CAPITOLO LXII.

_Concilio di Costanza; termina il grande scisma d'Occidente. —

Giovanna II di Napoli, e suo marito Giacomo, conte della Marca.

— Grandezza e rivalità dei due condottieri, Braccio di Montone e

Sforza di Cotignola._

1414 = 1418.

In principio del quindicesimo secolo il rispetto lungamente accordato ai

capi del clero aveva dato luogo a sentimenti di odio e di dispetto: lo

scisma aveva scosse tutte le credenze; e nella sua durata, eransi

distrutte tutte le illusioni vantaggiose ai pastori della Chiesa. I papi

ed i cardinali d'ogni partito attaccavano i loro avversarj con una

violenza, che tutti rendevali egualmente odiosi. Essi sforzavansi di

accreditare gli uni contro gli altri le più vergognose accuse, e

s'intentavano reciprocamente i più scandalosi processi. Si andavano per

tal modo accumulando agli occhi del popolo le pretese prove delle

iniquità del clero, e si terminava per dar fede a tutti gli accusatori.

Coloro che i santi maledivano, ed i concilj coprivano d'anatemi,

risguardavansi quali uomini macchiati di tutti i delitti. Non potrebbe

farsi una più sanguinosa satira dei capi della Chiesa, che raccogliendo

ciò che gli scrittori ecclesiastici più riputati hanno lasciato scritto

intorno al clero. Ma quanto i loro panegirici ci si resero sospetti in

altre circostanze, altrettanto dobbiamo in questa diffidare dei loro

libelli. Il clero ha virtù e vizj che gli sono ugualmente proprj; si

comprende come il disordine s'introduca in un corpo che fa professione

di santità; ma non saprebbesi nè comprendere, nè credere che le sue

scelte cadano sempre sopra i più vili uomini, e che faccia esso per suoi

capi coloro la di cui condotta è più propria a disonorarli[289]. Se

Giovanni XXIII, come ci viene dipinto, fosse stato un avaro e tiranno,

un avvelenatore educato in mezzo ai pirati ed un mostro di

lascivia[290], nè il concilio di Pisa avrebbe seguiti i suoi consigli,

nè Alessandro V sarebbesi affidato alla di lui amicizia, nè un conclave

l'avrebbe fatto capo della cristianità.

[289] Queste osservazioni applicate ai tempi dello scisma sono

verissime, e quanto soggiugne in appresso dimostra che non volle

parlare che di quell'infelicissima epoca. _N. d. T._

[290] Tale è il ritratto che ci lasciò Teodorico di Niem, uno de'

suoi segretarj. _Vita Johannis XXIII, p. 5, apud Meibomium Scrip.

Germ., t. I._ — Viene confermato dall'atto d'accusa ricevuto contro

di lui nel concilio di Costanza.

Non pertanto devesi accordare che tra i padri della Chiesa non erano

cosa rara l'ambizione, la venalità, i disonesti costumi e la mondana

politica; e questo può giustificare, non dirò già le amare invettive

degli scrittori, ma per lo meno l'universale malcontento. Bonifacio IX

aveva cominciato a fare quello scandaloso commercio delle indulgenze,

che doveva più tardi essere cagione in Germania di tanti sconvolgimenti.

I suoi nunzj, arrivando in una città, appendevano alle finestre della

casa, in cui abitavano, un'insegna collo stemma del papa e colle chiavi

della Chiesa; ergevano nella cattedrale, a canto all'altar maggiore,

tavole coperte di magnifici tappeti, simili a quelle de' banchieri, per

ricevere il danaro di coloro che venivano a comperare indulgenze; essi

annunciavano al popolo l'assoluta autorità loro data dal papa di

liberare dal purgatorio le anime degli estinti, e di accordare il più

compiuto perdono di tutti i delitti a coloro che volevano farne

acquisto. Il clero tedesco riclamava invano contro questo vergognoso

traffico di grazie spirituali; perciocchè quelli che osavano

disapprovarlo venivano scomunicati e perseguitati come ribelli dalla

corte di Roma[291]; di modo che i più religiosi uomini dell'Europa, i

più illuminati filosofi d'ogni ubbidienza chiedevano d'accordo la

riforma della Chiesa nel suo capo e ne' suoi membri.

[291] _Theod. Niemensis vita Johannis XXIII, p. 7. Apud Meibomium,

t. I, Scrip. German._

Ma mentre che il settentrione e l'occidente dell'Europa volevano

scuotere il giogo della superstizione e dell'anarchia romana,

gl'Italiani più omai non risguardavano il cristianesimo che come una

invenzione politica di cui approfittavano, e presero a difendere con

zelo opinioni e pregiudizi, cui essi più non davano fede[292].

[292] A torto qui l'autore mette a fascio i furbi, che risguardavano

la religione come uno stromento di temporale guadagno, ed i buoni e

veri cattolici, che veramente erano allora pochissimi, i quali,

deplorando gli abusi de' suoi ministri, amavano di buon cuore e di

buona fede la Chiesa e la sua dottrina, che non può essere macchiata

dalle prevaricazioni di alcuni de' suoi ministri. _N. d. T._

Quando i tre concilj, di Pisa, di Costanza e di Basilea, attaccarono

successivamente l'autorità dei papi, gl'Italiani si sforzarono di

sostenerla come una proprietà nazionale. Essi vedevano la corte di Roma

distribuire con prodigalità temporali grazie, cui desideravano di

partecipare, lusingandosi tutti di godere un giorno della benefica

influenza che un semplice prete esercitava su tutta l'Europa. Vedevansi

attaccati come nazione, perchè venivano accusati d'avere comunicati al

clero tutti i vizj ond'era accusato; quindi si difesero nazionalmente, e

questa contesa diede loro uno spirito di corpo, che prima non

conoscevano. Bastava che un prelato fosse italiano, perchè riuscisse

sospetto a coloro che bramavano la riforma, e bastava che fosse loro

sospetto perchè questi si attaccasse al papa e facesse con lui causa

comune. Altronde gl'Italiani non erano legati alla Chiesa, nè da caldo

entusiasmo, nè da viva fede, nè da un sentimento religioso o da un

bisogno del loro cuore. Appena la credenza loro influiva sulla propria

condotta; e se essi conservavano tale credenza, devesi attribuire alla

niuna cura che si prendevano di esaminarla. Vedevansi pochissimi

Italiani abbracciare con fervore le pratiche di divozione che

s'indicavano quali sicuri mezzi per giugnere al cielo. Il secolo più non

produceva santi, tranne alcune donne interamente separate dal mondo. Più

non vedevansi dottori approfondire i misterj della fede, muovere nuove

dispute intorno al domma, e richiamare a sè l'attenzione universale coi

loro talenti per la controversia, colla scienza teologica, o

coll'arditezza de' loro sistemi. Più non vedevansi eretici in Italia,

perchè la religione cattolica più non era l'oggetto delle meditazioni

de' pensatori. Tutti coloro che aspiravano ad acquistarsi credito in

filosofia, coloro che collo studio degli antichi volevano innalzarsi a

qualche gloria, prendevano i sapienti dell'antichità, Aristotile e

Platone come fiaccole della loro fede; questi consultavano essi e non i

padri della Chiesa intorno a quanto dovevano credere[293]. Tutti gli

uomini di stato non avevano omai altra religione che la loro politica;

per ultimo, il popolo, sempre allettato dai grandi spettacoli, sempre

entusiasta per le belle arti ed affezionato alle feste, mantenevasi

attaccato al culto de' suoi padri non per proprio convincimento, ma per

immaginazione. Osservando l'ordinaria sua condotta non sarebbesi pur

sospettato che fosse cristiano; ma una grande calamità, o la pompa d'una

festa lo richiamava nelle chiese; non vi portava affetto ma abitudine,

nè credeva che di più si richiedesse per la salute.

[293] Il lettore cattolico vedrà in tutto questo lungo tratto

ripetuta l'apologia che i protestanti sogliono fare alla loro

separazione dalla vera Chiesa. Intorno a ciò vuol leggersi _Bossuet,

Storia dalle variazioni delle chiese protestanti_. _N. d. T._

In Italia il clero era numerosissimo, ma nè troppo ricco, nè troppo

potente. Il solo papa era sovrano temporale, mentre tutti i vescovi ed

abati de' monasteri erano rientrati nell'ordine di semplici cittadini.

Le loro entrate d'ordinario non eccedevano i bisogni del loro rango, e

siccom'essi non erano esposti alle seduzioni del potere e della

ricchezza, la condotta loro era per lo più esemplare. I soli depositarj

dell'autorità del papa, i legati ed i cardinali, erano talvolta cagione

di scandalo. In Germania ed in Inghilterra per lo contrario le ricchezze

del clero risvegliavano la cupidigia del governo, mentre in Italia i

preti soggiacevano in comune cogli altri cittadini alle pubbliche tasse,

e spesso ancora pagavano in proporzione più che i laici; perciò niuno

pensava a spogliarli, ed alcuna gelosia non favoriva i progetti dei

riformatori.

Perciò l'Italia si rimase indifferente alla riforma della Chiesa;

quell'Italia, che aveva dato l'esempio dell'indipendenza religiosa, e

che sola aveva disprezzate le minacce e le scomuniche dei papi, quando

questi facevano tremare tutta l'Europa, non rivolse contro il culto

stabilito la letteratura e la filosofia che coltivava con tanto impegno;

ed il clero italiano si collegò tutto a favore del papa. Nel

quindicesimo secolo cominciò un'accanita disputa tra i riformatori del

settentrione ed il clero del mezzodì, e si andò invigorendo, e

ravvivando più volte fino al susseguente secolo. I paesi settentrionali

si separarono finalmente dalla Chiesa romana, mentre questa, resa

inespugnabile dalle stesse sue battaglie, ne' paesi che le si

conservarono fedeli, ricuperò l'impero sopra gli spiriti e le coscienze

che pareva avere affatto perduto. E per tal modo la superstizione e

l'ignoranza subentrarono all'incredulità ed allo scetticismo.

