CAPITOLO LVIII.

_Arte militare degl'Italiani in principio del quindicesimo

secolo. — Anarchia della Lombardia. — Nuovi tiranni si dividono

gli stati di Giovanni Galeazzo. — Bologna e Perugia restituite

alla Chiesa. — Siena torna in libertà._

1402 = 1404.

Il modo con cui guerreggiavasi in Italia in sul finire del

quattordicesimo secolo e ne' primi anni del quindicesimo è talmente

diverso dal presente, che le determinazioni de' generali parranno spesse

volte inconcepibili ai nostri lettori, ed inesplicabili i risultamenti

delle campagne. La presente arte della guerra differisce meno da quella

dei Greci o dei Romani, che non da quella del quindicesimo secolo,

sebbene in allora la moderna artiglieria fosse universalmente adoperata;

e la tattica di Filippo o quella di Scipione sarebbe più applicabile ai

nostri eserciti che quella di Giovanni Acuto, o di Alberico da Barbiano.

L'essenziale differenza, e quella che determina tutte le altre, è che la

cavalleria pesante formava in allora il nervo delle armate, mentre

adesso, siccome ai tempi romani, è l'infanteria. Quest'ultima era stata

lungo tempo composta di contadini, o di borghesi mal disciplinati, che

combattevano senz'arte e senza coraggio, e che d'ordinario non

sostenevano la prima carica della cavalleria. Altronde sprezzavansi

troppo i pedoni per prendersi cura di perfezionare le loro ordinanze,

tutti gli sforzi del genio militare si ristrinsero al miglioramento de'

corazzieri. Credevasi in fatto d'averli resi superiori alla cavalleria

di tutti i popoli dell'antichità, e tenevasi per indubitato che la

migliore infanteria non potesse sostenerne l'urto.

Non pertanto questi cavalieri, affatto coperti di ferro, che

combattevano con lunghe lance, con pesanti spade, e con armi affatto

gigantesche, non potevano venire alle mani quando alcun ostacolo poteva

contrariare o ritardare il corso de' loro cavalli; la più debole

fortezza li tratteneva; un piccolo fiume, una fossa, bastavano a rompere

le loro ordinanze; non potevasi combattere nelle montagne, e nè pure

nelle pianure, quando un generale stava trincerato nel suo campo, ove

d'ordinario non si poteva senza somma temerità tentare di forzarlo. Per

lo più conveniva per venire a battaglia, che i due generali fossero

d'accordo, e che, dopo avere mandato ed accettato il guanto della pugna,

ognuno dal canto suo facesse appianare il terreno ove dovevasi

combattere. Ma nulla è tanto raro quanto una battaglia volontaria da

ambedue le parti, perciocchè l'un generale o l'altro ha sempre a temere

qualche svantaggio, o ha qualche mezzo per giugnere a' suoi fini senza

battersi. Altronde i condottieri facevano di que' tempi la guerra per

speculazione, di modo che risparmiavano il più che potevano il sangue

de' loro soldati ed il loro proprio, i loro cavalli, le loro munizioni,

i loro equipaggi.

Il più delle volte in tutto il corso di una guerra non accadeva alcuna

vera battaglia e talvolta non accadevano nemmeno zuffe: in tal caso

tutte le ostilità si limitavano ad una o più _cavalcate_, chiamandosi

con tal nome le spedizioni ne' paesi nemici. Un generale invadeva una

provincia con intenzione di bruciare le case, di distruggere le messi,

di rubare le mandre; tutti gli abitanti fuggivano innanzi a lui e si

chiudevano entro le terre murate. Siccome egli non poteva trattenersi

per assediarle, proseguiva il cammino guastando tutto quanto trovavasi

sul di lui passaggio. Intanto il generale nemico provvedeva i castelli

di truppe, seguiva l'armata a qualche distanza, spiava l'opportunità di

sorprenderla, piombava addosso ai cacciatori, li forzava a non

allontanarsi dal campo, ed in pochi giorni obbligava quasi sempre

l'aggressore a dare a dietro ed a rientrare nel proprio paese per

mancanza di vittovaglie.

La guerra facevasi al popolo e non all'armata; tutto il corpo della

nazione risguardavasi come nemico; i soldati consideravano tutte le

proprietà dei popoli presso i quali guerreggiavano come una legittima

preda; facevano prigionieri i proprietarj ed i contadini, e non li

rilasciavano senza taglia. Perciò niuno poteva tenersi neutrale nella

lite del suo paese, niuno serviva il nemico, niuno gli somministrava

munizioni o vittovaglie, ma tutti ponevansi in su le difese, e cercavano

di sottrarre le loro proprietà ai soldati, onde non fossero rapite.

Coloro che non riuscivano a porre in sicuro i proprj effetti, andavano

forse soggetti a più grandi perdite che ai nostri giorni; ma d'altra

parte non potevasi stabilire un metodo regolare di angariare un paese;

nè allora sapevasi togliere ai vinti senza violenza, non solo tutto

quanto possedono, ma tutto ciò che devono avere un giorno, e far loro

impegnare i loro beni futuri, nella speranza di salvare quelle

proprietà, che poi vengono loro tolte.

