CAPITOLO LX.

_I Fiorentini conquistano Pisa. — Seguito dello scisma, che

viene mantenuto da Ladislao re di Napoli. — Concilio di Pisa. —

Deposizione di Gregorio XII e di Benedetto XIII. — Elezione di

Alessandro V._

1405 = 1409.

Quando Francesco da Carrara ricevette nelle prigioni di Venezia l'ordine

di apparecchiarsi alla morte, rifletteva con amarezza all'abbandono in

cui lo avevano lasciato i suoi amici, ed alla ingratitudine di coloro

ch'egli aveva colmati di beneficj. Alcuno de' suoi alleati non aveva

fatto un passo per salvarlo: eppure in quell'epoca medesima i Guelfi

trionfavano in tutte le parti dell'Italia, i quali, associati alla sua

fortuna per una alleanza ereditaria, sembravano chiamati dalla loro

affezione, dalla politica stessa a difenderlo, se apprezzavano una volta

i loro doveri, ed i veri loro interessi.

Tre nuovi signori guelfi erano sorti in Lombardia coll'assistenza di

Francesco da Carrara sopra le ruine della casa Visconti. Ugolino

Cavalcabò era sovrano di Cremona, Giorgio Benzoni di Crema, e Giovanni

da Vignate di Lodi. Veruno di costoro prese parte alla guerra di Padova.

Vero è che Cavalcabò aveva già ceduto il suo luogo ad un altro

usurpatore. Egli aveva di già sagrificati alla sua gelosia molti

rispettati cittadini, quando fu sorpreso a Manerbio il 14 dicembre del

1404, e fatto prigioniere da Astorre Visconti dopo la perdita di una

battaglia. Il suo favorito, Gabrino Fondolo, soldato di fortuna, da lui

fatto suo generale e suo primo ministro, continuò la guerra per

liberarlo o per vendicarlo, e rimase padrone della fortezza di Cremona,

e de' principali castelli, mentre che un altro Cavalcabò, chiamato

Carlo, fu dichiarato signore della città. Ma intanto Ugolino approfittò

delle turbolenze di Milano, e fuggì di prigione l'anno 1406. Stava per

iscoppiare in Cremona una guerra civile tra i due Cavalcabò, che

ugualmente volevano essere soli signori della loro patria, quando

Gabrino Fondolo più potente che i due Cavalcabò si offrì come mediatore.

Gl'invitò ad adunarsi nella sua fortezza con tutti i membri della

famiglia Cavalcabò, ove il 26 luglio 1406 aveva loro imbandito un lauto

pranzo, dopo il quale doveva regolarsi tra i convitati la divisione

della sovranità. Ma quando Fondolo vide tra le mani de' suoi satelliti

tutti i capi di parte, tutti i grandi, tutti coloro che potevano opporsi

ai suoi disegni, terminato il banchetto, diede il segno d'una orribile

carnificina: le sue guardie precipitaronsi sui convitati, ed uccisero

Ugolino e Carlo Cavalcabò con settanta de' principali cittadini di

Cremona, quasi tutti della casa Cavalcabò. Gabrino Fondolo, dopo

quest'orribile uccisione, venne riconosciuto signore di Cremona, e si

collocò senza trovare opposizione tra i principi d'Italia[127].

[127] _And. Billii Hist. Mediol., l. II, p, 28. — Redusii de Quero

Chron. Tarvis., p. 805. — Campi Crem. fedele, l. III, p. 109._

Pandolfo Malatesti, uno dei generali di Giovanni Galeazzo, fondò circa

lo stesso tempo un quarto principato guelfo in Lombardia. La sua

famiglia regnava da lungo tempo in Rimini col favore del partito della

Chiesa; ma Pandolfo pareva indifferente tra le fazioni, che oramai non

avevano più scopo, e consultava nella sua condotta la propria ambizione,

e non lo spirito di partito. Abbiamo di già osservato, che mandato a

Como dalla duchessa di Milano per ritornare la pace a questa città,

l'aveva abbandonata al saccheggio. Como era l'emporio del commercio tra

l'Italia e la Svizzera[128], e questo assassinio, che precipitò la

caduta della duchessa di Milano, a nome della quale erasi eseguito, rese

Pandolfo più caro ai soldati. Quando fuggì da Monza mezzo vestito e con

un solo piede calzato, venne assai ben accolto dalle guarnigioni di

Trezzo e di Brescia, e fu proclamato signore di quest'ultima città,

tostocchè si ebbe avviso della morte della duchessa.

[128] _And. Billii, l. I, p. 26._

Vero è che il signore di Padova non poteva lusingarsi che uomini di tale

carattere gli rimanessero fedeli nella sventura, perciocchè non erano

diretti da altro principio che dall'ambizione, e dovevano il loro

innalzamento soltanto ai delitti; ma egli aveva riposte le sue speranze

nella costante amicizia della repubblica fiorentina, che già da quindici

anni era associata alla di lui fortuna ed alle sue battaglie, ed

attaccata alla sua famiglia da un'alleanza ereditaria. Nè il Carrara

sarebbe rimasto deluso se non fossero stati strascinati i Fiorentini

dalla più violenta tentazione che potesse agire sopra di loro, e non

avessero impiegate tutte le forze nell'importante acquisto di Pisa.

Abbiamo osservato che Gabriele Visconti, signore di Pisa, erasi

procurata la protezione di Giovanni le Meingre, detto Boucicault,

maresciallo di Francia, che comandava in Genova a nome di Carlo VI; e

che col mezzo suo aveva dai Fiorentini ottenuta una tregua di quattro

anni. Boucicault col suo coraggio e colla sua severità aveva ristabilito

l'ordine in Genova, aveva obbligati i Genovesi a deporre le armi, e

fatto dichiarare il suo governo irrevocabile dietro inchiesta dei

medesimi Genovesi[129]. Ma di già un generale malcontento cominciava a

manifestarsi contro di lui in quella città, a motivo che le accuse di

lesa maestà ch'egli aveva fomentate, portavano la desolazione nelle

famiglie, e che le gabelle oppressive ruinavano il popolo; onde

Boucicault, temendo un ammutinamento[130], volle acquistarsi al di fuori

più potenti amici che non era il signore di Pisa. Persuase perciò il

Visconti a vendere la sua signoria per dividere con lui il prezzo che ne

otterrebbe, ed in giugno del 1405 diede commissione ad un fiorentino,

che allora trovavasi in Genova, di proporre segretamente alla sua

repubblica questo acquisto[131].

[129] _Uberti Folietae Genuensis Hist., l. IX, p. 523._

[130] _Ivi, 527._

[131] La proposizione venne fatta a Gino Capponi, di cui abbiamo

alcune memorie. _Coment. dell'acquisto di Pisa, t. XVIII, Rer.

Ital., p. 1127. — Scip. Ammirato, l. XVII, p, 914. — Paolo Tronci

Annali Pisani, p. 493._

Per prezzo della vendita di Pisa, Boucicault domandò prima quattrocento

mila fiorini, promettendo di erogare per altro parte di questa somma nel

soccorrere Francesco da Carrara, amico dei Fiorentini e suo. La

negoziazione cominciata a Genova si continuò a Vico Pisano, ov'erasi

recato Gabriele Visconti. Sentiva questi che la sua autorità in Pisa

stava per isfuggirgli di mano, ma d'altra parte egli temeva che

Boucicault si appropriasse tutto il danaro che ricaverebbe dalla vendita

de' suoi stati.

Mentre egli stava ancora deliberando, i Pisani ebbero sentore delle

cominciate negoziazioni, e per non essere venduti ai Fiorentini, loro

eterni rivali, presero le armi il 21 luglio del 1405, attaccarono le

truppe del Visconti ovunque le incontrarono, e costrinsero questo

signore a ripararsi nella sua fortezza con duecento corazzieri, ed

alcuni arcieri che teneva al suo soldo[132].

[132] _Piero Minerbetti, 1405 c. 7, p. 527._

Nel tempo che questa rivoluzione faceva più vivamente sentire al signore

di Pisa il bisogno di fedele consiglio, perdette la madre, che fino a

tale epoca aveva con lui divise le cure del governo. Mentre essa

attraversava un angusto ponte per visitare le mura della fortezza,

atterrita dal subito scoppio d'un pezzo d'artiglieria si lasciò cadere e

morì. Il Visconti pochi giorni dopo strinse il mercato coi Fiorentini,

cedendo loro la cittadella di Pisa ed i castelli di Librafratta e di

santa Maria in Castello pel prezzo di dugentosei mila fiorini, pagabili

in diverse epoche[133].

[133] _Gino Capponi Comment., p. 1129. — Piero Minerbetti, c. 8, p.

530._

Ma non solamente Gabriele Maria Visconti fu costretto di dividere col

Boucicault il prezzo della sua eredità, ma fu in appresso spogliato dal

maresciallo della parte che gli era rimasta, e perì in Genova in

settembre del 1408, condannato a perdere la testa per una calunniosa

accusa di tradimento.

