CAPITOLO LXIII.

_Papa Martino V viene a stabilire la sua dimora in Firenze; di

concerto collo Sforza vuole rilevare in Napoli il partito

d'Angiò, mentre Giovanna II adotta Alfonso d'Arragona. —

Conquiste del duca di Milano in Lombardia; guerra degli

Svizzeri._

1418 = 1422.

Dopo la morte del re Ladislao la repubblica fiorentina godeva una

costante tranquillità. Il partito dell'oligarchia guelfa, che aveva

ripresa la superiorità nel 1382, mantenevasi in possesso dell'autorità

suprema col credito che gli avevano dato le brillanti sue conquiste.

Mentre egli governava lo stato, Pisa, Arezzo e Cortona erano state

assoggettate ai Fiorentini, ed i confini della repubblica si erano

allargati da ogni lato molto al di là de' suoi antichi limiti. La metà

della Toscana ubbidiva alla signoria; e mentre che gli stati vicini

erano oppressi dalle calamità della guerra, i soli Fiorentini vivevano

felici sotto una potente protezione; l'agricoltura faceva prosperare le

campagne; le città erano animate da numerose manifatture; ed i capi

dello stato, quasi tutti dediti al commercio, accumulavano immense

ricchezze, che l'eguaglianza repubblicana loro non permetteva di erogare

senza pubblico vantaggio. Le leggi sontuarie reprimevano il lusso e

permettevano la magnificenza. I principali cittadini, le loro spose e

figlie andavano per la città a piedi; frugale era la loro mensa;

semplici e modeste le vesti, e sempre le medesime; non era loro permessa

nè l'insolente pompa de' servitori, nè vistosi cavalli e carrozze, nè

vesti di porpora, nè ricami, nè giojelli; ma potevano bensì a voglia

loro consacrare al divin culto sontuosi templi, o innalzare palazzi la

di cui magnificenza ne paraggiasse il buon gusto; e la scuola

d'architettura di Firenze si lasciò bentosto a dietro tutte le sue

rivali. I cittadini erano in libertà di ornare questi palazzi di

sculture e di quadri, e di raccogliervi preziose biblioteche; bentosto

artisti, che forse non saranno mai superati, rinnovarono la gloria de'

pittori e scultori d'Atene, e bentosto i dotti recarono a Firenze

preziosi manoscritti dall'Oriente, dal Ponente e dal Settentrione. Lo

stesso commercio rese utili servigi alle scienze; perciocchè le navi che

si spedivano a Costantinopoli, ad Alessandria, ec. con istoffe di

Firenze, tornavano frequentemente cariche delle opere di Omero, di

Tucidide, o di Platone.

Dopo l'espulsione dei Ciompi, Maso degli Albizzi era sempre stato alla

direzione della repubblica. Mentre trionfava la fazione nemica, egli

aveva sofferta una lunga serie di disgrazie. Suo zio aveva perduta la

testa sul patibolo, siccome molti de' suoi amici, le sue case erano

state incendiate, ed egli medesimo cacciato in esilio. Ma dopo il suo

ritorno la fortuna volle compensarlo delle sofferte calamità con

trentacinque anni di prosperità e di gloria. Egli era l'anima di tutti i

consigli della repubblica; amici di lui degni lo circondavano, e lo

ajutavano, e conoscendo la penetrazione del suo ingegno ed il vigore del

suo carattere, mai non osarono di venire in concorrenza con lui. Durante

la sua amministrazione la repubblica aveva fiorito; i nemici degli

Albizzi erano stati severamente puniti per i mali che gli avevano fatto;

gli Alberti e tutti i loro partigiani erano stati esiliati, ammoniti, o

spogliati d'ogni autorità; e per ultimo le private ricchezze di Maso

eransi accresciute di pari passo colla pubblica fortuna, quand'egli morì

del 1417 in età di 70 anni, carico di beni e di onori[368].

[368] _Scipione Ammirato Stor. Fior., l. XVIII, p. 977._

Niccola d'Uzzano, suo amico e contemporaneo, gli successe nell'opinione

di cui godeva presso la repubblica, e la conservò fino al tempo in cui

Rinaldo, figliuolo di Maso Albizzi, potè occupare ne' consigli il posto

di suo padre. Contavansi inoltre tra i capi dello stato, Bartolommeo

Valori, Nerone de' Nigi Diotisalvi, Neri di Gino Capponi, e Lapo

Niccolini[369]. Vero è che nelle liste dei priori punto non vedonsi i

loro nomi occupare distinte cariche, perchè le popolari elezioni e la

sorte uguagliavano tutti i cittadini, ma qualunque volta i pericoli

dello stato facevano nominare i decemviri della guerra, i capi del

partito degli Albizzi occupavano i primi posti in quest'importante

magistratura[370]. Inoltre qualunque volta ancora con autorizzazione del

parlamento nominavasi una balia per formare di nuovo le borse d'elezione

della magistratura, i capi del partito Albizzi presiedevano allo

scrutinio, ed avevano cura di chiamare i loro amici alla signoria,

escludendo tutte le persone della contraria parte; ed in particolare

ricusarono ostinatamente di ammettere agli ufficj pubblici le tre

famiglie degli Alberti, dei Ricci, de' Medici. Gli Albizzi, nel

principio della loro amministrazione e finchè la memoria del tumulto de'

Ciompi ispirava ancora lo spavento, avevano approfittato della pubblica

animosità, per ispogliare queste famiglie di parte dei loro beni, per

esiliare i più distinti loro capi, e per privare gli altri membri degli

onori dello stato. Ma di mano in mano che andavasi dileguando la memoria

di quella rivoluzione, il favore pubblico si attaccava di nuovo agli

antichi difensori del partito popolare. I progressi della generale

prosperità avevano procurata l'agiatezza ed una signorile educazione ai

figliuoli di coloro che nel 1378 formavano l'ultima classe del popolo; e

questi vantaggi si erano guadagnata la pubblica considerazione, di modo

che non vedevansi senza risentimento persone distinte per ricchezze e

per istruzione escluse dalle cariche, che avevano occupate i loro padri

quando altro non erano che poveri artigiani. E come è della natura delle

oligarchie di andarsi sempre più ristringendo, così è proprio loro

carattere l'andar sempre eccitando una più viva gelosia.

[369] _Macchiavelli Istor. Fior., l. IV, p. 5. — Vita Nerii Capponii

a Barthol. Platina, t. XX, p. 479._

[370] Osservinsi le liste dei dieci della guerra dell'anno 1363

all'anno 1478, t. XIV. _Delizie degli Eruditi Toscani, p. 284.

Monumenti._

In mezzo alle sofferte persecuzioni, la famiglia de' Medici non aveva

mai abbandonata la mercatura, onde aveva adunate immense ricchezze. Il

più distinto uomo di questa famiglia era Giovanni di Bicci. Ai talenti

amministrativi aggiugneva Giovanni tanta dolcezza e moderazione, che si

era guadagnato l'amore perfino de' nemici della sua famiglia. Tre volte

dopo il 1402 aveva seduto come priore nella signoria[371], e suo figlio

Cosimo, cui era serbato maggior lustro, ottenne pure lo stesso onore

l'anno 1416[372]. Giovanni aveva inoltre fatto parte della magistratura

dei dieci della guerra[373]; ma fu lungo tempo tenuto lontano dal

supremo rango di gonfaloniere di giustizia. Finalmente ottenne anche

questa carica in settembre del 1421[374], e tale condiscendenza del

partito aristocratico, eccitò trasporti di gioja nel popolaccio, il

quale credeva d'aver ricuperato il suo vindice.

[371] L'anno 1402, 1408 e 1411. — Vedansi le liste dei priori.

_Deliz. degli Erud., t. XVIII, p. 210, 310, t. XIX, p. 20._

[372] _Ivi, t. XIX, p. 36._

[373] L'anno 1414. _Monumenti, t. XIV, p. 296._

[374] _Priorato, t. XIX, p. 56._

Ma Giovanni, invece di cercare di farsi un partito nell'opposizione,

secondò le politiche viste del governo in tutte le diverse cariche

ch'egli occupò. Erano di que' tempi tutte pacifiche, ed i Fiorentini

erano determinati a non prendere parte nelle diverse guerre che

squarciavano l'Italia. Lasciavano che la Lombardia andasse agitandosi in

una spaventosa anarchia fra i tiranni che si erano divisi gli stati di

Giovanni Galeazzo ed il figliuolo di questo duca, Filippo Maria, che

cercava di ricuperarli. Dopo la morte di Ladislao i Fiorentini avevano

rinnovate con Giovanna di Napoli le antiche alleanze che avevano coi re

delle due Sicilie. Erano uniti con istretta amicizia a Braccio di

Montone, il valoroso capitano che si era formato uno stato ai loro

confini, e che aveva promesso di venire a comandare al primo invito le

loro truppe. Trovarono inoltre conveniente d'assicurarsi altresì

dell'amicizia del papa, tostocchè l'elezione del concilio di Costanza

rese un capo alla Chiesa universale; e perchè nel lungo tempo dello

scisma, Roma e tutto lo stato ecclesiastico avevano scossa l'autorità

pontificia, i Fiorentini offrirono a Martino V un asilo nella loro città

finchè gli riuscisse di far valere i diritti de' suoi predecessori, e

finchè si credesse sicuro della ubbidienza de' suoi sudditi.

