_Seconda guerra de' Fiorentini col duca di Milano. — Rivoluzioni
nello stato della Chiesa. — Tentativi dei Fiorentini sopra
Lucca; questa città ricupera la libertà. — Terza guerra col duca
di Milano. — Morte del Carmagnola._
1427 = 1432.
I Milanesi si erano accostumati al dominio della casa Visconti: una
lunga serie di principi, molti de' quali dotati di non comuni talenti,
taluni ancora di virtù, avevano attaccato a questa dinastia l'onore
nazionale; la sua autorità veniva risguardata come legittima, ed il
diploma che innalzava Giovanni Galeazzo alla dignità ducale aveva
dissipati gli ultimi scrupoli di coloro che ancora condannavano
l'originaria usurpazione di Ottone Visconti. Gli uomini vorrebbero
sempre rispettare coloro cui sono forzati di ubbidire, e ne soffre il
personale orgoglio, quando debbono arrossire pei loro padroni. Perciò
tutto quanto poteva esservi di spregevole nel carattere di Filippo
Maria, veniva avvedutamente dissimulato. Si evitava di giudicare questo
principe intorno ai molti atti di perfidia, intorno alla sua condotta
verso la sua prima consorte, alla sua ingratitudine verso i più fedeli
servitori. Mentre i suoi popoli gemevano sotto il peso delle
contribuzioni, e che i suoi stati venivano guastati da continue guerre,
cercavansi pretesti per giustificare queste medesime guerre, nelle quali
veniva strascinato da insaziabile ambizione, ed ascrivevasi a saggia
politica la pusillanimità con cui nascondevasi agli occhi del pubblico,
come davasi il nome di filosofia alla effeminata sua mollezza, ed alla
sua ricercatezza de' piaceri[494].
[494] Pietro Candido Decembrio, scrivendo la di lui vita, rese conto
de' suoi costumi, delle sue abitudini del suo vestire, del suo vitto
così circostanziatamente, come se l'uomo di cui faceva il ritratto
avesse meritato d'essere il modello de' principi. Vedansi in
particolare i trenta ultimi capitoli, _t. XX, p. 1000 e seguenti_.
Non pertanto quando a Milano s'intese a quali condizioni aveva il duca
accettata la pace che gli era stata offerta dai confederati, il popolo
mostrossi scontento che il suo sovrano si fosse sottomesso a tanta
umiliazione. Non sapevasi comprendere come si fosse scoraggiato per la
perdita di una sola città, quando la sua armata numerosa di quindici
mila corazzieri non aveva ancora combattuto; mentre i Fiorentini erano
stati, nel precedente anno, disfatti in sei grandi battaglie, senza che
le loro perdite gli avessero ridotti alla più leggiera umiliazione. I
gentiluomini milanesi credettero compromesso l'onor loro e quello dello
stato dal trattato che il duca aveva accettato; ascrissero a
pusillanimità le cessioni che aveva fatte, ed afferrarono questa
circostanza per domandare che la nazione avesse qualche parte nel
proprio governo.
Una deputazione della nobiltà di Milano supplicò il duca a rompere un
trattato contrario all'onor suo ed alla sua sicurezza; a non evacuare
otto fortezze dello stato di Brescia ch'egli si era obbligato di dare ai
Veneziani, ma che servivano di antimurale ai suoi stati; di non
permettere ai suoi nemici di fortificare una testa del ponte sulla riva
destra dell'Oglio; e per ultimo di non accordare al timore ciò che la
forza non aveva potuto togliergli. Soggiugnevano che se il duca voleva
affidarsi allo zelo ed alla lealtà de' suoi sudditi, i Milanesi lo
renderebbero in breve vittorioso di tutti i suoi nemici. Quando Filippo
Maria volle più partitamente sapere ciò che poteva da loro
ripromettersi, i nobili Milanesi risposero che si obbligavano a
mantenere dieci mila cavalli ed altrettanti fanti sotto le armi, purchè
il duca lasciasse loro l'amministrazione delle entrate della città di
Milano, e rivocasse le regalie usurpate dai suoi cortigiani. Filippo,
dopo di avere discussa questa proposizione nel consiglio de' suoi
favoriti, ricusò di dare motivo al popolo d'immischiarsi negli affari
dello stato, onde non far rigermogliare tra i Milanesi quelle abitudini
repubblicane che i suoi antenati avevano avuto cura di estirpare; ma per
altro risolse di ricominciare la guerra, onde approfittare dei sussidj
indicatigli dalla municipalità di Milano. Di mano in mano che i
Veneziani licenziavano alcune compagnie di corazzieri, egli andava
assoldandole, ed in sul cominciare della primavera, invece di evacuare
le fortezze, in conformità del trattato, spinse improvvisamente le sue
truppe nello stato di Mantova[495].
[495] _Andreae Billii Hist. Mediol., l. V, p. 92-94. — Poggio
Bracciolini Hist. Fior. l. V, p. 345._
Il Carmagnola aveva abbandonata l'armata veneziana per rimettersi in
salute, avendo molto sofferto per una caduta da cavallo; e durante la di
lui assenza, i Milanesi avevano ottenuto qualche vantaggio sopra i suoi
luogotenenti. Una flotta, che il duca aveva fatta costruire sul Po,
scese questo fiume senza trovare opposizione, ed occupò Casal Maggiore,
mentre Niccolò Piccinino assediò Brescello. Ma i Veneziani armarono ben
tosto una flotta di trenta galere, che rimontava il Po sotto gli ordini
di Francesco Bembo. Questa giunse fino a breve distanza da Cremona; ove
il 21 maggio incontrò Pacino Eustacchio, l'ammiraglio dei Milanesi.
Niccolò Piccinino ed Agnolo della Pergola trovavansi sulla sponda
meridionale del fiume con sette mila cavalli ed otto mila fanti, e
credevansi a portata di proteggere la loro marina, o per lo meno
d'intimidire i loro nemici, onde confortarono Paccino Eustachio, che
diffidava delle proprie forze, ad entrare in battaglia, lasciandosi
portare dalla corrente del fiume contro i Veneziani che stavano al di
sotto di lui. Quattro galere milanesi, ajutate dalla rapidità della
corrente, attraversarono combattendo tutta la flotta nemica, ma le altre
non osarono seguirle, e Francesco Bembo, approfittando della loro
oscitanza, le andò cacciando contro la riva settentrionale per separarle
dall'armata di terra, e dopo un'accanita battaglia, che non terminò che
il secondo giorno, prese o bruciò tutta la flotta milanese[496].
[496] _Andreae Billii Hist., l. VI, p. 96. — Poggio Bracciolini
Hist., l. V, p. 346. — Redusii de Quero Chron. Tarvis., p. 861. —
Platinae Hist. Mant., l. V, p. 806. — Marin Sanuto vite del duchi di
Venezia, p. 995._
Per altro l'ammiraglio veneziano non potè trarre molto vantaggio da così
segnalata vittoria, non avendo truppe da sbarco per tentare veruna
conquista in su gli occhi del Piccinino, che lo seguiva a poca distanza.
Bensì bruciò avanti a Cremona tre ridotti che il duca aveva fatto
innalzare per signoreggiare la navigazione del Po, e si avanzò fino alla
foce del Ticino a poca distanza da Pavia; ma qualunque volta misero
piede a terra i suoi soldati, vennero battuti o dispersi, e bentosto
tornò alla volta di Venezia senza tentare colla sua flotta verun altra
impresa[497].
[497] _Andreae Billii Hist., l. VI, p. 97. — Joh. Simonetae vita F.
Sfortiae, l. II, p. 210. — Platinae Histor. Mant., l. V, p. 807._
Il Carmagnola, tornato alla sua armata in allora numerosa di dodici mila
cavalli, si fece a trattare con vari castellani delle fortezze del duca,
che cercava di guadagnare col danaro. Il Piccinino, avuto di ciò
sentore, seppe ridurlo con fallaci promesse innanzi a Gottolengo, e colà
lo sorprese il giorno della Ascensione, facendogli mille cinquecento
prigionieri[498]. Fu questo pel Carmagnola un ammaestramento, che in
appresso più non si espose in presenza ai nemici senza avere fortificato
il proprio campo con doppio ricinto di carri, sul quali era solito di
collocare costantemente numerose scolte. Due mila buoi aggiogati ai
carri seguivano ovunque la sua armata e facevano intorno alla medesima
una linea difficilmente superabile.
[498] _Andreae Billii, l. VI, p. 98. — Poggio Bracciolini, l. V, p.
348. — Joh. Simonetae, l. II, p. 210. — Gio. Batt. Pigna Stor. de'
princ. d'Este, p. 560._
Intanto il Carmagnola si portò alla volta di Cremona con intenzione di
assediarla. Dal canto suo credette il duca Filippo Maria di dovere, per
la prima volta dacchè faceva la guerra, incoraggiare le sue truppe colla
propria presenza. Venne a soggiornare in Cremona, mentre il suo campo
trovavasi distante tre miglia da questa città. All'una ed all'altra
armata nuovi corpi e nuovi capitani giugnevano ogni giorno. Gli stati,
diventati più potenti e più ricchi, impiegavano maggiori forze per
combattersi. Assicurasi che a quest'epoca si contarono nel solo
territorio di Cremona circa settanta mila combattenti componenti i due
eserciti[499]; lo che sembrava cosa prodigiosa in tempi, ne' quali si
aveva memoria che tre in quattro mila corazzieri spargevano il terrore
dall'una all'altra estremità dell'Italia. Omai la moltiplicità dei
soldati sforzava a mutare il sistema militare, e ad estendere il piano
della campagna sopra più vaste contrade; mentre in addietro le armate
quasi stazionarie in un solo luogo, senza avanzare o rinculare,
difendevano tutto un anno il passaggio d'un piccolo fiume o il
possedimento di un villaggio.