La cittadella di Pisa fu consegnata al Fiorentini il 31 agosto del 1405,

e Lorenzo Raffacani ne prese il comando. Ma sebbene i Pisani

stringessero vigorosamente l'assedio di questa fortezza, e che avessero

stabiliti alcuni pezzi d'artiglieria dalla parte della città per

batterla in breccia, Raffacani non volle prendere seco che alcune

compagnie di milizia e congedò i corazzieri del Visconti che vi trovò di

guardia. La cittadella era legata alle mura della città da una torre

detta di sant'Agnese, contro la quale erano tutte dirette le bombarde

dei Pisani. Impiegavansi a que' tempi parecchie ore nel caricarle; e nel

momento in cui le milizie le vedevano disposte a tirare, uscivano tutte

dal suo ricinto, aspettando in luogo più sicuro l'effetto

dell'esplosione. Avendo i Pisani notata questa pratica, apparecchiarono

tutto quanto abbisognava per una scalata, e tosto che i Fiorentini, per

timore d'una scarica, abbandonarono la torre, essi montarono

all'assalto, e se ne impadronirono senza trovare resistenza. La fortezza

fu presa il 6 di settembre due ore prima di notte con tutti coloro che

vi stavano di guardia, e fu subito dal popolo spianata fino ai

fondamenti[134].

[134] _Gino Capponi Com. p. 1131. — Piero Minerbetti, c. 9, p. 531.

— Bonincontrii Miniat. Ann., t. XXI, p. 93. — Cron. di Jacopo

Salviati Del. degli Erud., t. XVIII, p. 243._

Non erasi appena saputo a Firenze che la fortezza di Pisa era perduta,

quando si videro giugnere cinque ambasciatori pisani incaricati di

domandare la pace. Essi rappresentarono l'occupazione della loro

cittadella come una violazione della tregua conchiusa nel precedente

anno. Il cielo, soggiugnevano, si era di già dichiarato in loro favore,

e loro aveva resa in una maniera quasi miracolosa questa parte della

loro città; ma essi non volevano abusare dell'accaduto, e mediante la

restituzione di Librafratta e di santa Maria erano pronti a rendere ai

Fiorentini tutto quanto avevano pagato a Boucicault e a Gabriele

Visconti[135].

[135] _Gino Capponi Com., p. 1131. — Scip. Ammirato, l. XVII, p.

919._

Ma i Fiorentini erano troppo alieni dal voler rinunciare ad

un'intrapresa cui credevano attaccato il loro onore. Malgrado i consigli

di alcuni più moderati cittadini[136] rifiutarono le offerte dei Pisani;

ordinarono a Jacopo Salviati, loro capitano, di cominciare subito le

ostilità[137], e fecero venire il conte Bertoldo Orsini, cui affidarono

il 5 ottobre il bastone del comando[138].

[136] _Poggio Bracciolini, l. IV, p. 297._

[137] _Cron. di Jacopo Salviati, p. 243._

[138] _Piero Minerbetti, c. 15, p. 537. — Gino Capponi, p. 1132._

I Pisani per resistere a quest'attacco, cercarono avanti ogni altra cosa

di riconciliare in città le contrarie fazioni. I Raspanti erano stati

posti in possesso dell'autorità da Giacomo d'Appiano, e v'erano stati

conservati dal Visconti, i Bergolini trovavansi esclusi dal governo e la

famiglia Gambacorti era esiliata. Il partito perseguitato fu di nuovo

ammesso a dividere i diritti della sovranità; l'obblio delle passate

ingiurie ed una riconciliazione senza riserva vennero giurate sugli

altari; i capi delle due fazioni fecero colare il proprio sangue nella

coppa consecrata prima di bevere in comune, e numerosi matrimoni

suggellarono la pace tra le due parti. Ma Giovanni Gambacorti, nipote di

Pietro e capo della sua famiglia, seco non portava dal suo esilio che il

desiderio di regnare nella sua patria; onde a forza d'intrighi si fece

proclamare capitano del popolo, come lo era stato suo zio, ed approfittò

dell'ottenuta autorità per opprimere i suoi antichi nemici, per

ispogliarli, e spesso ancora per farli perire[139].

[139] _Piero Minerbetti, c. 17, p. 538. — Poggio Bracciolini, l. IV,

p. 298._

I Pisani si erano lusingati che il Gambacorti, in forza della sua

ereditaria alleanza coi Fiorentini, potrebbe riconciliarli con questi

formidabili nemici, ed in fatti il nuovo capitano non fu appena

installato che mandò a chiedere pace; ma i Fiorentini ricusarono di

trattare, pretendendo di avere comperata Pisa dal suo legittimo signore,

e dichiarando che vedevano ne' suoi abitanti non un popolo indipendente,

ma sudditi ribelli[140].

[140] _Poggio Bracciolini, l. IV, p. 299._

I Fiorentini non credevano quasi possibile cosa l'aprire una breccia

nelle mura di Pisa, di modo che proposero di ridurre la città colla

fame, mentre la loro armata attaccherebbe successivamente i diversi

castelli del territorio. I Pisani dal canto loro sforzavansi di

provvedersi di vittovaglie, al quale oggetto spedirono alcune galere a

cercare frumento in Sicilia; una di queste, sorpresa nel suo ritorno dai

vascelli che i Fiorentini avevano fatti armare a Genova, rifugiossi

sotto la torre di Vado. Un fiorentino, detto Pietro Marenghi, profugo

dalla patria perchè colpito da sentenza capitale, colse questa

circostanza per rendere a' suoi concittadini un segnalato servigio. Egli

lanciossi dalla riva con una fiaccola in mano, avvicinandosi a nuoto

alle galere, malgrado le saette che lanciavansi contro di lui. Sebbene

ferito in tre luoghi continuò molto tempo a sostenersi sotto la prora

finchè vide il fuoco appiccato in modo alla galera nemica da non potersi

più spegnere. Ella bruciò in faccia alla torre di Vado; mentre Pietro

Marenghi riguadagnava la costa. Egli fu perciò richiamato con onore in

patria[141].

[141] _Matth. Palmerii de Captivitate Pisarum t. XIX, p. 176._

I Pisani cercavano di avere al loro soldo qualche condottiere che

potesse formare per loro un'armata. I loro deputati avevano trattato con

Agnello della Pergola, che con sei cento cavalli trovavasi allora negli

stati della Chiesa. Questo capitano si mosse per venire a Pisa

attraversando lo stato di Siena. Ma i dieci della guerra di Firenze,

avuto avviso della sua marcia, lo fecero attaccare, nell'istante ch'egli

meno se lo credeva, dal nipote del papa, che avevano preso di fresco al

loro soldo, e distrussero o dissiparono la piccola armata di

Agnello[142].

[142] _Piero Minerbetti, c. 22, p. 542. — Scip. Ammirato, l. XVII,

p. 920. — Paolo Tronci Ann. Pisani, p. 497._

Gaspare dei Pazzi, altro capitano che conduceva ai Pisani sei cento

cavalli dai contorni di Perugia, venne disfatto il 24 settembre da

Sforza da Cotignola al passo della Cornia; ed i suoi soldati, inseguiti

fino a Massa di Maremma, non si sottrassero alla prigionia che

abbandonando i loro cavalli e le armi, e promettendo di non servir più

contro i Fiorentini[143].

[143] _Piero Minerbetti, c. 26, p. 544. — Leodrisii Cribellii de

vita Sfortiæ Vicecomitis, t. XIX, l. I, p. 642._

Invano i Pisani offrirono la loro signoria a Ladislao l'ambizioso re di

Napoli, il quale non sentivasi ancora abbastanza sicuro ne' proprj stati

per estendere sulla Toscana i suoi progetti di conquista. Egli ottenne

dai Fiorentini l'assicurazione che non si opporrebbero alla sua

spedizione di Roma, e viceversa promise di non agire contro di loro

avanti a Pisa[144]. Otto Bon Terzo, che alla testa del partito

ghibellino erasi fatto signore di Parma e di Reggio e che adunava

un'armata in queste due città, accettò dai Fiorentini una grossa somma,

per la quale promise di non dare soccorso ai Pisani[145].

[144] _Piero Minerbetti, c. 23, p. 543._

[145] _Gino Capponi, p. 1133._

In principio del 1406 l'armata fiorentina occupò la val d'Era, la

Maremma, la contea di Monte Scudajo, e quasi tutti i castelli che

avevano in sul principio abbracciato il partito di Pisa[146]. In

appresso quest'armata si divise; un corpo formò l'assedio di Vico

Pisano, ragguardevole castello posto dieci miglia sopra Pisa, alla

destra dell'Arno, mentre l'altro corpo s'avvicinò a questa città per

istringerne il blocco. Occuparono la foce dell'Arno sette galere ed una

galeotta, che i Fiorentini avevano fatte armare a Genova; s'alzarono due

ridotti presso san Pietro in Grado sulle due rive del fiume, e fu fatto

tra i medesimi un ponte fortificato, privandosi in tal modo Pisa di ogni

comunicazione col mare[147]: onde i vascelli che i Pisani avevano

mandati in Sicilia a cercare vittovaglie furono presi dai Fiorentini il

22 di maggio, quando tornarono ne' mari della Toscana[148].