Martino V era partito da Costanza fino dal 16 di maggio del 1418; ma

egli viaggiava lentamente assai onde avere il tempo di negoziare in

tutti i paesi che attraversava, e di riunire alla santa sede i popoli

che in tempo dello scisma eransi accostumati ad una grandissima

indipendenza religiosa. Si trattenne in fatti a Berna, a Ginevra, a

Torino, a Milano, a Brescia, a Mantova, e non giunse a Firenze che il 26

febbrajo del 1419. Non volle tenere la strada di Bologna, perchè

risguardava questa città come ribelle[375].

[375] _Vita Martini V ex Codice Vaticano, t. III, p. II, Rer. Ital.,

p. 857-862._

Il principale oggetto delle sollecitudini del papa era quello di

assicurare i suoi diritti alla cattedra di san Pietro contro i due

rivali che ancora gli restavano. Benedetto XIII, chiuso nella fortezza

di Paniscola e protetto dal re d'Arragona, lo teneva sempre inquieto;

Giovanni XXIII, prigioniere in Baviera, aveva ancor esso de' segreti

partigiani, che risguardavano come calunniose le accuse presentate al

concilio contro di lui, e perciò violenta ed illegale la sua

deposizione. Altronde i Tedeschi, trattando colla Chiesa, avevano

mostrato un cotale spirito d'indipendenza, che Martino stava in timore

che non rendessero la tiara al suo rivale qualunque volta credessero

aver motivo di dolersi di lui[376]. Ottenne adunque colle sue istanze,

che Giovanni XXIII fosse trasportato in Italia, avendo intenzione di

farlo custodire in Mantova in un perpetuo carcere. Ma Giovanni,

viaggiando, trovò modo di fuggire; dall'asilo che aveva ottenuto nella

Liguria, si affrettò di scrivere al papa che riconosceva legittima la

sua elezione e la propria deposizione; ed la pari tempo implorava la

clemenza del suo successore. Gli amici che il fuggitivo teneva in

Firenze, ed in particolare Giovanni de' Medici, s'interposero presso

Martino affinchè si riconciliasse con un uomo, cui doveva il proprio

innalzamento, e di cui aveva difesa la causa fino all'istante in cui lo

aveva sagrificato alla propria grandezza. Gli rappresentarono che

l'unità della chiesa era meglio assicurata colla volontaria abdicazione

di Giovanni XXIII, che colla sua prigionia, e lo persuasero a promettere

al deposto papa un favorevole accoglimento in Firenze. Giovanni XXIII,

avendo ripreso il nome di Baldassar Cossa, venne il 13 maggio a gettarsi

ai piedi di Martino V, e dopo averlo pubblicamente riconosciuto per

legittimo papa, da lui ricevette nuovamente, dopo pochi giorni, il

cappello cardinalizio, e fu dichiarato il primo del sacro collegio. Ma

poco tempo si vide onorare la corte del suo successore, essendo morto,

alcuni mesi dopo la sua abdicazione, in Firenze, ov'ebbe dalla signoria

magnifici funerali[377].

[376] _Leonardi Aretini Comment. de suo tempore, t. XIX, p. 930._

[377] _Istor. Anon. di Firenze, t. XIV, p. 962. — Ann. Bonincontrii

Miniat., t. XXI, p. 119. — Scip. Ammirato Stor. Fior., l. XVIII, p.

983. — Vita Martini V ex additam. ad Ptolomeum Lucens., p. 863._

Martino V, mentre trovavasi ancora a Costanza, aveva accolti gli

ambasciatori della regina Giovanna di Napoli, venuti a prestargli

omaggio come ad abituale signore del regno; ed aveva mandato a questa

principessa suo nipote, Antonio Colonna, per affrettare la liberazione

del conte Giacomo della Marca, che la regina di lui consorte teneva

tuttavia in prigione. Il Colonna aveva contratta stretta dimestichezza

col nuovo amante della regina, ser Gianni Caraccioli, che ben più di

Giovanna regnava in Napoli; egli non ottenne che fosse liberato il conte

della Marca, ma un trattato assai vantaggioso per il papa e per la di

lui famiglia fu conchiuso col favorito. Obbligavasi la regina ad

assistere Martino con tutte le sue forze per fargli ricuperare lo stato

della Chiesa; prometteva al fratello ed al nipote del papa considerabili

feudi nel regno[378], ed ordinava allo Sforza, che a suo nome comandava

in Roma, di consegnare la città con Castel sant'Angelo, Civitavecchia,

Ostia e tutte le altre conquiste di Ladislao a Giordano Colonna,

fratello del papa, che ne prese possesso in di lui nome[379]. Questo

stesso Giordano con suo nipote Antonio e due cardinali recossi poi a

Napoli, ove dopo lunghi indugi, il 28 ottobre del 1419, coronò in nome

del papa la regina[380]. Antonio Colonna ebbe in ricompensa il

principato di Salerno, il ducato d'Amalfi, e fu ancora creduto, che la

regina lo lusingasse colla speranza di dichiararlo suo successore.

[378] _Giannone Istor. Civile, l. XXV, c. 2, p. 427._

[379] _Leodrisii Cribellii de Vita Sfortiæ Attenduli, l. I, p. 682._

[380] _Giornali Napoletani, t. XXI, p. 1083._

Questa regina, che il papa aveva in tal modo solennemente riconosciuta,

aveva ben poca parte nel governo del suo regno. I suoi amanti ed i suoi

generali se ne disputavano il supremo potere, mentre essa non viveva che

per abbandonarsi alle sue licenziose passioni. Giacomo della Marca, suo

marito, ottenne alla fine, per l'intromissione del papa, d'essere

rilasciato dal carcere, ma per vivere in palazzo senza credito e

considerazione alcuna, e si può dire sotto la dipendenza di ser Gianni

Caraccioli, grande siniscalco e favorito di sua moglie. Egli vide con

piacere lo Sforza ed il Caraccioli armare l'uno contro l'altro le loro

antiche schiere e disputarsi colle armi in mano il possedimento della

regina. La nobiltà di Napoli, omai stanca di portare un vergognoso

giogo, sforzò i due rivali a rappacificarsi, e di già cominciava a dar

legge alla stessa Giovanna nel suo palazzo[381]. Giacomo si lusingò

d'interessare a suo favore quei popoli che per alcun tempo lo avevano

riconosciuto per loro re, e che parevano scontenti del presente governo.

Egli fuggì sotto mentite vesti in una galera genovese e recossi a

Taranto intenzionato di far ribellare alla regina le province

meridionali del regno; ma la regina Maria, vedova di Ladislao, che

trovavasi a poca distanza da questa città, venne ad assediarvi il

fuggitivo re. Giacomo si vide costretto ad imbarcarsi di nuovo; e,

tornato in Francia, vestì l'abito di san Francesco, e morì nel suo

convento l'anno 1438[382].

[381] _Leodrisii Cribellii, l. II, p. 692. — Ann. Bonincontrii

Miniat., p. 117._

[382] _Leodrisii Cribellii de Vita Sfortiæ, l. II, p. 693. — Istoria

Civile del Regno di Napoli, l. XXV, c. 2, p. 429._

Giovanna, liberata di suo marito; avrebbe voluto disfarsi egualmente del

suo gran contestabile Sforza Attendolo, riuscendole molesta la di lui

rivalità col Caracciolo; onde acconsentì di buon grado che passasse

colla propria armata ai servigi di Martino V. Lo Sforza andò a Roma coi

valorosi che si erano a lui interamente affezionati; ricevette il titolo

di gonfaloniere della Chiesa, e si apparecchiò ad attaccare Braccio di

Montone, suo antico rivale, che il papa voleva ad ogni modo spogliare

del principato ch'egli si era formato con pregiudizio della Chiesa[383].

[383] _Leodrisii Cribellii, l. II, p. 693. — Ann. Bonincontrii

Miniat., t. XXI, p. 120._

Ma malgrado il sommo suo valore ed abilità poco poteva lo Sforza

guadagnare contro un uomo che poteva essergli maestro nell'arte delle

battaglie. Braccio, amato da' suoi soldati, temuto da' suoi vicini,

fedelmente ubbidito da' suoi sudditi, trovavasi sempre come in propria

casa in qualunque paese facesse la guerra. Egli conosceva e prevedeva

tutti i movimenti de' suoi nemici, mentre che i suoi erano da loro

ignorati: pareva ch'egli tutto vedesse senz'essere veduto. Seppe trarre

lo Sforza tra la propria e l'armata di Tartaglia, suo luogotenente, e

dopo avergli tolto un corpo d'infanteria, che i magistrati di Viterbo

mandarono al gonfaloniere del papa[384], lo attaccò in un angusto passo

tra Montefiascone e Viterbo, gli prese due mila trecento cavalieri e lo

inseguì fino alle porte di Viterbo, ove a stento potè lo Sforza

salvarsi[385].