[499] _Andreae Billii Hist. Mediol. l. VI, p. 100. — Joh. Simonetae
de G. F. Sfortiae, l. II, p. 211. — Platinae Hist. Mant., l. V, p.
808._
Il campo del Carmagnola a Casal Secco era da un largo fosso separato da
quello dei Milanesi. Ognuna delle due parti temeva di passarlo, e
preferiva di essere attaccata piuttosto che d'attaccare. Pure il 12 di
luglio, i generali milanesi, che bramavano di distinguersi in presenza
del loro sovrano, cominciarono l'attacco, e penetrarono perfino nel
campo del Carmagnola. Ma l'estremo calore della stagione rendeva il
terreno polveroso, e tostocchè la cavalleria cominciò la carica, si
trovò ravvolta in così densa nube di polvere, che ad ogni corpo riusciva
impossibile il conoscere o il seguire la stessa direzione. Quando dopo
un'ostinata zuffa si suonò dalle due parti la ritirata, molti cavalieri,
credendo di recarsi al loro quartiere, entrarono in quelli de' loro
nemici. Il Carmagnola, rovesciato da cavallo, fu veduto combattere lungo
tempo a piedi; Giovanni Francesco Gonzaga fu alcun tempo in mezzo ai
nemici; e Francesco Sforza penetrò senza compagni fino nel centro del
campo veneziano; e tutti tre sarebbero rimasti prigionieri se alcuno dei
combattenti avesse potuto vedere a pochi passi di distanza; ma
all'ultimo le due armate si separarono senza sensibile vantaggio
dall'una o dall'altra parte[500].
[500] _Platinæ Hist., Mant., l. V, p. 808. — Navagero Stor. Venez.,
p. 1091. — Redusii de Quero Chron. Tarvis. p. 862. — Gio. Batt.
Pigna Stor. de' principi d'Este, l. VI, p. 562. — Scip. Ammirato, t.
II, l. XIX, p. 1038. — J. Simonetae, l. II, p. 112._
Intanto dalla banda d'occidente erano contemporaneamente entrati nello
stato di Milano Amedeo, duca di Savoja, Gian Giacomo, marchese di
Monferrato, e Rinaldo Pallavicini. Il duca tornò nella sua capitale per
opporsi ai loro guasti, e spedì contro di loro Ladislao Guinigi, figlio
del signore di Lucca, che dopo di essere stato alcun tempo incerto tra
la lega ed il duca, erasi finalmente attaccato a questi. Ladislao
obbligò i Piemontesi a ritirarsi; ma i Fiorentini non perdonarono a suo
padre quest'atto d'ostilità contro i loro alleati[501].
[501] _Andreae Billii Histor., l. VI, p. 100. — Joh. Simonetae de
Gestis Francisci Sfortiae, l. II, p. 213._
Filippo, allontanandosi dalla sua armata di Cremona la lasciò sotto il
comando di quattro generali rivestiti di uguale autorità. Niccolò
Piccinino aveva adunati quasi tutti i soldati di Braccio da Montone, e
ritornato l'essere a quelle bande lungo tempo famose. Lo Sforza
comandava la truppa rivale ch'era stata formata da suo padre. Guido
Torello era stato dal duca posto alla testa delle truppe che aveva messe
insieme il Carmagnola e più volte condotte alla vittoria. Per ultimo
Agnolo della Pergola, invecchiato nelle battaglie, aveva egli medesimo
formata la propria armata. Questi capi, eguali di rango, di reputazione,
di abilità, nudrivano gli uni verso gli altri tanta gelosia, che
comunicavasi ancora ai loro soldati. Perciò il Carmagnola, la di cui
autorità era riconosciuta da tutta la sua armata, aveva un grandissimo
vantaggio sopra i suoi nemici tanto pel segreto che per la rapidità dei
movimenti. Prese quasi in sui loro occhi Bina e Casal maggiore, ed
ognuno di tali acquisti fu cagione di nuova contesa nel campo de' suoi
nemici. Non è già che tra le sue genti non si trovassero di quegli
uomini fieri ed indipendenti, che a stento sanno ubbidire, perciocchè
formavano parte della sua armata i tre principi sovrani di Mantova, di
Faenza e di Camerino, i due parenti dello Sforza Michelotto e Lorenzo
Attendolo, i commissarj dei Fiorentini e de' Veneziani, e finalmente
Paolo Orsini, che più d'ogni altro voleva essere emulo del suo
generale[502]. Ma il Carmagnola aveva tanta dignità; era così risoluto e
tranquillo ne' pericoli, che que' medesimi che più degli altri lo
accusavano d'arroganza, non esitavano mai, quando dovevano ubbidirgli.
[502] _Andreae Billii Histor., l. VI, p. 101._
A Filippo Maria era nota la gelosia dei suoi generali, ma egli la
fomentava invece di apporvi rimedio; non volendo farne alcuno tanto
grande, che lo potesse adombrare; nè voleva favorire uno di loro in modo
da scontentare gli altri sicchè lo abbandonassero. E quando si vide
finalmente costretto a sottoporre ad una sola la volontà di tanti capi,
volle che il suo generalissimo fosse a tutti superiore per natali e per
grado, più che per riputazione militare, di cui gli altri sarebbero
invidiosi. Fece venire Carlo Malatesti, figlio del signore di Pesaro e
nipote dell'altro Carlo Malatesti, signore di Rimini, e gli affidò il
supremo comando dell'armata[503].
[503] _Joh. Simonetae de R. G. a Franc. Sfortiae, l. II, p. 213._
Il Carmagnola cercò di provocare il nuovo generale e di metterlo in
opposizione co' suoi luogotenenti, che ben sapeva più di lui esperti. Lo
andava dunque bersagliando, affettava disprezzarlo, senza per altro
offrirgli la battaglia che quando aveva a suo favore il vantaggio del
terreno. Andò finalmente il 10 di ottobre ad attaccare il villaggio di
Macalò poco discosto dall'Oglio, e due in tre miglia dall'armata
milanese, ma in luogo circondato da pantani. Il calore della state gli
aveva in parte asciugati di modo che la superficie più dura, che copriva
il fango, poteva ben sostenere i pedoni, ma non la cavalleria. Il
Carmagnola aveva diligentemente fatto riconoscere questo pantano; onde
ne sapeva ogni sentiere praticabile, e dietro ogni macchia, sopra ogni
tratto di più solido terreno, aveva posto dei soldati, mentre
apparentemente lasciava senza guardie l'_argine_ tortuoso che
attraversava il pantano. I soldati milanesi domandavano altamente la
battaglia, e si consideravano come insultati dalla presa di Macalò fatta
in sui loro occhi. Il Malatesti prendeva parte al loro risentimento,
mentre nel consiglio di guerra molti de' capitani rappresentavano il
pericolo dell'attacco[504]. Ma la vinse il partito più azzardoso,
allorchè coloro che lo proponevano diedero ad intendere che i loro
avversarj mancavano di coraggio. Pochi capitani, valorosi nel pericolo,
hanno avuto il coraggio più nobile e più virtuoso di sprezzare una così
fatta imputazione, quando lo chiedeva l'interesse della loro armata e
della patria.
[504] Tutti i biografi dello Sforza, del Piccinino, del Malatesti
ec., assicurano che il rispettivo eroe s'oppose alla battaglia
voluta dagli altri capi.
L'armata milanese si pose dunque tutta intera sulla stretta strada che
attraversava il pantano, ed improvvisamente, quando più non poteva dare
a dietro, fu assalita a destra ed a sinistra dagli arcieri. Allora la
cavalleria leggiere e l'infanteria del Carmagnola comparvero ai due
lati; e quando i Milanesi uscivano dall'argine per respingere il nemico,
cadevano nel fango, e non potevano più muoversi. Tostocchè la colonna fu
posta in disordine, i fanti del Carmagnola si avanzarono verso l'argine,
e cacciando le spade nel ventre de' cavalli milanesi, rovesciarono i
cavalieri, che, oppressi dal peso delle loro armi, più non potevano
levarsi in piedi. Guido Torello trovò mezzo di salvarsi con suo figlio
per un sentiere che gli venne fatto di scoprire a traverso al pantano;
il Piccinino scorrendo tutto l'argine si aprì una via in mezzo ai
nemici, e Francesco Sforza tornò a dietro; ma Carlo Malatesta fu fatto
prigioniere con otto mila corazzieri, senza che, per quanto vien detto,
ne sia rimasto morto un solo. Tutti gli equipaggi ed immense ricchezze
caddero in potere del vincitore[505].
[505] _Andreae Billii Hist., l. VI, p. 103. — Poggio Bracciolini
Hist., l. VI, p. 351. — Gio. Batt. Pigna stor. de' Princ. d'Este, l.