Giovanni XXIII convocando il concilio a Costanza non ignorava, che colla

scelta di questa città veniva ad accordare un grandissimo vantaggio ai

Tedeschi, i più caldi avversarj dell'autorità pontificia. Il suo

assentimento gli era stato strappato nell'epoca in cui le conquiste di

Ladislao omai più non gli lasciavano alcun ricovero in Italia; ma la

morte di questo principe, cui era succeduta Giovanna II, sua sorella,

variava affatto la situazione del papa ne' suoi stati. Egli credeva non

avere di che temere da una donna debole ed inclinata ai piaceri; mentre

l'assemblea della Chiesa, innanzi alla quale egli doveva comparire,

gl'ispirava un terrore che non sapeva dissimulare. Ma invano cercava

egli di eludere la sua promessa; l'intiera cristianità era convocata; i

più potenti monarchi volevano ad ogni modo mettere fine allo scisma, ed

i cortigiani medesimi di Giovanni XXIII lo supplicavano caldamente a

recarsi a Costanza[294].

[294] _Leon. Aretini Comment. de suo tempore, t. XIX, p. 929. — Ann.

Bonincontrii Miniat., t. XXI, p. 109._

Assai difficile è il dare imparziale giudizio di Giovanni XXIII, non

essendosi quasi conservati che i libelli ingiuriosi de' suoi

nemici[295], e la scandalosa accusa, per altro approvata da lui

medesimo, e ratificata da un concilio. Non pertanto il costante alleato

de' Fiorentini, l'ospite e l'amico di tutta la famiglia dei Medici, il

protetto di Luigi II d'Angiò, che adoperò tutta la propria influenza per

fargli ottenere la tiara, non può essersi macchiato di tutti i delitti

onde venne imputato. Se fosse stato quale ci viene dipinto, niuno

avrebbe osato mostrarsi suo amico. La sua condotta ci fa piuttosto

conoscere un uomo destro ma debole, che accortamente sapeva giudicare

gli altri, e prevedeva con sottile accorgimento l'esito degli

avvenimenti, ma che non aveva la necessaria fermezza per evitare i

pericoli dai quali sentivasi minacciato, e che in seguito si

assoggettava alle calamità con cristiana umiltà e con una dolcezza degna

di compassione.

[295] Un solo biografo di Giovanni XXIII parla della sua

beneficenza, della sua carità e del buon governo di Bologna ne' nove

anni che vi presiedette. _Additam. ad Ptolomeum Lucensem, t. III, p.

II, p. 854._

Esposto agli attacchi di un formidabile conquistatore che gli aveva

tolti quasi tutti gli stati, fece uso per avere danaro de' mezzi

inventati dai suoi predecessori, ma perfezionò forse questo traffico

spirituale, ed accrebbe in modo le entrate di santa chiesa, da meritarsi

l'accusa di simonia che gli fu data. Impiegò poi il danaro che aveva con

tali mezzi raccolto, e si pretese che lo moltiplicasse colla più

scandalosa usura[296]. Rispetto ai suoi costumi furono certo poco

severi, come quelli di tutta la sua corte; ma non deve facilmente

credersi che nella sola Bologna abbia avuto dugento amiche, come lo

attestò Teodorico di Niem[297], o che abbia sedotte trecento religiose,

come leggevasi in uno degli articoli dell'accusa datagli innanzi al

concilio[298].

[296] Teodorico di Niem assicura che i suoi commessi, prestando

sopra pegno quattrocento fiorini rimborsabili entro quattro mesi,

facevansi fare una ricevuta di cinquecento. _Vita Johan. XXIII, p.

8._

[297] _Ivi, p. 6._

[298] _In Codice Vindobon. Elstrawiano. Ap. von der Hardt, t. IV, p.

228. — Lenfant Hist. du Concile de Const., l. II, p. 184._

Avendo Giovanni XXIII deputato il cardinale Isolani a prendere possesso

di Roma, partì egli medesimo da Bologna il primo ottobre, prendendo la

strada di Costanza. Desiderava di procurarsi in vicinanza di questa

città qualche potente protettore, e lo trovò: Federico, duca d'Austria,

gli si fece incontro fino a Trento, l'accompagnò a traverso al Tirolo, e

fece con lui stretta alleanza, promettendo di dargli sicuri mezzi per

allontanarsi da Costanza, qualunque volta lo desiderasse[299]. Giovanni

XXIII entrò in questa città il 28 ottobre con nove cardinali di sua

ubbidienza, ed il 5 di novembre fece l'apertura del concilio. A tale

epoca l'assemblea non era ancora molto numerosa, perchè l'imperatore

Sigismondo era stato a ricevere la corona germanica ad Aquisgrana, ed i

prelati dell'ubbidienza di Giovanni XXIII, che recaronsi i primi al

concilio, non erano per anco tutti riuniti; ma la politica, la

divozione, la curiosità chiamavano ogni giorno nuovi viaggiatori a

Costanza, e vi si contarono in certi tempi fino a cento mila forastieri,

tra i quali trovavansi i più distinti personaggi di tutto il

cristianesimo[300].

[299] _Thomæ Ebendorfferi de Haselbach Chron. Aust. Ap. Her. Pez

Scrip. Aust., t. II, p. 845. — Jo. Muller Geschichte der Schweiz.

III Buch, 1 capitel, p. 25. — Lenfant Hist. du Concile de Constance,

l. I, p. 16._

[300] _Lenfant Hist. du Conc. de Constance, p. 50._

Oltre i cardinali, gli arcivescovi e vescovi, molte altre persone,

ecclesiastiche e laiche, dovevano prendere parte alle deliberazioni;

molti abati, semplici preti e dottori di teologia eranvi stati chiamati,

come pure i deputati degli ordini religiosi e militari, e gli

ambasciatori dei re, dei principi e delle repubbliche. Tra i subalterni

grandissimo era il numero di coloro ch'erano addetti alla corte di Roma;

e se si fossero presi i suffragi per teste, ritenendoli tutti come

eguali, gli uditori, gli scrittori ed i procuratori del papa e dei

cardinali avrebbero reso padrone delle deliberazioni Giovanni XXIII. Per

evitare tale inconveniente risolse il concilio di prendere i suffragi

non per testa ma per nazioni. Si divise così il concilio in quattro

camere, tedesca, italiana, francese ed inglese, e più tardi vi si

aggiunse la spagnuola. Ogni nazione deliberava a parte, ed il suo

presidente nelle pubbliche sessioni dava in nome di tutti il suo assenso

ai decreti della Chiesa[301].

[301] _Vita Joh. XXIII ex MS. Vaticano, t. III, p. II, R. Ital., p.

847. — Hist. du Concile de Constance, l. I, p. 71, Lenfant. —

Gobelinus Persona Cosmodrom. Aetas VI, c. 94, p. 339. Apud Meibomium

Script. Germ., t. I._

Il concilio di Costanza era stato indicato come una continuazione di

quello di Pisa, ed avendo quest'ultimo deposti Benedetto XIII e Gregorio

XII, sperava Giovanni XXIII, che la cristianità in una più numerosa e

più solenne adunanza confermerebbe la deposizione de' suoi rivali, e lo

riconoscerebbe pel solo pastore della Chiesa. Ma non tardò ad avvedersi,

che i deputati del concilio e l'imperatore Sigismondo, suo protettore,

erano da tutt'altro sentimento animati. Erasi la Spagna conservata sotto

l'obbedienza di Benedetto XIII, ed alcune province dell'Italia e della

Germania ubbidivano a Gregorio XII, onde lo scisma non trovavasi affatto

spento, e non poteva esserlo che col mezzo di mutui sagrificj. I padri

adunati domandarono che i tre concorrenti abdicassero la loro dignità, e

Giovanni XXIII, che trovavasi nel loro seno, fu costretto, il primo

marzo del 1415, a promettere che ne darebbe l'esempio ai suoi

rivali[302]. Si trovò per altro ben tosto, che la sua dichiarazione non

era abbastanza esplicita, si andò sofisticando intorno alle condizioni

ed all'epoca della cessione, in modo che sentendo tutta l'estensione

della dipendenza cui era ridotto, invitò il duca d'Austria a mantenergli

la data fede, e ad ajutarlo a ritirarsi. In fatti fuggì il 21 marzo del

1415 sotto mentito abito di palafreniere, mentre tutta la città era

intervenuta ad un torneo in cui l'arciduca d'Austria combatteva col

conte di Cilley. Quando il duca fu avvisato della partenza del papa, gli

tenne dietro e lo raggiunse a Sciaffusa[303].

[302] _Theodorici Niemensis Vita Johan. XXIII, p. 26._

[303] _Joh. Muller Geschichte der Schweiz. B. III. c. 1, p. 35._

Il concilio fu per pochi giorni dubbioso, se per tale fuga dovesse

sciogliersi. Tutti i cardinali seguirono il papa, e Giovanni di Nassau,

elettore di Magonza, ed il Margravio Bernardo di Baden ed il potente

duca d'Austria erano apparecchiati a prendere le sue difese. Un

movimento repubblicano nel concilio, il quale dichiarò, che poichè

trovavasi costituito, era indipendente dal papa; il vigore di

Sigismondo, che mise subito Federico d'Austria al bando dell'impero; e

più di tutto l'animosità de' Bernesi, che avidamente colsero

quest'occasione per muovere guerra al loro ereditario nemico,

assicurarono la vittoria del concilio contro il capo della Chiesa.