[384] _Leodrisius Cribellius Vita Sfortiæ Attenduli, p. 694._

[385] _Vita Brachii Perusini, l. IV, p. 555._

Martino V sollecitava la regina di Napoli a somministrare al suo

contestabile danaro e munizioni per rifare l'armata: ma il Caraccioli,

che aveva udita con piacere la disfatta del suo rivale, e che aveva

nuove cagioni di odiarlo, lungi dal permettere a Giovanna di soccorrere

lo Sforza, prese le opportune cautele per perderlo interamente[386]. Il

papa, adirato di vedersi sagrificato alle private vendette di un amante

della regina, nudriva altro segreto motivo d'odio, vedendo senza effetto

le speranze che aveva concepite per l'innalzamento della propria

famiglia, perchè rifiutavasi la regina di adottare, com'erasene

lusingato, per suo figlio Antonio Colonna, di lui nipote. Per vendicarsi

di Giovanna, risolse di cambiare tutte le sue alleanze e di favorire le

pretese di Luigi III d'Angiò sopra il regno di Napoli. Il malcontento

della nobiltà, l'odio dello Sforza, che voleva vendicarsi di Caracciolo,

e l'inquietudine del popolo, che vedeva la sua regina di già avanzata in

età senza eredi naturali, sembravano dover ravvivare le speranze della

casa d'Angiò ed annunciare la prossima caduta di quella di Durazzo.

Martino V, prima d'inoltrarsi in così delicati negoziati, risolse di

sbarazzarsi della guerra che aveva in su le braccia, ed accettò la

mediazione de' Fiorentini per riconciliarsi con Braccio di Montone[387].

[386] _Leodrisii Cribellii de Vita Sfortiæ, p. 699. — Giannone

Istor. Civile, l. XXV, c. 3, p. 430._

[387] _Poggio Bracciolini Hist. Florent., l. V, p. 322._

La signoria di Firenze nudriva la più alta stima per questo capitano,

che una antica alleanza attaccava alla repubblica, e la di cui fedeltà

non erasi giammai smentita; ella invitò Braccio a passare egli stesso a

Firenze per trattare col papa. Il viaggio del signore di Perugia, fatto

negli ultimi giorni di febbrajo del 1420, ebbe tutta l'apparenza di un

viaggio trionfale. I suoi compagni d'armi lo seguivano sopra magnifici

cavalli, ed erano riccamente vestiti di drappi di seta ricamati d'oro;

quattrocento cavalieri coperti di forbitissime corazze, quasi fossero

apparecchiati per un torneo lo accompagnavano: seguivano il loro signore

i deputati di Perugia, di Todi, d'Orvieto, di Narni, di Rieti e

d'Assisi, cercando a gara di superarsi l'un l'altro nella magnificenza

degli equipaggi; e camminavano a lato di Braccio i principi di Foligno e

di Camerino. La repubblica aveva apparecchiati lungo la strada alloggi e

vittovaglie per tutto questo sontuoso corteggio[388]; il popolo si

affollava sul di lui passaggio, ed applaudiva con trasporto all'eroe

sempre vittorioso, che aveva di fresco acquistata nuova gloria colla

rotta dello Sforza.

[388] _Vita Brachii Perusini, l. IV, p. 562._

Martino V nel suo lungo soggiorno in Firenze non aveva data alla

repubblica che una sola testimonianza della sua riconoscenza, innalzando

la sua chiesa alla dignità arcivescovile[389]. Altronde mostravasi

sempre severo e scontento, faceva conoscere un'abilità nel trattare gli

affari ed un egoismo, che stranamente contrastavano colla bontà e colla

semplicità, che gli si erano supposte quand'era cardinale[390]. Braccio

per lo contrario mostravasi pieno di riconoscenza per la città e per gli

ultimi cittadini che lo avvicinavano; il popolo ne ammirava l'affabilità

e la cortesia, e paragonando i due illustri ospiti, che Firenze

accoglieva nello stesso tempo entro le sue mura, preferiva altamente il

guerriero al prete; si deliziava nel vedere i tornei e le feste militari

che Braccio celebrava alle porte della città, e manifestava il proprio

sentimento con poesie lusinghiere pel generale, e piene di sarcasmo pel

papa, le quali questi mai non seppe perdonare ai Fiorentini. Due

sgraziati versi, ripetuti sotto le finestre di Martino V da alcuni

fanciulli, cancellarono la memoria di tatto quanto la signoria aveva

fatto per lui, e lo trassero a cercare nuovi amici e nuove

alleanze[391].

[389] _Raynald. Ann. Eccles. an. 1420, § 2, t. XVIII, p. 26._

[390] _Leon. Aretini Commenta de suo tempore, p. 930._

[391]

_Papa Martino_

_Non vale un quattrino._

_Leon. Aretini Comment., t. XIX, p. 931. — Scipione Ammirato Stor.

Fiorent., l. XVIII, p. 987._

Per altro il pontefice accolse con bontà Braccio di Montone; accettò la

sua apologia per le passate ostilità, e ricevette il giuramento di

fedeltà per l'avvenire. Braccio restituì al papa le città di Narni,

Terni, Orvieto ed Orta, e ritenne in feudo sotto l'alto dominio della

Chiesa quelle di Perugia, d'Assisi, di Cannaria, di Spello, di Jesi, di

Gualdo e di Todi. Promise inoltre di condurre le sue truppe contro

Bologna, e di costringere questa città a tornare all'ubbidienza della

santa sede[392].

[392] _Vita Brachii Perusini, l. IV, p. 566. — Vita Sfortiæ, p.

699._

Il papa, dopo il suo ritorno in Italia, aveva trattato coi Bolognesi, ed

aveva acconsentito che conservassero la libertà[393]; ma quando potè

volgere contro di loro le armi di Braccio, colorì la sua aggressione col

pretesto d'una rivoluzione accaduta nella repubblica. Antonio Galeazzo

Bentivoglio, figlio di quel Giovanni, che aveva usurpata la signoria in

principio del secolo, aveva, come il padre, usurpata la signoria della

sua patria, scacciandone i Canedoli suoi rivali. Ma il di lui dominio

non ebbe lunga durata; il 26 di gennajo del 1420 aveva approfittato

d'una sedizione per usurpare la sovrana autorità[394], e prima che

terminasse il giugno dello stesso anno, era di già stato spogliato da

Braccio di tutti i suoi castelli, e ridotto ad abdicare la signoria,

aprendo le porte della sua capitale alle truppe del papa[395].

[393] _Cherubino Ghirardacci Stor. di Bologna, l. XXIX, p. 623. —

Cron. Miscella di Bologna, t. XVIII, p. 608._

[394] _Cherubino Ghirardacci Stor. di Bologna, l. XXIX, p. 631. —

Cron. Miscella di Bologna, t. XVIII, p. 609._

[395] _Brachii Perus. Vita, l. V, p. 566. — Ghirardacci, l. XXIX, p.

635. — Cron. di Bologna, p. 611. — Math. de Griffonibus Memoriale

Historic., p. 227._

Circa lo stesso tempo Sforza Attendolo erasi pure recato a Firenze per

trattare con Martino V. A questo generale il pontefice affidò tutti i

suoi segreti, sperando colla di lui assistenza di vendicarsi della

regina Giovanna e del Caracciolo. Incontrò non pertanto qualche

difficoltà a persuaderlo ad abbandonare il partito di Durazzo, cui aveva

giurata fedeltà; per abbracciare quello d'Angiò[396]; ma gli

ambasciatori di Lodovico III, che trovavansi presso il pontefice,

ridussero lo Sforza a promettere i suoi servigi al loro padrone,

anticipandogli ragguardevoli somme, colle quali, messa insieme una nuova

armata, questo generale si avviò alla volta di Napoli. Quando giunse a

poca distanza di questa città restituì alla regina il bastone di gran

contestabile che aveva da lei ricevuto, dichiarandole, che per sottrarsi

ai capricci del Caraccioli, rinunciava a qualunque legame verso di lei,

e rivocava i giuramenti che le aveva prestati. Dopo tale dichiarazione,

credendosi sciolto da qualunque obbligo verso la medesima, proclamò

Lodovico III d'Angiò, re di Napoli, ricordando il suo ereditario

diritto, fondato nell'adozione di Giovanna I; invitò i baroni angioini e

tutti i partigiani dei re francesi ad unirsi a lui ed investì Napoli nel

mese di giugno dalla banda di porta Capuana[397].

[396] _Leodrisii Cribellii de Vita Sfortiæ, t. XIX, p. 700._

[397] _Leodrisii Cribellii, t. XIX, p. 702. — Vita Brachii Perusini,

l. V, p. 571._

Fa veramente sorpresa il vedere Lodovico d'Angiò scegliere per la

conquista d'un regno lontano il tempo in cui la sua patria era quasi

soggiogata da uno straniero. Il 21 maggio del 1420, Carlo VI, o

piuttosto il duca di Borgogna, in suo nome, aveva soscritto il trattato

di Trojes, col quale diseredava il Delfino, e trasferiva ad Enrico V

d'Inghilterra il diritto di successione alla corona di Francia. Di già

l'Inglese regnava omai in Parigi invece del monarca imbecille, di cui

aveva sposata la figlia; il Delfino erasi ritirato a Poitiers, e più non

veniva ubbidito che da alcune province poste al mezzodì della Loira,

quando Lodovico d'Angiò lo abbandonò, seco conducendo tutti i cavalieri

e soldati attaccati alla sua sorte, ed adunando tutto il danaro che potè

avere in mezzo alla miseria universale, per andare a far prova di sua

fortuna in un paese, in cui suo padre e suo avo non avevano provate che

sventure[398].

