_Ladislao, re di Napoli, occupa gli stati della Chiesa; minaccia
Firenze; muore. — Sigismondo d'Ungheria, eletto imperatore,
muove guerra ai Veneziani; sue conferenze con Giovanni XXIII in
Lombardia; deplorabile stato di questo paese._
1409 = 1414.
Erano pochi anni passati da che la repubblica fiorentina era stata
liberata dai timori che le ispirava Giovanni Galeazzo, quando un nuovo
avversario, ancora più formidabile, si dichiarò contro di lei. Educato
in mezzo alle guerre civili, avvezzato a lottare contro accanite
fazioni, in un paese in cui la stessa amicizia era senza buona fede,
Ladislao riuniva la politica perfida di Giovan Galeazzo ad un valore
personale, che questo principe non conobbe mai, e ad un'ambizione ancora
più smisurata che quella del duca di Milano. Ladislao spingeva le sue
mire al di là del regno d'Italia, cui aspirava il suo predecessore ed
ambiva la corona imperiale, sperando di toglierla a Wencislao ed a
Roberto, che l'uno e l'altro non potevano farsi ubbidire dai loro grandi
vassalli, ed aveva preso per divisa: _Aut Cæsar aut nihil_[207]. Di già
quest'orgogliosa iscrizione leggevasi sulle bandiere quando s'impadronì
della maggior parte dello stato ecclesiastico. Le città di Roma, Ascoli,
Fermo, Perugia, Todi, Assisi, ed altre ancora, eransi a lui sottomesse;
non pertanto egli pretendeva sempre di essere il protettore e l'amico di
Gregorio XII, ed aveva convenuto di pagargli venti mila fiorini all'anno
in compenso dell'entrate degli stati che gli toglieva. Con questa modica
somma il papa fuggiasco doveva mantenere tutta la sua corte[208].
[207] _Jacobi de Delayto Ann. Estens., p. 1088._
[208] _Bonincontrii Miniat., Ann., t. XXI, p. 100._
Ladislao aveva domandato che i Fiorentini lo riconoscessero per
legittimo sovrano degli stati della Chiesa, e a tale prezzo loro offriva
la sua alleanza. I Fiorentini non vollero acconsentirvi, perchè
riguardavano le province usurpate dal re come parte del patrimonio del
legittimo successore di san Pietro, ed erano risoluti di darle ancora in
sua mano. «Quali truppe avete voi dunque da oppormi?» domandò Ladislao
sorpreso, ai loro ambasciatori. «Le tue,» rispose audacemente Bartolomeo
Valori[209].
[209] _Poggio Bracciolini Hist. Florent., l. IV, p. 307._
In fatti i Fiorentini erano sicuri di attirare nel loro campo tutti i
condottieri del re di Napoli coll'offerta di maggior soldo. Nè tale
diserzione sarebbesi riputata vergognosa o sleale, perchè i capitani non
prendevano servigio che per un termine assai breve, passavano senza
scrupolo sotto le nemiche insegne quando giugneva il termine stabilito
nel contratto. Il solo Alberico da Barbiano, grande contestabile del
regno, non sarebbesi dato al migliore offerente, perchè una personale
animosità contro Baldassar Cossa, legato di Bologna, lo teneva unito al
partito di Ladislao. Ma questo grande ristauratore della milizia
italiana morì appunto in quest'epoca nel castello di Pieve, presso
Perugia[210]. Il 17 maggio dello stesso anno, Otto Bon Terzo, ch'era
stato suo allievo e suo compagno d'armi, e che dopo erasi innalzato con
una mescolanza di valore e di perfidia alla signoria di Parma e di
Reggio, venne assassinato da Sforza di Cotignola, suo rivale, per ordine
del marchese Nicolò d'Este in una conferenza che tennero in
Ribiera[211]. Ladislao aveva da sè alienato per sempre un terzo
condottiere, non meno illustre dei due precedenti; era questi Braccio di
Montone, gentiluomo emigrato di Perugia, capo del partito dei nobili e
dei Ghibellini in questa città. In tempo del suo esilio aveva fedelmente
servito il re di Napoli, ed aveva sperato, col di lui ajuto, d'essere
richiamato in patria. Ma i Perugini offrirono a Ladislao di aprirgli le
loro porte, purchè rinunciasse alla protezione dei loro emigrati. Il re
non esitò punto a sagrificare i suoi alleati per rendersi padrone di
Perugia; promise di più di far assassinare Braccio, e questi non si
sottrasse alle insidie che gli vennero tese, che per esserne stato
avvisato da uno de' suoi amici[212].
[210] _Ann. Estens. Jacobi de Delayto, p. 1089._
[211] _Math. de Griffon. Memor. Hist., t. XVIII, p. 217. — Platina
Hist. Mant., t. XX, l. V, p. 796. — Ann. Placent. Ant. de Ripalta,
t. XX, p. 873. — And. Bilii Hist. Med., l. III, p. 48, t. XIX._
[212] _Vita Brachii Perusini a Joh. Campano, l. II, t. XIX, p. 468._
I dieci della guerra di Firenze si affrettarono di prendere Braccio al
loro servigio; si assicurarono altresì dell'alleanza de' Sienesi, che a
seconda del partito che abbraccerebbero potevano decidere della sorte
della Toscana. I gentiluomini e la fazione dei dodici erano sospetti di
favorire Ladislao, ma il governo s'attaccò ai Fiorentini, e promise di
non separare la propria dalla loro fortuna[213]. I due popoli mandarono
a Ladislao ambasciatori per persuaderlo a rinunciare alla sua
intrapresa, mentre che il re spedì dal canto suo negoziatori a queste
due città per separare l'una dall'altra, ed offrire le più vantaggiose
condizioni a quella che s'unirebbe a lui[214].
[213] _Joh. Bandini de Bartholomæis Hist., Senens., t. XX, p. 9. —
Orlando Malavolti Stor. di Siena, p. III, l. I, p. 5._
[214] _Piero Minerbetti 1409, c. 1-5, p. 593-599. — Poggio
Bracciolini Hist. Flor., l. IV, p. 308._
Ladislao aveva adunati dodici in quindici mila uomini di cavalleria; ed
i Fiorentini quando scoppiò la guerra non ne avevano più di mille
duecento[215]. Si affrettarono di prendere al loro soldo Malatesta di
Pesaro ed altri capitani, ed in breve riunirono due mila quattro cento
lancie, ognuna di tre corazzieri, e si trovarono a portata di assicurare
tutti i luoghi forti del loro territorio[216]. Il re di Napoli guastò da
principio tutto il circondario di Siena fino sotto le mura delle città;
si avanzò poi dalla banda di Arezzo, per la valle di Chiana sperando di
sorprendere questa città, o Monte Sansovino, ch'eragli stato promesso da
alcuni traditori. Ma, sebbene la grande superiorità delle sue forze lo
rendesse padrone della campagna, non ottenne di prendere una sola terra
fortificata, e le sue intraprese si limitarono a distruggere le vigne,
ed a bruciare le messi[217]. Nello stesso tempo dodici galere napoletane
infestavano i mari di Pisa, ruinando il commercio de' Fiorentini, e
togliendo l'isola dell'Elba a Gherardo Appiano, signore di Piombino, e
vassallo della repubblica[218].
[215] In maggio non avevano che trecento novantasei lance, delle
quali ne spedirono la metà a Siena. — _Cron. di Jacopo Salviati, t.
XVIII, Deliz. degli Erud., p. 313._
[216] _Piero Minerbetti, 1408, c. 29, p. 592, 1409, c. 7, p. 601. —
Scip. Ammirato Stor. Fior., l. XVII, p. 946. — Giorn. Napoletani, t.
XXI, p. 1071._
[217] I contadini lo chiamarono irrisoriamente _re guastagrani_. —
_Piero Minerbetti, 1409, c. 6-8, p. 600-602. — Poggio Bracciolini
Hist. Flor., l. IX, p. 311. — Vita Brachii Perus. a Joh. Campano, t.
