altro popolo d'Italia sopportavano i disagi e le privazioni

della guerra. Alfonso, vedendo che non poteva persuadere Braccio a

levare quell'assedio, non si trovò abbastanza forte per sostenersi solo

contro la regina e lo Sforza. Altronde lo richiamavano in Ispagna gli

affari di quel regno, ove voleva ottenere la libertà di suo fratello,

prigioniere del re di Castiglia. Partì adunque colla sua flotta per le

coste della Catalogna, e lasciò don Pedro d'Arragona, altro suo

fratello, a Napoli con alcuni condottieri italiani[450]. Viaggio facendo

sorprese Marsiglia, che saccheggiò per tre giorni, per vendicarsi di

Lodovico d'Angiò, cui apparteneva questa città.

[449] _Vita Brachii Perus., l. VI, p. 613._

[450] _Leodrisii Cribellii de Vita Sfortiae, p. 722. — Ann.

Bonincontrii, p. 1 29. — J. Simonetae, l. I, c. 183. — Ubertus

Folieta Gen. Histor., l. X, p. 556. — J. Mariana Historia de las

Españas, l. XX, c. 14, p. 796._

Dopo la partenza d'Alfonso, la regina Giovanna, più non si vedendo

minacciata da immediato pericolo, volse il pensiero a liberare gli

abitanti dell'Aquila, che in undici mesi d'assedio avevano consumate le

loro munizioni ed i viveri, e che caldamente chiedevanle soccorso.

Ordinò dunque allo Sforza d'aiutarli; e questi si pose in cammino nel

cuore dell'inverno con suo figliuolo Francesco, ed il 4 gennajo del 1424

giunse in riva al fiume Pescara. Alcuni soldati di Braccio occupavano la

città di tal nome, i quali avevano afforzate le rive del fiume con

palafitte, dietro le quali si erano appostati alcuni arcieri. Ma lo

Sforza tenendo dietro alla riva volle guadare il fiume presso alla sua

foce, persuaso di trovare un facile passaggio nelle acque del mare. Vi

entrò armato di tutto punto col caschetto in testa e colla lancia in

mano, seguìto da quattrocento corazzieri che con lui giunsero sull'altra

riva, di dove scacciarono i nemici. Intanto i venti di mezzodì,

essendosi rinforzati, spinsero nel fiume le acque del mare, che lo

gonfiarono a dismisura, rendendone il guado assai pericoloso. Il

rimanente de' corazzieri, che trovavasi ancora sull'opposta riva,

ricusava d'ubbidire allo Sforza che gli accennava d'avanzare: egli,

impaziente della loro tardanza, spinse di nuovo il suo cavallo in mezzo

alle acque per condurre egli stesso i suoi soldati; ma giunto in mezzo

al fiume, vedendo uno de' suoi paggi in balia delle acque vicino ad

annegarsi, egli s'abbassò per prenderlo, e nello stesso istante

mancarono i piedi di dietro al suo cavallo. Lo Sforza cadde di sella, e

scomparve sotto le acque, mentre il cavallo cercava di salvarsi a nuoto.

Due volte fu veduto questo guerriero, coperto di troppo pesanti armi per

poter nuotare, alzare fuori delle acque le mani coperte di guanti di

ferro, e giugnerle in atto supplichevole; ma l'onda lo strascinò senza

che si potesse ajutarlo, ed il suo cadavere non fu mai trovato. Così

morì in età di cinquantaquattro anni uno de' più intraprendenti ed

intrepidi, uno de' più valorosi generali e de' più esperti politici che

avesse fino allora prodotti l'Italia[451].

[451] _Leodrisii Cribellii de Vita Sfortiae, p. 725. — J. Simonetae

R. G. Francisci Sfortiae, l. I, p. 186. — Ann. Bonincontrii Miniat.,

p. 131. — Giornali Napoletani, p. 1090._

L'armata che lo Sforza aveva creata, e che teneva riunita

coll'ascendente del suo genio, e colla confidenza che ispirava ai

compagni della sua fortuna, poteva essere disciolta nello stesso istante

della sua morte. Verun legame di dovere o d'onore stringevano gli uomini

che avevano servito sotto le sue insegne; tutti risguardavano con

perfetta indifferenza la lite tra Alfonso e Giovanna, e non cercavano

nella guerra che il soldo ed il saccheggio. Perciò poteva temersi che

offrissero i loro servigj a Braccio, cui erano tanto vicini; e di già

pochi mesi prima alcuni di loro avevano congiurato contro Francesco,

figliuolo dello Sforza, che aveano accompagnato in Calabria[452].

L'armata dello Sforza non era soltanto la più importante parte della sua

eredità, ma inoltre la garanzia di tutto il rimanente. La regina gli

aveva accordati ragguardevoli feudi, meno come ricompensa de' passati

servigi, che come prezzo di quelli che da lui si riprometteva in

avvenire; ed avrebbe indubitatamente spogliato di molti beneficj il di

lui figliuolo, quando non avesse sperato qualche compenso. Il figliuolo

dello Sforza non diede mai prova maggiore di forza d'animo e di presenza

di spirito quanto in questa difficile circostanza, nella quale, malgrado

il turbamento e il dolore che gli cagionava la morte del padre, seppe

tener uniti sotto le stesse insegne i suoi soldati, farli giurare di non

abbandonarlo, ridurli a promettergli ubbidienza, sebbene fosse il più

giovane dei capitani che avevano militato sotto suo padre, e finalmente

togliere loro con una sorprendente attività il tempo di riflettere e la

tentazione di rendersi indipendenti. Visitò alla testa delle sue truppe

tutti i feudi donati a suo padre, e che formavano la sua eredità; si

assicurò della ubbidienza de' suoi vassalli, indi tornò ad Aversa, ove

la regina, a lui grata per avere saputo conservarle un'armata, gli

confermò il comando delle sue truppe, ordinando a lui ed a' suoi

fratelli di prendere il nome di Sforza, reso famoso dal padre, ma che

fin allora non era stato che un suo soprannome[453].

[452] _Leodrisii Cribellii de Vita Sfortiae, p. 721._

[453] _Leodrisii Cribellii de Vita Sfortiae, p. 728. — Joh.