Giovanni XXIII all'intimazione di tornare a Costanza rispose che

conservavasi disposto a rendere la pace alla Chiesa rinunciando al

pontificato[304]; ma intanto tentò con varie lettere di eccitare la

diffidenza contro l'imperatore, e di seminare la dissensione fra le

nazioni. I cardinali, che l'avevano seguito, ubbidirono tutti al

concilio, e tornarono a Costanza; ogni piccolo signore del vicinato,

ogni città del Reno o della Svevia dichiararono la guerra a Federico, ed

in poco tempo furono tolte alla casa d'Austria settanta tra città e

castelli[305]. I Bernesi conquistarono l'Argovia; la lega elvetica,

cedendo alle istanze dell'imperatore, mosse ancor essa le armi contro

Federico, ed in breve Federico, ch'erasi rifugiato col papa a Friburgo

nella Brisgovia, si smarrì di coraggio, e tornò a Costanza per

sottomettersi a Sigismondo ed al concilio[306].

[304] _Leon. Aret. Comm. de suo tempore, t. XIX, p. 929. — Theod.

Niem. Vita Joh. XXIII, p. 27._

[305] _Thomæ Ebendorfferi de Haselbach Chron. Aust. 845._

[306] _Jo. v. Muller Geschichte der Schweiz B. III, c. 1, p. 68._

Il nuovo elettore di Brandeburgo, Federico, burgravio di Norimberga, cui

l'imperatore aveva di fresco promesso il cappello elettorale[307], andò

a cercare il papa, e lo ricondusse a Rodolfzell, presso Costanza: tre

giorni prima, cioè il 14 maggio, Giovanni era stato con decreto

conciliare sospeso da tutte le sue funzioni[308]. Intanto era stata

contro di lui formata una scrittura d'accusa divisa in settanta

articoli, nella quale venivano ad uno ad uno epilogati tutti gli errori

della sua prima gioventù, appoggiandoli alle deposizioni di molti

cardinali, arcivescovi e vescovi, e così grande era il numero delle

subornazioni, delle violenze, degli adulterj, degli incesti ed altri più

odiosi vizj, che la vita d'un solo uomo non sembra poter bastare a tanta

corruzione[309]. Giovanni XXIII non volle nè meno vedere l'atto

d'accusa; dichiarò di sottomettersi interamente al concilio, di ricevere

con rispetto ed ubbidienza la sentenza della sua deposizione, e che si

riputerebbe felice, se poteva rendere la pace alla Chiesa col sagrificio

della libertà e dell'onor suo. In fatti fu deposto il 29 maggio nella

12.ma sessione del concilio e chiuso nel castello di Gottleben, posto

nelle vicinanze di Costanza[310].

[307] Fu investito il 18 aprile del 1417. Lenfant_ Hist. du Concile

de Constance, l_. V, p. 466. — Questo principe è lo stipite della

reale casa di Prussia.

[308] _Lenfant Hist. du Concile de Constance, l. II, p. 165. —

Gobelinus persona Cosmodromi Aetas VI, c. 94, p. 340._

[309] _Lenfant Hist. du Concile de Constance, l. II, p. 193._

[310] _Vita Joh. XXIII a Theod. Niemen., p. 30. — Ejusdem vita ex

MS. Vaticano, t. III, p. II, p. 848. — Additamenta ad Ptolomeum

Lucens., p. 855. — Lenfant Hist. du Concile de Constance, l. II, p.

188._

La deposizione di Giovanni XXIII era un gran passo fatto per la riunione

della Chiesa: Gregorio XII, che aveva ostinatamente resistito al

concilio di Pisa, pensava finalmente a sottomettersi a quello di

Costanza, perciocchè il piccolo numero de' settatori che gli si erano

conservati fedeli dopo l'elezione d'Alessandro V, si andavano riunendo

al concilio, e mostravansi al tutto disposti ad abbandonarlo. Spedì

dunque Carlo Malatesta, signore di Rimini, suo principale protettore, a

Costanza, con facoltà d'abdicare per lui il pontificato, ma senza

riconoscere i due pontefici ed i due concilj, contro i quali aveva fin

allora lottato. Nella 14.ma sessione, tenuta il 14 luglio 1415, e

preseduta dall'imperatore, il vescovo di Ragusi, legato di Gregorio XII,

convocò di nuovo l'assemblea, onde darle in nome del suo papa

l'esistenza e l'autorità d'un concilio[311]. In appresso Carlo Malatesta

lesse una bolla colla quale Gregorio XII rinunciava al pontificato.

Questi riprese in allora da sè medesimo il nome d'Angelo Corario, ed i

titoli di cardinale e di vescovo di Porto, e morì in Recanati il 18

ottobre del 1417 in età di novant'anni[312].

[311] _Raynald. Ann. Eccles. an. 1415, § 26, t. XVII, p. 457._

[312] _Lenfant Hist. du Concile de Constance, l. III, p. 262. — Vita

Johannis XXIII, ex MS. Cod. Vatich., t. III, p. II, p. 848. —

Teodor. Niem. Vita Joh. XXIII, p. 31. — Chron. Foroliviense fratris

Hieronimis, t. XIX, p. 887._

Per ispegnere affatto lo scisma altro più non restava a farsi, che

ridurre Benedetto XIII a fare una simile cessione; ma questo ostinato

vecchio veniva ancora riconosciuto come papa dai re di Arragona, di

Castiglia, di Navarra e di Scozia, e dai conti di Foix e d'Armagnacco.

Altronde egli pretendeva che il suo diritto al pontificato si fosse omai

reso incontrastabile, poichè egli era il solo di tutti i cardinali,

creati avanti l'origine dello scisma, che ancora vivesse, di modo che se

illegittimi erano tutti coloro che succedettero a Gregorio XI, e s'egli

non era papa, aveva solo il diritto di eleggerlo. Sigismondo, ch'era

vago di viaggiare, partì alla metà di luglio alla volta di Perpignano,

ov'era aspettato dal re d'Arragona e da Benedetto XIII. Ma quest'ultimo,

dopo aver parlato sette ore continue per dimostrare i suoi diritti e le

sue pretese, offrì di rinunciare al papato sotto inammissibili

condizioni, perciocchè non chiedeva meno che di annullare il concilio di

Pisa, di chiudere quello di Costanza, adunandone un altro in un luogo di

sua ubbidienza, nel quale darebbe la sua dimissione dopo avere egli

medesimo eletto un altro papa[313]. Bentosto temette o finse temere di

essere arrestato, e fuggì coi suoi cardinali a Collioure, di dove passò

a chiudersi nella fortezza di Paniscola, protestando essere questo

castello l'arca di Noè, ove solo contenevasi la vera chiesa, mentre che

il rimanente del mondo era caduto nello scisma[314].

[313] _Hist. du concile de Constance, Lenfant, l. IV, p. 354. — Vita

Joh. XXIII ex Ms. Vaticano, t. III. p. II, p. 849. — Rayn. Ann.

Eccl. 1415, § 47, p. 468._

[314] _Hist. du concile de Constance, l. IV, p. 356. — Theodor.

Niemensis in vita papae Johan. XXIII, p. 36. — Ejusdem vita ex Ms.

Vaticano, p. 851._

Vedendo tanta ostinazione la chiesa di Spagna si separò da Benedetto

XIII, e risolse finalmente di riunirsi al concilio di Costanza, ma a

condizioni non dissimili da quelle che aveva proposte Gregorio XII. Gli

Spagnuoli convocarono il concilio di Costanza come se fino alla loro

unione non avesse mai esistito, e quest'assemblea ricevette in tale

maniera l'adesione de' cristiani conservatisi sotto l'ubbidienza di

Benedetto XIII, come aveva ricevuta quella degli altri due papi[315].

[315] _Hist. du Concile de Constance, l. IV, p. 361. — Raynald. Ann.

Eccl. 1415, § 53, p. 472._ — La capitolazione, firmata a Narbona il

13 dicembre del 1415, non venne eseguita che il 15 ottobre del 1516.

— Da quest'epoca in poi gli Spagnuoli formarono nel concilio una

quinta nazione con una voce eguale agli altri.

La morte di Ferdinando, re d'Arragona, le pratiche di Benedetto XIII, ed

il viaggio di Sigismondo in Inghilterra per pacificare questo regno

colla Francia, ritardarono il processo che il concilio voleva intentare

contro Benedetto XIII; e soltanto nella 37.ma sessione, tenuta il 26

luglio del 1417, questo vecchio fu dichiarato non antipapa, ma deposto

per avere colla sua ostinazione prolungato lo scisma con grave danno

della cristianità. E per tal modo la santa sede si rese all'ultimo

vacante per la deposizione di due papi, e per la volontaria abdicazione

del terzo[316].

[316] _Histoire du concile de Constance, l. V, p. 491. — Raynald.

Ann. Eccl. 1417, § 12, p. 495._

Ma il concilio non si era soltanto adunato per riunire la Chiesa, ma

ancora per riformarla; voleva mettere freno all'arroganza della corte di

Roma, impedire la venalità delle grazie spirituali, e far cessare il

commercio delle sacre cose, indicato col nome di simonia, ma che per

altro formava la principale entrata del papa. Lo scopo di quasi tutte le

prediche fatte innanzi al concilio era quello di ricordare ai padri

adunati il dovere di riformare la Chiesa; e gli abusi introdottisi in

tutto il clero venivano rappresentati con sì odiosi colori, che non

sappiamo se più debba ammirarsi l'ardire de' predicatori o la pazienza

de' loro uditori. Frattanto altri uomini, che con quasi uguali discorsi

avevano preso a riformare la chiesa, furono da questo stesso concilio

con tanto accanimento puniti e con crudeltà sì grande, da far sempre

torto alla memoria del concilio[317].