[146] _Piero Minerbetti, c. 28, 29 e 30, p. 545. — Scipione

Ammirato, l. XVII, p. 923._

[147] _Piero Minerbetti, 1406, c. 2, p. 549. — Paolo Tronci Ann.

Pisani, p. 499._

[148] _Gino Capponi, p. 1134. — Scip. Ammirato, l. XVII, p. 928._

Pareva che la fortuna congiurasse contro i Pisani, e gli stessi

avvenimenti da loro più desiderati tornavano tutti a loro svantaggio.

L'Arno, ingrossato il giorno dell'Ascensione da violenti piogge, ruppe

il ponte che univa i due ridotti; gli assediati non furono lenti ad

approfittarne per attaccare il più debole. Ma Sforza e Tartaglia, i due

generali dei Fiorentini, che trovavansi sull'opposta riva, spinsero i

loro cavalli nel fiume, e con estremo pericolo guadagnarono l'opposta

sponda, onde i Pisani fuggirono atterriti quasi senza combattere[149].

[149] _Gino Capponi, p. 1135. — Poggio Bracciolini, l. IV, p. 302._

Questi due capitani erano de' più riputati che allora contasse l'Italia.

Fino a tal punto la loro rivalità aveva giovato all'impresa; ma una

crescente gelosia, una oramai scoperta animosità, cominciavano a turbare

le operazioni dell'armata ed a rianimare le speranze dei Pisani. Gino

Capponi, uno dei dieci della guerra, si recò da Firenze al campo per

riconciliarli, e vi riuscì; ma credendo pericolosa la loro vicinanza,

prepose un di loro al corpo d'armata che cingeva la parte superiore di

Pisa, l'altro a quella che stava al di sotto, e la città trovossi per

questo divisamento bloccata più strettamente che mai[150].

[150] _Gino Capponi, p. 1137._

L'ardore del sole in quelle campagne insalubri, la cattiva aria e le

malattie delle armate parvero finalmente venire in soccorso degli

assediati. I soldati erano assaliti da nojosi insetti, febbri

pestilenziali si manifestavano nel campo, e cominciavano a spargervi lo

scoraggiamento. I dieci della guerra ne conobbero appena i primi

sintomi, che mutarono gli accantonamenti de' soldati; posero gli uni ne'

castelli perchè si ristorassero dalle sostenute fatiche, e tennero gli

altri in un continuo movimento, persuasi che l'ozio, in cui languisce il

soldato, sia la prima causa delle sue malattie[151].

[151] _Math. Palmerii de capt. Pisarum, p. 183._

D'altra parte la fatica, la miseria, la fame, esponevano i Pisani alle

stesse malattie, senza che questi avessero mezzo di ripararvi. Avevano

voluto liberarsi delle bocche inutili, ma i Fiorentini le facevano

rientrare in città[152]. Improvvisamente a mezzo luglio i Pisani

spiegarono lo stendardo del duca di Borgogna, e spedirono araldi d'armi

ad avvisare i Fiorentini che si erano dati a questo potente signore, ed

erano stati ricevuti sotto la di lui protezione. Ma perchè il duca non

aveva armata per liberarli, i Fiorentini continuarono l'assedio e

spedirono un'ambasciata a questo principe[153].

[152] _Marangoni Croniche di Pisa, p. 833._

[153] _Jacopo Salviati, p. 249._ Fu egli medesimo uno degli

ambasciatori. — _Gino Capponi, p. 1138._

Giovanni Gambacorti aveva diretta la difesa dei Pisani con una quasi

assoluta autorità, ma quando vide il popolo in preda agli orrori della

fame, disperando di potersi più lungamente difendere, prese a trattare

segretamente coi Fiorentini. Le condizioni ch'egli domandava, e che

studiosamente nascondeva ai suoi compatriotti, riferivansi tutte al suo

particolare vantaggio. Voleva il diritto di cittadinanza a Firenze colla

proprietà di tre case, il vicariato di Bagno, molti castelli nelle sue

vicinanze, ed un'indennità di cinquanta mila fiorini[154]. Queste

condizioni vennero accettate, ed il Gambacorti aprì la porta di san

Marco all'armata fiorentina nella notte dell'8 al 9 ottobre 1406, e

nella stessa notte le truppe occuparono pure il quartiere del Borgo.

All'indomani avanzaronsi in città, precedute da carri pieni di pane e di

altri viveri, che i soldati medesimi distribuivano al popolo[155]. Tutte

le provigioni erano consunte, e più non trovaronsi in città nè grani, nè

farine, ma soltanto alcuni magazzini pieni di zuccaro e di cassia, e tre

vacche magre. Gli abitanti si erano nutriti di erbe, che coglievano

nelle strade e lungo le mura; sarebbe loro stato impossibile di

sostenersi ancora molti giorni; ma non pertanto non pensavano ad

arrendersi. Intesero con indignazione il vergognoso mercato con cui il

Gambacorti gli aveva venduti, ed il loro ultimo sentimento, perdendo

l'antica loro indipendenza, fu il desiderio della vendetta e l'odio

contro il tiranno che li tradiva[156].

[154] Il trattato diviso in 36 articoli termina la cronica del

Marangoni, p. 835-842. Contiene pure un gran numero d'esenzioni

personali e di privilegj per diversi membri della famiglia

Gambacorti.

[155] _Gino Capponi, p. 1139. — Poggio Bracciolini, l. IV, p. 303. —

Scip. Ammirato, l. XVII, p. 930._

[156] _Gino Capponi, p. 1142. — Poggio Bracciolini, l. IV, p. 304. —

Bern. Marangoni, p. 834. — Scip. Ammirato, l. XVII, p. 933. — Paolo

Tronci An. Pis., p. 501. — Cron. di Pisa, t. XV, p. 1088._ — Tutte

le croniche di Pisa finiscono a questo avvenimento. Il Tronci per

altro riferisce ancora in quattro o cinque pagine alcuni fatti

insignificanti fino al 1440.

Gino Capponi, commissario de' Fiorentini presso l'armata ed uno dei

dieci della guerra, fu nominato governatore di Pisa col titolo di

capitano del popolo. Quando entrò in città adunò i cittadini a

parlamento sulla pubblica piazza; loro promise che Firenze li

tratterebbe dolcemente e li risguarderebbe come fedeli sudditi. Cercò

infatti di affezionarli alla loro sorte colla dolcezza e colla giustizia

della sua amministrazione, non trascurando ad un tempo i più vigorosi

provvedimenti per assicurarsi della loro sommissione. Mandò a Firenze

tutti i Gambacorti con duecento capi delle più nobili famiglie di Pisa,

che colà furono tenuti dalla repubblica in qualità di ostaggi[157].

Molti gentiluomini pisani abbracciarono in tale occasione la milizia, o

vi fecero inscrivere i loro figli, onde trovare nell'indipendenza degli

accampamenti la libertà che perdevano nella loro patria, e combattere

ancora come soldati avventurieri i loro oppressori, contro ai quali più

non potevano impugnare le armi come cittadini. Dopo un lungo esilio fra

gli stranieri, dopo frequenti e sempre inutili tentativi per liberare la

loro patria, dopo una rivoluzione eccitata in Pisa quando era già da un

secolo sottomessa, e dopo uno sgraziato assedio che i Pisani sostennero

con tutta l'energia de' loro antenati, alcuni finalmente abbandonarono

l'Italia, e tramandarono ai loro discendenti, come una preziosa eredità,

l'amore del sacro nome di patria e l'odio dell'oppressione. Coloro che

rimasero in Pisa conservarono più lungo tempo che verun altro popolo

sottomesso un'energia che quasi sempre viene distrutta dalla servitù. La

città che pel corso di cinque secoli aveva dominato il mar Tirreno con

tanta gloria, più non ebbe dopo tale epoca esistenza politica, nè

influenza, nè storia[158]; ma i cuori de' suoi abitanti non erano ancora

sottomessi; ed i Fiorentini non furono sicuri della sommissione di Pisa

che quando videro coperte di erba le sue deserte strade.

[157] _Piero Minerbetti, c. 7, p. 561. — Poggio Bracciolini, l. IV,

p. 305._

[158] Alcun Pisano non volle scrivere la storia di questi

infelicissimi tempi. Il Marangoni ed il Tronci che sono di molto

inferiori a quest'epoca, pare che ne ignorino perfino le minute

circostanze; verun nome venne conservato dalla storia, veruna

famiglia, veruno individuo si distinse in questa comune sciagura.

I Fiorentini non giunsero a conquistare Pisa, che adottando essi stessi,

e facendo adottare agli altri stati una politica contraria agli antichi

loro principj; quella d'isolare tutte le guerre, e lasciare che ognuno

si misurasse col suo particolare nemico, senza che i forti si alleassero

ai deboli; e senza che il mantenimento dell'equilibrio in Italia

assicurasse l'esistenza di tutti.