Simonetae de G. Fr. Sfortiae, l. I, p. 188._

Prima che Francesco Sforza tornasse in Aversa una flotta genovese di

quattordici grandi vascelli, e di ventidue galere era giunta nelle acque

di Napoli sotto gli ordini di Guido Torello, generale al servizio del

duca di Milano. Filippo Maria Visconti aveva recentemente conchiusa

un'alleanza colla regina Giovanna e col papa contro il re d'Arragona, ed

aveva facilmente determinati i Genovesi, suoi nuovi sudditi, a fare i

più grandi sforzi per combattere con lui i Catalani loro perpetui

rivali. Per altro i Genovesi avevano creduto di servire sotto gli ordini

di Francesco Carmagnola, governatore della loro città, nel quale avevano

intera confidenza, e non furono meno indispettiti di questo generale

medesimo, quando un nuovo favorito del duca venne a soppiantare

quest'illustre guerriero, ed a prendere il comando di una flotta, che

poteva dirsi creata dal nome del Carmagnola [454]. Peraltro Guido

Torello ottenne nella spedizione molti vantaggi: prese Gaeta, Procida,

Castell'a Mare, Sorrento e Massa, indi condusse la sua flotta in faccia

a Napoli. Nello stesso tempo Francesco Sforza attaccava la città dalla

banda di terra. L'infante don Pedro di Arragona non aveva che pochi

Spagnuoli sotto i suoi ordini; i condottieri italiani lo servivano

senz'amore; Bernardino della Carda degli Ubaldini lo abbandonò per

raggiugnere Braccio da Montone suo antico generale, e Giacomo di

Caldora, dopo aver trattato coi nemici, aprì finalmente le porte di

Napoli a Francesco Sforza. L'armata della regina, ricuperando la sua

capitale, non commise violenze contro gli abitanti: don Pedro si chiuse

in Castelnuovo cogli Arragonesi, ed il Caraccioli non volle che si

assediasse, per tenere Lodovico d'Angiò più sommesso col timore del suo

rivale[455].

[454] _Leodrisii Cribellii de Vita Sfortiae, p. 729. — Joh. Stellae

Ann. Genuens., p. 1288. — Ubertus Folieta Genuens. Hist., l. X, p.

557. — Giornali Napoletani, p. 1090._

[455] _Leodrisii Cribellii de Vita Sfortiae, p. 729. — J. Simonetae

Vita Francisci Sfortiae, l. I, p. 190. — Giornali Napoletani, p.

1091. — Frammento Siciliano, p. 1095. — Giannone Ist. civile, l.

XXV, c. 5, p. 446._

Intanto Braccio di Montone trovavasi sempre all'assedio dell'Aquila.

Allorchè fu avvisato che l'armata dello Sforza avanzavasi contro di lui,

che un distaccamento aveva di già passato il fiume di Pescara, e battute

le truppe che lo difendevano, aveva determinato di levare l'assedio, e

già si era allontanato poche miglia dall'Aquila, quando tre corrieri,

speditigli uno dopo l'altro, gli annunciarono la morte del suo rivale,

altre volte suo compagno d'armi e suo amico. Allorchè seppe l'accaduto

dimenticò l'accanimento con cui aveva contro di lui combattuto, il

pericolo che gli sovrastò, ed il timore che gli aveva fatto abbandonare

un assedio continuato undici mesi con tanta ostinazione; pianse il

grand'uomo che l'Italia aveva perduto, e si credette egli stesso

minacciato di vicina morte; quasi che fosse tempo di ritirarsi

dall'arena, quando il suo rivale non poteva più combattervi. I

sentimenti degli eroi del quindicesimo secolo erano quasi sempre sotto

l'influenza degli astrologhi e degl'indovini, e questi avevano dato

maggior valore ai presentimenti di Braccio. Si dice che precedentemente

essi avevano annunciate le circostanze della morte di questi due

capitani, che avevano raccomandato allo Sforza di non esporsi ai fiumi,

e di risguardare il lunedì come giorno infausto; che la vigilia del

passaggio del fiume un sogno gli aveva prenunciata la sorte che lo

aspettava; che il suo stendardo era caduto innanzi a lui, mentre entrava

nelle acque, e che i suoi ufficiali lo avevano inutilmente supplicato a

non disprezzare tanti funesti presagi. Dall'altro canto gl'indovini

avevano annunciato a Braccio, che non sarebbe sopravvissuto al suo

emulo, e l'avveramento delle prime loro predizioni dava maggior peso

alla seconda[456].

[456] _Joh. Simonetae de Reb. G. Fran. Sfortiae, l. I, p. 188. —

Leod. Cribellii de Vita Sfortiae, p. 724._

Qualunque si fosse l'impressione che tali presagi avevano fatto sulla

mente di Braccio, non lasciò di spingere con tutto l'ardore l'assedio

dell'Aquila. Dal canto loro gli abitanti di questa città, privi de'

soccorsi che aspettavano dallo Sforza, non perciò si scoraggiarono; non

s'arresero alle intimazioni di Braccio; distribuirono le vittovaglie con

maggiore economia, e fecero sapere alla regina che credevansi in istato

di potersi difendere fino al primo giorno di giugno, supplicandola a non

differire dopo tale epoca a soccorrerli[457].

[457] _Vita Brachii a J. Campano, l. VI, p. 616._

Tostocchè Giovanna si vide in possesso della sua capitale, pensò a

liberare una città fedele, che da sì lungo tempo, per cagion sua,

soffriva tanti patimenti, e ad allontanare dai confini del regno il solo

nemico che poteva darle timore. Martino V prometteva di assecondarla con

tutte le sue forze, ed il duca di Milano le spedì ajuti, onde impedire

Braccio di soccorrere i Fiorentini. L'armata combinata di questi tre

sovrani si adunò sotto Giacomo di Caldora, il più attempato de'

condottieri che militavano nel regno di Napoli; e Francesco Sforza con

tutta la sua valorosa gente si pose sotto il di lui comando.