[398] _Rymer conventiones litteræ et acta publica, t. IX, p. 894. —

Histoire de France par Villaret, in 4.º, t. VII, p. 280._

Lodovico aveva armata, parte in Provenza e parte a Genova, una flotta di

nove galere e di cinque navi da trasporto; con questa flotta presentossi

in faccia a Napoli il 15 agosto, sorprendendo Castell'a Mare, mentre lo

Sforza occupava Aversa, che diventò il quartiere generale della parte

d'Angiò[399]. Il papa, ch'era l'anima di quest'intrapresa, e che colle

sue istigagioni aveva persuasi lo Sforza e Lodovico a cominciarla,

affettava ancora di mantenersi neutrale; e si offriva in qualità di

arbitro e di conciliatore, e ridusse Lodovico e Giovanna a mandargli

ambasciatori a Firenze per giustificare innanzi a lui i loro titoli.

[399] _Leodrisii Cribelli de Vita Sfortiæ, p. 703._

Il deputato di Giovanna era Antonio Caraffa, cui lo spirito versuto e

dissimulato aveva fatto dare il soprannome di Malizia. All'istante

costui conobbe quali erano le vere disposizioni del pontefice, e ciò che

doveva da lui aspettarsi; ma nella sua corte medesima, e quasi sotto i

suoi occhi seppe trovare nuovi alleati alla sua sovrana, e suscitare a

Martino ed a Lodovico un avversario pericoloso.

Don Garzia Cavaniglia, gentiluomo valenziano era ambasciatore d'Alfonso

V, re d'Arragona, di Majorica, di Sicilia e di Sardegna, presso il papa.

Cercava di ottenere dalla corte di Roma la cessione dell'isola di

Corsica, che nello stesso tempo il suo padrone cercava di togliere colle

armi ai Genovesi. Il Malizia offrì all'Arragonese una corona più degna

della sua ambizione. Fece sentire a quest'ambasciatore, che Giovanna,

ultimo rampollo della prima casa d'Angiò, era padrona di disporre del

suo regno a favore di colui che adotterebbe per suo figliuolo; ch'era

disposta di dare così magnifica ricompensa a quegli che l'assisterebbe

nelle presenti circostanze, e che la politica e l'interesse de' suoi

popoli la consigliavano a cercare di preferenza l'amicizia del suo più

prossimo vicino. In forza della sua alleanza con Alfonso, le due Sicilie

sarebbero di nuovo riunite, e due popoli fratelli, divisi dopo i vesperi

siciliani, tornerebbero sotto un solo sovrano, disceso dal canto di

donna dagli eroi svevi e normanni, che prima avevano regnato nella

Puglia. Cavaniglia abbracciò avidamente il progetto di Malizia,

somministrò a quest'inviato della regina i mezzi di recarsi segretamente

presso Alfonso, in allora occupato nell'assedio del forte castello di

Bonifazio in Corsica. Il re d'Arragona, omai stanco della resistenza dei

Corsi, rinunciò volentieri ad una guerra senza gloria, per un'intrapresa

che annuciavasi sotto così favorevoli auspicj. Fece immediatamente

partire alla volta di Napoli diciotto galere con tre de' suoi migliori

generali, promettendo di seguirli egli stesso tra non molto[400].

[400] _Leod. Cribellii Vita Sfortiæ, p. 705. — Ann. Bonincontrii

Miniatensis, t. XXI, p. 122. — Giannone Ist. Civile, l. XXV, c. 3,

p. 436._

Già da lungo tempo non si ebbe più occasione di parlare del regno di

Sicilia, che, perdendo le sue ricchezze e le sue forze sotto una serie

di deboli re, minori o insensati, più non aveva parte all'equilibrio

d'Italia. Federico II, il sesto re della razza arragonese dopo i vesperi

siciliani, era morto del 1368, lasciando sua sola erede la figlia Maria.

Questa portò la corona a Martino II, figliuolo del re d'Arragona, il

quale era morto senza prole l'anno 1409, onde suo padre, chiamato pure

Martino, riunì i due regni. Dopo di lui passarono nel 1410 a Ferdinando,

figliuolo di sua sorella e di Giovanni, re di Castiglia. Alfonso era

figliuolo di questo Ferdinando, ed aveva cominciato a regnare nel

1416[401]. Per una singolare fortuna questo principe ambizioso e

destinato a tanta gloria, era per così dire straniero a tutti i regni da

lui governati. In Arragona vedevasi con gelosia circondato dai

Castigliani che suo padre aveva con lui condotti, ed il desiderio di

sottrarli agli occhi del popolo e delle Cortès, non fu uno degli ultimi

motivi, che gli fecero intraprendere la spedizione di Corsica, ed in

appresso quella di Napoli[402].

[401] _Tabulæ genealogicae ex Hieronymo Blanca. Hispania illustrata,

t. III, tav. 4, 5, 6._

[402] _Leodrisii Cribellii de Vita Sfortiae, p. 701._

Così cominciava nel regno di Napoli quella sanguinosa accanita contesa

fra i Francesi e gli Spagnuoli, che, inutilmente assopita, doveva di

quando in quando rinascere, comunicarsi all'intera Italia in sul finire

del quindicesimo secolo, ed essere cagione della ruina de' suoi stati

indipendenti. La rivalità tra le due case d'Arragona e d'Angiò doveva

più tardi coprire il regno di Napoli di soldati stranieri; ma da

principio i due pretendenti alla corona sostennero i loro diritti colle

armi italiane, approfittando della rivalità dei due grandi capitani,

Braccio di Montone e Sforza.

I luogotenenti di Alfonso si presentarono il 6 di settembre in faccia a

Napoli; ed al loro arrivo la flotta di Lodovico d'Angiò, trovandosi più

debole, si ritirò. Lo Sforza, che assediava Napoli col duca d'Angiò,

fece inutili sforzi per impedire lo sbarco degli Arragonesi, ma fu

costretto a ritirarsi; e Raimondo Periglios, comandante dell'armata

d'Alfonso, fu ricevuto da Giovanna colle più distinte dimostrazioni

d'onore, gli si affidarono Castel Nuovo, e Castello dell'Ovo, perchè li

tenesse in deposito pel suo padrone, ed il re d'Arragona venne

proclamato figliuolo adottivo della regina di Napoli, ed erede

presuntivo del regno[403].

[403] _Leodrisii Cribellii de Vita Sfortiae, p. 705. — Giannone Ist.

Civile, l. XXV, c. 3, p. 436. — Giornali Napoletani, t. XXI, p.

1084. — Mariana Historia de las Españas, l. XX, c. II._

Giovanna ed Alfonso mandarono persone di comune confidenza a Braccio da

Montone per averlo con onorate condizioni al loro servigio; lo trovarono

già tornato a Perugia, intento ad abbellire quella città con sontuosi

edificj, mentre i suoi soldati erano distribuiti ne' quartieri d'inverno

nelle vicine borgate. Braccio, che aveva di fresco sposata la sorella

del signore di Camerino, non potè mettersi in campagna che nella

vegnente primavera (1421); ma si valse intanto del danaro rimessogli da

Alfonso per adunare nuovi soldati, ed in marzo, prendendo la strada

degli Abruzzi, entrò nel regno di Napoli[404].

[404] _Vita Brachii Perusini a J. Campano, p. 576._

La Calabria e quasi tutta la costa orientale del regno aveva abbracciato

il partito d'Angiò; ma le battaglie che avevano luogo nelle province

erano di non molta importanza, limitandosi i signori feudatarj a

guastare di quando in quando il paese de' loro nemici. Intanto le truppe

vivevano a discrezione nelle campagne che attraversavano, e gravissimi

disordini tenevano dietro alle più leggeri scaramucce. La somma della

guerra riducevasi alle porte di Napoli, e colà recossi Braccio per

iscacciare d'Aversa lo Sforza e Lodovico d'Angiò. Fu accolto con mille

dimostrazioni d'onore da Alfonso, ch'era poc'anzi giunto ancor esso a

Napoli; ed essendo creato principe di Capoa, conte di Foggia e grande

contestabile del regno, si rese in breve padrone delle fortezze del suo

nuovo principato, la maggior parte delle quali trovavansi in potere del

nemico[405].