Nel corso d'un intero secolo i Fiorentini avevano tenuta una più

generosa politica. Invece d'ingrandirsi colle loro vittorie essi mai

cercato non avevano che l'altrui vantaggio, e sempre dopo le loro

perdite si erano veduti abbandonati dagli alleati. Si vergognarono

finalmente d'essere stati ingannati, come se la buona fede

dell'ingannato non fosse più gloriosa che la destrezza dell'ingannatore.

Essi non si lasciarono distogliere dalla loro intrapresa da niuna

rivoluzione d'Italia, e nel tempo che spingevano le loro conquiste fino

al mare, Milano prese una nuova forma, Venezia acquistò stati in terra

ferma, e Ladislao di Napoli sollevossi repentinamente sopra le abbattute

fazioni del suo regno, di modo che si andò a stabilire in Italia un

nuovo equilibrio fra meno numerosi ma più potenti stati. Per farne

conoscere le basi più non ci rimangono a descrivere che le rivoluzioni

degli stati della Chiesa e della Puglia.

Lo scisma che divideva la Chiesa dopo il 1378 sembrava che più terminare

non potesse. I pontefici rivali, che lo avevano cominciato, erano

ambidue morti, ma l'uno e l'altro avevano avuto un successore nominato

dalla propria fazione. I nuovi papi più non si battevano con tanta

violenza di scomuniche come i loro predecessori; ma malgrado l'apparente

loro moderazione, sforzavansi di conservare la loro dignità senza

prendersi pensiero del riposo e dell'unione della Chiesa. Conoscevano

l'uno e l'altro che non giugnerebbero giammai ad avere l'universale

dominio del cristianesimo, ma preferivano di regnare sulla metà de'

fedeli piuttosto che discendere dal trono; e tutti i segreti loro sforzi

miravano a prolungare lo scisma che la cristianità voleva terminare.

Roberto di Ginevra, o Clemente VII, era morto in Avignone il 16

settembre 1394, ed all'istante i re di Francia, d'Inghilterra e

d'Arragona, l'università di Parigi, gli elettori di Magonza e di

Colonia, e papa Bonifacio IX, avevano scritto ai cardinali francesi

pregandoli a non nominare il successore dell'estinto pontefice, ed a

cogliere quest'occasione per terminare lo scisma. Ma i cardinali

temevano di essere costretti a porsi presso il vivente pontefice in

qualità di colpevoli e di ribelli ridotti a chiedere grazia, non come

eguali che si riconciliano. Affrettaronsi perciò di chiudersi in

conclave, ed il dodicesimo giorno nominarono papa il cardinale

d'Arragona Pietro di Luna, che prese il nome di Benedetto XIII[159].

Sebbene questo cardinale avesse avuto parte nell'elezione di Clemente

VII aveva lungo tempo tentati tutti i mezzi di conciliazione; aveva

altamente biasimato il rigore del papa, che vi si rifiutava, ed aveva

riputazione d'essere il più moderato della fazione, ed il più proprio a

ristabilire la pace della Chiesa.

[159] _Lenfant, Histoire du Concile de Pise, l. I, p. 61._

Prima dell'elezione tutti i cardinali si erano obbligati a non ricusare

di prestarsi a qualunque sagrificio, e nominativamente alla cessione del

papato, per ottenere l'unione della Chiesa; Benedetto ratificò questa

promessa con giuramento dopo essere stato proclamato[160]; ma invano la

cristianità volle fargli eseguire questa promessa, ch'egli opponeva

sempre scrupoli a scrupoli, e considerandosi come vero papa, non voleva,

diceva egli, privare la Chiesa del suo legittimo capo, per sottometterla

forse ad uno scismatico scomunicato. I Francesi mostravansi più che ogni

altra nazione zelanti per la riunione, perchè la corte d'Avignone stava

interamente a carico loro, e non si manteneva che con una scandalosa

simonia. Carlo VI adunò un concilio generale a Parigi il 12 febbrajo del

1395; ma quest'assemblea intimò senza effetto ai due papi di abdicare

per la pace della Chiesa. Un secondo concilio nazionale venne adunato

nel 1398, e questi determinò di sottrarre la Chiesa all'ubbidienza dei

due papi, per obbligarli alla riunione; e perchè Benedetto XIII vi si

rifiutava Boucicault venne ad assediarlo nel castello d'Avignone, ove lo

costrinse a capitolare il 14 aprile del 1399[161]. Questi promise di

deporre la tiara tostochè farebbe lo stesso ancora Bonifacio, o che la

di lui morte aprirebbe un'altra strada alla riconciliazione della

Chiesa.

[160] _Dachery Spicilegium, t. VI. — Lenfant, Histoire du Concile de

Pise, l. I, p. 62._

[161] _Lenfant, Histoire da Concile de Pise, l. II, p. 96._

Intanto Wencislao aveva annunciato a Carlo VI che l'Allemagna e l'Italia

si leverebbero dall'ubbidienza di Bonifacio IX, quando la Francia più

non ubbidisse a Benedetto, ma tale promessa non ebbe esecuzione.

Wencislao erasi impegnato al di là delle sue forze, e la di lui

deposizione, e l'elezione di Roberto mutarono tulle le disposizioni

della Germania. I Francesi addolcirono la loro severità verso Benedetto,

ch'essi avevano tenuto prigioniere nel suo palazzo d'Avignone, e questo

papa coll'ajuto del duca d'Orleans fuggì il 12 marzo 1403 attraversando

le guardie normanne che lo circondavano. Tosto che trovossi libero, i

suoi cardinali lo raggiunsero, e tutta la Francia rientrò sotto la di

lui ubbidienza[162].

[162] _Lenfant, Hist. du Concile de Pise, l. II, p. 114._

Benedetto, ch'era stato ristabilito soltanto dopo di avere promesso di

cooperare all'estinzione dello scisma, mandò quattro ambasciatori a Roma

nel 1404 per trattare con Bonifacio IX; ma questi non proponevano

vicendevoli cessioni, ma soltanto assemblee dei due papi e dei loro

cardinali per riformare la Chiesa[163]. Mentre gli ambasciatori di

Benedetto trattenevansi in Roma aspettando i riscontri di Bonifacio,

questi morì il 29 settembre del 1404.

[163] _Piero Minerbetti, 1404, c. 17 e 18, p. 315._

Bonifacio era stato piuttosto guerriero che ecclesiastico; aveva

assoggettata Roma alla sua autorità, e durante il suo regno di quindici

anni, l'aveva conservata ubbidiente col supplicio di tutti coloro che

avevano cercato di scuotere il giogo. Ma quando fu morto, il popolo

prese le armi sotto la direzione dei Colonna e dei Savelli; le voci di

_viva la libertà_ risuonarono in tutti i quartieri della città, e

gl'insorgenti occuparono la chiesa di santa Maria d'Araceli, ove si

fortificarono, mentre i cardinali erano rinchiusi nel palazzo quasi

contiguo al Campidoglio[164]; in mezzo a tanto tumulto elessero Gusmano

di Sulmona, cardinale di Bologna, che prese il nome d'Innocenzo VII.

Prima di procedere all'elezione ogni cardinale aveva giurato di non

rifiutarsi quando fosse nominato papa, a verun sagrificio, non escluso

quello dell'abdicazione della sua dignità per mettere fine allo

scisma[165].

[164] _Ivi, c. 20, p. 517. — Diario di Stefano Infessura, t. III, p.

II, p. 1115._

[165] _Piero Minerbetti, c. 21, p. 517._

Innocenzo VII, prima di pensare alla pace della Chiesa, dovette

occuparsi di quella di Roma, ove tutte le strade erano chiuse da

steccati, ed ove il popolo armato faceva in ogni lato risuonare la voce

di libertà. L'ambizioso Ladislao di Napoli eravi accorso per

approfittare di questo disordine, ma la diffidenza che eccitava questo

principe riconciliò il popolo col suo pontefice: castel sant'Angelo e

città Leonina, ossia il Vaticano, vennero confidati alla guardia

d'Innocenzo VII, il Campidoglio fu restituito al popolo, e le sue

fortificazioni distrutte. Si convenne che il senatore verrebbe nominato

dal papa fra i tre candidati presentati dal popolo, ed il governo della

repubblica romana fu dato ad una magistratura che doveva rinnovarsi ogni

due mesi, e che chiamossi _i dieci della libertà_[166].

[166] _Ivi, 1404, c. 22, p. 518._

Innocenzo VII era vecchio, savio e moderato; il suo carattere e gli

scrupoli della sua coscienza parevano guarentire l'esecuzione delle

convenzioni che aveva stipulate, sia coi cardinali, sia coi Romani; ma

la cupidigia della sua famiglia non tardò a farlo agire contro il

proprio disinteresse, ed i maneggi di Ladislao gl'inimicarono nuovamente

il popolo.

Ladislao, figlio di Carlo III, aveva cominciato nel 1392 a rialzare dal

suo profondo avvilimento il partito di Durazzo. Faceva in allora le sue

prime campagne, e quando uscì di Gaeta, la regina Margarita sua madre lo

raccomandò affettuosamente ai baroni che componevano la sua armata.