L'armata del Caldora era del doppio o del terzo più numerosa di quella

di Braccio; ma questi invece aveva il vantaggio del terreno,

imperciocchè i suoi nemici, per giugnere al piano in cui era accampato,

dovevano attraversare le scoscese montagne di san Lorenzo; e la

cavalleria pesante non poteva, senza grandissimo pericolo, scendere per

que' tortuosi sentieri in faccia al nemico. Ma Braccio, troppo

impaziente per rimanere lungo tempo in tanta incertezza, volle affidare

la sorte della guerra ad una sola battaglia. Opponeva al numero de'

nemici la fiducia ne' proprj talenti, e lo sperimentato valore de' suoi

soldati. Egli null'altro temeva che di vedere il Caldora procrastinare

la guerra, a cagione delle difficoltà del passaggio della montagna; onde

gli spedì un araldo per invitarlo ad una battaglia, promettendogli di

aspettarlo nella pianura e di non attaccarlo nelle gole della montagna,

di cui gli dava il libero passaggio. Il Caldera risguardò tale disfida

come una rodomontata, e credendo di non si dover fidare alla promessa

che l'accompagnava, non volle accettarla e rispose ancor esso con altra

braveria. Ma Braccio, che credevasi legato dalla fatta offerta, non

trascurò in ogni modo di trarre vantaggio dai luoghi che occupava.

Chiuse il canale del piccolo fiume che scorre presso l'Aquila, facendo

che le sue acque inondassero la pianura dove aspettava i nemici, e si

tenne sicuro che quando i loro cavalli scenderebbero stanchi dalla

montagna, ed entrerebbero in uno sconosciuto pantano, gli sarebbe

agevole il tirar profitto dal loro disordine[458].

[458] _Vita Brachii a J. Campano, l. VI, p. 617._

Il Caldora, dopo avere inutilmente tentato di soccorrere la città senza

dare battaglia, o senza aprirsi altrove un passaggio per giugnere

all'Aquila, si trovò costretto di prendere la strada della montagna di

san Lorenzo. Tremavano i cavalieri scendendo per quegli angusti e

sinuosi sentieri, ove trovavansi in balìa de' nemici. Osservavano al di

sopra di loro l'infanteria occupare le strette per le quali passavano.

Ma Braccio l'aveva colà posta per tagliare la ritirata alle truppe della

Chiesa, non per impedire che si avvicinasse, e malgrado le istanze de'

suoi ufficiali, non volle dare cominciamento alla battaglia prima che il

Caldora fosse giunto in sul piano con tutti i suoi corazzieri.

Aveva Braccio incaricato Niccolò Piccinino, il migliore de' suoi

capitani, di custodire con quattro compagnie di sessanta corazzieri la

porta dell'Aquila, e di non abbandonare quel posto, per qualsiasi

motivo. Aveva mandata tutta l'infanteria sulle alture, perchè attaccasse

i nemici alle spalle, tostocchè fossero dalla cavalleria disordinati. Il

2 giugno del 1424 diede cominciamento alla battaglia alla testa de' suoi

corazzieri tre volte meno numerosi che quelli del Caldora; e col

consueto suo impeto spinse bentosto il nemico alle falde della montagna,

e lo sgominò affatto. Michelotto Attendolo, uno dei parenti dello

Sforza, fece allora avanzare l'infanteria, con ordine di approfittare

della mischia per cacciarsi sotto i cavalli, e ferirli di fianco; ed

infatti i pedoni dello Sforza smontarono in poco tempo molte compagnie

de' corazzieri di Braccio, e sparsero il disordine nel rimanente. In

questo istante Niccolò Piccinino, volendo riordinare i suoi commilitoni,

abbandonò la guardia della porta che gli era stata affidata, malgrado il

contrario ordine di Braccio, e mentre questi non aveva potuto dare i

convenuti segni all'infanteria, quando aveva appunto bisogno di farla

scendere dalle alture che occupava; la battaglia fu perduta, perchè i

primi abbandonarono la loro posizione ed i secondi si ostinarono a

restare ove si trovavano. Quando gli abitanti dell'Aquila videro che le

loro porte erano libere, uscirono in numero di sei mila e piombarono

alle spalle dell'armata di Braccio, il quale mentre scorreva le file per

incoraggiare i suoi soldati, fu ferito nella gola da un colpo di spada,

e rovesciato da cavallo. I suoi guerrieri, sentendo che era caduto, si

posero tutti in fuga. Braccio, rialzato dai suoi nemici, venne condotto

alla tenda del Calodra: ma egli non volle mai nè rispondere, nè fare

segno alle generose offerte ed ai conforti che gli davano i suoi nemici.

A molti de' suoi soldati, ch'erano con lui prigionieri, venne permesso

di recarsi presso al loro generale e di parlargli senza testimonj, ma

non ottennero giammai da quell'anima alteramente feroce alcun segno

d'aggradimento delle loro cure, nè mai volle prendere cibo. Sebbene i

medici avessero dichiarato che la ferita non era mortale, dopo avere

passati tre giorni senza mangiare o bevere o pronunciare una sola

parola, morì di cinquanta sei anni il 5 giugno del 1424. I gemiti ed i

singhiozzi de' suoi soldati risuonarono nel campo de' vincitori; ed una

vittoria conseguita colla morte di così grand'uomo riuscì rincrescevole

agli stessi suoi nemici. Il suo cadavere fu mandato a Roma, ove il papa

lo fece seppellire in luogo profano, siccome scomunicato[459].

[459] _Vita Brachii Perusini a J. Campano, l. VI, p. 620. — Joh.