A que' tempi non eravi quasi veruna casa sparsa ne' campi, abitando

tutti gli agricoltori borghi o villaggi posti d'ordinario sopra qualche

colle o eminenza suscettibile di difesa. Circondavansi questi villaggi

di mura, e si munivano di robuste porte, ond'ebbero poi il nome di

castelli. In ogni tempo le proprietà mobiliari più preziose de'

contadini erano lasciate in questi castelli, e quando veniva dichiarata

la guerra, il governo ordinava di trasportarvi tutte le messi che si

erano lasciate in mezzo ai campi, e di chiudervi tutto il bestiame.

Accordava quasi sempre l'esenzione delle gabelle a coloro i di cui

castelli non credevansi capaci di lunga difesa, e che perciò

trasportavano i loro effetti in città. Per tal modo la campagna restava

affatto spogliata in pochi giorni, ed il nemico, che proponevasi di

vivere col saccheggio, non trovava di che mantenersi.

Veruno stato avrebbe avuto abbastanza soldati per guarnire tutte le

fortezze onde era coperto il suo territorio, perchè ogni bicocca era

fortificata; ma, sebbene si fosse trascurato di alimentare il genio

militare tra i popoli, i contadini erano sempre attissimi a difendere le

piazze forti e le donne, i fanciulli, i vecchi concorrevano a respingere

gli assalitori, gettando sopra di loro dall'alto delle mura pietre o

materie infiammate. I difensori erano difficilmente colpiti dai dardi o

da altre armi del nemico, ed il pericolo non cominciava per loro che

nell'istante in cui cessava la resistenza; allora venivano saccheggiate

le loro proprietà, violate le donne, e gli uomini tratti in ischiavitù.

Perciò tutta la popolazione d'un paese combatteva per la propria difesa;

non potevasi occupare una vallata della lunghezza di sei miglia che dopo

avere superati otto o dieci castelli con altrettanti diversi assedj.

Così il piccolo territorio di Samminiato contava ventotto castelli

dipendenti da questa borgata[8]; così lo stato fiorentino, nel quale

oggi non trovasi una piazza capace di lunga resistenza, non avrebbe

potuto essere conquistato che dopo tre in quattrocento assedj. Se il

nemico non trovava viveri nel paese in cui guerreggiava, non poteva nè

meno tirarne dal proprio, perchè tutto lo spazio che si lasciava

addietro, non essendo sottomesso, i suol convogli erano ad ogni passo

esposti ad essergli tolti.

[8] _Bonincontrii Miniatensis Annales, t. XXI, p. 70._

Noi siamo talmente accostumati a calcolare la potenza distruttiva del

cannone, che non sappiamo concepire come si potesse non temere il nemico

dietro una semplice muraglia, che il più delle volte serviva ancora di

parete esterna alle case che le erano addossate. Per altro ancora

presentemente queste fortificazioni, usate dai nostri antenati,

potrebbero difendersi finchè l'artiglieria non vi avesse praticata una

larga breccia, e le rapidissime operazioni delle armate verrebbero

stranamente ritardate se fosse d'uopo piantare batterie innanzi ad ogni

villaggio. Ma come ispirerebbesi ora mai ai contadini la coraggiosa

ostinazione che opponevano negli andati tempi al nemico? Invincibile era

in allora la loro resistenza, oggi l'istante della sommissione è

preveduto e prossimo; la certezza d'essere vinti un giorno, li fa

ubbidienti nell'ora medesima, e tutto il popolo è diventato neutrale

nelle guerre, delle quali lascia ogni cura ai soldati.

L'artiglieria, all'epoca cui siamo giunti, era in uso già da un mezzo

secolo, ma l'arte degli assedj non aveva ancora fatti che debolissimi

progressi. Le bombarde e le spingarde venivano adoperate contro i

combattenti, non contro le mura, e non erasi ancora trovata l'arte di

battere regolarmente una fortezza in breccia, e di demolirla con una

serie di colpi che non possono ripararsi. L'artiglieria di lunga mano

superiore a tutte le invenzioni degli antichi per rovesciare i ripari,

non lo è ugualmente per combattere gli uomini. Oggi ancora le battaglie

si decidono spesso colla bajonetta, che per altro è molto inferiore alle

picche o lance de' nostri antenati; le balle non facevano maggior guasto

d'assai che le frecce, e spesso non passavano una pesante armatura. In

allora per caricare le armi a fuoco dovevasi impiegare molto tempo, e

riponevasi il loro principale vantaggio nello spaventare i cavalli

coll'esplosione loro e colla fiamma. Non fu che dugent'anni dopo

l'invenzione dell'artiglieria, ch'ebbe compimento la rivoluzione che

doveva fare nell'arte della guerra.