VI, p. 563. — Platinae Hist. Mantuana, l. V, p. 809. — Jo.
Simonetae, l. II, p. 213. — Redusii de Quero Chron. Tarvisin., p.
863. — Marin Sanuto vite dei duchi di Venez., p. 998._
Ma era spento ogni odio tra i soldati de' campi nemici, e quando la
battaglia non aveva costato sangue, terminavasi senza che i combattenti
conservassero risentimento gli uni contro gli altri. I vincitori altro
omai non vedevano ne' loro prigionieri che fratelli d'armi, gran parte
de' quali avevano servito insieme nelle precedenti guerre; quindi
trovavansi vincolati d'amicizia e da guerresca ospitalità con uomini
diventati loro avversarj. Quasi tutti coloro ch'erano stati presi a
Macalò avevano militato sotto il Carmagnola, e nel corso della campagna
avevano più volte mostrato di conservare l'antico amore per questo
generale. Nella notte successiva alla battaglia i soldati di Carmagnola
accordarono quasi tutti la libertà ai soldati nemici da loro presi; onde
i commissarj veneziani recaronsi la mattina alla tenda del generale,
rimproverandogli di perdere tutto il frutto della vittoria con tale
imprudente liberalità. Il Carmagnola ordinò allora che fossero innanzi a
lui tradotti tutti i prigionieri che ancora si trovavano nel campo, e
non se ne rinvennero che quattrocento. «Poichè i miei soldati, disse
egli a questi, hanno data la libertà ai vostri fratelli d'armi; io non
voglio essere meno generoso; andate voi pure, siete liberi.»[506] I
Veneziani non mostrarono verun risentimento per questa mancanza di
deferenza alla loro rimostranza; anzi il consiglio dei dieci mostravasi
affezionatissimo verso il Carmagnola; aveva di già cominciato a
diffidare di questo generale, e di già lo trattava come un uomo che
aveva determinato di sagrificare.
[506] _Andreae Billii Histor., l. VI, p. 104. — Navagero Stor.
Venez., p. 1092._
La perdita di una battaglia altro omai non era che una perdita di
danaro. Il duca di Milano dovette somministrare nuovi cavalli e nuove
armi ai soldati rilasciati dal Carmagnola: due soli armajuoli di Milano
gli vendettero cinque mila corazze, ed in breve si rimontò una nuova
armata. Il Carmagnola ricusò di spingere le sue truppe fin presso alle
porte di Milano, come volevano i commissarj veneziani. Forse sentiva
ancora qualche compassione per l'antico suo padrone dopo averlo
bastantemente umiliato, e fors'anco temeva di avventurarsi in un paese
nemico, ove numerose milizie avrebbero supplito alla mancanza di truppe
di linea; ma invece attaccò e sottomise Montechiaro, Orci e Pontoglio, e
presso quest'ultimo castello ebbe luogo l'ultimo fatto d'armi di questa
campagna, nel quale fu rotto di nuovo Niccolò Piccinino[507]. Nello
stesso tempo Angelo della Pergola morì improvvisamente a Bergamo per uno
sbocco di sangue; Ericio, segretario del duca, ch'era stato cagione
della disgrazia del Carmagnola, morì ancor esso con tre altri capitani
di Filippo; onde questi, indebolito da tante perdite, pensò di nuovo a
fare la pace. Trattò prima con Amedeo, duca di Savoja, che staccò dalla
lega delle due repubbliche, lasciandogli Vercelli che questi aveva
conquistata. Sposò sua figlia Maria, ed il 2 di dicembre del 1427
soscrisse una pace separata[508].
[507] _Andreæ Billii Hist., l. VI, p. 105._
[508] _Poggio Bracciolini Hist. l. VI, p. 352. — Jo. Simonetae, l.
II, p. 215._
Durante l'inverno il papa spedì di bel nuovo a Ferrara il cardinale
Nicolò Albergati per riprendere le negoziazioni; era quello stesso
cardinale che aveva conchiuso il trattato del precedente anno. Ad
eccezione dei Veneziani, tutti desideravano la pace. Firenze soccombeva
sotto gli sforzi che aveva fatti in cinque anni continui, senz'avere
acquistato un solo villaggio, o raccolto verun altro frutto da tanti
sagrificj; i signori di Ferrara e di Mantova, il Palavicini ed il
marchese di Monferrato erano ruinati dalla guerra; il duca di Milano
perdeva coraggio, perchè da lungo tempo l'imperatore Sigismondo, cui
chiedeva soccorsi, non gli dava che vane speranze. Lo stesso Carmagnola
aveva soddisfatto alla sua vendetta, ed il di lui carattere altero ed
impetuoso era continuamente offeso dal cupo e sospettoso contegno dei
procuratori di san Marco, che mai non lo abbandonavano, e spiavano tutti
i suoi andamenti. Egli desiderava che la pace col duca gli facesse
ricuperare i suoi beni, e riporre in libertà la consorte e le figlie. Ma
egli stesso aveva fatto conoscere ai Veneziani il piacere delle
conquiste; ed omai la loro ambizione era più attiva ed insaziabile che
quella di verun monarca. In questa medesima epoca essi trovavansi in
quasi continua guerra coi Turchi; il loro commercio veniva disturbato
dai pirati; erano bloccate le piazze marittime che possedevano nella
Grecia, talvolta uccise le loro guarnigioni, e passati a fil di spada
dai Barbari tutti gli abitanti che s'erano posti sotto la loro
protezione[509]. Ma il consiglio dei dieci più omai non riguardava le
sue fortezze del Levante che come banchi di commercio, che contribuivano
bensì alla ricchezza ma non alla grandezza dello stato; si consolava
delle perdite cogli acquisti che andava facendo in terra ferma, e
trascurava la marina, che in altri tempi avea formata la gloria di
Venezia, per impiegare tutte le entrate dello stato nel mantenere
soldati, aspirando a conquistare tutta la Lombardia.
[509] Così il 13 marzo del 1430 fu tolta ai Veneziani la città di
Tessalonica. — _Marin Sanuto vite dei duchi di Venezia, p. 1000._
I Fiorentini, in forza del loro trattato coi Veneziani, eransi obbligati
a continuare la guerra, finchè fosse piaciuto di continuarla a questi
ambiziosi alleati. Per altro sollecitavano il senato a dichiarare su di
ciò le sue intenzioni, e tutti gli altri confederati sembravano
apparecchiati a staccarsi dalla lega. Alfonso d'Arragona, in
sull'esempio d'Amedeo di Savoja, aveva fatta una pace particolare col
Visconti, il quale gli aveva fatta sperare la cessione dell'isola di
Corsica; e finchè potesse ottenerne l'assenso dai Genovesi, aveva dato
in mano all'Arragonese Lerici e porto Venere[510]. I Veneziani, che
prima avevano domandato la cessione di Brescia, Bergamo e Cremona con
tutto il loro territorio, si accontentavano adesso delle due prime città
con parte del distretto della terza. Fu loro accordata l'Adda per
confine dalla banda di Milano, ed il duca rese al Carmagnola i suoi beni
e la sua famiglia. Gli altri confederati non ottennero alcun vantaggio
dalla pace; soltanto Filippo Maria si obbligò, come aveva
precedentemente fatto, a non immischiarsi negli affari di Toscana e di
Romagna. Riconobbe per alleati de' Veneziani i signori di Ferrara, di
Mantova e di Monferrato, ed i conti Palavicino e san Pellegrino nello
stato di Parma. Riconobbe pure, quali alleati de' Fiorentini, i Sienesi,
i Fregosi, gli Adorni ed i Fieschi di Genova, i signori di Romagna e
Paolo Guinigi di Lucca: quest'ultimo, che si era posto tra i nemici de'
Fiorentini, venne avvertitamente annoverato tra i loro alleati per
privarlo della protezione del duca di Milano. Il trattato di pace fu
soscritto il 18 di aprile del 1428[511].
[510] _Jo. Stellae Annales Genuens., l. XVII, p. 1300. — Marin
Sanuto vite dei duchi di Venez., p. 1000._
[511] _And. Billii, l. VI, p. 107. — Poggio Bracciolini, l. VI, p.
352. — Marin Sanuto vite dei duchi di Venezia, p. 1000. — Gio. Batt.
Pigna, l. VI, p. 564._ — Redusio di Quero finisce a quest'epoca la
sua cronaca di Treviso, _t. XIX, p. 866_.