[317] Gli oratori conciliarj esponevano al concilio, che solo aveva

diritto di riformarli, gli abusi del clero; i novatori ne facevano

mostra in faccia al pubblico per creare odio alla chiesa. Lodevole

era lo zelo de' primi, pernicioso lo scopo degli altri. _N. d. T._

Prima ancora che cominciasse lo scisma, Giovanni Vicleffo, parroco o

rettore di Lutterworth, nel contado di Leicester, aveva in Inghilterra

sparse intorno all'usurpato potere della corte di Roma, all'abuso che il

clero faceva delle ricchezze, ed ai nuovi dommi che andava nella

religione introducendo, alcune opinioni, che la corte romana si affrettò

di condannare[318]. Gregorio XI aveva incaricato l'arcivescovo di

Cantorberì di esaminare 19 proposizioni eretiche contenute nelle

scritture di Vicleffo. Ma questo dottore, intraprendendo una riforma,

pare che avesse cercato di evitare i giudizj della Chiesa. Aveva

veramente attaccati i dommi della transostanziazione, del purgatorio,

dell'invocazione dei santi[319], ma l'aveva fatto in un modo oscuro;

onde colle spiegazioni che ne diede in appresso, seppe sottrarsi alla

persecuzione, quantunque si andasse più volte rinnovando[320]; e potè

morire in pace nella sua parrochia di Lutterworth l'anno 1385. A tale

epoca egli aveva di già formata in Inghilterra una numerosissima setta,

detta dei Lollardi; e le sue scritture, replicatamente proibite, erano

commentate dai nuovi riformatori.

[318] _Hume's History of England, c. 17, t. IV, p. 56. — Histoire

d'Angleterre de Rapin Thoiras., l. X, t. III, p. 252._

[319] _Fleury, Hist. eccles., l. XCVII, c. 44, l. XIV, p. 247._

[320] L'ordine di perseguitarlo spedito nel 1382 all'università

d'Oxford trovasi in _Rymer: conventiones et acta pub.ª, t. VII, p.

363._

Un gentiluomo, che aveva studiato in Oxford, portò in principio del XV

secolo i libri di Vicleffo in Boemia[321]. L'università di Praga, che di

que' tempi aveva acquistato grandissimo nome, doveva principalmente la

presente fama ad alcuni professori tedeschi, che venivano guardati con

occhio di gelosia dai Boemi, dacchè questi avevano cominciato a

coltivare con buon successo le lettere: Giovanni Huss, Girolamo da

Praga, e Giacobello da Meissen, tre dei più illustri teologi della

Boemia, abbracciarono le opinioni di Vicleffo, e le divulgarono colle

lezioni e colle prediche. Il non curante Wencislao lasciava ai novatori

un'assoluta libertà, ed era inoltre propenso a favorire i suoi Boemi

contro i Tedeschi, de' quali aveva motivo di essere scontento.

Distinguevasi Giovanni Huss colla severità de' costumi, colla dolcezza

del carattere, colla penetrazione dello spirito, e colla sua

eloquenza[322]. Era inoltre confessore di Sofia di Baviera, regina di

Boemia; e le sue prediche nella chiesa di Betlemme, cui intervenivano

egualmente i grandi ed il popolo, gli avevano guadagnati moltissimi

partigiani[323].

[321] _Aeneae Silvii Hist. Bohemica, c. 35, p. 102. — Opera Aeneae

Silvii vol. I in fol. Basilea, 1551._

[322] _Bohuslai Balbini Epitome rerum Bohem., l. IV, c. 5, p. 431._

[323] _Lenfant Hist. du concile de Constance, l. I, p. 19._

Nel 1410 Giovanni Huss era di già stato citato da Giovanni XXIII per

rendere conto nella corte di Roma della sua dottrina. Aveva in allora

fatta trattare la sua causa per mezzo di procuratori; e riconoscendo

sempre la suprema autorità della Chiesa, si era appellato al giudizio

del prossimo concilio, e si recò a Costanza il 3 novembre del 1414,

munito di raccomandazione del re e dei grandi della Boemia, e di un

salvacondotto dell'imperatore Sigismondo[324].

[324] _Lenfant, Hist. du concile de Constance, l. I, p. 23._

Malgrado il salvacondotto, Giovanni fu arrestato il 28 novembre del

1414, e rinchiuso in duro carcere, ov'ebbe alcun tempo per compagno di

disgrazia lo stesso papa Giovanni XXIII. Venne rigorosamente esaminato

intorno alle proposizioni che trovavansi condannabili nelle sue opere;

ed in pubblico interrogatorio, fattogli in pieno concilio, fu l'oggetto

degli amari sarcasmi di qua' medesimi teologi che dovevano pronunciare

la sua sentenza. Ma egli, senza lasciarsi sconcertare dalla parzialità

de' suoi giudici, nè dall'odio de' suoi persecutori, cercò modestamente

di conciliare la sua dottrina con quella professata dalla chiesa romana,

ma rigettò con modesta costanza la formola di ritrattazione propostagli

il 6 luglio del 1415, onde fu dal concilio condannato ad essere bruciato

vivo, e la sentenza si eseguì nello stesso giorno. In mezzo alle guardie

ed ai carnefici, coperto di oltraggi e di maledizioni, colle vesti

coperte d'immagini del diavolo, cui la sua anima era stata data dal

concilio, Giovanni Huss mostrò fino alla fine il coraggio, la serenità e

la rassegnazione d'un eroe cristiano[325].

[325] _Lenfant, Hist. du concile de Costance, l. III, p. 275. —

Raynald. Ann. Eccl. 1415, § 42, t. XVII, p. 465. — Theodoricus

Niemensis vita Johannis XXIII, p. 32._

Girolamo da Praga aveva studiata la teologia a Parigi, ad Eidelberga, a

Colonia e ad Oxford. Più giovane di Giovanni Huss mostrava maggiori

talenti ed eloquenza; ma non pertanto lo risguardava piuttosto come suo

maestro che come suo eguale; con lui dividendo le fatiche

dell'apostolato senza aspirare a dividerne la gloria, altra corona non

voleva aver comune col maestro e coll'amico che quella del martirio.

Arrestato il 25 aprile del 1415 nelle vicinanze di Costanza, si lasciò

ridurre, dopo una lunga serie di cattivi trattamenti, a soscrivere l'11

settembre dello stesso anno una ritrattazione della sua dottrina, che

poi rivocò il 29 di settembre, e più solennemente poco dopo in una

generale congregazione del concilio[326].

[326] _Lenfant, Hist. du concile de Constance, l. IV, p. 390._

Il 23 maggio del 1416 venne tradotto innanzi a quest'assemblea, che

doveva giudicarlo. Ma non gli veniva permesso di parlare, che per

rispondere strettamente articolo per articolo alle fattegli accuse. «E

che dunque! (gridò egli finalmente) dopo avermi tenuto tre cento

quaranta giorni nel fango e nel fetore di orribile carcere, ov'ero

carico di catene, mentre i miei accusatori venivano ogni giorno ammessi

alle vostre adunanze, mi ricuserete voi una sola ora per difendermi? Di

già vi si è fatto credere ch'io sono un eretico, un nemico della fede,

un persecutore della chiesa, e voi non vorrete accordarmi una sola

occasione di farmi conoscere per quello che veramente sono? E non

pertanto voi siete uomini e non divinità, esposti all'errore, alla

frode, alla seduzione. Qui trattasi della mia vita, ma trattasi ancora

dell'onore di un'assemblea, ove si suppongono riuniti tutti i più

illustri personaggi del mondo, tutti gli ecclesiastici più illuminati.»

Passò in appresso ai testimonj che avevano deposto contro di lui;

dimostrò le deposizioni loro dettate dall'odio, dalla malevolenza o

dall'invidia, e mostrò con tanta evidenza i motivi di quest'odio, che in

tutt'altra materia questi testimonj non avrebbero meritata veruna fede.

«Gli uomini, egli soggiunse, più dotti e più santi dell'antica chiesa

hanno talvolta opinato diversamente in materia di domma, non per

distruggere la religione, ma per far meglio risplendere la verità. Così

sant'Agostino e san Girolamo furono discordi, senza che nessuno di loro

cadesse in sospetto d'eresia. Altri uomini per altro, e più santi e più

giusti ch'io non sono, furono al par di me accusati di turbare l'ordine

stabilito, ed oppressi da false testimonianze; molti eroi, molti

sapienti dell'antichità, molti apostoli e padri della chiesa, e lo

stesso fondatore della nostra divina religione, perirono di crudel morte

per giudizio degli uomini, e poc'anzi ancora ed in questo medesimo luogo

Giovanni Huss, un uomo di tanta bontà, così giusto, così santo, così

indegno di tal morte, fu bruciato! S'avvicina pure il mio supplicio, ed

io l'incontrerò con un'anima forte e costante.» Più volte, mentre

parlava, venne interrotto da violenti vociferazioni; allora Girolamo

taceva, o talvolta faceva tacere la moltitudine, indi ripigliava il filo

del suo discorso, supplicando che gli fosse permesso di parlare, poichè

era l'ultima volta che avrebbe potuto farlo. La sua anima costante ed

intrepida mostrossi sempre imperturbabile in mezzo ai tumulti

dell'uditorio. Dolce, modulata, sonora era la sua voce, il suo gestire

dignitoso esprimeva la sua indignazione, e moveva a commiserazione,

sebbene egli nè la chiedesse, nè cercasse di eccitarla. La sua memoria

gli somministrava a proposito tutte le citazioni de' padri, della sacra

scrittura, e degli altri autori ecclesiastici e profani, che potevano

giovare alla sua causa, come se avesse passati i trecento quaranta

giorni della sua prigionìa non entro una fetida ed oscura torre ma in

una ricca biblioteca. Avendo ricusato di ritrattare le sue opinioni fu

dal concilio condannato alle fiamme. S'avviò al supplicio con volto

sereno e soddisfatto, e giunto in su la piazza, ove il suo maestro ed

amico era perito della medesima morte a lui destinata, fece la sua

preghiera, e spogliossi egli medesimo delle proprie vesti; quando la

fiamma cominciava a sollevarsi, intuonò un inno, che fu udito proseguire

fino all'istante in cui rese l'anima al creatore[327].