XIX, l. II, p. 471._
[218] _Jacobi de Delayto Ann. Estens., p. 1090._
In appresso Ladislao volse le sue armi contro Luigi di Casale, signore
di Cortona ed alleato de' Fiorentini. Questo piccolo principe aveva
pochi diritti all'affetto de' suoi sudditi. L'anno precedente aveva
colla vita rapito il sovrano potere a Francesco di Casale, suo cugino ed
amico[219]. I Cortonesi non vollero esporsi ai mali della guerra pel
vantaggio del loro tiranno, e quando videro il nemico guastare i loro
campi, bruciare gli ulivi, sradicare le viti, aprirono le porte della
città a Ladislao, e Luigi di Casale fu condotto nelle prigioni di Napoli
coll'ambasciatore fiorentino che trovavasi presso di lui[220].
[219] _Piero Minerbetti, l. II, p. 575._
[220] _Piero Minerbetti, c. 9, p. 602. — Poggio Bracciolini, l. IV,
p. 1312. — Memorie di Jacopo Salviati. Deliz. degli Erud., t. XVIII,
p. 314._
In questo tempo Braccio di Montone, chiudendo la sua piccola armata ne'
castelli vicini a Cortona, teneva aperti gli occhi sui movimenti di
Ladislao, per approfittare d'ogni suo fallo. Non voleva esporsi ad una
battaglia, ma sorprendeva i distaccamenti napolitani, loro intercettava
i convogli, tagliava a pezzi i foraggieri[221], e togliendo loro in tal
modo i mezzi di provvedersi di vittovaglie li ridusse in breve a tali
strettezze, che Ladislao fu costretto di ricondurre le sue truppe a
Roma, dopo di avere lasciate grosse guarnigioni in Perugia, Cortona, e
nelle città della Marca e del ducato di Spoleti[222].
[221] _Vita Brachii Perusini, l. II, p. 472._
[222] _Piero Minerbetti, c. 12, p. 606. — Scip. Amm., l. XVII, p.
949._
I Fiorentini erano impazienti di portare a vicenda le armi loro negli
stati del nemico. Avevano chiamato in Italia Luigi II d'Angiò, figlio
del principe adottato dalla regina Giovanna, e che perciò pretendeva
avere dei diritti sul regno di Napoli. Speravano i Fiorentini di
riaccendere in suo favore la fazione degli Angioini, e fecero
riconoscere Luigi come re di Napoli dal concilio di Pisa e da papa
Alessandro V. Luigi d'Angiò, che giunse a Pisa in sul finire di luglio
del 1409 con cinque galere e mille cinquecento cavalli, ricevette ad un
tempo dal papa l'investitura dei regni di Sicilia e di Gerusalemme, ed
il gonfalone della Chiesa[223]. Si unì poco dopo a Malatesta di Pesaro,
generale de' Fiorentini, a Braccio di Montone, ad Agnello della Pergola
ed alle truppe di Siena e di Bologna, ed entrò nello stato della Chiesa.
Orvieto, Viterbo, Montefiascone, e non poche altre città del patrimonio
gli aprirono le loro porte senza opporre resistenza[224]. Paolo Orsini,
che comandava in Roma a nome di Ladislao, passò dalla banda dei nemici,
e si pose al soldo dei Fiorentini con due mila uomini di
cavalleria[225]. Egli si era tenuto in possesso di Castel sant'Angelo e
del Vaticano; ma il conte di Troja, comandante di Perugia, aveva
ricondotte a Roma tutte le guarnigioni lasciate in Toscana da Ladislao
con due mila cavalli, e difendeva il passaggio del Tevere e le mura
d'Aureliano[226].
[223] _Piero Minerbetti, c. 13 e 14, p. 606-608. — Scip. Ammirato,
l. XVIII, p. 952. — Joh. Bandini de Barthol. Hist. Senens., t. XX,
p. 10._
[224] _Piero Minerbetti, c. 15, p. 608._
[225] _Ivi, c. 21, p. 613. — Cron. di Jacopo Salviani, t. XVIII, p.
317._
[226] _Piero Minerbetti, c. 22, p. 613._
L'armata della lega attaccò da prima il quartiere di Transtevere che è
posto dalla stessa banda del fiume che il Vaticano; ma non avendo potuto
forzarne i trinceramenti, passò il fiume a guazzo presso a Monte rotondo
ed attaccò Roma dalla parte della Sabina egualmente con infelice esito.
Luigi d'Angiò, scoraggiato da questi infruttuosi esperimenti, lasciata
l'armata, tornò a Pisa, di dove ripassò colle sue galere in Provenza. Il
legato di Bologna, Baldassar Cossa, venne a Firenze ed in seguito
raggiunse a Pistoja papa Alessandro V, che colà aveva stabilita la sua
corte[227]. Ma Malatesta, il generale fiorentino, rimase avanti a Roma
con Paolo Orsini e Braccio da Montone[228]; stancheggiò la guarnigione
napolitana con frequenti attacchi, incoraggiò gli amici della libertà, e
quelli dell'unione della Chiesa, ed il 2 gennajo del 1410 gli furono
aperte le porte della capitale della cristianità.
[227] _Piero Minerbetti, c. 24, p. 615._
[228] Il suo storico ascrive al proprio eroe tutto l'onore
dell'acquisto di Roma; ma il suo racconto, sebbene molto
circostanziato, merita minor fede che quello del Minerbetti, che
nemmeno nomina Braccio. _Vita Brachii Perus., l. II, p. 480._
La bandiera di Firenze coi gigli d'oro spiegavasi innanzi all'armata; le
grida di libertà eccheggiavano nelle strade, e mentre i vincitori
prendevano possesso della loro conquista, il loro trionfo non venne
macchiato da verun disordine. Gli ambasciatori romani vennero a Firenze
a ringraziare la signoria della buona disciplina osservata dalle sue
truppe; e la signoria rispose esortando il popolo romano a conservare la
libertà della sua patria con non minore zelo che la purità della
fede[229].
[229] _Piero Minerb., 1409, c. 26-35, p. 616-628._ Qui finisce il
racconto di questo storico, che abbandoniamo con rincrescimento.
Egli lascia dietro di sè un vuoto di dieci anni nella storia
fiorentina fino al cominciamento dei Commentarj di Nero Capponi,
l'anno 1419. D'uopo è riempire questo vuoto per mezzo dei _Morelli,
t. XIX. Deliz. degli Erud._, e d'alcuni altri incompleti giornali.
_Poggio Bracciol., l. IV, p. 313. — Scip. Ammirato, l. XVIII, p.
955._
Luigi d'Angiò non era tornato in Provenza che per adunarvi una nuova
armata, onde spingere la guerra con maggior vigore. I Fiorentini, che lo
stavano di giorno in giorno aspettando, desideravano che il papa andasse
a soggiornare in Roma, onde meglio assicurarsi dello stato della Chiesa,
ed agevolare per l'entrante primavera l'impresa del regno. Il Malatesta
e Paolo Orsini occupavano Ostia, Tivoli e le fortezze che in Roma erano
rimaste in potere de' Napolitani[230]. Braccio di Montone pizzicava gli
abitanti di Perugia, e papa Alessandro sotto la protezione de' suoi tre
generali, sarebbesi trovato in Roma sicurissimo. Ma Baldassar Cossa
voleva persuaderlo a recarsi a Bologna, di cui egli aveva usurpata la
sovranità, e malgrado le più calde istanze de' Fiorentini, il papa segui
i consigli dell'ambizioso legato. Colà ben tosto cadde infermo, e morì
il 3 di maggio del 1410[231]. Baldassar Cossa, che gli successe sotto
nome di Giovanni XXIII, per un'elezione che si racconta non essere stata
libera, venne accusato d'aver avvelenato il suo predecessore per
essergli surrogato; e questo papa, diffamato e deposto dal concilio di
Costanza, non si è mai interamente purgato dal sospetto di tale
delitto[232].
[230] _Diarium Roman. Anton. Petri, t. XXIV, p. 1015._
[231] Il carattere di papa Alessandro è tutt'ora equivoco. Vantansi
il suo sapere, la sua carità ed il suo amore della pace; ma viene
accusato di una insensata prodigalità, di cieca confidenza ne' suoi
adulatori, di sfrenato lusso, e di tanta ghiottoneria, che si
racconta avere passati degli interi giorni a mensa. In alcuni
conventi di Bologna è venerato come un santo; oggi la corte romana
lo considera come scismatico. _Andreæ Billii Histor., l. III, p. 41.