Simonetae de R. G. a Franc. Sfortiae, l. I, p. 192-200. — Leodrisii

Cribellii de Vita Sfortiae, p. 729-732. — Ann. Bonincontrii Miniat.,

p. 133. — Giornali Napoletani, p. 1092. — Lettre de Martin V, au roi

de Castille. Ann. Eccl. 1424, § 16, t. XVIII, p. 69._

La morte di Braccio distrusse in un istante il principato ch'egli aveva

formato. Perugia il 19 di luglio aprì le porte al papa, a condizione che

gli emigrati del partito de' Raspanti non sarebbero richiamati in città,

e che il castello di Montone, patrimonio degli antenati di Braccio,

verrebbe consegnato al conte Oddo suo figliuolo. Le altre città dello

stato della Chiesa seguirono l'esempio di Perugia, e Martino V rivocò la

scomunica pronunciata contro di loro[460]. Capoa ed i varj feudi,

ch'erano stati accordati a Braccio nel regno di Napoli, tornarono alla

regina. Il conte Oddo, figliuolo di Braccio, coll'ajuto di Niccolò

Piccinino, raccolse una parte dell'armata paterna, ed i Fiorentini, che

di quest'epoca avevano estremo bisogno di truppe, presero questi due

generali al loro soldo con quattrocento lance, ossiano mille due cento

corazzieri[461].

[460] _Annales Eccl. Rayn. 1424, § 16, p. 69. — Vita Martini V ex

additamentis ad Ptolom., p. 866. — Math. de Griffon. Memor. Hist.,

p. 230. — Cher. Ghirardacci Stor. di Bologna, l. XXIX, t. II, p.

646._

[461] _Commentari di Neri di Gino Capponi, p. 1163._

Il duca di Milano, non contento di avere violato il trattato conchiuso

coi Fiorentini, disponendo di Sarzana, città posta al di là della Magra

e dei confini ch'egli medesimo aveva stabiliti ne' trattati alle sue

conquiste, aveva pure mandate, dietro domanda del legato, truppe a

Bologna per attaccare Castel Bolognese, ove si erano rifugiati gli eredi

della casa Bentivoglio[462]. Da ogni lato le sue armate s'andavano

avvicinando alla Toscana, ove cercava di ravvivare il partito che in

addietro vi aveva avuto suo padre. Dopo la morte di Giorgio degli

Ordelaffi, signore di Forlì, accaduta il 25 gennajo del 1422, la di lui

vedova Lucrezia degli Alidosi, figlia del signore d'Imola, era rimasta

tutrice di suo figlio, Teobaldo degli Ordelaffi, in età di soli nove

anni, e governava il suo piccolo stato sotto la protezione dei

Fiorentini. Ma sua cognata, Catarina degli Ordelaffi, erasi posta alla

testa del partito ghibellino di Forlì. Incoraggiata dalle segrete

offerte del duca di Milano, eccitò il popolo a prendere le armi ed il 14

maggio del 1423 fece arrestare sua cognata Lucrezia, e scacciare tutti

gli Imolesi e tutti i Fiorentini che questa aveva chiamati a Forlì,

introducendo in loro vece in città una guarnigione milanese[463]. Questa

era dal canto del duca di Milano un'espressa violazione del trattato di

pace; perciocchè aveva riconosciuto che tutta la Romagna fosse sotto la

protezione dei Fiorentini, ed erasi obbligato a non prendere parte nelle

rivoluzioni di questa provincia. I Fiorentini mandarono a Forlì Pandolfo

Malatesti, per liberare la fortezza assediata dai Milanesi; ma questo

principe fu battuto il 6 settembre 1423 a ponte a Ronco dal generale del

duca di Milano, e da quell'istante la guerra si accese in Romagna[464].

[462] _Math. de Griffon. Memor. Histor., p. 229. — Cron. di Bologna,

t. XVIII, p. 612. — Poggio Bracciolini Hist. Flor. l. V, p. 324._

[463] _Chron. Foroliv. Frat. Hieronimi, t. XIX, p. 890. — Ann.

Foroliv., t. XXII, p. 212. — Chron. Tarvisinum Redusii de Quero, p.

851. — Poggio Bracciolini Hist., l. V, p. 323._

[464] _Andrea Biglia Histor. Mediol. l. IV, p. 63. — Commentarj di

Neri di Gino Capponi, p. 1162._

Filippo Maria più non si tenendo obbligato da alcun rispetto, fece

entrare in Romagna Agnolo della Pergola con una più numerosa armata.

Questo generale, passando a canto ad Imola, sorprese questa città il 10

febbrajo del 1424, approfittando del gelo che aveva agghiacciate l'acque

delle fosse in modo da potervi camminar sopra[465]. Luigi degli Alidosi,

preso nella sua capitale, fu mandato nelle prigioni di Milano; pochi

giorni dopo Guid'Antonio di Manfredi, signore di Faenza, dichiarossi a

favore del duca, ed il papa, favoreggiando lo stesso partito, richiamò

da Bologna il legato Condolmieri perchè creduto amico dei

Fiorentini[466].

[465] _Chron. Foroliviense Frat. Hieron., p. 891. — Math. de

Griffon. Memor. Histor., p. 229. — Cron. di Bologna, p. 613._

[466] _Poggio Bracciolini Histor., l. V, p. 328. — Cronica di

Bologna, p. 614._

La guerra per questi ultimi ricominciava sotto i più svantaggiosi

auspicj; Braccio, che doveva essere il loro principale difensore, e che

riceveva un'annua pensione come prezzo de' servigj che doveva prestare

ad ogni inchiesta, dopo avere lungo tempo deluse le loro istanze era

stato rotto con tutta la sua armata. I deputati fiorentini erano stati

spogliati dai vincitori nel suo campo, ov'eransi recati per portargli

sessanta mila fiorini pel soldo delle truppe[467]. Per rimpiazzarlo i

dieci della guerra avevano assoldato Carlo Malatesti, signore di Rimini,

ed avevano adunata sotto i di lui ordini un'armata di dieci mila cavalli

e di tre mila pedoni, i di cui principali capi erano Pandolfo Malatesti,

Orso Orsini, Luigi degli Obizzi, e Niccolò di Tolentino[468]. Ma Carlo,

avendo voluto soccorrere il conte Alberico da Barbiano, alleato della

repubblica, che trovavasi assediato da Pergola nel suo castello di

Zagonara, il 27 luglio venne a battaglia col generale milanese, dopo

avere con una lunga marcia in disastrose strade e sotto una violenta

pioggia stancata la sua gente ed i cavalli, onde fu compiutamente rotto

e fatto prigioniero con molti suoi ufficiali. Il duca di Milano, che

talvolta lasciava la sua bassa e perfida condotta per agire con

cavalleresca generosità, accolse il Malatesti colle più vive

dimostrazioni di affetto e di rispetto, quando gli fu condotto

prigioniero a Milano; dimenticò la sua nimicizia, per non risguardarlo

che come uno degli amici di suo padre ed uno de' suoi tutori, e dopo

averlo trattenuto alcun tempo tra le feste ed i piaceri della sua

capitale, lo rimandò libero senza taglia con tutti i prigionieri. Da

quest'istante il Malatesti, vinto dalle cortesie del duca, abbandonò i

Fiorentini per attaccarsi a questo principe[469].