[327] Tutto ciò rilevasi da una lettera di Poggio Bracciolini a

Leonardo Aretino. Il primo di questi due storici fiorentini

assisteva al concilio e fu presente al supplicio. Il suo racconto è

perfettamente conforme agli atti conciliarj. _Hist. du Concile de

Constance, l. IV, p. 397._ La lettera del Poggio stampata in diverse

raccolte, venne pure riportata da Redusio da Quero nella sua Cronaca

di Treviso, _t. XIX, Rer. Ital., p. 829. — Liber Epistol. Poggii,

Argentoraci edit. 1512 editum, fol. 114._

Quando in Boemia si ebbe notizia della morte di Giovanni Huss e di

Girolamo da Praga i loro discepoli, rimasti orfani, s'intitolarono dal

primo, ed invece di lasciarsi scoraggiare, non pensarono che alla

vendetta: trenta mila settarj si adunarono sul monte Tabor, e dopo

essersi a trecento mense comunicati sotto le due specie, si mossero

contro i loro persecutori, condotti alla vittoria da Giovanni di

Trockznow, detto Ziska, e dai due Procopj: bruciarono cinquecento

chiese: furono profanati i conventi ed i sepolcri dei re, e per la prima

volta un regno cristiano scosse interamente il giogo della chiesa

romana[328].

[328] _Adlzreitter Ann. Boicæ Gentis, p. II, l. VII, p. 143. —

Bohuslai Balbini epitome rerum Bohemicarum, p. 421. — Aeneæ Silvii

Hist. Bohemica, c. 356, p. 105. — Ejusdem epistola 130, l. I, p.

660_, in cui parla del suo soggiorno sul monte Tabor. — _Thomæ

Ebendorff de Haselbach Chr. Aust., t. II, p. 847._

Il concilio di Costanza, che aveva con tanto rigore proceduto contro i

riformatori, non lasciava peraltro d'annunciare la sua determinazione di

riformare la chiesa; e Sigismondo stringeva i padri adunati a procedere

a così importante opera prima di dare un nuovo capo alla cristianità. La

simonia eccitava universali lagnanze, e sotto questo nome contenevasi la

riserva di quasi tutte le entrate del clero; perciò tutti coloro che

dipendevano dalla corte di Roma opponevansi con tutte le loro forze ad

una riforma che doveva ruinarli. La più zelante per la riforma era la

nazione tedesca, la più contraria l'italiana. I Francesi per gelosia

dell'imperatore abbandonavano spesso la causa comune, e non la

difendevano gl'Inglesi per timore che loro si contrastasse il diritto di

formare soli una nazione.

Nel secondo e nel terzo anno la divisione andò sempre nel concilio

crescendo: quasi tutte le pubbliche sessioni erano turbate da amari

vicendevoli rimproveri; spesso la confusione ed il tumulto impedivano

d'intendersi, e di continuare la disamina degli oggetti proposti, ed

oramai cominciavasi a temere che qualche più violenta scena non

dividesse l'assemblea, e non gettasse la Chiesa in uno scisma più

difficile a distruggersi che il precedente. Mossi da tali considerazioni

i cardinali chiedevano caldamente, che loro si permettesse di procedere

all'elezione di un nuovo papa. Favorivano la loro domanda gl'Italiani, i

Francesi e gli Spagnuoli, e vi si opponevano l'imperatore, i Tedeschi e

gl'Inglesi[329]; i quali in ultimo dovettero pur cedere. Per questa

volta soltanto l'elezione del capo della Chiesa venne affidata ad un

doppio collegio, l'uno formato da trenta deputati eletti dalle cinque

nazioni, l'altro dai ventitre cardinali riuniti delle tre ubbidienze, ed

il candidato per essere eletto doveva riportare i due terzi dei suffragj

dell'uno e dell'altro collegio. Questi cinquantatre elettori furono, il

sette novembre del 1417, chiusi nello stesso conclave, e l'undici dello

stesso mese ne uscirono per proclamare Ottone Colonna, cardinale di san

Gregorio al Velo d'oro, che prese il nome di Martino V. Aveva il Colonna

ricevuto il cappello cardinalizio da Innocenzo VII l'anno 1405, ed era

stato addetto ai pontefici di Roma fino all'epoca del concilio di Pisa;

dopo la quale epoca aveva abbracciata la causa di Alessandro V, e del

suo successore Giovanni XXIII, che prima d'ogni altro cardinale egli

aveva seguito nella sua fuga, e cui più lungo tempo d'ogni altro si era

conservato fedele[330].

[329] _Gobelinus Persona Cosmodromii Aetas VI, c. 96, p. 344._

[330] _Lenfant Hist. du Concile de Constance, l. V, p. 529. — Vita

Johannis XXIII ex MS. Codice Vaticano, t. III, p. II, p. 852. —

Additam. ad Ptolom. Luc., t. III, p. II, p. 856 e 856. — Muller

Geschichte der Schweiz, III, Buch. c. 1, p. 100._

Non fu appena eletto il papa, che subito, abbracciando gl'interessi

della chiesa romana, tentò di mandare a vuoto tutti i progetti di

riforma. Fece con ogni nazione parziali concordati, onde sopprimere gli

abusi che davano motivo a più gagliardi lagnanze, ed ottenere per tal

via la continuazione degli altri: tali concordati o regolamenti quasi ad

altro non si riferivano che ai diritti della corte romana nella

promozione dei beneficj, ed alle vesti del clero. Dopo la pubblicazione

de' medesimi, pronunciò lo scioglimento del concilio nella

quarantacinquesima sua sessione, il 22 aprile del 1418[331].

[331] _Lenfant, Hist. du concile de Constance, l. VI, p. 609. —

Gobelinus Persona, Cosmodromii Æctas VI, c. 96, p. 345._

Si era sperato che il concilio avrebbe ristabilita la pace tra la

Francia e l'Inghilterra, onde portare le armi della cristianità contro i

Turchi, approfittando della divisione scoppiata nella casa Ottomana dopo

la morte di Solimano; ma il secondo anno del concilio la battaglia

d'Azincourt distrusse le forze de' Francesi[332]; e nel susseguente anno

il duca di Borgogna riconobbe Enrico V d'Inghilterra per re di Francia.

Sebbene il concilio non pronunciasse sentenza intorno alle vertenze

ereditarie tra Giovanna di Napoli e Sigismondo rispetto all'Ungheria,

come tra la stessa Giovanna e Luigi d'Angiò rispetto al regno di Napoli

ed alla Provenza, pure ogni guerra, finchè i padri della Chiesa si

tennero adunati, rimase sospesa tra questi principi, e quantunque

Giovanna assumesse i titoli di regina d'Ungheria e di contessa di

Provenza, non pensò a portare le sue armi fuori delle province ereditate

da suo fratello.

[332] Il 25 ottobre 1415. — _Hist. de France par Villaret, t. VII,

p. 173._

Giovanna II era vedova di Guglielmo, figliuolo di Leopoldo III duca

d'Austria, e dopo la morte del marito era tornata a Napoli, ove si

abbandonava senza ritegno ai vizj che avevano precipitato nel sepolcro

suo fratello. Appena salita sul trono fu veduta circondarsi da

indegnissimi favoriti; il più screditato dei quali era Pandolfello

Alopo, che aveva nominato suo siniscalco, ed in appresso decorato dei

titoli di conte e di camerlingo. Egli non aveva più di venticinque anni,

e la regina quarantacinque; ed il primo non era raccomandato da altro

merito che da quello della sua bella persona[333]. Questo principale

favorito e gli altri cortigiani tenevano continuamente occupata la

regina in licenziose feste, allontanandola da tutte le cure del governo.

[333] _Giornali Napoletani, t. XXI, p. 1076. — Annales Bonin.

Miniat., t. XXI, p. 107._

Intanto la notizia della morte di Ladislao era stata annunciata a Roma

l'otto agosto del 1414; il 10 tutta la città prese le armi, e gli

ufficiali furono cacciati di città a nome della Chiesa e del

popolo[334]. Lo Sforza, che Ladislao aveva lasciato all'assedio di Todi,

lo levò quando intese la morte del re, e dopo di avere cercato invano di

ricondurre i Romani all'ubbidienza, continuò il cammino verso Napoli,

onde approfittare del credito che gli davano le sue truppe per avere

molta parte nel governo; ma appena vi giunse, che Pandolfello Alopo lo

fece sostenere, e custodire nella stessa prigione in cui trovavasi da

qualche tempo Paolo Orsini[335].