— Math. de Griffonibus, p. 218. — Cron. di Bologna, p. 598._
[232] _Ricordi di Gio. Morelli. Deliz. degli Erud., t. XIX, p. 26. —
Cherub. Ghirardacci, l. XXVIII, p. 581. — Ann. Bonincontrii Miniat.,
p. 103._
La vita di Giovanni XXIII è stata scritta da Teodorico di Niem, uno
de' suoi segretarj e l'autore della Storia dello Scisma. _Mei bomii
Rer. German. Scriptorum, t. I, p. 5-52._ Ma l'odio di questo
scrittore contro il papa e le sue invettive rendono sospetta la sua
veracità.
Non pertanto Teodorico di Niem non ascrive la morte di Alessandro a
veleno, nè l'elezione del suo successore alla violenza. _De Vita
Johannis XXIII, p. 13._
Finchè Boucicault governò Genova a nome del re di Francia, la
comunicazione tra la Provenza e la Toscana era stata facile e sicura, ed
il re Luigi d'Angiò aveva potuto senza inquietudine far attraversare il
mar ligure ai suoi soldati. Ma i Genovesi erano omai impazienti del
giogo francese, perchè ogni giorno vedevano usurpati ora l'uno ora
l'altro de' loro privilegi; onde, malgrado la solenne loro
capitolazione, la Liguria veniva quasi trattata come paese di conquista.
In sul finire del 1409 fu chiamato dalle fazioni di Milano a prendere
parte nelle turbolenze della Lombardia. Raccolse quanto aveva di truppe
per recarsi presso il duca di Milano Giovanni Maria Visconti; ma quando
stava per porsi in viaggio, il marchese di Monferrato e Facino Cane
attraversavano gli Appennini e giugnevano presso le mura di Genova, uno
dalla banda della Polsevera, l'altro per la valle di Bisagno. Questi due
generali, in guerra colla Francia e con Boucicault, rappresentarono ai
Genovesi l'opportunità dell'occasione per iscuotere il giogo che gli
opprimeva. Infatti il popolo prese le armi il 6 di settembre del 1409,
uccidendo, o cacciando fuori di città tutti i Francesi, e nominando il
marchese di Monferrato, capitano della repubblica, colla stessa autorità
attribuita in altri tempi al doge[233].
[233] _Georg. Stellæ Ann. Genuens., t. XVII, p. 1223. — Ubertus
Folietæ Histor. Genuens., l. IX, p. 532._
Dopo questa rivoluzione i Genovesi abbracciarono caldamente il partito
opposto alla Francia, strinsero alleanza con Ladislao, ed armarono una
flotta per sorprendere nel passaggio Luigi d'Angiò, ed impedire in tal
modo l'impresa del regno.
Il re Luigi era partito dalla Provenza con quattordici galere, due
grandi vascelli ed altri molti più piccoli; egli trasportava su questa
flotta molti cavalieri colle loro armi, cavalli ed il denaro necessario
per pagarli. Quando avvicinavasi alle coste della Toscana fece forza di
vele con parte della sua flotta ed entrò in Porto Pisano. Ma rimasero a
dietro sei delle sue galere, che furono non lungi dalla Meloria
incontrate il 6 maggio 1410 da cinque vascelli genovesi. Mentre durava
un'accanita zuffa tra queste due squadre s'avvicinarono nove vascelli di
Ladislao, onde le galere provenzali dovettero soggiacere alla
superiorità del numero; due furono colate a fondo, tre prese e condotte
a Porto Venere, ed una sola potè salvarsi a Piombino[234]. I Genovesi,
approfittando della vittoria, s'impadronirono in appresso del porto di
Telamone che apparteneva alla repubblica di Siena. Cominciarono altresì
alcune ostilità contro quella di Firenze, ch'ebbero fine soltanto il 27
aprile del 1413, in forza d'una pace conchiusa a Lucca[235].
[234] _Memor. di Jacopo Salviati, Deliz. degli Erud., t. XVIII, p.
338. — Joh. Stellæ Ann. Genuens., t. XVII, p. 1220. — Ubert. Folieta
Genuens. Hist., l. IX, p. 534. — Diario Ferrar., t. XXIV, p. 176. —
Scip. Ammirato Istor. Fior., l. XVIII, p. 957._
[235] _Joh. Bandini de Barthol. Hist. Senen., p. 12. — Scip.
Ammirato, l. XVIII, p. 966._
La flotta provenzale, dopo avere sbarcati a Piombino i corazzieri, fece
vela alla volta di Napoli; levò contribuzioni nelle isole d'Ischia e di
Procida, e dopo avere sparso il terrore in tutte le coste, e preso
Policastro, secondò le operazioni di Niccola Ruffo, che sollevava la
Calabria in favore di Luigi d'Angiò[236].
[236] _Ann. Bonincontrii Miniat., p. 103._
Era il principe medesimo arrivato a Roma il 24 di settembre con
un'armata che sembrava formidabile, ed aveva sotto i suoi ordini i
Provenzali; ed inoltre Gentile di Monterano cogli emigrati di Napoli del
partito angioino, e Braccio di Montone colla sua compagnia: lo Sforza,
assoldato dai Fiorentini, Angelo della Pergola dai Sienesi e Paolo
Orsino dal papa, facevano altresì parte dell'armata del re[237]. Ma
quest'armata mancava di danaro e di munizioni. I Provenzali più non
avevano ricevuto soldo da che avevano abbandonata la Francia; a Paolo
Orsini erano dovuti quattro mesi; lo Sforza aveva dissipato tutto il
danaro che aveva ricevuto; Braccio da Montone riclamava dal canto suo
alcuni arretrati; e sebbene i Fiorentini dessero delle anticipazioni ai
soldati a nome di tutti i loro alleati, essi soli supplire non potevano
a tanta spesa, e l'armata non trovossi in istato di muoversi. E per tal
modo questa campagna, che aveva costato prodigiose somme, terminò senza
che la lega ottenesse un solo vantaggio. Luigi, dopo avere consumato
molto tempo nel riconciliare i suoi capitani sempre apparecchiati ad
azzuffarsi gli uni contro gli altri, venne a Bologna in sul finire
dell'anno per concertare con Giovanni XXIII le operazioni della futura
campagna[238]. I Fiorentini, scoraggiati dalla non curanza de' loro
alleati, e vedendo che lasciavasi cadere tutto sopra di loro il peso
della guerra, diedero orecchio alle proposizioni di pace che faceva loro
Ladislao. Egli offriva la cessione di Cortona coi castelli di Pierli e
Mercatale in compenso delle mercanzie, ch'egli aveva tolte ai mercanti
fiorentini quando erano cominciate le ostilità. Queste proposizioni
furono accettate, ed il trattato fu soscritto il 7 gennaio del 1411,
comprendendovi i Sienesi; e Luigi d'Angiò, e Giovanni XXIII, che
restavano in guerra con Ladislao, furono costretti di approvare essi
pure la condotta dei Fiorentini[239].
[237] _Memorie di Jacopo Salviati, t. XVIII, p. 343._
[238] _Diarium Roman., Anton. Petri. t. XXIV, p. 1020._
[239] _Scip. Ammirato, l. XVIII, p. 960. — Poggio Bracciolini Hist.
Flor., l. IV, p. 314. — Memor. di Jacopo Salviati, l. XVIII, p. 352.
— And. Bilii Hist. Mediol., l. III, p. 42. — Joh. Bandini de
Barthol. Hist. Senens., t. XX, p. 12. — Orlando Malavolti, p. III,
l. I, p. 8._
Non pertanto Giovanni XXIII risolse di andare a stabilirsi in Roma, onde
potere più vivamente trattare la guerra che oramai doveva sostenere
quasi colle sue forze. Entrò nella sua capitale l'11 aprile del 1411, e
fu ricevuto dal popolo con acclamazioni e festevoli voci[240]. Ma nello
stesso tempo la città ove aveva fin allora dimorato, e di cui aveva
acquistata la sovranità molto tempo prima d'essere papa, scuoteva il suo
giogo per tornare in libertà. Gli artigiani ed il popolo di Bologna
presero le armi il giorno 11 di maggio, opprimendo d'imprecazioni la
nobiltà e la chiesa, che gli avevano ridotti in servitù. Occuparono e
spianarono la fortezza ove il legato aveva lasciata guarnigione; ma
respinsero il Malatesti che voleva approfittare della rivoluzione per
togliere loro diversi castelli, e colla mediazione della repubblica
fiorentina conservarono a Giovanni XXIII la loro ubbidienza spirituale,
spogliandolo però della sovranità[241].