Sebbene l'Italia sentisse estremo bisogno di godere alcuni anni di
riposo, onde riparare le perdite fatte in tante guerre, pure dopo pochi
mesi ricominciarono nel suo seno le ostilità. Il segno di una nuova
guerra fu dato negli stati della Chiesa, quasicchè questa provincia si
dolesse d'essere stata risparmiata nelle precedenti turbolenze. Ma
sebbene sembrasse che Martino V avesse fatto prosperare i paesi riuniti
sotto il suo dominio, non era altrimenti amato o stimato dai suoi
popoli. Le imposte da lui moltiplicate non in ragione de' suoi bisogni,
ma dell'avidità d'accumulare tesori, eccitavano universali lagnanze; e
le sue smoderate liberalità verso i parenti che colmava d'onori e di
ricchezze, dividendo con loro le entrate, le fortezze, i soldati,
risvegliavano la gelosia della nobiltà e del clero. Finalmente le città,
subordinate per lo innanzi a' rispettivi signori, sospiravano tuttavia
lo splendore delle piccole loro corti, l'emulazione che esse eccitavano,
le ricompense, le distinzioni, gli onori che accordavano al merito, le
ricchezze che mantenevano in paese. Imola, Forlì, Ascoli e Fermo
parevano deserte dopo avere perduti gli Alidosi, gli Ordelaffi, i
Migliorotti. Bologna, più potente e più ricca, ed accostumata ad una più
intera libertà, sospirava la costituzione della sua antica
repubblica[512]. Il papa teneva in Roma, può dirsi come ostaggio,
Antonio Bentivoglio, figlio di quel Giovanni, che in principio del
secolo aveva usurpata la signoria di Bologna. Egli credeva di dover meno
diffidare della contraria fazione, alla testa della quale vedevasi la
famiglia Canedoli; pure si formò appunto una congiura tra questi per
tornare la patria in libertà.
[512] _And. Billii Hist. Mediol., l. VII, p. 113._
Si conservò un profondo segreto dai congiurati, tra i quali trovavansi i
capi delle principali famiglie di Bologna[513]. Una comune impazienza di
scuotere il giogo dei preti, un disprezzo universale per la loro debole
e languida amministrazione, erano i legami che univano i congiurati, e
loro assicuravano l'ajuto del popolo. Infatti, il 1.º agosto del 1428,
quando presentaronsi armati sulla pubblica piazza, si udirono da ogni
banda le grida di _vivano le arti e la libertà!_ Furono atterrate le
porte del palazzo pubblico, che venne abbandonato al saccheggio, mentre
il legato si vide costretto a fuggire. Si elessero il gonfaloniere e gli
anziani per governare la repubblica di Bologna secondo le antiche sue
costumanze, e Luigi di Sanseverino fu preso al soldo dalla nuova
signoria con una compagnia di ventura, ch'egli aveva avuto sotto i suoi
ordini nella guerra di Milano[514].
[513] Oltre i Canedoli, vi si contavano i Zambeccari, i Pepoli, i
Ramponi, i Griffoni, i Ghisilieri, i Gozzadini ec.
[514] _Andr. Billii Hist., l. VII, p. 112. — Cron., di Bologna, l.
XVIII; p. 617._
Ma i Bolognesi non potevano scegliere un più sfavorevole momento per
ristabilire l'antica loro libertà. Tutti i loro vicini, spossati da
lunghe guerre, temevano troppo di entrare in nuovi litigi. I Fiorentini,
ereditarj alleati di Bologna, e protettori di tutte le città libere,
ricusarono di riconoscere il nuovo governo. I vicini signori,
accostumati a ricercare un soldo straniero, offrirono i loro servigi al
papa, il solo sovrano che allora fosse in caso di pagarli. Ladislao
Guinigi, figlio del signore di Lucca, venne spontaneamente ad attaccare
i Bolognesi, prima d'averne avuta commissione da Martino V[515]. Fece
subito lo stesso Carlo Malatesti, signore di Rimini, mentre Giacomo
Caldora, scelto dal papa per suo generale, adunava le sue truppe nello
stato di Modena. Antonio Bentivoglio, per gelosia dei Canedoli, si
avvicinò a Bologna, facendo in tutti i castelli, nei quali aveva qualche
influenza, spiegare le insegne della Chiesa; di modochè la nuova
repubblica fu bentosto bloccata da ogni banda, e privata d'ogni esterno
soccorso.
[515] _Cronica di Bologna, p. 619._
La guerra di Bologna si trattò con quel misto di mollezza e di
ostinazione che forma il carattere delle guerre ecclesiastiche. I
soldati, come se fossero stati capitanati da preti, non cercavano di
acquistar gloria con verun atto di vigore o di coraggio; non accadevano
nè fatti d'armi di qualche importanza, nè sanguinose zuffe, nè notabili
assedj, ma altronde le armate non si annojavano per la lentezza delle
operazioni, quasi sapessero che il tempo nulla importava alla Chiesa, e
che l'ostinazione è la più sicura guarenzia del buon successo per colui
che può aspettare. Dopo un anno di scaramucce, il 30 agosto del 1429, si
fece una convenzione, in forza della quale l'esercizio della sovranità
venne diviso tra il legato del papa e la signoria[516].
[516] _Andr. Billii Hist., l. VII, p. 115. — Ann. Bononienses.
Hieron. de Bursellis, p. 870. — Cron. Miscella di Bologna, p. 623._
Ma la guerra aveva esacerbato l'odio delle due fazioni. La signoria per
le spese della guerra era stata costretta di ricorrere a straordinarie
oppressive imposte. Essa erasi difesa contro le cospirazioni dei
partigiani della Chiesa con una sospettosa vigilanza, ed aveva più volte
puniti i loro attentati con una crudele severità. Era stato versato del
sangue dalle due fazioni, ed i trattati di pace non erano sufficienti a
soffocare tanto odio. L'abate Zambeccari fece inumanamente assassinare
nella sala del consiglio cinque amici dei Bentivoglio, che accusò di
voler far trionfare la loro fazione[517]. Bentosto il legato si vide
costretto ad uscire di città, e le ostilità ricominciarono alla metà di
luglio del 1430, continuando colla stessa mollezza che aveva
caratterizzato la precedente guerra; e malgrado gli sforzi fatti dai
Bolognesi per ottenere la pace, ed i diversi mediatori da loro
adoperati, si protrasse la guerra fino al 22 aprile del 1431. A tale
epoca si terminò con un trattato conchiuso con Eugenio IV, ch'era
succeduto il 3 di marzo a Martino V[518].
[517] Il 2 aprile del 1430. _Cron. di Bologna, p. 624._
[518] Martino V era morto il 22 febbrajo 1431. _Cron. di Bol., p.
632._
Il più potente vassallo della Chiesa, Carlo Malatesti, signore di
Rimini, era morto nell'intervallo delle due guerre il 14 settembre del
1429. Esperto generale, sebbene spesse volte sventurato, egli godeva in
Italia di una considerazione assai maggiore della sua potenza; era
riguardato come il più virtuoso principe del secolo; sapevasi che aveva
presi per suoi modelli i più illustri uomini dell'antichità, de' quali
studiava attentamente la storia; ed in fatti frequentemente scorgevasi
nella sua condotta una generosità ed una grandezza romana, da lungo
tempo affatto sconosciuta agli altri signori d'Italia. La di lui morte
riuscì fatale alla sua casa. Egli non aveva prole, ma Pandolfo
Malatesti, suo fratello, morto un anno prima, aveva lasciati tre
figliuoli legittimati, tra i quali si divise l'eredità dei signori di
Rimini. Un terzo fratello, Malatesta, signore di Pesaro, riclamò contro
una legittimazione, che dava ai bastardi un'eredità cui credeva avere
diritto egli solo. Ricorse al papa, il quale avidamente accolse
l'occasione di regolare la successione del più potente de' suoi
vassalli, o piuttosto di spogliarlo. Martino V diede molti castelli, che
appartenevano ai Malatesti, a Guido di Montefeltro suo parente; riunì al
diretto dominio della santa sede Borgo san Sepolcro, Bertinoro, Osimo,
Cervia, la Pergola e Sinigaglia, non lasciando ai tre nipoti di Carlo
che le tre città di Rimini, Fano e Cesena, delle quali formò a favor
loro tre piccole sovranità feudatarie della Chiesa[519].
[519] _Andr. Billii Hist. Mediol, l. VII, p. 116. — Ann. Foroliv.
Anon., t. XXII, p. 215._
Mentre ciò accadeva negli stati della Chiesa, la Toscana non era
tranquilla. L'esaurimento delle loro finanze aveva costretti i
Fiorentini ad accrescere le imposte per pagare gli enormi debiti
contratti nell'ultima guerra; essi fissarono allora una nuova maniera di
percezione, che chiamarono _catasto_[520]. Era una stima di tutte le
private proprietà, mobili ed immobili, dietro la quale ognuno era tenuto
al pagamento della mezza per cento sul suo capitale. Dopo che il catasto
fu terminato a Firenze, la signoria volle pure estenderlo alle città
suddite della repubblica; ma quasi tutte ostinatamente ricusarono
d'assoggettarvisi, ed i cittadini si lasciarono piuttosto mettere in
prigione che fare la dichiarazione dei proprj beni. In particolare la
città di Volterra riclamò i privilegj che le erano stati accordati nel
trattato d'unione, e la promessa fattale di non accrescere i tributi che
pagava _ab immemorabili._ Un Volterrano, chiamato Giusto d'Antonio, dopo
essere stato tradotto in prigione a Firenze, fu rilasciato dietro
promessa di dare la chiesta dichiarazione; ma appena giunto a Volterra
invitò i suoi concittadini alle armi in nome della libertà. Il popolo
furibondo si sollevò, e non essendovi guarnigione in città, occupò
subito le porte e la cittadella. Estremo fu il terrore a Firenze quando
si ebbe avviso di questa sedizione, perchè la causa che aveva fatti
sollevare i Volterrani era comune a tutte le città suddite, e sapevasi
che grandissimo in tutte era il malcontento e la gelosia. I popoli
soggetti ad una repubblica sono più bramosi della libertà, che vedono
vicina senza parteciparne, di quello che lo sieno i popoli sottoposti ad
un signore; ed è veramente cosa assai umiliante d'essere sudditi in
mezzo a cittadini. Pure la prontezza con cui le milizie fiorentine
marciarono contro Volterra spense la ribellione, prima che potesse
dilatarsi. Palla Strozzi, spedito dalla signoria per offrire il perdono
ai Volterrani, e far loro comprendere i pericoli cui si esponevano,
ottenne in pochi giorni di cambiare le loro disposizioni; Giusto
d'Antonio, il capo de' sollevati, fu ucciso dai suoi compagni, e la
città venne aperta senza condizioni ai Fiorentini[521].