[467] _Joh. Simonetæ, l. I, p. 197._

[468] _Poggio Bracciolini Hist., l. V, p. 329. — Andreæ Billii

Histor. Mediol., l. IV, p. 67._

[469] _Poggio Bracciolini, l. V, p. 332. — Comment. di Neri di Gino

Capponi, p. 1163. — Andreæ Billii Hist. Mediol., l. IV, p. 68. —

Ann. Bonincontrii Miniat., p. 133. — Cron. di Bologna, p. 615. —

Chron. Foroliv., t. XIX, p. 894._

Il conte Oddo, figliuolo di Braccio da Montone, e Niccolò Piccinino

giunsero in appresso a Firenze cogli avanzi dell'armata disfatta innanzi

all'Aquila. Il Piccinino, dopo avere raccolti i soldati fuggiti alla

rotta di Zagonara, tenne in dovere alcuni castelli dello stato d'Arezzo

che di già apparecchiavansi alla ribellione; ma quando volle in appresso

passare in Romagna cadde, mentre attraversava la valle di Lamone, il 1.º

febbrajo del 1425, in un'imboscata di contadini; cadde morto il conte

Oddo, egli stesso venne fatto prigioniero, e dispersa per la terza volta

tutta l'armata fiorentina[470]. Vero è che il Piccinino prigioniere

venne condotto presso Guid'Antonio Manfredi, signore di Faenza, il quale

aveva motivo d'essere scontento del duca. Ammesso alla sua confidenza,

gli fece sentire quanto più vantaggiosa gli sarebbe l'alleanza de'

Fiorentini che non quella del Visconti, e lo persuase a cambiare

partito. Il signore di Faenza dichiarò la guerra al duca di Milano il 29

marzo del 1425 e rese la libertà al generale suo prigioniero[471].

[470] _Comment. di Neri di Gino Capponi, p. 1163. — Macchiavelli

delle Istor. Fiorent., l. IV, p. 26. — Math. de Griffonibus Memor.

Histor., p. 230._

[471] _Chron. Tarvis. Redusii de Quero, p. 852. — Poggio Bracciolini

Histor. Florent., l. V, p. 332._

Nello stesso tempo i Fiorentini fecero avanzare un'altra armata nella

Liguria, mentre che di concerto con Alfonso d'Arragona avevano armata

una flotta di ventiquattro galere catalane, che presentossi in faccia al

porto di Genova il 10 aprile del 1425. L'antico doge, Tomaso di Campo

Fregoso, era a bordo di questa flotta, sperando di ridestare lo zelo de'

partigiani di sua famiglia, dei Fieschi e di tutto il partito guelfo. Ma

invano egli chiamò i Genovesi a scuotere il giogo di Filippo e dei

Ghibellini; l'odio del popolo contro i Catalani era più forte che l'odio

per la tirannide; e la flotta arragonese dovette ritirarsi, e l'armata

fiorentina in cui trovasi un fratello del doge, fu battuta a

Rapallo[472].

[472] _Poggio Bracciolini, l. V, p. 330. — Joh. Simonetæ, l. II, p.

203. — Joh. Stellæ Ann. Genuens., p. 1292. — Ubertus Folieta

Genuens. Histor., l. X, p. 558. — Ricordi di Giovanni Morelli.

Deliz. degli Erud., t. XIX, p. 65._

Niccolò Piccinino, che la repubblica risguardava come il suo più fedele

capitano, avendo avuto qualche diverbio coi dieci della guerra, lasciò

il servigio dei Fiorentini per passare a quello del duca di Milano, che

di già aveva preso al suo soldo Francesco Sforza con due mila

cavalli[473]. Poco dopo Bernardino della Carda degli Ubaldini, nuovo

generale della repubblica, fu battuto ad Anghiari il 9 di ottobre da

Guido Torello: e per ultimo il 17 dello stesso mese i Fiorentini

provarono un'eguale disfatta alla Fagiuola; era questa la sesta, dopo

cominciata la guerra, senza che in mezzo a tante perdite ottenessero

nulla di prospero[474].

[473] _Poggio Bracciolini, l. V, p. 335. — And. Billii, l. IV, p.

70. — Simoneta, l. II, p. 203. — Ann. Bonincontrii, p. 134. —

Capponi Comment., p. 1164. — Leon. Aretini Com. de suo temp., p.

933._

[474] _Ricordi di Gio. Morelli, p. 68._

A questa serie di sciagure i Fiorentini opposero un indomabile coraggio.

Adunarono per la settima volta la loro armata, e si posero in su le

difese. Intanto andavano affrettando ad unirsi a loro tutte le potenze

interessate a mantenere l'equilibrio dell'Italia, e spedirono

ambasciatori all'imperatore Sigismondo, al papa ed ai Veneziani. Il

primo troppo occupato dai Turchi e dagli Ussiti, ed il secondo accecato

dalla sua collera, non le promisero verun soccorso[475]; ma i Veneziani

parvero commossi, onde la repubblica mandò loro tre successive

ambasciate per affrettarli a dichiararsi; ed i signori di Mantova, di

Ferrara e di Ravenna, che cominciavano a temere per sè medesimi

l'ambizione del Visconti, appoggiarono le istanze de' Fiorentini[476].