Educato in mezzo ai pericoli, circondato nella sua fanciullezza da

guerre civili e da congiure, mentre colle forze fisiche s'era sviluppato

in lui il coraggio, il suo spirito s'era pure avvezzato all'intrigo ed

alla dissimulazione. Il suo valore e quello delle sue truppe, sempre da

lui condotte, erano superiori ad ogni pericolo; nè rispetti d'onore o di

probità mettevano ostacolo all'esecuzione de' suoi progetti. Frattanto

la virtù cominciava ad essere tenuta in minor pregio che la destrezza. I

talenti ed il valore di Ladislao gli andavano sempre acquistando nuovi

partigiani; i popoli più in lui non vedevano che l'unico rampollo del

sangue de' loro re; Bonifacio IX lo rappresentava come il solo figlio

legittimo della Chiesa, mentre il suo rivale trovavasi avvolto nello

scisma[167]. Nel 1399, grandi baroni, che fino a tale epoca eransi

mostrati i più zelanti per la casa d'Angiò, Raimondo di Balzo degli

Orsini, ed i Sanseverini, passarono sotto le di lui insegne; Napoli gli

aprì le porte, Carlo d'Angiò, fratello del re Lodovico II, ritirossi in

castel nuovo dove fu assediato, mentre lo stesso re Lodovico lo era in

Taranto; onde questi principi, dopo una lunga resistenza, furono forzati

a consegnare le fortezze ai loro nemici, ed a ritirarsi in

Provenza[168].

[167] _Leon. Aretinus Comment. de suo tempore, t. XIX, p. 921._

[168] _Giornali Napoletani, t. XXI, p. 1066. — Giannone Ist. Civ.

del Regno di Napoli, l. XXIV, c. 5, p. 388._

Ladislao ne' susseguenti anni assodò la propria autorità sul regno, di

fresco abbandonato dal suo rivale; e dopo avere, successivamente prese

tutte le fortezze che trovavansi in mano de' Francesi, si fece a punire

i partigiani che questi avevano avuti tra la nobiltà. Egli estese le sue

vendette a tutti coloro che avevano appartenuto alla fazione Angioina,

sebbene avessero in appresso fatta la loro pace, e l'avessero

corroborata con importanti servigj: i Sanseverini, la casa da Marzano,

ed il duca di Venosa, ai quali doveva le sue ultime vittorie, provarono

ancor essi la memoria ch'egli conservava della passata loro nimicizia.

Vedevasi appena assicurato sul trono di Napoli, che fu chiamato come suo

padre Carlo III, al trono d'Ungheria. Sigismondo aveva disgustata tutta

la nobiltà colle sue dissolutezze e colle sue crudeltà; fu arrestato, in

tempo d'una religiosa ceremonia, in mezzo alla sua corte, nella

primavera del 1401, ed affidato ai due fratelli Gara, figli del palatino

Niccola ch'egli aveva fatto perire, i quali lo tennero in prigione nel

castello di Soklos, mentre i deputati della nobiltà invitavano Ladislao

ad attraversare l'Adriatico per ricevere la corona di santo

Stefano[169].

[169] _Joh. de Thwrockz Chron. Hung., l. IV, c. 9, p. 223._

Ma Ladislao, occupato trovandosi in tale epoca nel suo secondo

matrimonio colla principessa Maria di Cipro[170], non potè passare

personalmente in Ungheria, e vi mandò soltanto Luigi Aldemari, suo

ammiraglio, che con cinque galere ricevette nel 1402 la sommissione di

Zara, Vrana, Spalatro, Traù, Sebenico e di altre città, che in addietro

appartenevano ai Veneziani[171]. L'anno susseguente soltanto Ladislao

passò a Zara, e vi si fece coronare il 5 agosto come re d'Ungheria. Ma

frattanto avendo Sigismondo guadagnato l'amore della palatina di Gara,

era stato da lei liberato dalla sua prigione[172]; aveva ricuperato il

regno d'Ungheria, e minacciava la Dalmazia. Ladislao, invece di pensare

a contrastargliene la corona, tornò a Napoli, e dopo alcuni anni

vendette ai Veneziani per cento mila fiorini Zara e tutte le piazze che

gli erano rimaste in Dalmazia, rinunciando per tal modo definitivamente

a tutti i suoi diritti sull'Ungheria, e ritornando alla repubblica la

sua antica sovranità[173].

[170] Ladislao, in età soltanto di quattordici anni, aveva sposata

nel 1389 Costanza di Clermont, figlia del conte Manfredi, il più

grande signore della Sicilia. Costanza aveva portato al suo sposo

una ricca dote, di cui si era valso nelle sue prime intraprese. La

sua bellezza e le sue virtù l'avevano resa l'idolo della sua corte.

Frattanto essendo stata abbattuta in Sicilia la fazione de'

Clermont, Ladislao, annojato di sua moglie, dimandò una dispensa a

Bonifacio IX per ripudiarla. Costanza, che passionatamente amava suo

marito, udì con sorpresa, mentre ascoltava con lui la messa (l'anno

1392), il vescovo di Gaeta leggere una bolla del papa che annullava

il suo matrimonio e lo vide innoltrarsi verso di lei per toglierle

l'anello nuziale. La Chiesa non ammetteva allora il divorzio, e lo

scandalo accresceva il dolore di questa sventurata regina, che venne

relegata in un'oscura casa, sotto la custodia di due vecchie. Dopo

due anni Ladislao la fece di là uscire perchè sposasse, il 26

dicembre del 1395, Andrea di Capoa, figlio del conte d'Altavilla,

uno de' suoi favoriti. Costanza, mentre veniva dal novello sposo

strascinata all'altare, gli disse in presenza di tutto il popolo:

«Conte Andrea, puoi tu crederti il più felice cavaliere del regno,

poichè avrai per tua amante la legittima sposa del re Ladislao, tuo

signore.» _Bonin. Miniat. Ann. t. XXI, p. 61 e 67. — Giannone Ist.

Civile, l. V, c. 4 e 5._

[171] _Jo. Lucii de Regno Dalmat. et Croat., l. V, c. 4, p. 420._

[172] _Joh. Thwrockz Chron. Ung., l. IV, c. 10, p. 224._

[173] _Jo. Lucii de Regno Dalmat., l. V, c. 5, p. 424._ — L'atto di

vendita è del giorno 9 giugno, 1409.

Ladislao, abbandonando la corona di Ungheria, meditava nuove conquiste

di province a lui più vicine. Lo stato ecclesiastico pareva posto in sua

balìa. La morte di Bonifacio IX e le turbolenze che accompagnarono

l'elezione del suo successore, potevano agevolare al re di Napoli la

conquista di Roma, senza che avesse bisogno di portare apertamente le

armi contro la santa sede, cui andava debitore della sua corona. Egli

limitossi ad incoraggiare i Romani nel loro spirito d'indipendenza, e

d'inasprirli contro il papa, onde ridurlo ad allontanarsi dalla città,

affine di potersi poi presentare egli medesimo come protettore del

popolo[174].

[174] _Leon. Aretin. Comment., p. 921._

«Circa quest'epoca, scrive Leonardo Aretino nelle memorie de' suoi

tempi, io fui chiamato a Roma da Innocenzo VII, venni accolto con bontà

dal pontefice, e n'ebbi onorificenze ed impieghi, che mi distinsero tra

i suoi più intimi famigliari. Parvemi allora che il popolo romano

abusasse assai della libertà che aveva ricuperata. Delle famiglie

principesche quelle de' Colonna e de' Savelli erano le più potenti; e

gli Orsini non avevano allora autorità, perchè sospetti di favorire il

pontefice. Ricca e numerosa era la corte, avendo molti cardinali in gran

parte di alta condizione. Il papa risedeva nella basilica del Vaticano;

era desideroso di riposo, e sarebbesi accontentato della sua situazione,

se gli si fosse permesso di goderne; ma la malvagità di alcuni uomini,

che avevano grandissima influenza sul popolo, doveva alla fine impedire

la continuazione della pace. Ogni giorno andavano crescendo i sospetti,

e perchè il re faceva passare a Roma la sua cavalleria, il papa fu pure

costretto ad adunare soldati; questa fu la cagione delle turbolenze.