[520] _Catasto_, da cui ci è fatto _Catastro_, significa mucchio,
_Accatastare_, è un ammucchiare ciò che si vuol misurare, come la
legna, ec.
[521] _Macchiavelli Ist. Fior., l. IV, p. 28-35. — And. Billii Hist.
Med., l. VII, p. 117. — Comment. di Neri di Gino Capponi, p. 1165._
Niccolò Fortebraccio, figlio d'una sorella di Braccio di Montone, ed uno
de' capitani più addetti ai Fiorentini che serviva da più anni, era
stato spedito contro Volterra; e quando questa città fu sottomessa ai
Fiorentini, eccitarono sotto mano Fortebraccio ad invadere il territorio
lucchese. Desideravano vendicarsi di Paolo Guinigi, signore di Lucca,
che nell'ultima guerra si era accostato al duca di Milano contro di
loro; ma prima di attaccarlo apertamente volevano conoscere le
disposizioni de' suoi sudditi a suo riguardo, ed i suoi mezzi di difesa.
Effettivamente Fortebraccio cominciò il 22 di novembre a guastare il
territorio di Lucca, ove si presentò come condottiere e capo di
avventurieri armati per conto proprio[522].
[522] _Comment. di Gino Capponi, p. 1166. — Petrii Russii senens.
Hist. Fragm., p. 27. — Leon. Aretin. Comment., p. 934._ —
Quest'ultimo assicura che Fortebraccio operava spontaneamente, e
senza partecipazione del governo fiorentino.
Paolo Guinigi aveva regnato in Lucca trent'anni con minore splendore di
Castruccio, ma in un modo meno ruinoso per la sua patria; aveva
utilmente studiata la scienza dell'amministrazione, e la città di Lucca
gli fu debitrice di molte savie leggi e di molte economiche istituzioni,
che conservò fino all'età nostra. Durante il lungo suo regno egli
mantenne quel piccolo stato sempre in pace, e quasi si sottrasse alla
storia, che nulla ebbe a dire sul conto di Lucca in tale spazio di
tempo. Pure Guinigi non ottenne d'essere amato, non possedendo alcuna di
quelle luminose qualità che eccitano l'entusiasmo, e che possono
talvolta far dimenticare al popolo la perduta libertà. Aveva un
carattere negativo, senza generosità, senza grandezza, senza genio,
senza valore, come pure senza vergognosi vizj e senza crudeli passioni.
I suoi sudditi, vedendo sul loro territorio Niccolò Fortebraccio, lo
ritennero mandato dai Fiorentini, e risguardarono il loro signore come
perduto. Tutti i castelli ai confini, ed in particolare quelli di Val di
Pescia, mandarono a prendere dai vicarj più vicini dello stato
fiorentino gli stendardi della repubblica, che spiegarono sulle loro
torri. Quando la signoria fu informata di tali movimenti, adunò i tre
consiglj, e quasi di comune assenso fu decretata la guerra il 14
dicembre 1429 contro il signore di Lucca[523].
[523] _Comment. di Neri di Gino Capponi, p. 1167._
In quest'occasione si vide con sorpresa che il partito che aveva fatta
più gagliarda opposizione alla precedente guerra, quando trattavasi di
salvare la libertà della repubblica e dell'Italia, votò a favore di
questa, sebbene non avesse altro fondamento che l'ambizione e la sete
delle conquiste. Niccolò di Uzzano l'antico capo del partito guelfo,
fece quanto poteva per impedirla, ma molti giovani influivano più di lui
ne' consiglj della repubblica. Rinaldo degli Albizzi era giunto all'età
necessaria per poter dirigere il partito in addietro formato da suo
padre, e fu in tale occasione secondato da Cosimo e da Lorenzo, figli di
Giovanni de' Medici. L'ultimo era morto in questo stesso anno dopo di
avere colla moderazione, colla dolcezza, colla saviezza, spinta la sua
famiglia ad un altissimo grado di potenza[524].
[524] _Macchiav. Stor. Fior., l. IV, p. 35 e 39. — Poggio
Bracciolini Hist. Flor., l. VI, p. 354._
I Fiorentini assoldarono Nicolò Fortebraccio colla di lui armata, ed in
pari tempo spedirono nello stato di Lucca Bernardino della Carda con
ottocento cavalli. Erano talmente spossati dall'ultima guerra, che non
ottennero mai d'avere più di due mila corazzieri. Per l'infanteria non
impiegarono che le proprie milizie; ma il signore di Lucca, da tutti
abbandonato, era così debole che ben prevedevasi che non avrebbe fatta
lunga resistenza. I commissarj della repubblica fiorentina furono i
primi a venire in di lui soccorso colla cattiva loro condotta. Astorre
Gianni, che aveva avuto il carico di sottomettere la Garfagnana, si
portò nella valle di Serravezza, presso Pietrasanta, e sebbene gli
abitanti affezionati al partito guelfo ed ai Fiorentini fossero
spontaneamente andati ad incontrarlo per porsi sotto la protezione della
repubblica, egli abbandonò il loro paese al saccheggio e le persone loro
agl'insulti de' soldati. Così brutta slealtà eccitò l'universale
indignazione, e gli abitanti di Serravezza, ridotti alla mendicità,
riempirono la Toscana di amare lagnanze. Invano la signoria richiamò e
degradò Astorre Gianni, invano restituì i loro beni agli abitanti di
Serravezza, e cercò di compensarli de' sofferti danni; i delitti di cui
i brutali guerrieri disonorano le armi di un popolo, conservansi nella
memoria degli uomini come macchie indelebili; l'odio che ispirano
prepara anticipatamente i loro disastri, e le stesse vittorie arrecano
vergogna alla nazione che gli adopera[525]. Inoltre altri commissarj
fiorentini non si mostrarono gran cosa meno avidi. Pareva che Rinaldo
degli Albizzi si fosse scordato lo scopo della guerra per non occuparsi
che della preda; egli seguiva il campo meno per dirigere l'armata, che
per comperare a basso prezzo dai soldati gli effetti ed i bestiami che
predavano. Gli abitanti della campagna, che avevano prese le armi,
perchè attaccati al partito guelfo, abbandonavano con dispiacere
quest'armata di ladri; i castelli tornavano all'ubbidienza di Lucca, da
cui si erano sottratti; i medesimi soldati fiorentini concepivano
disprezzo pei loro commissarj, che operavano così bassamente, e
ricusavano d'ubbidire. I dieci della guerra avevano ordinato l'assedio
di Lucca; ma l'armata ricusò di stare accampata in tempo delle piogge
dell'inverno, e prese quartiere a Cappannola, tre miglia lontana dalle
mura, dando così tempo agli assediati d'apparecchiarsi alla difesa[526].
[525] _Macchiavelli Ist. Fiorent., l. IV, p. 45._
[526] _Comm. di Neri di Gino Capponi, p. 1168. — Nicolò
Macchiavelli, l. IV, p. 51._
Filippo Brunelleschi, uno de' più grandi architetti che producesse
Firenze, propose di approfittare delle medesime piogge, che impedivano
le operazioni militari, per attaccare la città. Il Serchio, che
attraversa il piano in cui è posta Lucca, soverchiava le sponde
ingrossate dalle lunghe piogge, e Brunelleschi propose di dirigerne la
corrente contro le mura per aprirvi una breccia colla violenza delle
acque. Ma i Lucchesi, dopo avergli permesso di condurre quasi a termine
questo lavoro lungo e dispendiosissimo, ch'egli aveva intrapreso,
ruppero di notte l'argine da lui innalzato, ed inondarono talmente il
piano, che i Fiorentini dovettero allontanarsi da Lucca[527].
[527] _Comm. di Neri di Gino Capponi, p. 1169. — And. Billii Hist.,
l. VIII, p. 128. — Poggii Bracciolini Hist., l. VI, p. 303._
Nello stesso tempo gli assediati facevano frequenti sortite sotto la
condotta di Guinigi e de' suoi figli; due de' quali avevano militato in
Lombardia, e sapevano distinguere i valorosi e premiarli; onde ottennero
sui Fiorentini frequenti vantaggi, e rialzarono il coraggio dei loro
sudditi. Pare che fossero i primi in Italia ad armare i loro soldati di
fucili, la di cui invenzione è posteriore d'assai a quella delle
bombarde e della grossa artiglieria[528]. L'anno susseguente
l'imperatore Sigismondo fece ancora maravigliare gl'Italiani con un
corpo di cinquecento fucilieri che lo accompagnava, quando recossi a
Roma per esservi coronato[529].