[475] _Poggio Bracciolini, l. V, p. 336. — Gio. Battista Pigna Stor.

de Principi d'Este, l. VI, p. 546._

[476] _And. Navagero Stor. Venez., p. 1086. — Marin Sanato Vite dei

Duchi di Venezia, p. 976. — Platina Histor. Mant., l. V, p. 802._

Un trattato di pace legava ancora per cinque anni il duca di Milano e la

repubblica di Venezia; ma il duca non mostravasi scrupoloso osservatore

di tali obblighi, ed erano palesi le sue pretensioni sulle città di

Verona, di Vicenza ed ancora di Padova e di Treviso, perchè suo padre le

aveva possedute prima che venissero in potere della repubblica. Bentosto

un uomo, rifugiatosi a Venezia dopo essere stato ne' consigli del duca,

fece sentire alla repubblica che invano differirebbe una guerra, cui in

verun modo non avrebbe potuto sottrarsi.

Era questi il conte Francesco Carmagnola, lungo tempo il favorito del

duca di Milano, di cui aveva per così dire creata la potenza. Per

compensarlo de' suoi meriti il duca lo aveva ricevuto nella propria

famiglia, e datogli il nome di Visconti; ma dopo qualche tempo era

caduto in disgrazia del suo signore, cui davano grandissima cagione di

gelosia le immense sue ricchezze, l'affetto de' soldati, e perfino la

memoria de' suoi servigj, troppo importanti per un principe ingrato. Di

già il comando della flotta Genovese, destinata all'impresa di Napoli,

era stato tolto al Carmagnola per esser dato a Guido Torello[477]. Non

molto dopo Filippo volle privare il Carmagnola del comando di trecento

cavalli, che questi conservava unitamente al governo di Genova, onde il

generale scrisse al duca supplicandolo di non allontanare dai soldati un

uomo come lui, nato e cresciuto tra le armi; ma egli non ebbe risposta.

Partì in allora per Abbiate Grasso, ove trovavasi la corte; e per la

prima volta il Carmagnola si vide negato l'ingresso agli appartamenti

del sovrano, sotto pretesto che il duca era occupato in affari:

insistette, e non gli fu risposto; alzò la voce in maniera di farsi

sentire da Filippo, protestando la propria innocenza, accusando

gl'invidiosi, e giurando in fine che si farebbe desiderare, e che quello

che gli chiudeva la porta, si pentirebbe un giorno di non averlo

ascoltato. Subito dopo partì co' suoi cavalieri, e più non fermossi,

finchè non giunse ad Ivrea sul territorio del duca di Savoja.

Presentossi ad Amedeo, di cui era nato vassallo; gli appalesò i progetti

del Visconti contro di lui, lo esortò a prendere le armi fin ch'era in

tempo, ed a prevenire l'attacco del suo nemico, poichè non poteva

schivarlo[478]. Attraversò in appresso la Savoja e la Svizzera per

recarsi a Venezia, ove giunse il 23 febbraio del 1425, ed operò ancora

con maggior calore presso il senato di questa repubblica, che non aveva

fatto presso il duca di Savoja per vendicarsi di un principe che

dimenticava i suoi beneficj, lusingandosi di abbassarlo come lo aveva

innalzato. Dal canto suo Filippo, informato delle pratiche del

Carmagnola, gli fece confiscare tutti i suoi beni, che in allora davano

il reddito di quaranta mila fiorini[479].

[477] _Joh. Stellæ Ann. Genuens., p. 1289._

[478] _And. Billii Histor. Mediol., l. IV, p. 72. — Joh. Simonetæ,

de R. G. Francisci Sfortiæ, l. II, p. 201._

[479] _Redusii de Quero, Chron. Tarvis., p. 854. — Marin Sanuto Vite

de' Duchi di Venezia, p. 978. — Gio. Battista Pigna Stor. de' Princ.

d'Este, l. VI, p. 549._

Subito dopo il suo arrivo in Venezia era stato il Carmagnola preso al

servizio della repubblica con trecento lance; ma il senato non si

riduceva ad accordargli intera confidenza, dubitando che potesse essere

simulata la sua contesa col duca, e sapendosi che altri ministri del

duca si erano rifugiati presso i suoi nemici per averne il segreto, e

per tradirli. La signoria tardava ancora a dare una soddisfacente

risposta agli ambasciatori fiorentini: temeva di venire in aperta

rottura col duca e voleva prendere consiglio dagli avvenimenti.

Frattanto ogni mese sentivansi accaduti nuovi disastri alla repubblica

fiorentina, e Lorenzo Ridolfi, uno dei dieci della guerra, ch'era venuto

in qualità d'ambasciatore a Venezia, gridò nel consiglio con impazienza:

«Signori, i vostri indugi hanno di già reso Filippo Visconti e duca di

Milano, e signore di Genova, e sagrificando noi, voi andate a farlo re

d'Italia; ma noi pure, se saremo forzati di assoggettarci a lui, lo

faremo imperatore[480].»

[480] _Gio. Batt. Pigna Stor. de' Principi d'Este, l. VI, p. 550. —

Marin Sanuto Vite dei Duchi di Venez., p. 979. — Poggio Bracciolini

Histor. Flor., l. V, p. 336._

Un tentativo del duca di Milano per far avvelenare a Treviso il

Carmagnola dissipò tutti i dubbj che i Veneziani avevano sul reciproco

odio del principe e del suo generale[481]; e ciò diede maggior peso alle

rimostranze del Carmagnola. Il senato si adunò finalmente il 14 dicembre

del 1425, per prendere una finale risoluzione; e gli ambasciatori di

Firenze, quelli di Milano, ed il Carmagnola furono ammessi a parlare

innanzi a così augusta assemblea.

[481] _And. Billii Hist. Mediol., l. V, p. 81. — Poggio Bracciolini

Hist., l. V, p. 338._

Lorenzo Ridolfi, dopo avere ricordato l'odio che costantemente si

mantenne tra i tiranni e le città libere, odio che può rimanersi

coperto, ma non mai spento in fondo dei cuori; dopo avere dimostrato

quale era stata la costante politica della casa Visconti, e la serie

delle sue usurpazioni; finalmente dopo avere dimostrato che il duca

aveva violati tutti gli obblighi contratti con Firenze, chiamò i

Veneziani a pensare al proprio pericolo. «Di già, egli disse, noi ci

siamo spogliati con questa guerra; abbiamo sparse per tutta l'Italia le

gemme ed i giojelli delle nostre spose e delle nostre figlie; e tutto

abbiamo venduto quanto avevamo di prezioso per combattere. Le nostre

spese ammontano a più di due milioni di fiorini d'oro, che quando si

fosse venduta l'intera Firenze non sarebbesi avuta così gran somma. Ma

dopo di noi voi sarete i primi ad essere schiacciati. Se voi amate

quella libertà di cui si gloria a ragione la vostra città, finchè siete

ancora liberi, unite le vostre armi a quelle degli uomini liberi.