«Fuori di Roma, lungo la strada che dalla Toscana conduce nel Lazio,

avvi un ponte sul Tevere detto Milvio, o Ponte Molle. È questo

fortificato, ed il papa vi teneva guarnigione; ma i Romani pretendevano

d'averlo essi in guardia, affinchè venisse chiusa questa strada a chi

tentar volesse d'invadere il Lazio. L'attaccarono una notte

all'impensata, ma la guardia si difese; e la zuffa fu ostinata da

ambedue le parti. Sopraggiunse finalmente la cavalleria del papa in sul

fare del giorno, e ruppe gli assalitori, molti de' quali furono feriti,

altri uccisi. I fuggitivi entrati in città si fermarono al Campidoglio

adunandovi la moltitudine. Era un giorno festivo, ed il popolaccio

ozioso e riscaldato dal vino diede mano alle armi, e spiegate le insegne

s'avanzò affollato ad attaccare la dimora del pontefice. Dal canto loro

i nostri soldati s'apparecchiano alla pugna, dispongono le armi loro, si

fanno a vicenda coraggio, si serrano nelle loro file e mettono castel

sant'Angelo nel migliore stato di difesa. La notte sospese l'attacco del

popolo, ma i due partiti si tennero sotto le armi. Il Tevere li

separava, ed assicurava le due parti da ogni improvviso assalto. Ne'

susseguenti giorni si trattò di ristabilire la pace, ed a tale oggetto

molti cittadini romani si presentarono al pontefice. Mentre questi,

usciti da una conferenza, tornavano a casa loro, furono attaccati avanti

alla mole Adriana; undici furono presi e gli altri salvaronsi colla

fuga. I primi furono condotti a Luigi dei Migliorotti, nipote del

pontefice, per ordine del quale erano stati presi, e furono crudelmente

uccisi. Trovavansi tra costoro due de' signori che il popolo romano

aveva scelti per governare la repubblica; erano gli altri distinti

cittadini, alcuni de' quali avevano mostrato di essere parziali per la

Chiesa.»

Il Migliorotti era rimasto offeso dall'alterigia che i deputati romani

avevano manifestato nelle loro conferenze, ed era uscito di concistoro

per apparecchiare questa sanguinosa scena, quand'appunto i deputati

proponevano più moderate condizioni e che le due parti parevano

ravvicinarsi[175].

[175] _Piero Minerbetti, 1405, c. 11, p. 532. — Jacobi de Delayto

Annales Estenses, t. XVIII, p. 1034. — Ann. Bonincontrii Miniat., t.

XXI, p. 93._

«Quando la notizia di quest'avvenimento si sparse per Roma, prosiegue

Leonardo Aretino, si corse alle armi; le strade si affollarono di

popolo, e tutta la città risuonava di clamori e d'imprecazioni. Corsi io

medesimo in quel giorno grandissimo pericolo, perchè, credendo le

ostilità sospese, mentre la deputazione romana trovavasi presso il

pontefice, io aveva passato il fiume ed era entrato in città. Tosto che

intesi il tumulto volli ritirarmi alla mia abitazione, ma trovai il

ponte Adriano occupato da gente armata: erano i parenti e gli amici

degli uccisi che si apparecchiavano a vendicarli. Gli ebbi appena

riconosciuti, che diedi a dietro fuggendo a briglia sciolta, finchè

giunto in una rimota strada, scesi di cavallo, mi avviluppai nel

mantello del mio servitore e mi misi di nuovo tra la folla. Passai così,

senz'essere riconosciuto, in mezzo agli armati, e giunsi presso i

nastri. Il primo oggetto che ferì i miei occhi fu il mucchio de'

cadaveri di coloro che erano stati uccisi, lasciati in mezzo alla strada

lordi del proprio sangue, e coperti di larghe ferite. Mi fermai,

compreso di orrore, ed osservando i loro volti, riconobbi tra questi

alcuni de' miei amici, che mi cavarono le lagrime. Mi recai in appresso

all'appartamento del pontefice, e lo trovai immerso nella più crudele

afflizione. Egli non aveva la menoma parte in questa carnificina; era

uomo dolce e pacifico e niente più ripugnava al suo carattere ed alla

sua bontà quanto lo spargimento del sangue umano. Egli si lagnava della

sua sorte, ed alzava gli occhi al cielo in atto di chiamare Dio in

testimonio della sua innocenza[176].»

[176] _Leon. Aretini Comment., t. XIX, p. 922._

Frattanto colui che comandava per il papa in Castel sant'Angelo,

sembrava vacillante nel suo partito. Luigi dei Migliorotti non aveva

bastanti truppe per difendere il Vaticano; onde nella medesima notte

Innocenzo VII fu costretto di fuggire a Viterbo. Erasi di poco

allontanato, quando Ladislao, chiamato dai Colonna e dai Savelli, entrò

in Roma con una piccola armata, e chiese al popolo la signoria. Ma i

Romani non avevano scacciato un pacifico sovrano per darsene uno affatto

militare. Accusarono i Colonna ed i Savelli d'avere tradita la patria,

ed altamente manifestarono la loro avversione al giogo de' Napolitani.

Un cittadina ricusò ostinatamente di ricevere in sua casa i soldati che

vi dovevano avere il loro quartiere, onde volendo questi entrarvi a viva

forza, prima i vicini, poi tutti i Romani presero le sue difese.

Un'accanita zuffa cominciò allora tra i Romani ed i Napolitani, che si

prolungò fino alla notte; ma infine Ladislao dovette uscire di Roma, ed

altro non potendo fare, fece appiccare il fuoco in quattro diversi

quartieri[177].

[177] _Piero Minerbetti, 1405, c. 12, p. 534. — Diario della città

di Roma di Stefano Infessura, t. III, p. II, p. 1177. — Giannoni

Istor. Civile, l. XXIV, c. 6, p. 373_.

L'attentato di Ladislao per impadronirsi di Roma riuscì vantaggioso ad

Innocenzo VII. I Romani cercarono di riconciliarsi con lui; gli

mandarono ambasciatori, i quali, dopo una lunga conferenza, lo

persuasero, il 13 marzo 1406, a rientrare nella sua capitale[178].

Questo papa morì il 5 novembre dello stesso anno; potendosi un'altra

volta terminare lo scisma, si sagrificò di bel nuovo il vantaggio della

Chiesa al personale interesse dei cardinali. Dichiararono questi di

volere, piuttosto che un papa, eleggere un procuratore del loro partito,

per deporre il pontificato[179]. Ma, malgrado il giuramento d'abdicare

prestato da cadaun di loro, essi sperare non potevano che il papa, che

verrebbe eletto, mostrasse all'occasione maggiore disinteressamento

ch'essi medesimi.

[178] _Piero Minerbetti, 1405, c. 32, p. 547._

[179] _Leon. Aretinus Comment., p. 925. — Ann. Bonincontrii Miniat.,

p. 96._

I suffragi si riunirono a favore d'Angelo Corrario, veneziano, cardinale

di Aquilea e patriarca di Costantinopoli, il quale prese il nome di

Gregorio XII. Contava allora settant'anni, ed aveva opinione d'essere un

sant'uomo e di antica severità. Quando fu appena consacrato, rinnovò,

con apparente premura, le già fatte promesse, di tutto sagrificare per

metter fine allo scisma della Chiesa[180].

[180] _Piero Minerbetti, 1406, c. 20, p. 563. — Leon. Aret. Comm.,

p. 925._

Gregorio scrisse a Benedetto XIII per invitarlo alla pace, proponendogli

una vicendevole abdicazione. Rispose Benedetto da Marsiglia, il 22

gennajo 1407; quasi ne' medesimi termini: era lo stesso invito, la

medesima esortazione, le stesse promesse[181]. Carlo VI aveva proposto

ai due pontefici di abdicare, ciascuno in presenza del suo proprio

collegio; ed i cardinali delle due ubbidienze si sarebbero in appresso

riuniti per nominare un nuovo papa. Ma Benedetto e Gregorio rigettarono

d'accordo questa proposizione e chiesero egualmente una conferenza nella

quale abdicherebbero insieme innanzi ai due collegi riuniti[182].

[181] _Raynald. Ann. Eccl., t. XVIII, p. 305. — Annales Estens.

Jacobi de Delayto, p. 1040._

[182] _Raynald. Ann. Eccl., § 3, p. 306._

I deputati che Gregorio XII aveva mandati a Marsiglia scelsero,

d'accordo con Benedetto XIII, la città di Savona per la proposta

conferenza. Fu steso un lungo trattato tra i due cleri ed il re di

Francia, in allora sovrano dello stato di Genova. Acconsentì Carlo VI,

che la signoria di Savona fosse trasferita ai due papi, e rispetto alla

divisione della città fra i due emuli, che ognuno possedesse un castello

ed un quartiere fortificato: ogni papa doveva recarsi a Savona con otto

galere, ed una guardia di dugent'uomini. Questo trattato venne accettato

e ratificato da Gregorio XII, che lo partecipò a tutti i principi

cristiani[183].

[183] _Rayn. Ann. Eccl. § 3, p. 308._

Ma questo pontefice era ben lontano dal pensare di dare esecuzione a ciò

che aveva promesso: i suoi parenti ed i consiglieri, che gli stavano

intorno, tutto mettevano in opera per dissuaderlo dall'abdicazione[184].

In conseguenza delle clandestine pratiche della sua famiglia, i

Veneziani, suoi compatriotti, ricusarono di somministrargli le galere;

onde dichiarò che non poteva intervenire con sicurezza nè a Savona, nè

in verun'altra città marittima, poichè troverebbesi esposto agl'insulti

delle flotte del suo emulo[185]. I rimproveri e le dicerie di tutte le

persone desinteressate costrinsero, gli è vero, Gregorio XII a lasciar

Roma; ma si fermò di nuovo a Siena[186], e ricominciò le negoziazioni.