[528] _And. Billii Histor., l. VIII, p. 127._
[529] _Petri Russii Hist. Senens., p. 41._
Paolo Guinigi chiamava da ogni banda truppe al suo soldo, ed invocava
l'ajuto di Filippo Maria, de' Veneziani e de' Sienesi. Pareva in
particolare che gli ultimi prendessero grandissimo interessamento a di
lui favore, risguardando l'attacco contro i Lucchesi come un
incamminamento all'acquisto di tutta la Toscana che i Fiorentini
meditavano, e temendo di essere in breve privati ancor essi della
libertà loro da questa ambiziosa repubblica.
Non pertanto i Sienesi tardavano a decidersi apertamente, ma Antonio
Petrucci, uno de' loro concittadini, che professava la milizia, portò
egli solo ai Lucchesi que' soccorsi che avrebbe voluto dalla sua
repubblica. In principio di questa guerra era stato mandato ambasciatore
a Firenze, e vi era stato insultato dal popolaccio. Il desiderio della
vendetta aggiugnevasi in lui al desiderio di mantenere l'equilibrio
della Toscana, e d'impedire l'oppressione di un popolo alleato della sua
patria[530]. Adunò un corpo d'armata ragguardevole assai, ed
attraversando il Pisano, lo condusse a Lucca. Passò in appresso alla
corte di Filippo Maria, e lo eccitò a soccorrere celatamente l'assediata
città, quando non volesse farlo alla scoperta[531].
[530] _Petrii Russi Hist. Senens., p. 28._
[531] _Orlando Malavolti Stor. di Siena, p. III, l. II, p. 20. —
Macchiavelli Istor. Fior., l. IV, p. 52._
Il duca di Milano poteva in allora facilmente soccorrere il Guinigi,
perchè teneva nella Lumellina la compagnia di ventura di Francesco
Sforza, che da oltre un anno più non sembrava al suo soldo. Filippo non
aveva perdonata allo Sforza una rotta che questo generale aveva avuta
nelle montagne della Liguria combattendo contro i ribelli genovesi, e lo
aveva accantonato al confluente del Ticino e del Po in una specie di
relegazione ove tenevalo d'occhio. Assicurasi inoltre che due volte era
stato in sul punto di farlo morire[532]. Quando il duca si riconciliò
realmente con lui, diede ancora maggiore pubblicità alla precedente loro
discordia; annunciò a tutte le potenze d'Italia che lo Sforza avevagli
chiesto il congedo per recarsi nel regno di Napoli, e ch'egli più non
rispondeva per questo generale che più non era al suo servigio. Lo
Sforza, avendo adunati tre mila cavalli ed altrettanti pedoni, entrò in
Toscana nel luglio del 1430 per la strada della Lunigiana e di
Pietrasanta. Costrinse il campo fiorentino, che assediava Lucca, a
ritirarsi; prese Buggiano, minacciò Pescia, e portò la guerra nel paese
stesso degli aggressori[533].
[532] _Jo. Simonetae de Rebus Gest. Franc. Sfor., l. II, p. 215._
[533] _And. Billii Hist., l. VIII, p. 130. — Poggio Bracciolini
Hist., l. VI, p. 364. — J. Simon., l. II, p. 217._
Frattanto, ossia che Paolo Guinigi cominciasse a trovare che la difesa
di Lucca gli costava più che non valeva il possedimento della stessa
città, sia che i Fiorentini riuscissero con uno stratagemma a spargere
la diffidenza tra di lui ed i suoi sudditi, fatte è che Pandolfo
Petrucci, il Sienese che gli aveva procurati i suoi soccorsi, Pietro
Cinnami e Giovanni di Chivizzano, magistrati di Lucca, sorpresero alcune
lettere dirette dai commissarj fiorentini ed Guinigi: pareva da queste
che i commissarj continuassero un trattato incominciato da lungo tempo,
promettendogli due cento mila fiorini da pagarsi in più termini, ed il
possedimento di alcuni castelli, come un equivalente della città di
Lucca, che sembrava avere il Guinigi promesso di dare nelle loro
mani[534]. Antonio Petrucci non aveva nè amore nè stima per Guinigi;
soccorrendolo, aveva ascoltato il suo odio verso Firenze, non l'amicizia
per quegli che difendeva; e se aveva voluto sottrarre Lucca ai
Fiorentini prima di prendere le armi contro di loro, lo voleva ancora
più caldamente ora che gli aveva irritati colla sua resistenza. Dopo
avere cercato di conoscere le disposizioni di Guinigi ed essersi meglio
confermato ne' suoi sospetti, concertò con Francesco Sforza i mezzi
d'arrestare il signore di Lucca coi suoi figliuoli. Cennami e Chivizzano
adunarono una quarentina di congiurati, e Petrucci, che aveva sempre
libero l'ingresso degli appartamenti del principe, condusse nel cuore
della notte i suoi complici fino alle porte di Guinigi che stava a
letto. Questi, alzandosi precipitosamente, gli chiese il motivo di tale
visita. «È già lungo tempo, gli rispose Cennami, che avendo usurpato il
governo, tu hai attirati alle nostre porte i nostri nemici che ci fanno
perire col ferro e colla fame. Noi siamo oramai determinati di
governarci da noi medesimi, e siamo venuti a chiederti le chiavi della
nostra città ed il tesoro che le appartiene.» — »Il tesoro, rispose
Guinigi, raccolto colla mia economia, io lo erogai interamente per
allontanare da voi un'ingiusta aggressione; per ciò che risguarda le
porte, esse sono in poter vostro, come la mia persona e la mia famiglia:
ricordatevi soltanto che io ottenni la signoria e la conservai
trent'anni senza spargere sangue; e fate che il fine del mio potere
risponda al principio ed al mezzo[535].»
[534] _And. Billii Hist. Mediol., l. VIII, p. 130. — Poggio
Bracciolini Hist., l. VI, p. 364._
[535] _Macchiavelli Stor. Fior., l. IV, p. 54._
Guinigi venne in fatti arrestato dai congiurati con quattro de' suoi
figliuoli che trovavansi presso di lui. Il maggiore di tutti, Ladislao,
era nel campo presso Francesco Sforza, il quale lo fece arrestare nella
stessa ora. Furono tutti insieme mandati al duca di Milano, che li fece
custodire nelle prigioni di Pavia: Guinigi in capo a due anni morì,
senza che accusar si possa veruno della sua morte[536]. I cittadini di
Lucca cedettero ad Antonio Petrucci per sua ricompensa tutti gli effetti
degli appartamenti del principe; le sue armi e cavalli furono dati allo
Sforza, e portato nel pubblico tesoro tutto l'oro e l'argento. Nello
stesso tempo un gonfaloniere e gli anziani furono nominati dal popolo, e
la repubblica venne di nuovo governata a seconda delle antiche
leggi[537].
[536] _J. Stellae Ann. Gen., t. XVII, p. 1304. — Petri Russii Hist.
Sen., t. XX, p. 31. — Orl. Malavolti Stor. di Siena, p. III, l. II,
p. 20._
[537] Questa rivoluzione accadde in settembre del 1450. — _Comm. di
Neri di Gino Capponi, p. 1170. — Andreae Billii Hist. Med., l. VIII,
p. 131._
I Fiorentini non avevano cominciata la guerra che per l'odio che
nudrivano contro Paolo Guinigi; la sicurezza loro richiedeva, dicevano
essi, di non soffrire un tiranno nemico così vicino: sembrava dunque
tolta ogni cagione di continuare le ostilità dopo la prigionia del
signore di Lucca. Infatti i Lucchesi spedirono immediatamente a
domandare la pace a Firenze; rappresentarono che il solo nemico dei
Fiorentini era già bastantemente punito del suo fallo; che rispetto a
loro, tornati in libertà, erano quello che sempre erano stati, i più
fedeli amici della repubblica, i più irremovibili partigiani della causa
guelfa. Ma la signoria non ascoltava che la sua ambizione, renduta più
ardente dall'esempio delle conquiste dei Veneziani; voleva ad ogni modo
avere il possedimento di Lucca, e sebbene da principio offrisse la pace
a condizione di cederle Montecarlo e Pietrasanta, ruppe bentosto ogni
trattato[538].
[538] _Comm. di Neri di Gino Capponi, p. 1170._
I commissarj fiorentini avevano approfittato di queste prime aperture
per intavolare col conte Francesco Sforza un trattato di altra natura.
Essi lo persuasero pel prezzo di cinquanta mila fiorini ad abbandonare
Lucca, ed a tornare in Lombardia. Lo Sforza ricevette questa somma come
il residuo pagamento di un debito contratto dalla repubblica verso suo
padre, e ricusò di passare al servigio dei Fiorentini, come n'era
richiesto[539].
[539] _Comm. di Neri di Gino Capponi, p. 1170. — Jo. Simonetae de
vita Sfortiae, l. II, p. 218. — Poggio Bracciolini Hist., l. VI, p.