[405] _Vita Brachii Perusini a J. Campano, l. V, p. 582. — Vita

Sfortiae Vicecomitis, p 707._

Per altro l'avvicinamento dei due emuli re e di due grandi generali, in

così circoscritto spazio, non produsse quegli importanti avvenimenti che

si aspettavano. Lodovico III, stanco della sua inazione, passò a Roma

presso Martino V, ch'era venuto a soggiornare nella sua capitale in sul

finire del precedente anno. Braccio cercava di sedurre i generali dello

Sforza, e gli riuscì di staccare da lui Giacomo Caldora, gentiluomo

napolitano, che aveva mostrato estrema avversione alla regina. Tentò in

appresso il Tartaglia, che aveva altra volta militato sotto di lui, e

che lo aveva abbandonato per seguire lo Sforza; ma questi diffidando del

Tartaglia, lo fece arrestare; e dopo averlo assoggettato alla tortura,

lo condannò alla morte, alienando con tale crudele atto la metà de' suoi

soldati che amavano il Tartaglia[406].

[406] _Leodrisii Cribellii Vita Sfortiae, p. 709._

Mentre la guerra più omai non si faceva che colla seduzione e

cogl'intrighi, la corte di Giovanna veniva agitata dalle segrete

pratiche del grande siniscalco Caraccioli. Vedeva questi con estrema

diffidenza il crescente potere di Alfonso, e temeva che questo principe

non lo trattasse un giorno come Giacomo della Marca aveva trattati altri

amanti della regina. Palesò parte delle sue gelosie a Giovanna, e

persuase questa principessa a trattare con Lodovico d'Angiò; e di già

parlavasi di rivocare l'adozione d'Alfonso, per sostituirgli il principe

francese[407]. Queste pratiche non rimasero lungamente ignote al

principe arragonese; e, nella universale diffidenza, questi pensava

soltanto ad assicurarsi delle avute fortezze contro la regina, Braccio a

dilatare i confini del suo principato di Capoa, lo Sforza a far vivere

le sue truppe a spese dei Napolitani; e l'anarchia poteva durar lungo

tempo, se Martino V non si stancava di sussidiare Lodovico d'Angiò.

L'armata dello Sforza era omai quasi affatto distrutta, e richiedevansi

ragguardevoli spese per rifarla. Alfonso minacciava di ricominciare lo

scisma facendo in tutti i suoi regni riconoscere Benedetto XIII, che

ancora viveva a Peniscola sempre pretendendo di essere il pontefice.

Lodovico, cedendo alle istanze del papa consegnò alla Chiesa le due

città d'Aversa e di Castellamare, le sole che gli si fossero conservate

fedeli. Poco dopo (1322) il papa le restituì alla regina, la quale

riprese ai suoi servigi lo Sforza, di cui voleva formarsi un appoggio

contro suo figlio adottivo, e che attaccandosi di nuovo alla regina non

lasciava di favorire segretamente la casa d'Angiò[408].

[407] _Annales Bonincontrii, t. XXI, p. 124. — Giornali Napoletani,

p. 1085._

[408] _Vita Brachii Perusini, l. VI, p. 605. — Leodrisii Cribellii

Vita Sfortiae, p. 713. — Ann. Bonincontrii, t. XXI, p. 126._

In questi quattro anni la Lombardia non era stata meno travagliata dalle

rivoluzioni di quel che lo fosse il regno di Napoli. Filippo Maria

Visconti, duca di Milano, era tutto intento a ricuperare le province che

ubbidivano a suo padre, e che si erano ribellate in tempo della minorità

sua e di suo fratello. Egli allora non prevedeva che lavorava pel figlio

di quello Sforza che aveva avuta tanta parte nelle rivoluzioni di

Napoli, e che in questo medesimo tempo, costretto a mutar partito,

perdeva quasi affatto il suo credito e la sua armata.

Il duca Filippo Maria conservava con un carattere più debole alcuni

tratti di Giovanni Galeazzo suo padre. Era la medesima effeminata

ambizione che facevagli sempre desiderare nuove conquiste, senza avere

il coraggio di avvicinarsi al suo esercito, o di mirare in faccia il

soldato nemico. Colla stessa perfida politica, colla stessa tortuosa

condotta ingannava i nemici e gli amici; aveva la stessa arte di

nascondere sotto ogni sua azione un secondo fine contrario a quello che

mostrava d'essersi proposto; finalmente al suo carattere basso e crudele

era, come in suo padre, congiunta una inaspettata generosità. Ma

distinguevano Filippo Maria dal padre una minore forza di volontà,

minore arte nella condotta de' suoi progetti e nella scelta de' mezzi,

minor conoscenza della amministrazione, minori talenti per sorprendere

il popolo e per farsi amare[409].

[409] _Petri Candidi Decembrii vita Philippi Vicecomitis, c. 38 e

seg., t. XX, p. 999._

Il primo uso che fece il duca di Milano delle forze, che andava

ricuperando, fu quello di liberarsi della sua benefattrice con non

minore crudeltà che ingratitudine. Beatrice Tenda, vedova di Facino

Cane, aveva portato al duca, sposandolo in seconde nozze, la sovranità

di Tortona, Novara, Vercelli ed Alessandria, ed il comando d'un numeroso

e ben disciplinato esercito, che aveva ristabiliti gli affari dei

Visconti. Se la dolcezza, la generosità, la pazienza, la nobiltà del

carattere, possono supplire in una donna alla gioventù ed alla bellezza,

Beatrice meritava d'essere amata; ma ella contava vent'anni più del

marito, il quale, oppresso dalla ricordanza dei beneficj della consorte,

stanco delle sue virtù, irritato dalla pazienza medesima ch'ella

opponeva ai suoi sregolamenti, l'accusò d'avere violata la fede

conjugale con uno de' più giovani cortigiani, cui strappò di bocca colla

tortura una falsa confessione. Il timore d'un atroce supplicio, o la

speranza d'acquistarsi il favore del sovrano con una calunnia,

persuasero questo giovane a rinnovare la sua confessione ai piedi del

palco, ove fu condotto colla duchessa in presenza della corte e del

popolo. «Siamo noi dunque in un luogo (soggiunse allora Beatrice con

fierezza) ove gli umani timori debbano superare il timore del Dio

vivente, innanzi al quale siamo vicini a comparire? Ho sofferti come

voi, Michele Orombelli, i tormenti coi quali vi è stata estorta quella

vergognosa confessione; ma quegli atroci dolori non ridussero la mia

lingua a calunniarmi. Un giusto orgoglio avrebbe preservata la mia

castità, quand'anche la mia virtù non avesse potuto farlo; per altro,

per quanta distanza passi tra di noi, non vi credeva tanto vile da

disonorarvi in quell'unico istante che vi si presentava per rendervi

glorioso. Frattanto il mondo mi abbandona; il solo testimonio della mia

innocenza depone contro di me: dunque più non mi resta, o mio Dio, che

ricorrere a te. Tu vedi ch'io sono senza colpa, e che ne vado debitrice

alla tua grazia; tu preservasti i miei pensieri come la mia condotta da

ogni impudicizia. Oggi forse tu mi castighi d'avere violato con seconde

nozze il rispetto da me dovuto alle ceneri del primo sposo. Accetto con

sommissione la prova che mi viene dalla tua mano; raccomando alla tua

misericordia quello, la di cui grandezza volesti che fosse opera mia, e

spero dalla tua bontà, che, come tu conservasti l'innocenza della mia

vita, tu conserverai ancora agli occhi degli uomini pura ed

incontaminata la mia memoria.» Beatrice e Michele Orombelli perdettero

all'istante la testa sul palco[410].

[410] _Andreae Billii Hist., l. III, p. 51._

Giovanni Galeazzo, senza essere egli stesso militare, aveva avuta una

rara felicità, o un singolare talento nello scegliere i suoi generali;

Filippo Maria non fu meno di lui fortunato. Seppe distinguere Francesco

Carmagnola ed accordargli una confidenza proporzionata ai suoi talenti.

Francesco Carmagnola era stato dal duca notato all'assedio di Monza, in

quel delicato momento, in cui Filippo, vedendosi perduto se non

conseguiva l'eredità di suo fratello, erasi posto alla testa

dell'armata. Osservò un semplice soldato che inseguiva Ettore Visconti

fino tra le file nemiche, e che indubitatamente l'avrebbe fatto

prigioniere, se il suo cavallo correndo non cadeva. Filippo diede a

questo soldato il comando di un piccolo corpo di truppe, ed ebbe in

breve novelle prove del suo ardire e d'una intelligenza ancor più grande

del suo valore. Lo creò in allora capo del suo esercito, ed i più

strepitosi avvenimenti giustificarono una così felice scelta[411].

[411] _Andreae Billii Hist. Mediol., l. III, p. 39._

Il Carmagnola si dispose a conquistare tutto il paese posto tra l'Adda,

il Ticino e le Alpi. I più forti castelli di questa provincia Trezzo,

Lecco e Castel d'Adda, gli aprirono le porte nel 1416. Nello stesso anno

il duca, contro la fede dei trattati, fece arrestare Giovanni da

Vignate, signore di Lodi, che aveva chiamato a Milano sotto pretesto

d'avere con lui una conferenza. Il figlio di questo signore venne pure

arrestato nella stessa Lodi dalle truppe del Visconti, che scalarono le

mura di questa città il 19 agosto del 1416, e Giovanni da Vignate e suo

figliuolo perirono in Milano sul patibolo[412].