Chiedeva o che si scegliesse un'altra città per le conferenze, o che

Benedetto rimandasse a dietro le sue galere; che Boucicault partisse da

Genova; in fine che la sicurezza del suo emulo fosse interamente

sagrificata alla sua.

[184] _Leon. Aret. Comment., p. 926._

[185] _Lenfant, Hist. du Concile de Pise, l. II, p. 179._

[186] _Orlando Malavolti Stor. di Siena, p. III, l. I, p. 3._

Benedetto XIII non era più sincero, ma sapeva più destramente

contenersi, e mentre che il suo avversario sembrava fuggire, pareva

ch'egli si avanzasse per incontrarlo. Era giunto a Savona nello

stabilito termine, e perchè Gregorio erasi recato da Siena a Lucca,

Benedetto si trasferì fino a porto Venere, ed in appresso fino alla

Spezia, di modo che i due pontefici trovavansi soltanto quarantacinque

miglia distanti l'uno dall'altro. Ma mentre i loro negoziatori

sforzavansi di riunirli, _l'uno_, dice Leonardo Aretino, _come animale

acquatico, non voleva mai abbandonare la costa; l'altro, come un animale

terrestre, non vi si voleva avvicinare_[187].

[187] _Leon. Aret. Comment., p. 926. — Ann. Estens. Jacobi de

Delayto, p. 1043._

Quasi tutta la cristianità pareva desiderare la cessazione dello scisma,

ma il re di Napoli, Ladislao, cercava di farlo durare. Temeva egli

l'ascendente che la corte di Francia aveva preso sulla Chiesa per i

costanti e coraggiosi sforzi ch'ella aveva fatti per la riunione; temeva

che un francese potesse nuovamente essere innalzato sulla cattedra di

san Pietro dai cardinali d'Avignone, e che questi non spalleggiasse

Luigi d'Angiò; e desiderava più di tutto che il papa suo vicino, e suo

abituale signore, invece di tenerlo sotto tutela, come avevano fatto i

suoi predecessori, continuasse a lasciarlo dominare nelle sue province e

nella sua capitale.

In principio del seguente anno Ladislao intraprese apertamente a

sottomettere colle armi gli stati della Chiesa ed ebbe l'accortezza di

far approvare le sue conquiste dai parenti di Gregorio XII. Questi

preferivano ogni cosa alla abdicazione del loro padrone, e presero

occasione da questi movimenti del re di Napoli per rompere le

negoziazioni con Benedetto XIII.

Ladislao si avanzò contro Roma in marzo del 1408 con dodici mila uomini

di cavalleria, e con altrettanta infanteria; e nello stesso tempo mandò

quattro galere ad occupare la foce del Tevere, perchè non si potessero

introdurre vittovaglie in città[188]. Attaccò in appresso Ostia, e si

rese in aprile padrone di questa città, che gli aveva opposta una

vigorosa resistenza[189]. Pochi giorni dopo Paolo Orsini, che comandava

in Roma, aprì per tradimento una porta all'armata del re; ed allora

soltanto i cittadini accettarono una capitolazione che loro offriva il

nemico di già entrato nelle loro mura[190]. Perugia, attaccata nello

stesso tempo dai Napolitani, loro aprì pure le porte.

[188] _Piero Minerbetti, 1407, c. 13, p. 576. — Scip. Ammirato, l.

XVII, p. 941._

[189] _Piero Minerbetti, 1408, c. 1, p. 577. — Ann. Estens. Jacobi

de Delayto, p. 1048._

[190] _Piero Minerbetti, c. 2, p. 577. — Cron. di Bologna, t. XXIII,

p. 594. — Diario Romano di Stefano Infessura, p. 1118. — Giornali

Napoletani, p. 1071._

Gregorio XII, quando intese la perdita di Roma, lasciò travedere una

gioja che tradiva i suoi segreti maneggi[191]. Benedetto per lo

contrario aveva cercato di difendere questa città, sperando forse di

ricondurla in tal modo alla sua ubbidienza. Boucicault dietro sua

istanza armò tredici galere per mandarle nel Tevere, ma un contrario

vento le ritenne a Porto Venere finchè più non erano in tempo a

difendere Roma.

[191] _Piero Minerbetti, c. 4, p. 579._

Questo supposto atto d'ostilità servì di pretesto a Gregorio XII per

rompere ogni negoziato col suo competitore, vietò alla sua corte di

mantenere comunicazione alcuna con quella dell'antipapa, e proibì ai

suoi cardinali di uscire da Lucca, ove in allora si trovava. Poco dopo

fece conoscere la sua intenzione di fare una promozione al sacro

collegio, lo che era direttamente contrario alle convenzioni fatte per

la riunione della Chiesa. I cardinali credevano di avere sempre il

diritto di regolare Gregorio XII, ch'essi avevano condizionatamente

eletto, e si opposero vigorosamente ad una promozione, che doveva

perpetuare lo scisma; nel mese di maggio uscirono di concistoro quando

Gregorio volle proclamare i suoi quattro nuovi cardinali; pretesero che

il papa pensasse a gettarli in prigione o a farli morire, ed invitarono

Paolo Guinigi, signore di Lucca, a garantire la loro libertà, siccome

aveva promesso di fare; ed uscirono da quella città per passare a Pisa.

Erano essi allora nove; tre dei loro colleghi rimasero ammalati in

Lucca[192].

[192] _Piero Minerbetti, c. 7, p. 580. — Poggio Bracciolini Hist.

Flor., l. IV, p. 306. — Scip. Ammirato, l. XVII, p. 942. — Lenfant,

Hist. du Concile de Pise, l. II, p. 190._

La repubblica fiorentina era, come il rimanente della cristianità,

sdegnata con Gregorio XII, ed attribuiva alla sua ostinazione ed ai suoi

artificj il prolungamento dello scisma, onde favorevolmente accoglieva i

cardinali rifugiati a Pisa, e loro prometteva la sua protezione. Questi

spedirono una rispettosa protesta a Gregorio XII contro gli ultimi suoi

atti, ed un appello a lui medesimo, a Gesù Cristo, e ad un concilio

generale[193].

[193] _Apud Raynald. Ann. Eccl., p. 327. — Annal. Estens. Jacobi de

Delayto, p. 1407. — Lenfant, Hist. du Concile de Pise, l. II, p.

196._

Nell'altro partito il papa non era pure ben d'accordo coi suoi

cardinali, nè tutti gli sforzi di Benedetto XIII per addossare al suo

rivale il delitto d'avere prolungato lo scisma toglieva affatto di

scorgere nel suo contegno la più fina dissimulazione. In gennajo il re

di Francia aveva pubblicato un editto per obbligare i suoi sudditi a

ritirare l'ubbidienza loro all'uno ed all'altro de' due papi, qualora

l'unione della Chiesa non avesse luogo avanti l'Ascensione[194].

Benedetto rispose colle minacce di scomunica, ed il re,

coll'approvazione del suo parlamento e della Sorbona, dichiarò, che

Pietro de Luna, che facevasi nominare Benedetto XIII, era uno scismatico

ostinato, un eretico, un perturbatore della pace della Chiesa, cui era

proibito d'ubbidire più lungamente. Carlo VI scrisse nel tempo stesso ai

cardinali del partito di Roma, ed a quelli del partito d'Avignone per

esortarli a non essere più oltre il giuoco di due uomini, che mancavano

a tutti i loro giuramenti, e che nel corso di un anno non avevano saputo

trovare in tutto il mondo un luogo ove riunirsi in conformità delle loro

promesse[195].

[194] _Lenfant, Histoire du Concile de Pise, l. II, p. 201._

[195] _Raynald. Ann. Eccles., t. XVII, p. 331. — Lenfant, Hist. du

Concile de Pise, l. II, p. 206._

I cardinali di Benedetto abbandonarono in fatti il loro capo, e

passarono a Livorno, ove andarono a trovarli quelli di Gregorio. Questo

collegio, composto dei primi dignitarj delle due chiese, mandò lettere

encicliche a tutta la cristianità, nelle quali la condotta dei due

pontefici veniva rappresentata con molta moderazione ed

imparzialità[196].

[196] _Lenfant, Hist. du Concile de Pise, l. III, p. 213._

I frivoli pretesti che i papi allegavano a vicenda per ricusare ogni

luogo di riunione loro proposto erano chiaramente dimostrati, e resa

evidente l'impossibilità di riunire la Chiesa di concerto con due uomini

che tendevano segretamente a dividerla. Ciò nulla meno, dicevano i

cardinali, i sacri canoni hanno permesso in certi casi la convocazione

di un concilio senza l'autorità del capo della Chiesa. Giammai la

cristianità fu in maggiore bisogno di fare uso di tale prerogativa. Nè

l'un papa nè l'altro potrebbe adunare un concilio ecumenico, poichè nè

l'uno nè l'altro è riconosciuto da tutti i fedeli, ma i cardinali dei

due collegi, rappresentanti della cristianità, hanno senza dubbio il

potere, anzi l'obbligo di convocare questo supremo consiglio della

religione, che può solo, colla sua autorità, rendere la pace alla

Chiesa. I cardinali perciò ordinavano a tutti i vescovi e prelati delle

due ubbidienze di trovarsi a Pisa in marzo del 1409 per formarvi un

concilio ecumenico; ordinavano pure d'intervenirvi ai due papi,

avvisandoli nello stesso tempo, che la loro assenza non impedirebbe

l'unione del concilio[197].