[240] _Diarium Roman. Anton. Petri, p. 1023._
[241] _Memor. di Jacopo Salviati, t. XVIII, p. 357._ — Egli vi fu
spedito in qualità d'ambasciatore dalla signoria di Firenze il 10
giugno 1411. — _Cron. di Bologna, t. XVIII, p. 600. — Math. de
Griffonibus Memor. Hist., p. 218. — Cherub. Ghirardacci Stor. di
Bol., l. XXVIII, p. 586._
Era pure andato a Roma Luigi d'Angiò, ed aveva riuniti sotto le sue
insegne i medesimi condottieri che nella precedente campagna erano stati
dati dai diversi stati della lega. Egli seppe persuaderli a seguirlo
contro il suo nemico, sebbene non avesse abbastanza danaro per pagare il
loro soldo, e che non si fosse veduta mai un'armata della sua più
povera. Era per altro composta di dodici mila corazzieri, i migliori
soldati che avesse l'Italia[242]. Luigi condusse quest'armata a
Ceperano; Ladislao lo stava aspettando a Rocca Secca con un'armata
press'a poco d'eguali forze. Luigi d'Angiò passò il fiume il 19 di marzo
del 1411, ed attaccò impetuosamente il nemico, e così fattamente lo
ruppe, che quasi tutti i Baroni, che servivano nell'armata di Ladislao,
furono fatti prigionieri, e vennero in potere del vincitore gli
equipaggi, e lo stesso vassellame del re. Ladislao fuggì a Rocca Secca,
e di là verso san Germano; e sarebbe stato facile il raggiugnerlo e
farlo prigioniere, se i vincitori non fossero stati trattenuti dal
saccheggio del campo nemico[243]. «Il primo giorno dopo la mia disfatta,
diceva egli medesimo, il mio regno e la mia persona erano egualmente in
potere de' nemici; il secondo giorno la mia persona era in salvo, ma se
lo volevano, erano tuttavia padroni del mio regno; il terzo giorno tutti
i frutti della loro vittoria erano perduti»[244]. In fatti i soldati
vittoriosi, premurosi di procurarsi un poco di danaro, vendevano ai loro
prigionieri per pochi ducati e libertà ed armi. Ladislao avvisato di
ciò, mandò da san Germano trombetti con danaro, ed in tal modo riebbe in
poche ore quasi tutta la sua armata[245].
[242] _Scip. Ammirato, l. XVIII, p. 962. — Giorn. Napoletani, t.
XXI, p. 1073._
[243] _Theodoricus Niem. in Vita Johan. XXIII. — Raynald. Ann.
Eccles, 1411, § 4, p. 413. t. XVII. — Diario Ferrarese, t. XXIV, p.
180. — Ricordi di Gio. Morelli. Deliz. degli Erud., t. XIX, p. 17,
ec._
[244] _S. Antonini Archiep. Florent. Chron., p. III, t. XXII, c. 6,
fol. 156. — Leon. Aret. Comment. de suo tempore, p. 927._
[245] _Giannone Hist. Civile, l. XXIV, c. 7, t. III, p. 402._
Quando Luigi d'Angiò volle finalmente approfittare della vittoria trovò
occupati dai soldati di Ladislao tutti i passi del regno di Napoli. Le
sue truppe mancarono bentosto di vittovaglie, e molte caddero ammalate;
la preda che avevano fatta non le rendeva punto più docili, nè loro
teneva luogo degli arretrati che avanzavano; onde il 12 di luglio Luigi
fu obbligato di tornare a Roma[246]. In principio del susseguente mese
imbarcossi sul Tevere per tornare in Francia, ove morì in agosto del
1417, senza aver fatti nuovi tentativi per conseguire il suo regno di
Napoli[247].
[246] _Diar. Roman., t. XXIV, p. 1026._
[247] _Giannone Istoria Civile, l. XXIV, c. 7, p. 402. — Mezeray
Abrégé Chronol. de l'Histoire de France, t. III, p. 198. — Ann.
Bonincontrii Miniata., t. XXI, p. 113._
Giovanni XXIII, successivamente abbandonato dai suoi alleati, restava
solo esposto agli attacchi di Ladislao. Il 19 maggio del 1412 perdette
ancora uno de' suoi più valorosi capitani, Sforza da Cotignola, che gli
domandò il suo congedo per passare sotto le insegne del re di Napoli,
perchè non voleva più servire insieme a Paolo Orsino suo nemico[248]. Ma
Ladislao a quest'epoca, sia che non avesse danaro per continuare la
guerra, o che fosse stanco di sostenere solo la causa di Gregorio XII
ch'erasi rifugiato ne' suoi stati, desiderava di riconciliarsi con
Giovanni XXIII. Alcuni negoziatori fiorentini s'intromisero per trattare
la pace, ed offrirono per parte del papa grosse somme di danaro ed altri
considerabili vantaggi al re di Napoli, pur ch'egli volesse sottrarsi
all'ubbidienza di Gregorio XII, riconoscere il concilio di Pisa, ed il
papa che succedeva ne' suoi diritti; il trattato fu conchiuso il 15
giugno del 1412; in forza di questo furono da Giovanni XXIII pagati al
re di Napoli cento mila fiorini sonanti, l'investitura del regno di
Sicilia accordata a Ladislao coll'abolizione di tutti i diritti di Luigi
d'Angiò, oltre la rinuncia agli arretrati di dieci anni dei tributi
dovuti dal regno alla santa sede[249]. Allora Ladislao, convocando
un'assemblea del clero de' suoi stati, riconobbe la sovranità in materia
di fede del concilio di Pisa, il diritto ch'egli aveva di deporre
Gregorio, e la legittimità dell'elezione di Giovanni XXIII. Ordinò a
Gregorio, che aveva stabilita la sua piccola corte a Gaeta, di uscire
da' suoi stati avanti che terminasse ottobre. Questo papa fu costretto
d'imbarcarsi coi tre cardinali, che gli si erano conservati fedeli,
sopra navi veneziane che trovavansi nel porto, e costeggiando l'Italia
diede prima fondo in Dalmazia, indi a Porto Cesenatico. Di là passò a
Rimini, ove si trattenne sotto la protezione di Paolo Malatesti, signore
di quella città, finchè accondiscese a dare la sua abdicazione[250].
[248] _Leodrisii Cribellii De Vita Sfortiæ Vicecomitis, t. XIX, p.
654. — Diarium Roman. Anton. Petri, t. XXIV, p. 1030._
[249] _Rayn. Ann. Eccles., an. 1412, § 3, t. XVII, p. 419. — Gio.
Battista Pigna Storia de' Principi d'Este, l. VI, p. 526._
[250] _Rayn. Ann. Eccles., an. 1412, § 4, p. 420. — Theodoricus
Niemensis De Vita Papæ Johan. XXIII, p. 17, ap. Meibomium._
Il trattato di pace tra Ladislao e Giovanni XXIII non fu pubblicato a
Roma che il 19 ottobre del 1412[251]; non vi era stato dal papa compreso
Paolo Orsini, perchè Giovanni XXIII conservava un segreto odio contro
questo capitano, per non avere approfittato della vittoria di Rocca
Secca; e fece inoltre sentire a Ladislao che vedrebbe con piacere
spogliato l'Orsini delle terre che possedeva nella Marca d'Ancona.
Perciò il re di Napoli ordinò allo Sforza, che sapeva essere personale
nemico dell'Orsini, di attaccarlo all'aprirsi della nuova stagione.
L'Orsini, sorpreso all'impensata, si rifugiò in Rocca Contratta, ove
sostenne un ostinato assedio[252].