[412] _Andreae Billii Hist. Mediol., l. III, p. 44._

Filippo Araceli, gentiluomo di Piacenza, aveva consegnata la sua patria

al duca di Milano in principio del 1415. Ma avendo poco dopo avuta

cagione di lagnarsi del Visconti, gli aveva di nuovo fatto ribellare i

suoi concittadini, ed aveva il 25 ottobre dello stesso anno preso il

titolo di signore di Piacenza. Araceli contavasi tra i più valorosi ed

esperti guerrieri del suo tempo. Adunò tutti i signori della Lombardia,

che si erano divisa l'eredità di Giovanni Galeazzo; fece loro sentire,

che comune era la causa di ognuno di loro, poichè il duca di Milano

pensava a spogliarli tutti. Pandolfo Malatesti, signore di Brescia,

Gabrino Fondolo di Cremona, Lotiero Rusca di Como, i Coleoni di Bergamo,

i Beccaria di Pavia e Tomaso di Campo Fregoso, doge di Genova, si

obbligarono alla vicendevole difesa. Il Visconti mandò nel 1417 il

Carmagnola nella bassa Lombardia. È noto che questo generale e Filippo

Araceli si fecero un'accanita guerra, e che le principali città di

questa provincia furono più volte prese e riprese; ma confuse o perdute

sono le memorie di tali avvenimenti, ed incerte le epoche. Il Carmagnola

occupò Piacenza, ma non la sua cittadella; onde conoscendo di non poter

difendere questa città contro Pandolfo Malatesti che si avvicinava per

attaccarla, obbligò tutti gli abitanti ad uscirne coi loro più preziosi

effetti, che fece imbarcare sul Po. L'Araceli e Pandolfo Malatesti,

quando entrarono in quelle deserte strade, furono sbalorditi da tanta

desolazione; i loro soldati, che si erano sparsi nelle case per

saccheggiarle, ne uscirono come spaventati non avendovi trovati che

vecchi arredi di niun valore. Per lo spazio d'un anno questa grande

città rimase deserta, essendovi rimasti nascosti tre soli abitanti in

tre diversi quartieri. Frattanto l'erba andava crescendo in tutte le

strade fino all'altezza del ginocchio, e la cicuta si alzava innanzi

alle porte delle case quasi per vietarne l'ingresso[413].

[413] _Ann. Placentini Antonii de Ripalta, t. XX, p. 874. — Andreae

Billii Hist. Mediol., t. XIX, p. 47._

Finalmente Filippo nel 1418 trionfò di tutti i suoi nemici, parte per le

proprie perfidie e parte pel valore del suo generale. Filippo Araceli fu

scacciato da tutte le terre murate che occupava nel territorio di

Piacenza, e costretto a salvarsi in Venezia. Ottenne in allora dalla

repubblica il comando di un'armata che fu mandata contro il patriarca

d'Aquilea, ed ebbe maggior fortuna sostenendo una causa straniera che la

propria. Castellino Beccaria era stato arrestato a Pavia, indi ucciso in

carcere per ordine del duca di Milano. Suo fratello Lancellotto, che si

era salvato ne' castelli che possedeva fra Tortona ed Alessandria, venne

assediato in quello di Serravalle, ed essendosi reso a discrezione,

venne appiccato nella pubblica piazza di Pavia[414]. Lotiero Rusca,

tiranno di Como, disperando di potersi a lungo difendere in questa

città, la consegnò volontariamente al duca, conservando per sè Lugano

col titolo di conte[415]. Finalmente il Carmagnola penetrò nella riviera

di Genova per ridurre all'ubbidienza ancora Tomaso di Campo Fregoso.

[414] _Andreae Billii Hist. Mediol., l. III, p. 46._

[415] _Vita Phil. M. Vicecom. a Decembrio, t. XX, c. 11, p. 989._

I Genovesi credevano d'avere ricuperata la libertà, allorchè scacciarono

fuori dalle loro mura i Francesi l'anno 1411, ed il marchese di

Monferrato nel 1413. Ma sebbene Genova non avesse un padrone però non

era più repubblica. Invano i suoi cittadini avevano cercato di dare

consistenza alla loro costituzione, e di assoggettare l'elezione del

loro doge alle formalità osservate in Venezia[416]. L'odio che divideva

le più potenti famiglie era così violento, ed ogni capo di partito aveva

sotto di sè tanti clienti e vassalli, che la città era trasformata in un

campo di battaglia, ove le parti nemiche guerreggiavano continuamente.

Più non trattavasi tra le opposte fazioni dell'interesse de' Guelfi o

dei Ghibellini, della nobiltà o del popolo, della libertà o del

servaggio, ma di distruggersi a vicenda perchè si odiavano. Nell'istante

medesimo in cui, per le cure de' magistrati e del clero, si

riconciliavano le parti, e si giuravano pace, un'occhiata orgogliosa, un

motto piccante, un gesto talvolta sinistramente interpretato, erano

sufficienti motivi per far di nuovo sguainare le spade, e ritornare in

duolo tutta la città. Abbandonata era la navigazione, languiva il

commercio, devastate vedevansi le campagne, le terre incendiate, ed ogni

giorno alcuno de' più magnifici palazzi della città veniva spianato.

[416] _Uberti Folietae Hist. Genuensis, l. X, p. 539._

In tempo di tali civili guerre, Giorgio Adorno, Barnabò Goano e Tomaso

di Campo Fregoso vennero successivamente innalzati alla dignità ducale.

L'ultimo sembrava più d'ogni altro proprio a rendere la pace alla

repubblica; egli godeva dell'amicizia e della stima di Giorgio Adorno,

suo antico rivale, cui doveva la propria elezione; aveva date ai suoi

concittadini non dubbie prove della sua moderazione, del suo

disinteresse, del suo valore; aveva pagato col proprio danaro i debiti

del pubblico tesoro, che ammontavano a sessanta mila fiorini[417]; ed

era ajutato nella sua amministrazione dallo sperimentato valore e dai

varj talenti de' suoi cinque fratelli nel fiore dell'età, a lui

egualmente tutti affezionatissimi. Ma non era dato a niun uomo di poter

lungo tempo comprimere odj tenuti vivi da troppo mortali ingiurie. I

Guarci, i Montalti e gli Adorni abbandonarono la città nel 1417 e si

rifugiarono presso il duca di Milano. Nel 1418 i marchesi di Monferrato

e del Carreto abbracciarono l'alleanza di Filippo Maria, e le foci delle

montagne furono aperte a Francesco Carmagnola dagli emigrati o dai

traditori. Tre mila cavalli ed otto mila pedoni saccheggiarono, durante

tutta l'estate, le valli della Polsevera e di Bisannio; la fortezza di

Gavi, creduta inespugnabile, venne consegnata ai nemici, ed i Genovesi

perdettero tutti i loro possedimenti posti nella parte settentrionale

delle montagne[418].

[417] _Ubertus Folietae Genuen. Hist., l. X, p. 545. — Johan.

Stellae Ann. Genuenses, t. XVII, p. 1264._

[418] _Uberti Folieteae, l. X, p. 547. — Johan. Stellae Ann.

Genuens., p. 1277._

Mentre questa repubblica lottava con tanto svantaggio contro il duca di

Milano, i Fiorentini, che avevano di già veduti soggiacere altri

avversarj di questo principe, avrebbero dovuto ajutare un popolo libero,

che non poteva essere soggiogato senza che ne sentisse danno

l'equilibrio dell'Italia, e senza che l'ambizioso Visconti portasse le

sue viste sulla Toscana. Verun trattato di pace tra la repubblica

fiorentina ed il duca di Milano avevano terminata la guerra accesa da

Giovanni Galeazzo; ma la signoria, vedendo tanti nemici congiurati

contro il duca, aveva da lungo tempo cessato di fargli guerra. Mentre,

del 1419, i Genovesi domandavano caldamente soccorsi per difendersi, il

duca sollecitava i Fiorentini a terminare con onorevole pace le loro

contese. La signoria ondeggiava indecisa tra i suoi timori

dell'avvenire, ed una vicina speranza. Desiderava di ridurre i Genovesi

in necessità di venderle il castello di Livorno, che signoreggiava le

foci dell'Arno e Porto Pisani, e che pareva inceppare il commercio di

Pisa. Livorno era stato ceduto a Boucicault da Gabriele Maria Visconti,

signore di Pisa, e quando il maresciallo francese era stato scacciato da

Genova, quel porto ed il suo castello erano venuti in mano dei Genovesi.

La signoria fiorentina, che ardentemente desiderava di fare

quest'acquisto, si rallegrava dell'imbarazzo in cui trovavansi i

Genovesi, e rifiutavasi di soccorrerli senza la cessione di Livorno.