[334] _Antonii Petri Diarium Roman., t. XXIV, p. 1045._

[335] _Leodrisii Cribellii Vita Sfortiæ Vicecom., t. XIX, p. 660. —

Giorn. Napoletani, t. XXI, p. 1076._

Molti principi chiedevano le nozze della regina, la quale sentiva il

bisogno di un possente appoggio per mantenersi sul vacillante trono su

cui era salita. Si decise all'ultimo nel 1415 per Giacomo di Borbone,

conte della Marca, sperando ohe la sua unione con un principe della real

casa di Francia non la lascierebbe esposta a nuovi attacchi di Luigi

d'Angiò, suo competitore. Convenne per altro che suo marito non avrebbe

che il titolo di conte e di governatore generale del regno, a sè sola

riservando la dignità ed il potere reale[336].

[336] _Leodrisii Cribellii de Vita Sfortiæ Vicecomitis, t. XIX, p.

664. — Ann. Bonincontrii Miniatensis, t. XXI, p. 110._

Pandolfello Alopo, ch'era stato costretto di acconsentire a questo

matrimonio, volle, prima che avesse effetto, assicurarsi in corte un

partito abbastanza forte per mettersi al coperto da ogni timore per

parte dello sposo di Giovanna. Andò a trovare in prigione Sforza

Attendolo, gli offrì la sua parentela, la mano di Catarina sua sorella,

e l'intero favore della regina[337].

[337] Il matrimonio celebrossi il 16 luglio del 1415. _Gior.

Napolet., t. XXI, p, 1076. — Ann. Bonincontrii Miniatensis, t. XXI,

p. 109._

Il valoroso contadino di Cotignola erasi di già innalzalo al rango de'

principi feudatarj; e Ladislao nominandolo grande contestabile del

regno, gli aveva dati sette castelli o piccole città nel patrimonio di

san Pietro, delle quali le più importanti erano Marta, Cività di Penna e

Piano Castagnaro[338]. Inoltre lo Sforza possedeva alcuni altri

castelli, come tributario della repubblica di Siena[339]; e siccome

colui che non lasciava fuggire occasione alcuna di accrescere i suoi

feudi, ch'egli risguardava come base della sua potenza, sposando la

sorella del favorito della regina, si fece cedere altri castelli vicini

a quelli che di già possedeva[340].

[338] _Leodrisii Cribellii de Vita Sfortiæ Vicecomitis, t. XIX, p.

660._

[339] _Bandini de Bartholomæis Hist. Senens., t. XX, p. 15._

[340] _Leodrisius Cribellius de Vita Sfortiæ, p. 664. — Ann.

Bonincontrii Miniatensis, p. 110._

Ma l'appoggio principale dello Sforza era una compagnia d'avventurieri,

che gli era molto più affezionata di quello che lo fisse mai stato verso

i suoi condottieri verun altro di questi corpi. Lo Sforza aveva chiamati

presso di sè tutti i suoi parenti; aveva a tutti dato qualche comando

nell'armata, e tra questa gente, educata come lui nella povertà e nella

fatica, aveva trovati non pochi valorosi guerrieri, ufficiali intrepidi

e fedeli, che altra ambizione non nudrivano che quella di rendere

potente il capo della loro famiglia, d'eseguire i suoi progetti, e di

essere gli stromenti del suo sublime ingegno[341]. L'armata di Sforza

era il suo regno, egli l'aveva formata, egli l'alimentava; era l'arbitro

assoluto de' suoi movimenti, facendole a vicenda abbracciare i più

opposti partiti, sicuro che giammai un solo ufficiale, un solo soldato

preferirebbe lo stato, cui temporariamente serviva, al suo generale. Lo

Sforza, che conosceva la sua potenza, non poneva limiti alla propria

ambizione. Non si proponeva già, come il duca Guarnieri, o come il conte

Lando, di arricchire i suoi soldati a spese dei popoli, levando sulle

città e sulle province grosse contribuzioni. Egli voleva regnare, e di

già aveva veduti altri avventurieri innalzarsi col loro valore al rango

di principi. Pandolfo Malatesti governava Brescia, Facino Cane ed Otto

Bon Terzo avevano regnato in Alessandria ed in Parma: la debolezza di

Giovanna e la lontananza del papa, aprivano al primo conquistatore tutte

le province dell'Italia meridionale; e lo Sforza accolse avidamente

l'alleanza di Pandolfo Alopo, che pareva sgombrargli la strada a nuove

grandezze.

[341] I più rinomati di questi capitani erano Michelino e Michelotto

Attendolo, Lorenzo. Santo-Parente, Luigi, Bosio, Foschino, ec. _Ann.

Boninc. Miniat., p. 111._

Premeva al favorito ed al suo alleato che lo sposo della regina non

s'innalzasse oltre il rango assegnatogli nel contratto nuziale; e quando

Giacomo della Marca arrivò da Venezia a Manfredonia, lo Sforza gli si

fece incontro, determinato di non permettergli che prendesse altro

titolo che quello di conte. Ma i cortigiani dell'estinto re, invidiando

Alopo e lo Sforza, eransi recati in folla presso allo sposo della

regina, per prevenirlo contro i di lei favoriti. Giulio Cesare di Capoa,

uno de' conti d'Altavilla, che aveva raccolti molti de' soldati di

Ladislao, e che aspirava al comando delle armate, fu quello che si

adoperò con maggiore zelo contro lo Sforza; e col suo esempio trasse

tutti gli altri cortigiani a salutarlo col titolo di re. Di concerto con

questo principe, quando giunsero a Benevento, si azzuffò col

contestabile, onde furono ambidue arrestati per avere sguainate le spade

nel palazzo del monarca; ma Giulio Cesare venne subito rilasciato, e lo

Sforza gettato in oscuro carcere[342].

[342] In agosto del 1415. — _Leodrisii de Vita Sfortiæ Vicecomitis,

p. 666. — Giornali Napoletani, p. 1077._

Il 10 agosto si celebrò il matrimonio di Giacomo della Marca e di

Giovanna II, la quale, intimidita dal caso dello Sforza, acconsentì che

il marito prendesse il titolo di re. Questi infatti, determinato avendo

di voler regnare e riformare i costumi della consorte e della sua corte

coi più severi provvedimenti, fece carcerare Pandolfo Alopo, e

sottoporre alla tortura, per istrappare dalla sua bocca la confessione

delle debolezze della regina; dopo di che lo fece perire con crudele ed

ignominioso supplicio[343]. Lo Sforza pure, posto alla tortura, non

sarebbesi sottratto alla morte, se sua sorella Margarita, moglie di

Michelino Attendolo, non faceva arrestare quattro ambasciatori

napoletani che passavano presso al suo campo, e non dichiarava che gli

avrebbe trattati nello stesso modo che sarebbe stato trattato suo

fratello[344].

[343] _Leodrisius Cribellius de Vita Sfortiae, p. 667. — Giornali

Napoletani, p. 1077._

[344] _Ann. Bonincontrii Miniatensis, p. 110._

Il re, per indole diffidente e crudele, superati aveva i consigli e

l'aspettazione de' cortigiani; teneva la regina gelosamente custodita

quasi prigioniera nel suo palazzo, dandola in guardia ad un cavaliere

francese che mai non l'abbandonava. Giulio Cesare di Capoa però

ingannando quest'argo, ottenne di parlarle senza testimonj. «Io ero ben

lontano, diss'egli alla regina, di prevedere la schiavitù in cui vi vedo

precipitata dall'imprudente consiglio da me dato al re; ero ben lontano

dal supporre che Alopo e Sforza non sarebbero allontanati dalla corte

che per cedere il loro luogo ai Francesi, e che tutti gl'impieghi dello

stato caderebbero nelle loro mani. Ma se ho commesso questo primo fallo,

dipende altresì da me il porvi riparo. Io posso trarvi dalla vostra

prigione e rendervi lo scettro, che vi fugge di mano; basta che voi

giuriate soltanto di avere per ben fatto quanto io sono per operare in

vostro vantaggio.» La regina promise quanto voleva Giulio Cesare, e

seppe allora che questi voleva uccidere suo marito. Per altro bentosto,

o perchè spaventata fosse da tale attentato, o perchè diffidasse di

Giulio Cesare, o perchè volesse di lui vendicarsi, la regina palesò al

re Giacomo l'offerta fattagli da questo signore. Il re si nascose nel

gabinetto di Giovanna, per udire, senz'essere veduto, ciò che il conte

d'Altavilla le direbbe in una seconda conferenza; e dopo di avere udite

le sue proposte, lo fece prendere, e lo mandò al supplicio con tutti i

congiurati che aveva nominati[345].

[345] _Leodrisii Cribellii de Vita Sfortiæ, p. 672. — Ann.

Bonincontrii Miniat., p. 112. — Gior. Napoletani, p. 1078. —

Giannone Stor. Civile, l. XXV, c. 1, p. 419._

Colla rivelazione di questo segreto avendo la regina alquanto ricuperata

la confidenza del marito, ottenne dopo un anno di riclusione la licenza

di assistere ad una festa che un mercante fiorentino le aveva preparato

nel suo giardino il 13 settembre del 1416. Il popolo, che sempre detesta

un governo straniero, non sapeva tollerare l'autorità che si arrogavano

il re Giacomo, ed i suoi Francesi. Fu vivamente commosso allorchè vide

comparire la regina sopra un cocchio scoperto, triste, scolorita, e

simile ad una prigionera; i nobili invitarono i borghesi a

spalleggiarli, e tutt'insieme diedero mano alle armi per liberare dalla

prigionia la loro sovrana. Costrinsero le sue guardie a condurre il

cocchio all'arcivescovado, indi le fecero aprire il palazzo della

Capuana, mentre il re minacciato fuggì al castello dell'Uovo. Colà non

potendo sostenere un assedio, trattò sotto la guarenzia della città

cogl'insorgenti, rinviò quasi tutti i Francesi che aveva seco condotti,

e restituì alla regina la suprema amministrazione degli affari ch'egli

si era usurpata[346].