[251] _Diarium Rom. Antonii Petrii, p. 1032._
[252] _Leodrisius Cribellius Vita Sfortiæ Vicecomitis, p. 656._
Ladislao, che aveva adunata una ragguardevole armata, si avanzò in
appresso per sostenere il suo generale; ma improvvisamente prese la
strada di Roma, ed il 31 maggio presentossi alle porte della città,
mentre alcune galere napolitane occupavano la foce del Tevere, ed alcune
barche armate rimontavano il fiume. Per la quale improvvisa comparsa il
papa chiamò i Romani, e loro avendo domandato di unirsi per difesa della
città, tutti promisero di combattere e di morire per il papa e per la
chiesa. Non pertanto il settimo giorno alcuni di loro atterrarono il
muro presso la porta Capena, e fecero entrare in città colla sua
cavalleria il Tartaglia, uno de' capitani del re, e Giovanni XXIII
appena ebbe tempo di fuggire alla volta di Firenze[253].
[253] _Diarium Rom., t. XXIV, p. 1034. — Joh. Stellæ Ann. Genuens.,
t. XVII, p. 1249. — Memor. Histor. Math. de Griffonibus, t. XVIII,
p. 221._
Tostochè il re si vide padrone di Roma, abbandonò al saccheggio de'
soldati le proprietà di tutti i mercanti fiorentini che vi si erano
stabiliti; ed inoltre annunciò alla sua armata, che bentosto
l'arricchirebbe col sacco della stessa Firenze[254]. La repubblica,
intimorita da tale procedere, nominò il 14 maggio del 1413 i dieci della
guerra per porsi in su le difese; e fe' capo di questi magistrati
Niccolò da Uzzano, il più riputato uomo di questi tempi. Malatesta da
Pesaro fu preso come capitano di guerra, e molti signori dello stato
ecclesiastico si posero sotto la protezione de' Fiorentini con trattato
di genere affatto nuovo, che in allora chiamavasi di _raccomandazione_.
Guido Antonio, conte di Montefeltro e di Urbino, si obbligò ad essere
per dieci anni alleato de' Fiorentini, Luigi degli Alidosi, signore
d'Imola, per sei, Ugolino dei Trinci, signore di Foligno, per cinque, e
Jacopo d'Appiano, signore di Piombino, ancora fanciullo, fu posto dalla
madre per sei anni sotto la tutela dei Fiorentini[255].
[254] _Scip. Ammirato, l. XVIII, p. 968._
[255] _Ivi, p. 969._
Questi per altro vollero evitare, se era possibile, di provocare
Ladislao alla guerra, e mentre trattavano con lui, ricusarono di
ricevere nella loro città Giovanni XXIII, assegnandogli per sua dimora
la casa di campagna del loro vescovo: ma dopo tre mesi il papa venne
finalmente accolto in Firenze, ove si trattenne fino al principio di
novembre[256]. Passò quindi a Bologna, che nel precedente anno era
tornata sotto la sua dipendenza. I plebei, che avevano contro di lui
eccitata la rivoluzione, eransi bentosto resi col loro governo odiosi;
onde i nobili che avevano congiurato contro di loro, il 14 agosto 1412
presero le armi ed occuparono il palazzo e la piazza pubblica;
spiegarono di nuovo lo stendardo della chiesa, e chiesero a Giovanni
XXIII un vicario per governare la loro patria[257].
[256] _Theodoricus Niem. Vita Johannis XXIII, p. 23, ap. Meibomium.
— Raynal. Ann. Eccles. 1413, § 19, t. XVII, p. 430._
[257] _Cherub. Ghirardacci, l. XXVIII, p. 592. — Math. de
Griffonibus Memor. Histor., p. 220. — Cron. di Bol., t. XVIII, p.
601._
Mentre i Fiorentini andavano temporeggiando, Ladislao soggiogava colle
sue armi tutte le città del patrimonio di san Pietro fino ai confini di
Siena e di Firenze: Sutri, Viterbo, Todi, Perugia e tutte le altre città
della provincia gli aprirono le porte[258]. Egli aveva intenzione, prima
d'attaccare i Fiorentini, di persuadere il marchese Niccolò d'Este ad
entrare nello stato di Bologna per dividere le forze de' suoi nemici,
minacciando il papa. Sforza, suo generale, il di cui figliuolo, che fu
poi duca di Milano, era stato educato nella corte del marchese d'Este,
s'incaricò di questa negoziazione, ed aveva già determinato il marchese
ad assumere il titolo di generale di Ladislao al di là degli Appennini,
ed a ricevere lo stendardo del re, ed il danaro necessario per assoldare
un'armata; ma i Fiorentini, colla mediazione dell'imperatore, ridussero
Niccolò a rimandare a Ladislao il suo stendardo, ed a farsi alleato
della chiesa[259]. Il re di Napoli non potendo dare esecuzione al
progetto che aveva formato, non s'innoltrò al di là dei confini dello
stato della chiesa, ed avvicinandosi l'inverno rientrò nel suo regno.
[258] _Rayn. Ann. Eccles., t. XVII, p. 430._
[259] _Bonincontrii Miniat. Ann., t. XXI, p. 106. — Gio. Battista
Pigna Stor. de' Principi d'Este, l. VI, p. 533._
In principio del 1414, avendo Ladislao ammassate ragguardevoli somme con
forzate esazioni, e colla vendita di molti titoli di nobiltà, di dominj
della corona e di feudi confiscati a danno de' gentiluomini del partito
d'Angiò[260], egli mise insieme un'armata di circa quindici mila
corazzieri, che condusse subito a Roma. Egli andava riscaldando il
coraggio de' suoi soldati colla promessa del sacco di Firenze e delle
più ricche città della Toscana; ed udivasi frequentemente accusare
d'insolenza i Fiorentini, che osavano tenergli testa; pure quando gli
ambasciatori fiorentini gli si presentarono per sapere se da lui
dovevano aspettarsi la guerra o la pace, protestossi attaccato alla
signoria, giurò d'avere intera fiducia nella giustizia de' Fiorentini,
ed offrì di prenderli per arbitri delle differenze che aveva con
Giovanni XXIII. Egli domandava di essere dal papa riconosciuto come
vicario della chiesa nelle città che aveva di già conquistate,
offrendosi di pagare un adeguato tributo[261]. Ma Giovanni in
quest'epoca trovavasi avvolto in critiche negoziazioni per la
convocazione del concilio di Costanza; vedeva mal ferma la sua autorità
spirituale; era forzato ad udire i rimproveri e spesso ancora le minacce
di que' medesimi che eransi fin allora dichiarati suoi partigiani, e
poco curavasi della difesa di Roma e delle sue province, finchè non era
sicuro della medesima tiara.
[260] _Giornali Napoletani, t. XXI, p. 1075._
[261] _Scip. Ammirato, l. XVIII, p. 970._
I Fiorentini, non potendo soli proteggere gli stati della chiesa, nè
ridurre a buon fine il trattato tra il papa ed il re, tanto più che
vedevano l'uno e l'altro agire di poca buona fede, accettarono
finalmente la proposizione loro più volte fatta da Ladislao, e
separarono i loro interessi da quelli della chiesa. Vero è ch'essi non
davano fede alle parole del re di Napoli, e ben sapevano che una tregua
con lui, equivaleva tutt'al più ad un armistizio; ma credettero
conveniente di legarlo quanto più possibil fosse co' suoi giuramenti,
senza perciò lasciare di star sempre in guardia contro di lui; e
soscrissero nel suo campo presso ad Assisi, il 22 giugno del 1414, un
nuovo trattato di pace, nel quale vennero comprese la città di Bologna,
residenza del papa, la repubblica di Siena, ed il generale Braccio di
Montone[262].