Niccola d'Uzzano ed i suol amici si opponevano ne' consigli di Firenze

all'opinione di coloro che volevano che la repubblica trattasse col duca

di Milano, loro sembrando che col fare seco la pace si venissero a

sanzionare le di lui usurpazioni, e si facesse conoscere ai Genovesi ed

al signore di Brescia che si abbandonavano alla loro sorte. Ma il popolo

accusava l'aristocrazia e l'antico partito guelfo d'inquieta ambizione;

non vedeva nella sua politica che desiderio d'ingrandirsi colla guerra,

e mostrava un così aperto malcontento, che la signoria si vide forzata a

sottoscrivere, in gennajo del 1419, un trattato con Filippo Maria. I

Fiorentini si obbligavano a non prendere parte in tutte le rivoluzioni

della Lombardia oltre i fiumi della Magra e del Panaro, ed il duca

prometteva di non immischiarsi di tutto quanto accaderebbe al levante di

questi due fiumi, il primo de' quali divide la Lunigiana dallo stato di

Genova, l'altro il Bolognese dal Modanese[419].

[419] _Poggio Bracciolini Hist. Florent., l. V, p. 319. — Commentarj

di Neri di Gino Capponi, t. XVIII, p. 1157. — Scipione Ammirato

Stor. Fiorent., l. XVIII, p. 986._

Ma i Fiorentini, quando supponevano che i Genovesi potrebbero difendersi

colle proprie loro forze, non avevano preveduto che sarebbero ben tosto

attaccati da un nuovo avversario. Alfonso d'Arragona, prima che Malizia

venisse ad invitarlo a nome della regina Giovanna di recarsi a Napoli,

aveva di già fatto vela dalle coste della Catalogna con tredici vascelli

rotondi e ventitre galere. Impaziente di sottrarsi alle rimostranze

delle sue cortes ed alla gelosia de' suoi sudditi, andava a cercar

conquiste in lontane parti. Attaccò, senza esserne provocato, la

Corsica, che dipendeva da Genova; per tradimento occupò Calvi, e molti

gentiluomini corsi, sedotti dalle sue offerte, spiegarono le sue

insegne, ed il solo castello di Bonifazio, posto all'estremità

meridionale dell'isola sopra uno scosceso promontorio, conservossi

fedele ai Genovesi. Alfonso lo attaccò, e stette nove mesi ostinato

intorno a quest'assedio. In ultimo Giovanni Fregoso, fratello del doge,

penetrando a traverso della flotta catalana, riuscì a vittovagliare

Bonifazio. Il re d'Arragona perdette allora ogni speranza di averlo;

abbandonò la Corsica per passare a Napoli, ov'era aspettato, ed altro

non ottenne dalla sua impresa contro quell'isola che la vergogna d'avere

violato un trattato di pace[420].

[420] _Ubertus Folieta Genuens. Hist., l. X, p. 549. — Joh. Stellae

Ann. Genuens., p. 1280. — Petri Cyrnei de rebus Corsicis, t. XXIV,

p. 444._

Le grandi spese che la guerra contro gli Arragonesi aveva cagionata alla

repubblica determinarono finalmente i Genovesi a vendere Livorno ai

Fiorentini. Il contratto fu convenuto il 30 giugno 1421 pel prezzo di

cento mila fiorini[421]. Ma i Genovesi desideravano ben più di

vendicarsi degli Arragonesi che di conservare la loro libertà; il

Carmagnola avea rinnovati ogni anno i guasti nel loro territorio, e

tutti gli alleati loro erano stati soggiogati dalle armi del duca, e

ridotti ad alienarsi da loro. Tomaso di Campo Fregoso sentì egli stesso

la necessità di terminare una guerra ruinosa per la sua patria, quando

vide Filippo Maria fare alleanza coi Catalani ed attaccare Genova per

mare e per terra. Le stesse condizioni sotto le quali la repubblica

erasi data al re di Francia, vent'anni prima, vennero offerte ed

accettate; ed il duca di Milano guarantì le costituzioni della città e

la libertà interna; il conte Carmagnola, come luogotenente del Visconti,

venne surrogato al doge; ed a Fregoso, che abdicò la sua dignità, fu

data in ricompensa la signoria di Sarzana. Ma siccome questa città è

posta al di là della Magra, il duca di Milano, disponendone in tal modo,

veniva a violare il trattato che aveva recentemente fatto coi

Fiorentini[422].

[421] _Scipione Ammirato, l. XVIII, p. 991._

[422] _Ubertus Folietea Genuen. Hist., l. X, p. 554. — Johan.

Stellae Ann. Genuens., p. 1284._

I Guelfi di Lombardia ed i piccoli principi di questa contrada eransi

pure lusingati di trovare rifugio sotto la protezione dei Veneziani, più

ancora che i Fiorentini interessati ad opporsi agli ambiziosi progetti

di conquista del duca di Milano. Ma il senato di Venezia, invece di

prendere di mira il prossimo danno onde era minacciato, lasciavasi

illudere dalla propria ambizione. Vedeva Sigismondo imbarazzato in una

doppia guerra, in Boemia contro gli Ussiti, ed ai confini dell'Ungheria

contro i Turchi. Il patriarca d'Aquilea, Luigi II di Teschen, alleato

dell'imperatore, non poteva da lui sperare soccorsi; ed i Veneziani,

tostocchè videro spirata la tregua di cinque anni che avevano fatta con

Sigismondo, attaccarono (1418) il patriarca. Cividale, Sacile e Porto

Gruaro loro si arresero nella prima campagna, e nella susseguente

Filippo Araceli, generale delle truppe veneziane, occupò Feltre e

Belluno. Finalmente Udine, capitale del patriarcato, si arrese alla

repubblica il 7 giugno del 1420, e nella stessa campagna s'arrese pure

tutta la provincia, come anche la parte dell'Istria, che dipendeva

dall'alta signoria dei patriarchi. Il conte di Gorizia prestò omaggio al

doge pei feudi dipendenti dalla chiesa d'Aquilea, ed in tal modo tutto

il Friuli venne aggregato per sempre agli stati della repubblica[423].

[423] _Stor. civile Veneziana, l. VI, p. 489, p. II, v. I. — Maria

Sanato vite dei duchi di Venezia, p. 921._

Ma così prosperi avvenimenti non permisero per altro ai Veneziani di

posare le armi: essi continuarono la guerra nell'Istria, nella Dalmazia,

nell'Albania contro i feudatarj del re d'Ungheria, e non ottennero che

conquiste comperate a caro prezzo. Vero è che di quando in quando

concepivano qualche gelosia degli acquisti che Filippo Maria andava ogni

giorno facendo ai loro confini; ma si lasciavano bentosto addormentare

dalle proteste di amicizia che questi loro faceva, e lasciavano vilmente

in sua balia i più fedeli amici e servitori della repubblica.

Poichè Filippo Araceli ebbe abbandonato lo stato di Piacenza, Rinaldo

Palavicini, che vedeva avvicinarsi le armi del duca, volontariamente

cedette san Donnino di cui era signore. I Rossi, i Pellegrini,

gentiluomini di Parma, si sottomisero da se medesimi[424]; e Niccolò,

marchese d'Este, temendo di perdere tutt'ad un tratto le due città di

Parma e di Reggio, che già avevano appartenute a Giovanni Galeazzo,

cedette volontariamente la prima per ottenere da Filippo Maria

l'adesione al possedimento della seconda. Questo trattato venne

sottoscritto dai due sovrani l'8 aprile del 1321[425].

[424] _Andreæ Billii Hist., l. III, p. 48._

[425] _Gio. Batt. Pigna stor. de' Princ. d'Este, l. VI, p. 541. —

Leodrisii Cribellii de vita Sfortiae Vicecom., p. 707. — Annales

Estens. Fratris Johan., t. XX, p. 449. — Platinae Histor. Mantuana,

l. V, p. 801._

Intanto Francesco Carmagnola attaccò Pandolfo Malatesti, signore di

Brescia e di Bergamo. In pochi giorni gli tolse quasi tutte le terre

murate del Bergamasco, e bentosto trovò modo d'entrare in Bergamo dalla

banda della montagna, che non credevasi esposta a verun attacco; le

valli di san Martino e molte terre della campagna bresciana s'arresero

volontariamente a Filippo Maria Visconti[426].

[426] _Andreae Billii Hist., l. III, p. 50. — Marin Sanuto vite de'

duchi di Venezia, p. 908._

Tali conquiste vennero alcun tempo sospese da una tregua trattata in

nome di Martino V tra Filippo Maria e Pandolfo Malatesti; ma il duca di

Milano approfittò della sospensione delle ostilità per attaccare Cabrino

Fondolo, tiranno di Cremona. I castelli di Pizzighettone e di Soncino

s'arresero ai Milanesi quasi senza fare resistenza[427]: onde Gabrino

offrì ai Veneziani la cessione di Cremona, e quanto ancora gli restava

nel suo territorio, contro un equitativo compenso; così pure fece di

Brescia Pandolfo Malatesti; ma queste due profferte furono

rigettate[428]; ed il signore di Cremona fu sforzato a trattare col

duca, cui cedette il suo principato ad eccezione del castello di

Castiglione, ove si ritirò co' suoi tesori.