[346] _Giornali Napoletani, p. 1078. — Leodrisii Cribellii de Vita

Sfortiæ Vicecomitis, p. 673. — Ann. Bonin. Miniat., t. XXI, p. 112.

— Ist. Civile di Napoli, l. XXV, c. 1, p. 420._

La regina non poteva far a meno d'un favorito, onde non ebbe appena

ricuperata la libertà che s'affezionò a ser Gianni Caraccioli, cui diede

la carica di gran siniscalco già occupata da Pandolfello Alopo. Tale

scelta era meno indegna della prima; perciocchè alle qualità fatte per

piacere a Giovanna, univa il Caraccioli somma prudenza; onde l'amante

della regina potè acquistarsi l'amore della nobiltà e del popolo. Nello

stesso tempo era stato liberato di carcere lo Sforza, e ristabilito

nella carica di gran contestabile: ottenne in feudo la città di Troja ed

altre ragguardevoli terre nel suo vicinato col titolo di conte[347]; e

subito dopo venne incaricato di combattere contro un rivale degno di

lui.

[347] _Leodrisii Cribellii de Vita Sfortiæ Vicecomitis, p. 674. —

Giannone Storia Civile, l. XXV, c. 2, p. 423._

Un altro capitano di ventura, che non meno dello Sforza era amato dai

proprj soldati, prese nello stesso tempo a fondare in Toscana un nuovo

principato. Braccio di Montone era stato incaricato da Giovanni XXIII di

mantenergli fedele lo stato di Bologna, allorchè questo pontefice era

partito alla volta di Costanza; Braccio illustrò la sua dimora in

Toscana con brillanti spedizioni contro i signori di Forlì, di Ravenna e

di Rimini, ch'erano nemici del pontefice, e che volevano approfittare

della sua lontananza per ingrandirsi[348]. Per altro ogni volta che

Braccio lasciava Bologna, que' cittadini prendevano le armi per riavere

la libertà; ma il suo sollecito ritorno gli sforzava a soggiacere

nuovamente al giogo che detestavano[349]. Frattanto Giovanni XXIII fu

deposto e chiuso in carcere, onde gli stessi suoi partigiani perdettero

la speranza di vederlo giammai ricuperare la tiara; i Bolognesi

incoraggiati da Antonio e da Battista Bentivoglio, e da Matteo de'

Canedoli, presero un'altra volta le armi il 5 gennajo del 1416 per

sottrarsi ad un giogo straniero[350]. Ossia che Braccio non isperasse di

potere vincere la resistenza degli abitanti, o che più non si credesse

in debito di mantenerli ubbidienti a Giovanni XXIII, si accontentò di

trattare con loro. Il papa gli aveva accordati in feudo alcuni castelli

del territorio bolognese, che Braccio vendette alla città per trenta

mila fiorini; si fece pure rendere cinquantadue mila fiorini di soldi

arretrati a lui dovuti, ed a tali condizioni consegnò ai Bolognesi la

loro cittadella, ed il godimento dell'antica libertà. Tutti coloro che

erano stati esiliati sotto il governo di Baldassar Cossa, vennero

richiamati e ristabiliti in tutti i diritti di cittadinanza[351].

[348] _Vita Brachii Perusini a J. Campano, t. XIX, l. III, p. 502. —

Chron. Foroliviense Fratr. Hieronimi, t. XIX, p. 884. — Annales

Bonincontrii Miniat., t. XXI, p. 108._

[349] _Vita Brachii Perus., p. 505._

[350] _Cherubino Ghirardacci Storia di Bologna, l. XXIX, t. II, p.

603._

[351] Il trattato fatto con Braccio è riferito dal Ghirardacci, _l.

XXIX, p. 606_. Il fiorino viene valutato 39 soldi bolognini. _Cron.

di Bologna, t. XVIII, p. 606. — Leodrisii Cribellii de Vita Sfortiæ

Vicecomitis, t. XIX, p. 670. — Chron. Foroliviense Frat. Hieronimi,

t. XIX, p. 885. — Mathei de Griffonibus Memor. Hist., t. XVIII, p.

223. — Ann. Bonincontrii Miniat., t. XXI, p. 111._

Braccio, che aveva arricchiti i suoi soldati colle spedizioni di

Romagna, e che riceveva dai Bolognesi una ragguardevole somma di danaro,

determinò di condurre la sua armata ad un'intrapresa ch'egli aveva da

lungo tempo meditata, e che sempre per diversi motivi aveva dovuto

differire. I Perugini che avevano esiliato Braccio, e che da

ventiquattro anni si trovavano in guerra colla nobiltà e col partito de'

Baglioni, più non pensavano all'inimicizia di quest'illustre emigrato

perchè lontano. Essi avevano riavuta la loro libertà dopo la morte di

Ladislao, e se la godevano così tranquillamente dopo la deposizione di

Giovanni XXIII, che avevano perfino licenziato Ceccolino dei Michelotti,

loro compatriotto, che aveva lungo tempo avuto il comando de' loro

soldati. Braccio per addormentarli nella piena loro sicurezza trattava

di mettersi ai servigi del duca di Milano, e mandava perfino parte de'

suoi equipaggi in Lombardia: ma frattanto aveva celatamente preso al suo

soldo il Tartaglia, che allora trovavasi in Frascati con sei cento

cavalli; promettendogli d'ajutarlo a conquistare i feudi dello Sforza,

che di quei tempi trovavasi in carcere a Napoli. Questa fu la prima

origine delle nimicizie tra questi due capitani, inimicizia che divise

tutte le truppe d'Italia in due scuole ed in due fazioni rivali[352].

Braccio, attraversando rapidamente la Romagna, valicò gli Appennini e

presentossi innanzi a Perugia affatto inaspettato. Aveva di già occupati

i ponti del Tevere e spinte le sue pattuglie fino alle porte della città

prima che i Perugini sapessero da quale nemico erano attaccati[353].

[352] _Leodrisii Cribellii de Vita Sfortiæ Vicecomitis, p. 670. —

Ann. Bonincontrii Miniat., t. XXI, p. 113._

[353] _Vita Brachii Perus., t. XIX, p. 506._

Braccio per approfittare della loro sorpresa diede più assalti alle

mura, ma venne sempre respinto con perdita: i suoi soldati penetravano

facilmente nei sobborghi, di dove era d'uopo salire il pendio per

giugnere alla città, ed una grandine di pietre e di tegole, che venivano

scagliate da tutte le finestre e da tutti i tetti, li forzavano a

rinculare[354]. I Perugini avevano chiesto soccorso a Paolo Orsini ed a

Carlo Malatesta; e mentre questi andavano adunando i loro soldati,

invocarono ancora la mediazione dei Fiorentini. Questi, siccome antichi

amici ed alleati di Braccio, lo avevano assistito nelle precedenti sue

guerre contro Perugia, in allora soggetta a Ladislao; ma dopo che i

Perugini ebbero ricuperata la libertà, i Fiorentini desiderarono di

proteggerli, e mandarono deputati a Braccio intromettendosi a loro

favore; non credettero però di venire ad aperta rottura con un alleato

per difendere contro di lui la causa dei proprj nemici[355].

[354] _Vita Brachii Perus., t. XIX, p. 508, 505._.

[355] _Ivi, p. 514._

Frattanto tutto il territorio di Perugia era stato successivamente

sottomesso dalle armi di Braccio, avendo riconosciuta la sua autorità

cento venti castelli ed ottanta villaggi[356]. La città trovavasi

assediata; ed i magistrati per risparmiare il sangue de' cittadini

avevano severamente vietato di uscire dalle mura e di combattere;

avevano inoltre fatto murare quasi tutte le porte; ma i Perugini erano i

più bellicosi popoli dell'Italia, e quando i soldati di Braccio venivano

a provocarli, saltavano armati giù dalle mura, o si facevano calare con

una fune al basso, per non parere di soverchiare i loro nemici

conservando il vantaggio del terreno[357].

[356] _Ivi, p. 517._

[357] _Vita Brachii Perus., t. XIX, p. 518._

Carlo Malatesta, avendo messi insieme a Rimini due mila settecento

cavalli, avanzava dalla banda di Assisi, ed aveva sotto i suoi ordini

Agnolo della Pergola, che aveva opinione di essere uno de' più valorosi

capitani del suo tempo. Ceccolino dei Michelotti aveva adunati mille

cavalli a Spello, nell'Umbria, e Paolo Orsini era partito da Roma per

soccorrere Perugia, e di già credevasi vicino a Narni. Braccio attaccò

bruscamente l'armata di Ceccolino, a Spello; ma non potè forzarla ne'

suoi trinceramenti, nè impedirle in seguito di unirsi al Malatesta.

Tentò almeno di venire a battaglia con questi due generali prima che

loro si aggiugnesse ancora l'Orsini, ed il 7 luglio del 1416 si schierò

in un angusto piano fra sant'Egidio ed il Tevere in sulla strada

d'Assisi.