Dividete con noi la cura della salvezza pubblica, finchè ci resta la

forza ed il coraggio di difendere la nostra dignità; imperciocchè noi

cerchiamo alleati per dividere con loro il peso della guerra, non per

gettarlo addosso a loro: per pesante ch'egli sia noi ne sopporteremo

ancora la maggior parte»[482].

[482] _Andreæ Billii Hist. Mediol., l. V, p. 78._

L'ambasciatore milanese purgò il suo padrone dalle imputazioni dei

Fiorentini; diede plausibili motivi alla guerra che egli sosteneva

contro di loro; e per provare la moderazione dei Visconti, ricordò la

lunga amicizia che gli aveva legati ai Veneziani, sebbene dopo le

conquiste di Giovanni Galeazzo i due stati fossero diventati

limitrofi[483]. Ma Francesco Carmagnola, che parlò l'ultimo, fece

evidentemente conoscere quanto il duca fosse alieno dal voler mantenere

i trattati che aveva giurati. Palesò i suoi macchinamenti ed i segreti

intrighi; soprattutto dipinse il di lui carattere; la sua segreta

ambizione, non proporzionata alle forze del suo stato, non al vigore

della sua anima, non ai talenti del suo spirito. Mentre i suoi tesori

erano esausti, e che l'odio de' suoi popoli era esacerbato, lo

rappresentò chiuso ne' suoi giardini ascoltando i vani ragionamenti de'

suoi cacciatori, e parlando soltanto di feste e di piaceri coi suoi

favoriti. Intanto i suoi generali non potevano ottenere di vederlo,

quando ancora per lui si esponevano ai rischi delle battaglie; onde i

suoi ministri, contro de' quali niuno era ammesso a parlare, erano in

libertà di opprimere il popolo colle imposte. «Egli tiene in prigione

(soggiunse egli) mia moglie e le mie figlie, credendo d'essere con ciò

ancora mio padrone; ma dovunque io mi sentirò libero, crederò d'avere

trovata una patria. Questa città, che apre un asilo ai mercanti di tutte

le nazioni e di tutte le religioni, non ne ricuserà certo uno al

Carmagnola. Io reco pure tra le vostre mura il mio mestiere, quello

della guerra. Datemi delle armi, datemele contro quello che mi ha

ridotto a questa dura necessità, e voi allora vedrete se io saprò

difendere voi e vendicare me stesso[484].»

[483] _Ivi, p. 79._

[484] _Andreæ Billii Hist., l. V, p. 82. — Poggio Bracciolini, l. V,

p. 337._

Il senato di Venezia era di già scosso da questo ragionamento e da

quello di Giovan Francesco di Gonzaga, signore di Mantova, che invocava

la protezione della repubblica contro il Milanese[485]: il doge

Francesco Foscari terminò di strascinare gli spiriti. «Ajutiamo i

Fiorentini, gridò egli, mentre che Dio gli ajuta, mentre s'ajutano pure

da sè medesimi: sappia tutto il mondo che i nostri amici ed i nostri

veri alleati sono quelli che, come noi, si sagrificano per la libertà;

che, ovunque la libertà spiega le sue insegne, venga altresì ripetuto il

nome veneziano[486].» Il trattato d'alleanza tra Firenze e Venezia fu

sottoscritto. Le due repubbliche si obbligarono a mettere in campo a

spese comuni sedici mila cavalli ed otto mila fanti. Promettevano i

Fiorentini di equipaggiare una flotta sul mare di Genova, ed i Veneziani

di farne rimontare una per il Po. Finalmente tutte le conquiste che

colle loro armi potrebbero essere fatte in Lombardia dovevano

appartenere ai Veneziani[487]. Il marchese di Ferrara, il signore di

Mantova, i Sienesi, il duca Amedeo di Savoja ed il re d'Arragona

entrarono successivamente in quest'alleanza, e la guerra fu dai

confederati dichiarata al duca di Milano il 27 gennajo del 1426[488].

[485] _Platina Hist. Mant., l. V, p. 802. — Gio. Batt. Pigna Stor.

de' Principi d'Este, l. VI, p. 550._

[486] _Andreæ Billii Hist., l. V, p. 85._

[487] _Poggio Bracciolini, l. V, p. 339. — Andr. Navagero Stor.

Ven., p. 1086._

[488] _Andreæ Billii Hist. Mediol., l. V, p. 85. — J. Simonetae, l.

II, p. 205. — Istor. Anon. di Firenze, t. XIX, p. 973. — Marin

Sanuto Vite dei duchi, p. 982._

Il Carmagnola adunò le sue truppe nello stato di Mantova, mentre il

marchese d'Este formava un'armata sul Panaro, ed i Fiorentini

ingrossavano quella che Niccolò di Tolentino, loro generale, comandava

in Toscana. Il Carmagnola voleva aprire la campagna colla sorpresa di

Brescia. Aveva molti partigiani in quella città, ch'egli aveva di già

tolta a Pandolfo Malatesti, e di cui si era fin d'allora dichiarato il

protettore. Tutti i Guelfi che abitavano in un separato quartiere

circondato di mura, erano malcontenti della casa Visconti che gli

opprimeva; alcuni soldati avevano pure promesso d'aprire la cittadella

ai Veneziani; ma si suppone che il duca di Milano, dopo avere scoperta

la loro trama, prendesse le opportune misure per conservare le fortezze,

e chiudesse gli occhi sulle pratiche de' Guelfi, che pure gli erano

note, onde prendere motivo, tostocchè si manifestassero, d'infierire

contro quella fazione e di confiscarne i beni[489].