365._
I Fiorentini ripresero con nuovo vigore l'assedio di Lucca dopo la
partenza dello Sforza; ma il duca di Milano non acconsentì che facessero
un acquisto così importante; persuase sotto mano i Genovesi a far valere
un trattato particolare ch'essi avevano con Lucca; a domandare ai
Fiorentini che levassero l'assedio di questa città, e dietro il loro
rifiuto, a spedire verso il Serchio Nicolò Piccinino, cui il duca aveva
per questa cagione permesso che andasse ai loro servigj[540].
[540] _Poggio Bracciolini, l. VI, p. 366. — And. Billii Hist., l.
VIII, p. 134. — Petri Russii Hist. Senens., t. XX, p. 32._
Guid'Antonio di Montefeltro, conte d'Urbino, comandava l'armata
fiorentina, composta di sei mila cavalli e tre mila fanti. Il Piccinino
non aveva tanta gente, ma le sue truppe erano fresche e provvedute del
bisognevole, mentre le fiorentine avevano sofferto assai dalla cattiva
stagione e dalle inondazioni del Serchio. I due campi sulle opposte rive
del fiume si osservavano senza poter venire alle mani, quando un corpo
della cavalleria fiorentina, avendo scoperto un guado, ne approfittò per
attaccare il Piccinino alle spalle. Questi respinse caldamente i nemici,
gl'inseguì entro il fiume, ed attraversando il guado ch'essi gli avevano
fatto conoscere, piombò addosso all'armata fiorentina, che sgominò
interamente, facendola quasi tutta prigioniera. Tutta l'artiglieria,
tutte le munizioni e quasi quattro mila cavalli vennero in potere del
vincitore[541].
[541] _Poggio Bracciolini, l. VI, p. 367. — And. Billii, l. VIII, p.
127. — Macch. Stor. Fior., l. IV, c. 55. — Orlando Malavolti Stor.
di Siena, p. III, l. II, p. 21. — Comm. di Neri di Gino Capponi, p.
1171. — Vita di Niccolò Piccinino, t. XX, p. 1059._
E per tal modo la guerra, in cui erano entrati i Fiorentini colla
speranza di conquistare Lucca, poteva di nuovo compromettere la propria
loro indipendenza; e se Niccolò Piccinino, per ordine del suo padrone,
non si fosse ritirato in mezzo alle sue vittorie, gli sarebbe stata
facil cosa il prendere Pisa, che sospirava un'occasione di scuotere il
giogo, e di mettere sossopra tutta la Toscana. I Sienesi, ognora più
atterriti dagli ambiziosi progetti dei Fiorentini, avevano contratta
alleanza coi Genovesi per la difesa di Lucca, ed avevano innalzato al
rango di capitano del popolo con pieni voti quello stesso Antonio
Petrucci, che aveva con tanta attività recato soccorso ai Lucchesi[542].
Un solo avvenimento parve ai Fiorentini meno sfavorevole, e fu la morte
di papa Martino V, accaduta nella notte del 19 al 20 febbrajo del 1431.
La sua parzialità pel duca di Milano, e l'odio suo contro la repubblica,
avevano pressochè rovesciato l'equilibrio d'Italia. Ebbe per successore
il cardinale Gabriello Condolmieri, Veneziano, che fu consacrato
l'undici di marzo e prese il nome d'Eugenio IV. Il nuovo pontefice non
tardò a far conoscere quanto i suoi affetti fossero contrarj a quelli
del suo predecessore. In Roma cercò di tornare in credito gli Orsini, e
di spogliare i Colonna smisuratamente arricchiti da Martino V; in Italia
parve attaccato alle repubbliche, e fece con loro causa comune contro la
casa Visconti[543].
[542] _Il 1.º gennajo del 1431. — And. Billii Hist., l. VIII, p.
140. — Petri Russii Hist. Senensis, t. XX, p. 33._
[543] _Vita Martin. V ex Codice Vaticano, t. III, p. II, p. 868. —
Andreae Billii Hist., l. VIII, p. 141._
Non è già che l'ambizione de' Veneziani non fosse eccessiva come quella
del duca di Milano. Questi non aveva loro dato alcun giusto motivo di
lagnanza, aveva giustificata la sua condotta in Toscana non in modo di
purgarsi affatto da ogni cattiva intenzione, ma abbastanza per altro
onde dimostrare che si era uniformato ai trattati ed al diritto pubblico
allora in vigore. Non pertanto i Fiorentini facevano ai Veneziani
vantaggiosissime offerte per muoverli a ripigliare le armi; obbligavansi
a mantenere in Lombardia due mila corazzieri, ed a pagare ogni mese
venti mila ducati per le spese della guerra, indipendentemente dagli
sforzi che farebbero in Toscana contro il comune nemico. I Veneziani,
allettati dalla speranza di aggiugnere Cremona alle altre conquiste,
accettarono queste proposizioni. Rinaldo Palavicino prometteva di
attaccare Parma e Piacenza; Gian Giacomo, marchese di Monferrato, doveva
fare un tentativo sopra Asti o sopra Alessandria; il marchese d'Este ed
il signore di Mantova erano al soldo dei Veneziani; per ultimo i
singolari talenti del Carmagnola promettevano il migliore successo[544].
Dall'altro canto il duca di Milano aveva al suo servizio due non meno
formidabili generali, Niccolò Piccinino ed il conte Francesco Sforza.
Aveva inoltre resa più intima la sua alleanza coll'ultimo promettendogli
in isposa Bianca, sua figliuola naturale, che in allora aveva soltanto
sette anni[545]. Sotto questi due generali il duca aveva più di dieci
mila corazzieri, i migliori soldati che allora avesse l'Italia.
[544] _And. Billii Hist., l. IX, p. 145. — Petri Russii Hist.
Senensis, t. XX, p. 33._
[545] _And. Billii Hist., l. VIII, p. 141. — Simonetae, l. II, p.
218._
Per belle che fossero le speranze concepite dai Veneziani la campagna fu
loro da principio in ogni luogo sfavorevole. Il Carmagnola credeva di
avere sedotto il comandante di Soncino, ed il 17 maggio avanzavasi poco
cautamente per prendere possesso di quel castello. Ma quel comandante
aveva dato avviso a Filippo del trattato; Francesco Sforza e Niccolò di
Tolentino avevano tesa un'imboscata per sorprendere il nemico. L'armata
del Carmagnola fu rotta, presi mille sei cento cavalieri, ed egli stesso
non andò debitore della propria salvezza che alla velocità del suo
cavallo[546]. Luigi Colonna ebbe pure un notabile vantaggio presso
Cremona, ove comandava a nome del duca, e Cristoforo Lavello guastò il
Monferrato. Niccolò Piccinino, dopo avere occupati nelle alpi Liguri più
di sessanta castelli appartenenti ai Fieschi o ad altri gentiluomini di
parte guelfa, e lasciatili saccheggiare dai suoi soldati, entrò in
Toscana attraversando i territorj di Lucca e di Pisa.
[546] _Andreae Billii, l. IX, p. 146. — Poggio Bracciolini, l. VI,
p. 370. — J. Simonetae, l. II, p. 218. — Marin Sanuto vite dei duchi
di Venezia, p. 1013._
Genova, Siena, Lucca, e Giacomo d'Appiano signore di Piombino, erano
pure entrati nella lega contro i Fiorentini. La gelosia e l'odio loro
raddoppiavano le calamità della guerra, rendendola più nazionale. I
Pisani, che sempre sospiravano l'istante di scuotere il detestato giogo
dei Fiorentini, mostrarono più apertamente la loro impazienza quando
videro avvicinarsi il Piccinino, e furono in sul punto di prendere le
armi. Il governo fiorentino non trovò altro espediente per salvare la
città, che quello di farne uscire tutti gli uomini abili alle armi dai
quindici fino ai sessant'anni, ritenendo come ostaggi le loro mogli e
figli. Pure la maggior parte di coloro che furono costretti ad
abbandonare la patria andarono ad ingrossare l'armata del
Piccinino[547]. Quest'armata passò in appresso sul territorio di
Volterra, ove non meno che a Pisa poteva temersi di qualche ribellione:
quasi tutti i castelli del volterrano aprirono le porte al Piccinino,
che saccheggiò tutta la val d'Elsa di concerto con Niccolò da Tolentino,
e con Alberico di Zagonara, generale dei Sienesi. Minacciò pure Arezzo,
e quando fu poi dal duca richiamato in Lombardia, lo Zagonara, che gli
successe nel comando, proseguì ad impadronirsi de' castelli de'
Fiorentini, che coprivano i loro confini dal lato di Siena[548].
[547] _And. Billii Hist., l. IX, p. 148. — Petri Rusii Hist.
Senens., p. 34. — Jo. Stellae Annales Genuenses, p. 1305._
[548] _Orlando Malavolti Stor. di Siena, p. III, l. II, p. 22-28. —
And. Billii, l. IX, p. 150. — Poggio Bracciolini, l. VI, p. 371. —
Petri Russii Hist. Senens., p. 40. — Comm. di Neri di Gino Capponi,
p. 1177._
Mentre ciò accadeva in Toscana, il Carmagnola avvicinavasi alle sponde
del Po con un'armata di dodici mila corazzieri ed altrettanti pedoni.