[262] _Scip. Ammirato, l. XVIII, p. 971._
Il popolo non sapeva adottare veruna dissimulazione in politica, ed
altamente disapprovò un trattato con un nemico che non cessava di voler
nuocere, ed avrebbe con lui preferita la guerra aperta; onde fu d'uopo
che la signoria in certo modo facesse forza ai due consigli, per
persuaderli a ratificare la pace d'Assisi[263]. Infatti Ladislao
meditava sempre qualche nuovo tradimento. Dopo che Paolo Orsini erasi
sottratto allo Sforza, ed uscito vincitore dall'assedio di Rocca
Contratta, il re aveva cercato di riconciliarsi con questo generale, e
lo aveva di nuovo richiamato al suo servigio[264]. L'Orsini e lo Sforza
servivano di nuovo nella stessa armata, e tutti due si trovavano pressa
Ladislao a Perugia, allorchè questi fe' subitamente arrestare e caricare
di catene Paolo Orsini, Orso di Monte Rotondo, e molti altri baroni
romani, che vivevano sicuri sulla fede dei trattati. Il re mostrava
contro di loro la più violenta collera, e più non dubitavasi che il
supplicio di cui spesso li minacciava non fosse principio di qualche
nuova guerra, quando Ladislao fu colpito da una malattia probabilmente
cagionata dalle eccessive sue dissolutezze. Ancora non era noto il
flagello vendicatore dell'incontinenza, che meno di un secolo dopo fece
tanto danno a tutta l'Europa; ma il re fu preso da un male della stessa
natura, i di cui sintomi fecero credere che un nuovo veleno gli fosse
stato avvertitamente comunicato da una delle sue amanti; e si vide
bentosto una di queste, che era figlia di un medico di Perugia, morire
per la violenza degli stessi dolori[265]. Il re, i di cui patimenti
rendevansi insopportabili, fecesi da prima trasportare in ceste a Roma,
e colà s'imbarcò sul Tevere per passare a Napoli, ma appena giunto in
questa città vi morì il 6 agosto del 1414[266].
[263] _Istorie Anon. di Firenze, t. XIX, p. 955._
[264] _Leodrisii Cribellii Vita Sfortiæ Vicecom., t. XIX, p. 657. —
Joh. Campani Vita Brachii Perusini, l. III, p. 501._
[265] _Theod. Niemensis Vita Joh. XXIII, p. 24, ap. Meibom. — Rayn.
Ann. Eccles. 1414, § 6, p. 436. — Giannone Ist. Civile del regno di
Napoli, l. XXIV, c. 8, p. 405. — Guern. Bernio Storia d'Agobbio, t.
XXI, p. 957. — Redusii de Quero Chron. Tarvisinum, p. 821. —
Leodrisii Cribellii de Vita Sfortiæ Vicecom., p. 659._
[266] _Diarium Roman. Anton. Petri, t. XXIV, p. 1045. — Giorn.
Napolit., p. 1076. — Joh._ _Bandini de Barthol. Hist. Senen., t. XX,
p. 15. — And. Bilii Hist. Mediol, l. III, p. 42. — Ann. Bonincontrii
Miniat., t. XXI, p. 107._
Tali furono le rivoluzioni dell'Italia meridionale ne' sei anni che
passarono tra il concilio di Pisa e quello di Costanza. Nello stesso
tempo il settentrione dell'Italia e della Germania trovavasi pure in
balìa di convulsioni politiche che colmavano la misura delle disgrazie
di questo periodo di turbolenze e di anarchia.
Invano l'imperatore Roberto erasi sforzato di ristabilire la pace della
Germania e della Chiesa; infruttuose riuscirono tutte le sue pratiche;
gli elettori ed i principi dell'impero gli avevano fatte provare, colle
loro orgogliose ed arroganti pretese, quasi non minori umiliazioni di
quelle date a Wencislao suo predecessore. L'elettore di Magonza, il
margravio di Baden, ed il conte di Virtemberga avevano del 1405 formata
una lega colle città libere della Svevia e del Reno. Questa lega, detta
di Marbac, aveva dettate leggi all'imperatore, e si era mantenuta
malgrado i suoi ordini e le sue preghiere. Le più ingiuste lagnanze
formavansi contro l'imperatore; ognuno spogliava il fisco imperiale, ed
ognuno rimproverava poi all'imperatore la debolezza cui era ridotto per
le usurpazioni de' suoi vassalli. Era accusato dell'accordata
indipendenza al ducato di Milano, e della trasmissione di quello del
Brabante alla casa di Borgogna; ma non gli era stata accordata veruna
assistenza per riunire questi feudi al dominio imperiale; finalmente lo
volevano risponsabile per non avere il concilio di Pisa ristabilita la
pace della chiesa, perchè egli stesso aveva ricusato di sottomettervisi,
conservandosi fedele al partito di Gregorio XII[267]. Forse i Tedeschi
non sarebbersi limitati a lagnanze ed a rimostranze; forse Roberto
correva pericolo di essere deposto come lo era stato il suo
predecessore, se la morte non lo avesse il 19 maggio 1410 sottratto a
nuove umiliazioni[268].
[267] _Schmidt Hist. des Allemands, l. VII, c. 11, p. 60._
[268] _Ivi, t. V, p. 80. — Joh. Adlzreitter Ann. Boicæ Gentis, p.
II, l. VII, p. 134. A Leibnitzio editum. Francofurti 1710, in fol._
Wencislao, dopo di avere perduta la corona dell'impero, continuava a
regnare in Boemia; ma la Germania non voleva di nuovo ubbidire a questo
monarca indolente e dedito alla crapula. Si convocò una dieta a
Francoforte per nominare un nuovo re de' Romani; i suffragi si divisero
tra Jossa, marchese di Moravia, e Sigismondo, re d'Ungheria, fratello di
Wencislao. L'uno e l'altro vennero proclamati dai loro partigiani il 28
ottobre del 1410, e la Germania ebbe per pochi mesi tre imperatori,
siccome la cristianità aveva tre papi; ma fortunatamente pel riposo
dell'Europa Jossa morì l'8 gennajo del 1411, ed in allora tutti gli
elettori aderirono a Sigismondo, onde lo stesso Wencislao gli diede il
proprio voto come re di Boemia[269].
[269] _Schmidt Hist. des Allemands, l. VII, c. 12, p. 85. —
Theodoricus Niemensis de Vita Papæ Johan. XXIII, p. 20._
Sigismondo aveva più volte colle sue crudeltà e colla mala fede eccitate
ribellioni in Ungheria: appassionato per i piaceri poco meno di suo
fratello, aveva più volte perduto nell'intemperanza, o in amorose
pratiche un prezioso tempo, mentre i suoi nemici disprezzavano la sua
autorità. Tutt'ad un tratto usciva da tanta inerzia, ed in allora la sua
vendetta era tanto più terribile, in quanto che veruna considerazione di
rango o di gloria, verun trattato, verun giuramento gli poneva limiti.
Quand'aveva una volta formato un progetto, gli dava esecuzione con
grandissima attività. Affatto non curante della fatica e dei pericoli,
egli scorreva l'Europa colla rapidità del suo avo Giovanni di Boemia,
quello che venne risguardato come un corriere tra i re. Sigismondo,
sovrano ad un tempo del Brandeburgo e dell'Ungheria era stato chiamato
dalle rivoluzioni de' suoi stati, lontani l'uno dall'altro, ad
attraversare più volte tutta la Germania. Disfatto a Nicopoli, fuggì a
Costantinopoli, e tornò per la Grecia e per la Schiavonia nei suoi
stati. Finalmente per terminare lo scisma, visitò la Polonia, la
Francia, l'Italia, la Spagna, e lo zelo disinteressato ch'egli manifestò
in quest'ultima circostanza gli meritò una gloria di cui fin allora
sarebbesi creduto incapace[270].
[270] _Joh. Adlzreitter Annal. Boicæ gentis, p. II, l. VII, p. 139._
Quando Sigismondo fu eletto imperatore, trovavasi in aperto dissidio
colla repubblica di Venezia per cagione di Zara e di altre città della
Dalmazia che questa aveva comperate da Ladislao[271]. Perciò prima
d'andare a prendere la corona imperiale volle aprirsi la strada d'Italia
per il patriarcato d'Aquilea e per il Friuli. In dicembre del 1411 vi
mandò sei mila cavalli ungari sotto la condotta di Pipo Scolari
fiorentino[272], cui egli aveva tutta accordata la sua confidenza, ed
aveva innalzato al titolo di Ban[273]. Subito dopo un secondo corpo di
altri sei mila Ungari venne a raggiugnere questo generale; onde il
patriarca si vide costretto a ricoverarsi in Venezia, lasciando che
tutta la provincia fosse occupata dalle truppe del re; e Taddeo del
Verme, capitano delle truppe della repubblica, si riputò fortunato di
aver potuto impedire l'invasione della provincia di Treviso.