I più celebri generali ed i migliori soldati d'Italia trovaronsi gli uni

contro gli altri in quasi egual numero da ambo le parti; ma la

condizione di Braccio era più pericolosa, perchè i Perugini potevano

fare una sortita ed attaccarlo alle spalle, o poteva sopraggiugnere

Paolo Orsini e raddoppiare il numero de' suoi nemici. Le due armate,

della medesima nazione, del carattere medesimo, non avevano nè più

impetuoso, nè maggiore accanimento l'una dell'altra. Braccio divise la

sua armata in piccoli corpi assolutamente indipendenti gli uni dagli

altri, che attaccavano isolatamente, ed in appresso ritiravansi per

rifare i loro ranghi, indi tornar di nuovo all'attacco; il Malatesta,

secondo l'antica tattica, non fece che tre corpi della sua armata, cioè

le due ali ed il centro. Da una parte la battaglia rinnovavasi senza

interrompimento, dall'altra una parziale vittoria non decideva della

giornata. Inoltre Braccio aveva fatto apparecchiare moltissimi

recipienti pieni d'acqua per abbeverare i suoi cavalli e rinfrescare i

soldati dopo ogni scaramuccia, senza che per ciò fare fossero costretti

di rompere i loro ranghi. La pugna durò sette ore nel mese di luglio,

sotto un ardente sole, e in mezzo ad un aere tutto ingombro di polvere.

I soldati del Malatesta, che vedevano scorrere il Tevere in distanza di

soli cinquecento passi non potevano resistere alla tentazione di andare

colà a dissetarsi, e ruppero le loro ordinanze. Braccio approfittò di

quest'istante per piombare impetuosamente sopra di loro[358]. Il

Tartaglia da una banda, e gli emigrati perugini dall'altra ne

rovesciarono moltissimi nel fiume; ed il solo Agnolo della Pergola

riuscì ad aprirsi un passaggio con circa quattrocento cavalli, restando

Carlo Malatesta prigioniere con due nipoti e circa tre mila cavalieri.

Ceccolino dei Michelotti, che aveva avuta la stessa disgrazia, perchè

era l'oggetto del personale odio di Braccio, siccome colui ch'era capo

in Perugia d'un partito da lungo tempo a Braccio nemico, fu, per quanto

comunemente si crede, ucciso in carcere[359]. I Perugini, scoraggiati

della disfatta dei loro ausiliarj, otto giorni dopo aprirono le loro

porte a Braccio di Montone, riconoscendolo per loro signore e

richiamando tutti i fuorusciti. Il 19 luglio Braccio fece il suo solenne

ingresso nella conquistata città, seguito dalla nobiltà emigrata già da

24 anni e dalle vittoriose sue truppe. Accettando la sovranità della sua

patria, promise di conservare le sue antiche leggi e parte della sua

libertà[360].

[358] _Vita Brachii Perus., l. III, p. 521. — Leodrisii Cribellius

Vita Sfortiæ Vicecomitis, p. 672. — Andreæ Billii Hist. Mediol., l.

III, p. 52. — Cron. Foroliviense Fratris Hieronymi, t. XIX, p. 886._

[359] _Ann. Bonincontrii Miniatensis, t. XXI, p. 111._

[360] _Vita Brachii Perus., l. IV, p. 539. — Ann. Sanesi Anonimi, t.

XIX, p. 426. — Scip. Ammirato Stor. Fior., l. XVIII, p. 976._

E veramente Perugia non si era assoggettata ad un tiranno simile ai

Visconti o agli altri usurpatori di Lombardia. Braccio di Montone era un

grande capitano; e se dobbiamo prestar fede al suo biografo, era pure un

grand'uomo ed un buon sovrano. Durante l'assedio di Perugia aveva

occupato Todi; non molto dopo si diedero a lui spontaneamente Rieti,

Narni ed altri castelli dell'Umbria. Paolo Orsini, sorpreso a Colle

Fiorito da Tartaglia e da Luigi Colonna, fu ucciso combattendo o forse

assassinato il 5 agosto del 1416, e la sua armata dispersa[361]. Carlo

Malatesta ed i suoi nipoti dopo cinque mesi di prigionia si riscattarono

pel prezzo di ottanta mila fiorini; Spoleti e Norcia pagarono

contribuzioni al loro potente vicino, e tutta l'Umbria riconobbe

l'autorità di Braccio di Montone[362].

[361] _Vita Brachii Perusini, l. IV, p. 542. — Ann. Bonincontrii

Miniat., t., XXI, p. 111._

[362] _Vita Brachii Perusini, l. IV, p. 545. — Chron. Foroliviense

Frat. Hieron., p. 886. — Annales Foroliv., t. XXI, p. 210._

Per attaccare il popolo alla sua gloria, volle Braccio che tutte le

città da lui conquistate mandassero a Perugia, il giorno dell'apertura

de' gran giuochi, un tributo con una bandiera portante il loro stemma.

Erano questi giuochi una specie di torneo proprio agli abitanti di

questa città, che Braccio ristabilì in tutta la sua pompa, persuaso che

nulla era più proprio a mantenere il bellicoso carattere de' suoi

concittadini. L'alta e la bassa città formavano due affatto separati

quartieri, che in primavera periodicamente combattevano tutti i giorni

di festa per solo amore di gloria e non per ispirito di partito. La

battaglia si cominciava da due corpi di truppa leggermente armati, e

lanciavansi pietre, e cercavano di pararne i colpi con un largo

mantello, che i veliti ravvolgevano intorno al sinistro braccio. In

appresso due falangi di più pesanti armature coperte entravano in

piazza. Sotto ad una compiuta armatura di ferro i combattenti portavano

cuscinetti pieni di cottone o di stoppa per ammorzare i colpi. Ogni

corazziere teneva una lancia senza ferro colla mano destra, e colla

sinistra uno scudo, servendosene a vicenda per ferire e per parare i

colpi. La vittoria era di coloro che giugnevano ad occupare il mezzo

della piazza, e quand'era terminato il tempo assegnato alla battaglia un

araldo d'armi divideva i combattenti abbassando tra di loro uno

steccato, e proclamava il vincitore. Talvolta ancora una delle due parti

si dava per vinta e mandava a chiedere pace. Due ore venivano destinate

alla battaglia de' fanciulli, onde renderli bellicosi fino

dall'infanzia; tre ore a quella dei giovinetti ed il rimanente del

giorno a quella degli uomini fatti. Malgrado la forza, delle armi

difensive e la debolezza delle offensive, non terminava mai il giorno

senza che si spargesse sangue. Ogni giorno dieci in venti uomini

cadevano morti o feriti; ma non perciò fra le due parti conservavasi

verun rancore; e quando la festa era finita, tutte le vicendevoli

ingiurie venivano scordate[363]. Così a Pisa, ov'erano in uso

somiglianti mischie sul ponte di marmo, abbiamo veduto ancora nel 1807

le parti di santa Maria e di sant'Antonio combattere con un accanimento,

che ricordava i tempi di emulazione, d'energia e di gloria della

repubblica.

[363] _Vita Brachii Perusini, l. IV, p. 547._

Braccio aveva sotto i suoi ordini molti illustri capitani attaccati alla

sua fortuna; Niccolò Piccinino, che cominciò a militare come semplice

soldato sotto le sue insegne, aveva date tali prove d'ingegno e di

valore, che di già gli era affidato un importante comando[364]; il

Tartaglia, buon soldato e mediocre generale, era miglior esecutore degli

altrui progetti, che capace di formarne egli medesimo; finalmente

Michele Attendolo, fratello dello Sforza, che in tempo che questi

trovavasi in carcere a Napoli, venne a porsi al soldo di Braccio. Ma

quando volle questi dare al Tartaglia i feudi di casa Sforza, Michele

abbandonò Braccio per andare a difendere il patrimonio della propria

famiglia; e, sagrificato dal suo capo, trovò soccorsi nell'amicizia di

suo fratello d'armi Niccolò Piccinino, che gli prestò danaro per armare

la sua piccola truppa[365].

[364] _Petti Candidi Decembrii Vita Nicolai Piccinini, t. XX, p.

1053._

[365] _Leodrisii Cribellii Vita Sfortiæ Vicecom., p. 671. — Ann.

Boninc. Miniat., t. XXI, p. 113._

Nella vegnente campagna Braccio si avanzò verso Roma, che durante la

vacanza della santa sede non aveva sovrano. Presentossi innanzi alla

città il 3 giugno del 1417 chiedendo che fosse affidata alla sua

custodia, finchè un nuovo papa venisse personalmente a prendere possesso

della sua capitale. Giacomo Isolani, cardinale di sant'Eustachio e

legato di Roma persuase i Romani a chiudere le porte ed a difendersi.

Vero è che fu presto forzato di ritirarsi in Castel sant'Angelo, ed a

permettere a Braccio l'ingresso in città, il quale prese il titolo di

difensore di Roma, e nominò un nuovo senatore[366].

[366] _Vita Brachii Perusini, l. IV, p. 545. — Leodrisii Cribellii

de Vita Sfortiæ Vicecomitis, p. 672. — Diarium Romanum, t. XXIV, p.

1061._

Frattanto lo Sforza non era più prigioniero a Napoli, e trovavasi ancora

alla testa delle truppe del regno e delle proprie. Desiderava

l'occasione di vendicarsi di Braccio, che accusava di avere vilmente

approfittato della sua disgrazia per ispogliarlo. Dietro gli ordini

della regina Giovanna, si pose in marcia con un grosso esercito per

iscacciare il suo rivale da Roma, e liberare il cardinale Isolani. Una

malattia, che cominciava a dilatarsi tra i soldati, consigliò Braccio

alla ritirata prima di venire alle mani col suo nemico. Ma l'odio che

questi due capi si erano giurato parve raddoppiarsi, in Braccio perchè

costretto di fuggire, nello Sforza perchè non poteva mandare ad effetto

la vendetta che aveva sperato di fare[367].

[367] _Leodrisii Cribellii de Vita Sfortiæ, p. 679. — Diarium

Romanum Antonii Petri, t. XXIV, p. 1064._

Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 08 (of 16) · 第 13 / 20 题