[427] _Andreae Billii Hist. Mediol. l. III, p. 53._

[428] _Redusius de Quero Chron. Tarvisinum, p. 846._

In quest'epoca medesima in cui i Veneziani dovevano essere adombrati

dalla ambizione del duca di Milano, conchiusero con lui un trattato di

pace per dieci anni, onde potere, senza impedimenti, terminare le loro

conquiste in Dalmazia, lasciando in balìa alle preponderanti forze del

duca Pandolfo Malatesti, loro antico alleato, che aveva inoltre lungo

tempo comandate le armate della repubblica, e non guarantendo che gli

stati di Francesco Gonzaga, signore di Mantova e di Peschiera, perchè

queste due fortezze, formando un'importante linea di difesa alle

province veneziane di terra ferma, non potevano, senza una estrema

imprudenza, lasciarle esposte alle invasioni del Visconti[429].

[429] _Andreae Billii Hist., l. III, p. 53._

A Pandolfo non restava altro appoggio che quello di suo fratello Carlo,

signore di Rimini, che in fatti gli mandò un ragguardevole corpo di

truppe sotto gli ordini di Luigi di Fermo: ma questo generale fu

sorpreso e fatto prigioniero dal Carmagnola, il quale ruppe affatto la

di lui armata, onde Pandolfo costretto di venire a trattato di pace, non

l'ottenne dal duca che colla cessione di Brescia e di tutto il suo

territorio, ricoverandosi egli a Rimini presso al fratello[430].

[430] _Andreae Billii Hist., l. III, p. 54. — Platina Hist.

Mantuana, l. V, t. XX, p. 801. — Cronica d'Agobbio di G. Bernio, t.

XXI, p. 960._

Subito dopo Giorgio Benzone, signore di Crema, venne ridotto alla stessa

necessità, onde cedendo questa città a Filippo Maria, egli compì la

sommissione della Lombardia[431]; più non rimaneva un solo di quanti

tiranni eransi divisi le spoglie di Giovan Galeazzo Visconti, ed avevano

per lo spazio di vent'anni renduto misero così bel paese. Essi non

avevano potuto opporre agli artificj ed alle armi del duca di Milano nè

la coscienza di una buona causa, nè l'amore de' loro sudditi, nè la

costanza degli alleati, ed erano caduti l'uno appresso l'altro quasi

senza combattere. Ma le vittorie di Filippo Maria, avvicinandolo a due

popoli liberi, gli fecero sperimentare un altro genere di resistenza.

Vedremo nei susseguenti capitoli quale lunga lotta ebbe a sostenere

contro i Fiorentini; quale perseveranza ne' suoi progetti, quale

costanza nelle sventure, quale moderazione nelle vittorie, questa

virtuosa repubblica seppe opporre alla di lui ambizione. Aveva pure da

prima provato ciò che poteva fare contro i suoi mercenarj soldati il

valore impetuoso degli Svizzeri.

[431] _Redusius de Quero Chron. Tarvisinum, p. 846._

Dopo la sommissione di Como, la famiglia Rusca, che aveva governata

questa città, erasi ritirata a piè delle Alpi. Avevale lungamente

ubbidito Bellinzona, ma la sovranità di questa piccola città era adesso

cagione di lite tra molti pretendenti, e gli Svizzeri del cantone d'Uri

vi tenevano guarnigione per difendere l'ingresso della valle Levantina

ed i passaggi del san Gottardo. Antonio Rusca e Giovanni, barone di Sax,

vendettero i diritti che avevano sulla medesima città a Filippo Maria,

il quale in marzo del 1422 fece sorprendere la guarnigione svizzera da

Angelo della Pergola, suo condottiere, ed occupò Bellinzona. Nello

stesso tempo occupò Domodossola, altra piccola città posta all'apertura

del passaggio del Sempione, di dove s'innoltrò fino ai piedi del san

Gottardo, occupando tutta la valle Levantina[432].

[432] _Andreae Billii Hist. Mediol., l. III, p. 55. — Geschichte der

Schweiz, B. III, c. 2, t. III, p. 195._

In altra circostanza questa violazione de' trattati e dei diritti di

buona vicinanza avrebbe sollevata tutta la Svizzera. Ma molti semi di

discordia eransi sparsi tra i confederati dopo la guerra mossa

all'Austria dietro eccitamento del concilio di Costanza. Molti cantoni

ricusarono lungo tempo di prendere le armi per una lite che credevano

loro straniera; e quando finalmente mandarono le loro truppe oltre il

san Gottardo, una segreta gelosia teneva le une in modo separate dalle

altre, che la retroguardia, composta dei soldati del cantone di Schwitz,

era distante un giorno di viaggio dalle altre.

Non pertanto l'armata svizzera, composta di quattrocento arcieri e di

tre mila fanti armati d'alabarde, scese nella valle Levantina, senza

prendersi cura di sapere quanti soldati avevano a Bellinzona Francesco

Carmagnola ed Angelo della Pergola. Questi due generali avevano sei mila

scelti corazzieri e diciotto mila fanti[433], ed a tanta superiorità di

numero aggiugnevano il vantaggio d'avere occupati i passaggi delle valli

vicine, d'avere sorpresi i magazzini de' loro vicini e posta guarnigione

in Bellinzona, ove tenevano in sicuro le loro munizioni.

[433] _Jo. Muller Geschichte der Schweiz, B. III, c. 11, p. 201._

Mentre i soldati di Schwitz aspettavano a Poleggio quelli di Glaritz,

che quelli di Zurigo, Appenzel e san Gallo erano ancora in cima al san

Gottardo, le quattro bandiere di Lucerna, Undervald, Uri e Zug, sotto le

quali non si contavano più di tre mila alabardieri, presentarono

battaglia nel campo d'Arbedo presso Bellinzona alla migliore cavalleria

dei due più famosi condottieri d'Italia.

I corazzieri di Pergola, vedendo gli Svizzeri, piombarono loro addosso

tenendosi sicuri di rovesciarli e di tagliarli a pezzi; ma questi gli

stavano aspettando di piè fermo, opponendo l'insuperabile loro forza

all'impeto della cavalleria. Furono spesso osservati tagliare con un

colpo di spada le gambe ai cavalli che venivano sopra di loro, o

prenderli per i piedi e strascinarli a terra col cavaliere[434]. Erano

di già caduti quattrocento cavalli, senza che i corazzieri italiani

avessero ancora guadagnato un palmo di terreno; onde Pergola e

Carmagnola ordinarono ai loro cavalieri di mettere piede a terra,

opponendo in tal modo una infanteria quasi invulnerabile alle alabarde

degli Svizzeri. La battaglia si rinnovò allora con accanimento, e molti

valorosi perirono da ambidue le parti. Lo _Schultheiss_ di Lucerna si

dispose alla resa, e ne diede il segno piantando la sua alabarda in

terra; ma il Carmagnola, riscaldato dalla pugna e dalla perdita

sofferta, non volle dar quartiere. Rinnovò l'attacco, che gli Svizzeri

sostennero col coraggio fin allora dimostrato. Improvvisamente seicento

Svizzeri, che si erano avanzati per foraggiare nella valle di Misocco,

piombarono sulla retroguardia italiana con orribili grida. Credette il

Carmagnola, che la seconda armata degli Svizzeri, rimasta a Poleggio,

avesse rifatti i ponti ch'egli aveva distrutti, e lo caricasse, onde si

ritirò verso Bellinzona, lasciando che gli Svizzeri rientrassero nelle

loro montagne[435][436].

[434] _Andreae Billii Histor., l. III, p. 55._

[435] _J. Muller Geschichte der Schweiz, B. III, c. 11, p. 210._

[436] Ci è spiacevole il dover osservare che le truppe svizzere,

prima che terminasse il secolo XV, non erano nè meno perfide di

Filippo Maria Visconti, nè meno venali delle milizie mercenarie

italiane. Vendendo i loro servigi a straniere potenze, le tradirono

quando credettero utile di farlo, e continuarono ad esercitare fino

all'età presente la professione di milizie mercenarie. La loro

patria è tuttavia indipendente; ma è triste cosa il dover confessare

che le principali salvaguardie dell'indipendenza svizzera più non

sono il valore o l'amore di patria, ma la povertà del loro suolo, e

l'interesse che hanno le grandi potenze d'Europa di lasciarla nello

stato attuale. _N. d. T._

Avevano gli Svizzeri perduti trecento novantasei uomini; gl'Italiani un

numero tre volte maggiore, e ciò che più monta, i loro soldati erano

atterriti, avendo conosciuto con quali uomini avevano combattuto; con

uomini che prima di andare alla guerra giuravano di non ritirarsi dal

campo di battaglia, di non arrendersi e di non abusare della vittoria

disonorando le spose o le figlie dei vinti[437]. Per altro la valle

Levantina venne conquistata dal Carmagnola: gli Svizzeri, distratti

dalle proprie dissensioni, perdettero più anni, avanti che si

vendicassero della sofferta perdita; e Filippo Maria Visconti; più

potente di qualunque altro principe che mai regnasse in Italia dopo la

caduta del regno dei Longobardi, era ubbidito dalla sommità del san

Gottardo fino al mar Ligure, e dai confini del Piemonte fino a quelli

degli stati del papa.

[437] _Andreae Billii Histor. Mediol., l. III, p. 56._

Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 08 (of 16) · 第 14 / 20 题