[271] _Laugier Hist. de Venise, t. V, l. XIX, p. 332._
[272] Detto comunemente _Pippo Spano_. _N. d. T._
[273] _Marin Sanuto Vite dei Duchi, t. XXII, p. 857. — Chron.
Tarvis. Redusii de Quero, t. XIX, p. 834. — Hist. d'Agobbio di
Guernieri Bernio, t. XXI, p. 957. — Diario Ferrarese, t. XXIV, p.
177._ — Il titolo di _ban_ equivaleva in Ungheria press'a poco a
quello di conte. Joh. de Thwrockz non accenna questa spedizione.
Ma dopo questi prosperi avvenimenti gli Ungari non ottennero ulteriori
vantaggi. Carlo Malatesti, signore di Rimini, fu posto alla testa
dell'armata veneziana; questi, sebbene si lasciasse sorprendere il 9
agosto 1412 presso alla Motta al passaggio della Livenza, fece pentire
gli Ungari del loro attacco, e li costrinse a ritirarsi con perdita.
Egli medesimo ricevette in tale occasione tre ferite, che l'obbligarono
a rinunciare al comando dell'armata. La signoria gli diede per
successore suo fratello, Pandolfo Malatesti, signore di Brescia[274]. Le
due armate ricevevano vicendevoli rinforzi, e lo stesso Sigismondo aveva
raggiunta la sua; ma non poteva avanzare in un paese tagliato da molti
fiumi, e dove tutti i villaggi erano cinti di mura. La guerra si
mantenne due anni ai confini senza che una parte si trovasse più
avvantaggiata dell'altra. Tutte le operazioni di Sigismondo si ridussero
adunque a prese e riprese di castelli, che snervavano le armate
avversarie, senza che ottenessero lo scopo che si erano proposto[275].
[274] Redusio di Quero, che militò in questa guerra, la descrive
circostanziatamente assai. _Chron. Tarvis., t. XIX, p. 837._
[275] _Marin Sanuto Vite dei Duchi di Venez., p. 857-867. — Andrea
Navagero Stor. Venez., t. XXIII, p. 1079. — Platina Hist. Mantuana,
l. V, p. 798. — Laugier Hist. de Venise, l. XIX, p. 358-372._
Sigismondo era impaziente di superare l'ostacolo che i Veneziani
opponevano al suo ingresso in Italia; perciocchè ardentemente desiderava
di spegnere lo scisma, e per giugnere a quest'intento voleva avere in
Lombardia una conferenza con Giovanni XXIII. Voleva prendere a Milano la
corona di ferro, onde non presentarsi ai principi della Germania che
dopo di avere ottenuto ciò che invano i suoi predecessori avevano
cercato di ottenere. Ma perchè non faceva verun avanzamento nè nella
Marca Trivigiana, nè nell'Istria, ove assediò molti castelli, diede
finalmente orecchio a proposizioni di pace. Giovanni XXIII si offrì
mediatore tra Sigismondo e la repubblica, senza che potesse conciliare
le loro pretese; in appresso vi si intromise, ma vanamente ancor esso,
il re di Polonia; e per ultimo il conte di Cilly, suocero di Sigismondo,
ottenne di intavolare un trattato. Le negoziazioni s'aprirono a Trieste
il 26 febbrajo 1413, il di cui risultato fu una tregua di cinque anni
fra l'imperatore ed i Veneziani firmata il 18 aprile dello stesso
anno[276].
[276] _Marin Sanuto Vite dei Dogi di Venezia, p. 879. — Redusii de
Quero Chron. Tarvis., p. 844. — Laugier Hist. de Venise, l. XIX, t.
V, p. 372._
Sigismondo approfittò subito della tregua per passare in Lombardia.
Questa contrada era stata in preda alle più funeste rivoluzioni; i
generali dei due fratelli Visconti non si erano accontentati d'usurpare
la tirannide nelle città loro date in custodia, che volevano ancora
regnare sui loro antichi padroni, e si disputavano colle armi alla mano
il favore del duca di Milano o del conte di Pavia, e gl'impieghi che
questi due principi potevano ancora accordare. Qualunque si fosse il
capitano vittorioso, ogni vittoria era sempre seguita dal sacco di una
città, ed i cittadini, indifferenti a tutte le contese dei generali,
erano abbandonati ai soldati come una ricompensa dovuta al loro valore;
ogni eccesso era permesso ai condottieri, e gli uomini brutali e feroci,
che militavano sotto di loro, costringevano spesse volte con orribili
tormenti i borghesi, che avevano arrestati, a liberarsi con enormi
taglie.
La storia non presenta forse verun periodo più infelice di quello che
tenne dietro alla morte di Giovan Galeazzo. I soldati superavano in
crudeltà tutto quanto si racconta dei popoli più barbari; non animati da
verun entusiasmo, non erano pure suscettibili di sentimenti generosi.
Essi non conoscevano altra passione militare che quella delle ricchezze,
della licenza, della carnificina; questa aveva loro poste le armi in
mano, non già il patriotismo, non lo spirito di partito, non lo zelo
religioso, onde nè pietà nè rispetto divino od umano li potevano
persuadere a deporle. I popoli esposti alla loro barbarie soffrivano
tanto più quanto erano ridotti a maggiore civiltà. Uomini avvezzi a non
soffrire privazioni, che non conoscevano nè pericoli, nè dolori, uomini
che vivevano nell'agiatezza e nel riposo, che conoscevano le arti e gli
allettamenti della vita socievole, passavano in un istante senza propria
colpa, senza motivo, dall'opulenza all'estrema miseria, da una vita
delicata al cavalletto dei carnefici[277]. Giovanni Maria, figliuolo
primogenito di Giovanni Galeazzo, e duca di Milano, non si era riservata
altra parte nel governo che quella di ordinare i supplicj. Fino
dall'infanzia circondato dai delitti, egli aveva contratte le più feroci
passioni. Egli non vedeva nelle formalità della giustizia che
un'occasione di soddisfare la sua infernale sete del sangue. Si faceva
cedere i delinquenti per cacciarli coi cani da corsa. Il suo
cavallerizzo, Squarcia Giramo, che aveva nudriti i suoi mastini di carne
umana, per avvezzarli a questa caccia reale, era il suo principale
favorito. Siccome gli mancavano le vittime, dichiarò che vendicherebbe
la morte di sua madre, alla quale per altro egli stesso aveva
contribuito più d'ogni altro, e fece squarciare dai cani Giovanni da
Pusterla, Antonio Visconti, suo fratello Francesco, e molti altri
gentiluomini ghibellini. Diede pure in preda ai suoi mastini il
figliuolo di Giovanni da Pusterla in età di soli dodici anni, e perchè
questo fanciullo gittavasi ginocchioni domandando grazia, i cani si
fermarono e non vollero toccarlo. Squarcia Giramo col suo coltello da
caccia lo scannò, ed i cani ricusarono tuttavia di gustare il suo sangue
o le sue viscere[278].
[277] _Andreæ Billii Hist. Mediol., l. II, p. 31. — Leon. Aretini
Comment., t. XIX, p. 928. — Platina Hist. Mant., t. XX, l. V, p.
797. — Josephi Ripamontii Histor. Urbis Mediol., l. IV, p. 590. Ap.
Grævium, t. II._
[278] _Andr. Billii Hist. Mediol., l. II, p. 32. — Josephi
Ripamontii Hist. Urb. Mediol., l. IV, p. 591. — Lud. Cavitellius
Crem. Ann., p. 1402. — Pauli Jovi Vicecomit. Hist. p. XI, p. 327._
Frattanto Facino Cane, tiranno d'Alessandria, dopo essersi impadronito
della reggenza degli stati di Filippo Maria conte di Pavia, costrinse
pure colle armi alla mano Giovanni Maria ad ammetterlo nel suo
consiglio. Spogliò ben tosto i due fratelli di tutta la loro autorità,
li privò della libera disposizione delle loro entrate, e li ridusse a
tale ristrettezza, che mancavano talvolta di vesti e di cibo. Facino non
aveva figliuoli e lasciò vivere i due Visconti soltanto perchè non aveva
alcun interesse di disporre della loro eredità. Ma egli stesso nel 1412
venne sorpreso da malattia mortale. I Milanesi videro con orrore che
Giovanni Maria, liberato dal giogo di Facino, tornerebbe a regnare con
maggiore ferocia di prima; i Posterla, Biagio Trivulzi, Mantegazzi ed
altri gentiluomini milanesi, determinati di non aspettare il
rinnovamento della tirannide, attaccarono il duca il 16 maggio del 1412
mentre si recava alla chiesa di san Gottardo, e lo uccisero. Facino Cane
morì poche ore dopo, giurando che se avesse vissuto, avrebbe vendicata
la morte del figlio del suo signore[279].