[489] _Andreae Billii Histor., l. V, p. 86._

La città di Brescia era in allora formata di molti quartieri difesi da

separate fortificazioni. Eravi sulla montagna che la signoreggia una

fortezza circondata da doppie mura, e sostenuta da torri, le une alle

altre assai vicine. Un secondo giro di mura formava sotto alla prima una

seconda fortezza, abitata dai Ghibellini; al di sotto, in sulla diritta,

trovavasi la terza, detta la cittadella nuova, spettante alla Porta

Filaria; ed era a mano manca l'altro quartiere, che stendesi nel piano,

formante la più bassa parte di Brescia, che chiamavasi città guelfa. In

questo solo quartiere fu introdotto il Carmagnola il 17 marzo del 1426,

senza che gli fosse pur data la porta di Garzetta, che trovasi in fondo

alla città, perchè custodita dalla guarnigione milanese[490].

[490] _J. Simonetae, l. II, p. 205. — Poggio Bracciolini Hist., l.

V, p. 340. — Platina Hist. Mant., l. V, p. 804. — Redusius de Quero

Chron. Tarvis., p. 855._

La prima notizia dell'occupazione di Brescia cagionò molta gioja in

Venezia ed in Firenze; ma quando seppesi che il Carmagnola non era

padrone che di alcune strade e di poche piazze, mentre tutti i luoghi

forti della città si conservavano pel duca di Milano, si perdette la

speranza ch'egli vi si potesse mantenere, tanto più che Guido Torello,

Francesco Sforza, Niccolò Piccinino ed altri illustri capitani si

avanzavano per riprendere così importante città. Per altro il Carmagnola

supplì colla sua attività al pericolo della propria situazione; separò

con una fossa larga e profonda il quartiere ch'egli occupava dalla più

vicina fortezza, ed intraprese nel tempo medesimo l'assedio di porta

Garzetta. Quando Niccolò di Tolentino, generale dei Fiorentini, giunse

nel suo campo, cominciò pure l'assedio di due cittadelle; e perchè non

potessero ricevere esterni soccorsi, le chiuse con una fossa lunga più

di due miglia, e larga venti piedi sopra dodici di profondità. In questi

diversi assedj si rinnovavano le zuffe senza interrompimento; e

l'artiglieria, che cominciava in allora ad essere comunemente adoperata,

essendo più micidiale che per l'addietro, distruggeva facilmente quelle

fortificazioni che non erano state fatte per resistere alla sua furia.

La porta di Garzetta fu la prima ad arrendersi, e poco dopo la

cittadella nuova. Angelo della Pergola ricondusse dalla Romagna per

ordine del duca l'armata con cui vi aveva sostenuta la guerra e passò il

Panaro per negligenza, o per connivenza del marchese d'Este, che aveva

sopra di sè la difesa di quel passaggio. Per tal modo tutti i

condottieri del duca si trovavano riuniti in vicinanza di Brescia,

formando un esercito di oltre quindici mila corazzieri con un

proporzionato numero d'infanteria: ma la gelosia de' capi e la loro

insubordinazione posero ostacolo ai profitti che tirar potevano da così

ragguardevoli forze. Essi non attaccarono le linee del Carmagnola che

quand'era troppo tardi per poterle superare, e furono respinti con

perdita; indi i Bresciani, assediati nelle diverse loro fortezze,

dovettero successivamente arrendersi. Cinque diverse capitolazioni

cedettero a lunghi intervalli i diversi quartieri della città ai

Veneziani: la cittadella vecchia ultima si arrese il 20 novembre del

1426, e compì la conquista di Brescia[491].

[491] _Poggio Bracciolini Hist., l. V, p. 341. — Redusius de Quero

Chron. Tarvis., p. 856. — Navagero Stor. Venez., p. 1089. — Marin

Sanuto vite de' duchi di Venezia, p. 896. — Andreae Billii, l. V, p.

91. — Joh. Simonetae, l. II, p. 208. — Comment. di Neri di Gino

Capponi, p. 1164._

Quando Agnolo della Pergola evacuò la Romagna per ordine del suo

signore, restituì al papa le due città d'Imola e di Forlì, che aveva

occupate un anno prima. Nello stesso tempo il duca dichiarò di non avere

intrapresa la guerra che pel vantaggio della Chiesa, spogliata de' suoi

stati dai tiranni[492]. Perciò Martino V offrì subito la sua

interposizione per riconciliare le due repubbliche col duca. Mandò il

cardinale di Bologna a Ferrara per invitare ad un congresso le potenze

belligeranti. Colà infatti si recarono i loro deputati, e quelli del

duca di Milano mostravansi disposti a fare tutte le cessioni che

potessero essere chieste. Le città della Romagna, il di cui possedimento

era il principale motivo della guerra, erano restituite al papa, i

castelli conquistati da Agnolo della Pergola erano stati ripresi dai

Fiorentini; il duca non chiedeva d'essere messo in possesso di Brescia,

come nè pure di alcuni villaggi occupati dal duca di Savoja in Piemonte;

anzi acconsentiva di cedere ai Veneziani il restante del territorio

bresciano. La pace venne dunque firmata il 30 dicembre del 1526. Ma il

duca non aveva maggiore costanza nel sottomettersi alle privazioni, di

quel che avesse coraggio nel sopportare i rovesci; quindi aveva appena

sottoscritto questo trattato, che non seppe tollerarne le condizioni; e

riprese subito le armi per vendicarsi di coloro, che lo avevano ridotto

ad accettare una vergognosa pace[493].

[492] _Math. de Griffonibus Memor. Histor., p. 231._ È questa

l'ultima volta che noi citiamo questo storico, il quale morì poco

dopo, il 3 luglio del 1426. — _Annales Forolivienses, t. XXII, p.

214._

[493] _Leonardi Aretini Comment., p, 934. — Navagero Stor. Venez.,

p. 1090. — Marin Sanuto Vite dei duchi, p. 990. — And. Billii

Histor., l. V, p. 92. — J. Simonetae, l. II, p. 209. — Poggio

Bracciolini, l. V, p. 344._

Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 08 (of 16) · 第 15 / 20 题