S'avanzava su questo fiume Niccolò Pisani con una flotta veneziana di
trentasette grandi navi e circa altre cento minori[549]. Il senato
veneto aveva risolto di volgere tutte queste forze contro Cremona che
ardentemente desiderava di acquistare, e di già la flotta aveva
rimontato il Po fino a tre miglia al di sotto di questa città. Dal canto
suo il duca di Milano aveva fatta allestire una flotta al di sopra di
Cremona sotto gli ordini di Pacino Eustachio: i suoi vascelli erano
maggiori in numero, ma più piccoli di quelli de' nemici. Giovanni
Grimaldi di Genova era stato chiamato su questa flotta con molti de'
suoi compatriotti, per opporre ai Veneziani i soli rivali che potessero
disputar loro l'impero delle acque.
[549] _Jo. Simonetae, l. II, p. 219._
Il 22 di maggio, Pacino Eustachio e Grimaldi avevano tentato di
approfittare d'una escrescenza di acqua per attaccare coll'ajuto della
corrente la flotta veneziana stazionata al di sotto di loro. Ma malgrado
questo vantaggio cinque de' più grandi vascelli del duca di Milano,
troppo essendosi avanzati, trovaronsi in mezzo ai Veneziani, e costretti
ad arrendersi. In tempo di questa battaglia il Piccinino e Francesco
Sforza con tutte le truppe del duca di Milano eransi avvicinati al
Carmagnola e l'avevano tirato verso loro scostandolo dalle rive del
fiume. La vegnente notte gli fecero intendere per mezzo di false spie le
disposizioni ch'essi davano per attaccarlo all'indomani, e riuscirono in
tal modo ad occupare tutta la sua attenzione. Frattanto essi salivano
segretamente coi loro migliori corazzieri sopra le galere di Pacino
Eustachio. Nella battaglia navale ch'essi volevano rinnovare
all'indomani, le galere serrate nel letto del fiume non potevano
battersi che all'arrembaggio; ed in tale stato di cose il coraggio, la
forza del corpo e l'armatura impenetrabile dei corazzieri dovevano
essere di maggiore vantaggio che le più abili _manovre_ de' marinaj
veneziani. Il Trevisani fece indarno chiedere al Carmagnola di spedirgli
dei corazzieri, perciocchè credendosi questi sicuro di combattere
all'indomani, non voleva indebolire la sua armata.
Finalmente la mattina del 23 di maggio s'avvide il Carmagnola che i
generali nemici l'avevano ingannato, e che più non erano in vicinanza.
Allora si ravvicinò al Po; ma oramai più non era possibile di far
imbarcare i suoi soldati; perciocchè egli occupava la sponda sinistra
del fiume, e Pacino Eustachio aveva, in principio dell'attacco,
approfittato della violenza delle acque, cresciute per lo scioglimento
delle nevi, per ispingere il Pisani sull'opposta riva. Colà continuavasi
con indicibile accanimento la battaglia tra le galere. I Milanesi
afferravano cogli uncini i vascelli veneziani, e subito i corazzieri
dello Sforza e del Piccinino lanciavansi sul ponte dei loro nemici;
invulnerabili sotto il ferro ond'erano coperti, combattevano contro
uomini che non avevano che una mezza armatura, i quali cadevano sotto i
loro colpi. La carnificina era tanto più spaventosa in quanto che i
Veneziani non sapevano risolversi a rinunciare alla vittoria sul loro
proprio elemento; altronde vedevano sull'altra sponda il Carmagnola che
li confortava, e che disponevasi coll'intera sua armata ad ajutarli,
tostocchè potessero approssimarsi a lui. Ma finalmente dovettero cedere
dopo avere perdute ventotto galere e quarantadue navi da trasporto, che
caddero in mano del nemico. Perirono due mila cinque cento uomini, ed un
ricco bottino venne in potere dei vincitori. Assicurasi che l'armamento
de' Veneziani, distrutto in tal modo in un solo giorno, aveva costato
alla repubblica seicento mila fiorini[550].
[550] _And. Billii, l. IX, p. 152. — Jo. Simonetae, l. II, p. 220. —
Poggio Bracciolini, l. VI, p. 372. — Ubertus Folieta Genuens. Hist.,
l. X, p. 562. — Navagero Stor. Venez., p. 1095. — Marin Sanuto vite
dei duchi di Venez., p. 1016._
Di così luminosa vittoria il duca di Milano non approfittò come avrebbe
potuto a danno de' Veneziani. Le armate principali rimasero per più mesi
come stazionarie, mentre Niccolò Piccinino guastava il Monferrato, e
prendendo, uno dopo l'altro, tutti i castelli di quello stato,
costringeva il marchese a fuggire nella Svizzera, di dove passò a
Venezia. Vero è che i Veneziani lavarono in parte l'affronto sofferto
dalla loro marina sul Po. Una piccola flotta, comandata da Pietro
Loredano, incontrò il 27 agosto in vicinanza di Portofino, nel golfo di
Rapallo, Francesco Spinola con dodici galere genovesi, e dopo una calda
battaglia prese quest'ammiraglio con otto vascelli[551]. Ma intanto il
Carmagnola rimanevasi in una inazione tanto più strana, quanto più
universale era l'aspettazione che sarebbesi affrettato di riparare una
disfatta avuta per colpa sua. Il 15 ottobre un distaccamento de' suoi
soldati, avuto avviso che a Cremona non si faceva buona guardia,
sorprese il ponte di san Lucca, e vi si mantenne due giorni, senza che
il Carmagnola, per timore di un'imboscata in sulla strada, si avanzasse
per approfittare di così felice avvenimento.
[551] _Poggio Bracciolini, l. VI, p. 373. — J. Stellae Ann.
Genuens., p. 1306. — Uberti Folietae Gen. Hist., l. X, p. 563. —
Marin Sanuto vite de' duchi di Venezia, p. 1019. — Andreae Billii
Hist., l. IX, p. 153._ Colla narrazione di tale avvenimento questo
grazioso autore termina la sua storia.
Il gran capitano, ch'era stato l'artefice della potenza di Filippo ed in
appresso de' suoi rovesci, non aveva potuto cessare di essere
vittorioso, senza che il sospettoso e crudele senato di Venezia non lo
credesse traditore. Anche nella precedente guerra gli si era
rimproverato d'avere renduti tutti i prigionieri dopo la battaglia di
Macalò. In questa gli si dava colpa del disastro della flotta, del
cattivo successo dell'impresa di Cremona, e della ruina del marchese di
Monferrato, mentre ch'egli rimanevasi nell'inazione. Per altro il
Carmagnola rendeva ragione dello sforzato riposo in cui era rimasto;
un'epizoozia infierì tutta l'estate tra i cavalli, onde la metà de' suoi
cavalieri erano senza, ed i nemici che provavano lo stesso flagello
erano rimasti egualmente oziosi per l'impossibilità in cui erano di
procurarsi cavalli.
Ma senza degnarsi di far note le sue accuse, senza dar luogo a
giustificazioni, volle vendicarsi sopra un uomo dei capricci della
fortuna; e lo fece con un profondo segreto. Il consiglio dei dieci in
principio del 1432 invitò il Carmagnola a recarsi a Venezia per trattare
intorno alla pace, cui la repubblica aveva di nuovo rivolto il pensiero.
L'accompagnava Giovanni Francesco Gonzaga, signore di Mantova, ed
ambidue vennero ricevuti coi più grandi onori. I più illustri personaggi
dello stato andarono ad incontrare il Carmagnola e lo condussero con
magnifico corteggio fino al palazzo del doge. Il senato era adunato ed
il Carmagnola venne introdotto e fatto sedere nel seggio d'onore, e gli
furono prodigate dimostrazioni di affetto e di stima. Frattanto la
deliberazione cui assisteva, ed intorno alla quale mostravano desiderare
i suoi consiglj, si protrasse fino a notte avanzata, onde fu pregato di
far ritirare le persone del suo seguito stanche dal viaggio. Tostocchè
il Carmagnola si trovò solo in mezzo ai senatori, questi fecero entrare
le loro guardie che lo arrestarono e caricarono di ferri. All'indomani
il generale fu assoggettato ai tormenti ed alla tortura, per lui tanto
più dolorosa in quanto che aveva una ferita in un braccio, ricevuta in
servigio di quella stessa repubblica che lo aveva dato in mano ai suoi
carnefici[552]. Si assicura che in mezzo a tali tormenti confessasse il
tradimento che gli veniva imputato; ma veruna prova non fu prodotta agli
occhi del pubblico o dell'Italia, cui apparteneva questo grand'uomo, e
non si pubblicò alcuna sua deposizione. Non si calunniano i giudici,
credendoli falsarj e prevaricatori, quando si avvolgono entro un infame
mistero. Il 5 maggio del 1432, venti giorni dopo il suo arresto,
Carmagnola fu condotto sulla piazza di san Marco e gli otturarono la
bocca per impedirgli di chiamare Venezia in testimonio della sua
innocenza, e di svelare tutta l'ingratitudine de' suoi oppressori, e
colà fu decapitato tra le due colonne che stanno innanzi al
palazzo[553].
[552] _Marin Sanuto vite de' duchi di Venezia, p. 1028._
[553] _Poggio Bracciolini Hist. Fior., l. VI, p. 376. — Platina
Hist. Mant., l. V, p. 810. — Cron. di Bologna, p. 645. — Navagero
Stor. Venez., p. 1097. — Marin Sanuto vite de' duchi di Venezia, p.
1028._