[279] _And. Billii Hist. Mediol., l. II, p. 36. — Joh. Stellæ Ann.
Gen., t. XVII, p. 1242. — Josephi Ripamontii Hist. Urb. Mediol., l.
IV, p. 594._
Si crede che i congiurati avessero determinato di far morire ancora
Filippo Maria, e dare l'eredità dei Visconti ad Ettore, figliuolo
naturale di Barnabò, ed a Giovanni Piccinino figliuolo di Carlo
Visconti. Ambidue entrarono in Milano con una dozzina d'amici tostochè
ebbero avviso della morte di Giovanni Maria; ed Ettore, che chiamavasi
il soldato senza paura, venne immediatamente proclamato duca di Milano.
Ma Filippo Maria, udita la morte del fratello e di Facino, dispiegò
tutt'ad un tratto un'attività che da lui non si sperava. Egli si
assicurò della guardia del castello di Pavia, ove trovavasi rinchiuso,
incusse timore ai Beccaria che lo avevano lungo tempo oppresso, e li
costrinse a ricevere i suoi ordini, si affezionò i partigiani di Facino
Cane, e per raccogliere l'eredità di questo generale, e dare ai suoi
soldati un pegno del suo affetto, sposò la di lui vedova, Beatrice
Tenda, sebbene in età di quarant'anni, mentr'egli ne aveva appena
venti[280].
[280] _And. Billii Hist. Mediol., l. III, p. 37._
Vincenzo Marliano, che aveva il comando della cittadella di Milano,
ricusava di aprirla ad Ettore, dichiarando che riconosceva Filippo quale
erede legittimo dell'ultimo duca; ma le truppe di Facino, che trovavansi
acquartierate in città, non sapevano a quale partito appigliarsi;
chiedevano nuovi saccheggi e nuovi doni, e davano orecchio alle
proposizioni di Ettore ed a quelle di Pandolfo Malatesti che volevano
prenderle al loro soldo. Inaspettatamente seppero che la vedova del loro
generale si era immediatamente rimaritata col nuovo duca, e che questa
offriva loro tutte le grazie ch'esse potevano pretendere; a tale notizia
si affollarono sotto le sue insegne, le aprirono le porte di Milano, di
dove Ettore dovette fuggire, e Filippo Maria, che fece il suo ingresso
nella capitale il 16 giugno del 1412, consolidò ben tosto la sua
autorità sopra la Lombardia, e vendicò la morte del fratello sopra i di
lui uccisori[281].
[281] _And. Billii Hist., l. III, p. 40. — Joh. Stellæ Ann.
Genuens., p. 1242. — Vita Phil. Mar. Vicecom. a P. C. Decembrio, t.
XX, c. 8, p. 988. — Josephi Ripamontii Hist. Urb. Mediol., l. IV, p.
595._
Qualunque fosse il desiderio che nudriva Sigismondo di unire
immediatamente all'impero le città della Lombardia a norma degli
obblighi imposti ai suoi predecessori, non si trovò abbastanza forte per
attaccare il duca Filippo Maria, ed entrato in Italia, si ristrinse a
trattare i soli affari della Chiesa. Recossi a Lodi, che in allora
dipendeva da Giovanni di Vignate, e colà si scontrò in tre ambasciatori
di papa Giovanni XXIII coi quali doveva fissare il luogo in cui sarebbe
convocato il nuovo concilio. Il papa, stretto dalle armi di Ladislao,
abbandonato dai suoi alleati, e temendo il biasimo della cristianità,
non osava rifiutarsi ad adunare un concilio, sebbene temesse di essere
da lui giudicato. Aveva prima data commissione ai suoi legati
d'insistere perchè l'assemblea si tenesse in qualche città d'Italia; ma
quando ebbero l'ultima udienza di congedo, stracciò le sue istruzioni, e
loro diede facoltà piene ed assolute[282]. L'imperatore ed i Tedeschi
temevano l'influenza della politica di Roma sopra il concilio, e la
corruzione del clero italiano. Volevano un'assemblea affatto libera per
procedere alla riforma della Chiesa, che stava loro a cuore forse più
che l'unione, e scelsero la città imperiale di Costanza, che, posta
quasi nel centro della cristianità, sembrava opportunissima a tenervi un
concilio ecumenico. I legati di Giovanni XXIII approvarono questa
scelta, ma quando il papa ebbe notizia di tale risoluzione, ne fu
profondamente afflitto. Previde l'indipendenza e la severità di
un'assemblea, cui non si mancherebbe di denunciare la sua condotta, e
che, composta essendo in gran parte di oltramontani, poco avrebbe a
sperare o a temere da lui. Non pertanto ratificò quanto avevano fatto i
suoi legati, e recossi presso Sigismondo per concertare preventivamente
tutto ciò che rendevasi necessario per il concilio[283].
[282] _Leon. Aretini Comment. de suo tempore, p. 928. — Storia
d'Agobbio di Guernieri Bernio, t. XXI, p. 936._
[283] _Lenfant Hist. du Concile de Constance, l. I, p. 9. — Joh.
Stellæ Ann. Genuen., XVII, p. 1250. — Cron. di Bologna, t. XVIII, p.
603._
I due capi della cristianità si trattennero lungamente insieme nelle due
città di Piacenza e di Lodi, che l'una e l'altra appartenevano a
Giovanni di Vignate[284]. Visitarono ancora Cremona, e l'imperatore
accordò alcune grazie a Gabrino Fondolo tiranno di questa città[285].
Essendo ambidue saliti alla sommità del campanile della cattedrale, di
dove scopresi quasi l'intera Lombardia ed il maestoso corso del Po,
Gabrino Fondolo, che aveva di già ottenuto colla più nera perfidia la
sovranità di cui godeva, ebbe un istante il pensiero di precipitare
l'imperatore ed il papa dall'alto di quel campanile per cagionare nella
cristianità una inaspettata rivoluzione, di cui egli avrebbe
approfittato. Quando, undici anni dopo, questo tiranno era vicino a
perdere la testa in Milano per ordine di Filippo Maria, dichiarò di non
essere d'altro pentito che del non aver dato esecuzione a tale
pensiero[286].
[284] Questo signore ricevette in tale occasione da Sigismondo il
titolo di vicario imperiale. _Joh. Bap. Villanovæ Laudis Pompeiæ
Hist., l. III, p. 916. Ap. Grævium._
[285] _Campi Cremona Fedele, l. III, p. 110._
[286] _Campi Cremona Fedele, l. III, p. 114._
Frattanto l'imperatore ed il papa avendo concepito qualche sospetto
intorno alla fedeltà del loro ospite, abbandonarono subito Cremona[287].
L'imperatore rendendosi a Como ebbe una conferenza con Filippo Maria
duca di Milano; il papa prese la strada di Ferrara per tornare a
Bologna; ma tutti e due prima di separarsi avevano pubblicati d'accordo
editti e bolle per invitare il clero della cristianità ad unirsi a
Costanza il 1.º novembre del 1414, e tutta la Chiesa aspettava con
impazienza l'apertura di quest'augusta assemblea dalla quale sperava il
ristabilimento della sua antica purità ed il ritorno della pace[288].
[287] _Redusii de Quero Chron. Tarvisin., p. 827. — Ann. Genuens.,
p. 1251._
[288] _Lenfant Hist. du Concile de Constance, l. I, p. 12. — Idem,
Hist. du Concile de Pise, l. VII, c. 16, p. 190._