[197] Osservinsi le lettere presso _Raynald. Ann. Eccl., p. 332_.

Quand'ebbero notizia di questa convocazione, i due papi, invece di

ravvicinarsi, partirono ambidue dai luoghi in cui si trovavano, per

allontanarsi di più. Benedetto XIII con tre cardinali che gli erano

rimasti fedeli, montò sulle galere a Porto Venere, e fece vela verso

l'Arragona, ove fu ricevuto con infinita difficoltà[198]. Dal canto suo

Gregorio XII abbandonò Lucca coi quattro cardinali di fresco creati, e

dopo essersi trattenuto qualche tempo a Siena, si pose sotto la

protezione di Carlo Malatesti, signore di Rimini. Frattanto Gregorio XII

adunò un concilio nella provincia di Ravenna, e Benedetto XIII in quella

di Perpignano. L'un papa e l'altro sperava in tal modo di sottrarsi ai

rimproveri d'ostinazione che loro faceva la cristianità per non avere

assoggettata la loro causa al supremo consiglio della Chiesa[199].

[198] _Piero Minerbetti, 1408, c. 12, p. 584._

[199] _Raynald. Ann. Eccl., p. 335. — Lenfant, Hist. du Concile de

Pise, l. III, p. 221._

I cardinali dei due partiti, il re ed il clero di Francia, le

repubbliche di Firenze e di Venezia, tutti coloro finalmente che

determinarono la convocazione del concilio di Pisa, pare che agissero di

buona fede, e mossi da ardente desiderio di ristabilire la pace della

Chiesa. Non pertanto il Raynaldi, organo della corte di Roma, dichiarasi

costantemente, dopo il cominciamento dello scisma, contro la Chiesa in

favore del suo capo, condanna egualmente le intenzioni e la condotta di

tutti i cardinali che si pronunciarono contro Urbano VI ed elessero

Clemente VII, di tutti quelli che nel nuovo collegio formato da Urbano

si separarono in seguito da lui e furono da questo sanguinario pontefice

trattati così barbaramente, di tutti quelli che seguirono Benedetto XIII

nella sua fuga, e di tutti coloro che aderirono al concilio di Pisa.

Egli non si avvede che avviluppa così nelle sue condanne tutti i

ministri degli altari, tutti coloro dai quali deve derivare l'autorità

dei papi posteriori allo scisma, e che per evitare il rimprovero

d'inconseguenza, d'ambizione, di sfrenata collera a due o tre prelati

che si sono succeduti nel pontificato, è obbligato di accusare tutto il

clero, tutta la Chiesa cattolica di calunnia, d'eresia e di ribellione

contro il suo capo.

Frattanto il carattere del personaggio che ben tosto si acquistò la più

grande influenza sui cardinali e su tutto il concilio di Pisa,

giustifica forse fino ad un certo punto le accuse date al suo partito.

Era questi Baldassar Cossa, cardinale di sant'Eustacchio e legato di

Bologna. Fu veduto, con una ambizione affatto mondana, non ad altro

pensare che a fondare un principato sulle ruine degli stati della

chiesa. Dopo il 1403 egli governava Bologna[200], e, per consolidare il

proprio potere su questa città, era sceso alle più basse pratiche, alle

più perfide trame; aveva progressivamente soggiogate le città della

Romagna; ma aveva acquistato il dominio di Faenza e di Forlì con una

lunga serie di tradimenti[201]. Pure il suo indipendente potere e la sua

destrezza gli procacciarono una grandissima influenza sopra i cardinali

suoi colleghi: e da che il concilio fu adunato, parve che Baldassar

Cossa ne fosse il capo.

[200] _Ghirardacci Stor. di Bologna, l. XXVIII, p. 547. — Math. de

Griffonibus. Mem. Hist., t. XVIII, p. 211. — Cronica Miscella di

Bologna, p. 582._

[201] _Piero Minerbetti, 1404, c. 15, p. 511; al 1405, c. 20, p.

540. — Ghirardacci Stor. di Bologna, l. XXVIII, p. 568. — Chron.

Foroliv., t. XIX, p. 877. — Jacobi de Delayto Ann. Est., p. 1039._

Ventidue cardinali delle due ubbidienze, quattro patriarchi, dodici

arcivescovi, ottanta vescovi, quarant'uno priori ed ottantasette abati

di monasteri, si erano adunati a Pisa per il concilio. Vi si trovavano

pure i deputati di quattordici arcivescovi e di cento due vescovi

assenti, i generali di molti ordini di monaci, gli ambasciatori dei re

di Francia, d'Inghilterra, di Polonia, di Portogallo, di Cipro e di

Boemia, quelli di Wencislao, che pretendeva di essere re de' Romani, e

quelli di Luigi d'Angiò, che pretendeva d'essere re di Napoli. Roberto,

l'altro re de' Romani, e Ladislao, l'altro re di Napoli, spedirono pure

ambasciatori a Pisa, ma solo per sostenere contro il concilio la causa

di Gregorio XII. D'altra parte vi si recarono gli ambasciatori di

Castiglia e d'Arragona per difendere quella di Benedetto XIII[202]: onde

si calcolò che più di dieci mila forestieri venissero a stabilirsi in

Pisa in tempo del concilio.

[202] _Rayn. Ann. Eccl., p. 368. — Lenfant, Hist. du Concile de

Pise, l. III, p. 239. — Jacobi de Delayto Annales Est., p. 1086._

I prelati adunati dichiararono nell'ottava loro sessione, ch'erano

costituiti in concilio ecumenico, e che perciò erano giudici supremi dei

due papi. I processi di questi vennero subito cominciati, e dopo

lunghissime discussioni furono ambidue condannati il 5 giugno del 1409,

nella quindicesima sessione, come colpevoli di scisma e di eresia; tutti

due vennero esclusi dalla comunione de' fedeli, e fu dichiarato vacante

il papato[203].

[203] _Rayn. Ann. Eccl., p. 369-382. — Piero Minerbetti, 1409, c.

11, p. 604. — Lenfant Hist. du Concile de Pise, l. III, p. 277._

I cardinali delle due ubbidienze, riuniti in un solo corpo, entrarono in

conclave il 15 di giugno. Il cardinale Cossa ricusò l'offertagli tiara,

ed indicò, quale soggetto più degno di portarla, Pietro di Candia,

arcivescovo di Milano, che raccolse tutti i suffragi. Questo cardinale

fu consacrato a Pisa il 7 luglio del 1409 sotto il nome d'Alessandro V;

ed il primo atto del suo pontificalo fu quello di tranquillare le

coscienze intorno a tutto quanto erasi fatto in tempo dello scisma, e di

ratificare tutte le nomine ai beneficj, e tutte le dispense ottenute

dall'una e dall'altra parte, tutte abolendo le censure e le scomuniche

che erano state pronunciate in occasione delle divisioni della

Chiesa[204].

[204] _Rayn. Ann. Eccl., p. 384. — Lenfant, Hist. du Concile de

Pise, l. III, p. 285. — Delayto Annales Estens., p. 1087._

Nella XXIVma ed ultima sessione, tenuta il 7 agosto 1409, il concilio di

Pisa impose al nuovo papa l'obbligo di convocare sollecitamente un altro

concilio per riformare la Chiesa nel suo capo e nelle sue membra[205].

Un papa quasi universale era stato renduto alla Cristianità; la maggior

parte dell'Europa gli ubbidiva, e soltanto la Spagna riconosceva ancora

Benedetto XIII, come il Malatesti in Romagna, Ladislao a Napoli e

Roberto di Baviera in Germania difendevano tuttavia Gregorio XII: e

questo avanzo di divisione nella Chiesa diede motivo al concilio di

Costanza. Ma se quello di Pisa non conseguì intero lo scopo per cui si

era adunato, cominciò per lo meno una nuova epoca per la Chiesa. In

quest'assemblea fu visto svilupparsi uno spirito repubblicano ed

aristocratico, che limitava l'autorità dei papi, e che voleva mettere

limiti al loro potere monarchico: il consiglio della Chiesa si appropriò

il diritto di giudicare il suo capo, di condannarlo e di deporlo;

manifestò le pretensioni che dovevano dirigere la condotta dei padri di

Costanza e di Basilea, e diede principio a quella lunga contesa che dopo

un secolo di vicissitudini doveva terminarsi colla riforma[206].

[205] _Lenfant, Hist. du Concile de Pise, l. III, p. 300._

[206] Ricordo che l'autore è protestante. _N. d. T._

Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 08 (of 16) · 第 11 / 20 题