Un'altra non meno strana rivoluzione si operò più prontamente. Alla metà

del quattordicesimo secolo tutti i soldati che militavano in Italia

erano stranieri; ed alla fine dello stesso secolo tutti o quasi tutti

erano Italiani; l'esperimento che fecero delle forze loro contro i

Tedeschi dell'imperatore Roberto, mostrò che non cedevano nè in valore,

nè in talenti militari alle più bellicose nazioni.

I Catalani e gli Almogavari, introdotti in Sicilia ed in Calabria dal re

Federico, erano stati i primi soldati stranieri che avessero fatto della

guerra un mestiere. Dopo la pace di Sicilia una parte di queste truppe

mercenarie passò in Grecia sotto il nome di grande compagnia; il

rimanente si pose al soldo dei principi o delle repubbliche d'Italia, ed

in principio del quattordicesimo secolo il nome di Catalani era comune

ai mercenarj di tutte le nazioni.

Enrico VII, Lodovico di Baviera, Giovanni di Boemia e Carlo IV

condussero molti Tedeschi in Italia. Quasi tutti, poco affezionati ai

principi che gli avevano condotti, presero servigio presso i loro

avversarj. Così i sovrani si confermarono nell'abitudine di confidare a

braccia mercenarie la difesa de' loro stati. Pure fu nella stessa epoca

ed in mezzo al quattordicesimo secolo, che le formidabili compagnie di

ventura del duca Guarnieri, del conte Lando, d'Anichino Bongartm, fecero

conoscere agl'Italiani tutto quanto dovevano temere da queste terribili

bande. Somiglianti truppe, formate nelle guerre di Francia e

d'Inghilterra, passarono pure in Italia nella seconda metà del

quattordicesimo secolo. Fra Moriale, i capi della compagnia Bianca e

della compagnia della Rosa, Giovanni Acuto ed il cardinale di Ginevra

discesero consecutivamente dalle Alpi alla testa di soldati francesi,

inglesi, provenzali, guasconi e bretoni. Finalmente Lodovico d'Ungheria

in tempo del suo glorioso regno aprì a' suoi sudditi la strada

dell'Italia, e tutta la cavalleria leggiera delle armate italiane più

non fu composta che di soli Ungheri.

I governi trovavansi in ogni tempo apparecchiati alla guerra, senza aver

avuto bisogno d'inreggimentare da prima, o d'istruire le loro truppe: in

pochi giorni potevano ristaurare col danaro un esercito nel momento in

cui un altro era disfatto; potevano in fine far cessare ogni spesa

militare nel giorno medesimo in cui soscrivevano la pace. E per tal modo

l'indisciplina delle truppe mercenarie, le loro perfidie, le loro

pretese, quando si formavano in compagnie di ventura, non poterono per

lungo tempo persuadere gli stati d'Italia a rinunciare al loro servigio.

Altronde nè i principi, nè le repubbliche si erano ancora arrogato il

diritto d'ordinare forzati arrolamenti; i cittadini non erano obbligati

a servire lo stato che in tempo di pressante bisogno; le milizie non

erano pagate, e non erano giammai obbligate ad allontanarsi per lungo

tempo dai loro affari domestici, dai loro focolari. Non avevasi avuto il

tempo di esercitarle, e qualunque volta si ponevano a fronte a truppe

disciplinate, provavano tali rovesci, che più non osavasi riporre in

loro alcuna fiducia.

Per altro quando il nemico penetrava nel territorio d'una città,

facevasi ancora talvolta prendere le armi all'intera nazione; ognuno

doveva porsi sotto il comando de' suoi ufficiali di quartiere, ed il

podestà aveva il supremo comando della milizia. Dava ordine a tutti i

cittadini, sotto pena d'ammenda o di corporale castigo, di uscire dalla

città per passare al campo intanto che la maggior campana martellava, ed

avanti che una candela accesa sotto le porte avesse terminato di

bruciare. Il timore del castigo faceva in fatti marciare tutti i

cittadini, ma non dava perciò loro l'attitudine di maneggiare le armi,

nè il coraggio di battersi. Nella stessa epoca coloro che facevano il

mestiere del soldato erano sempre in guerra: nell'istante che un

principe li licenziava per avere fatta la pace, gli assoldava un altro

per cominciare nuove guerre. In verun tempo la diversità tra le milizie

e le truppe di linea era stata così grande, imperciocchè i primi non

sapevano cosa fosse la guerra, gli altri non avevano mai vissuto in

pace.

Questa diversità inspirava un'alta opinione per un mestiere che poche

persone credevansi in istato d'esercitare; la paga di qualunque operajo

nelle più lucrose professioni non uguagliava quella del soldato[9]; e

questi riceveva ancora frequentemente straordinarie ricompense; si

chiudevano gli occhi sulle sue ruberie, e gli si usava indulgenza per

ogni eccesso.

[9] Pagavansi ad ogni lancia dai tredici ai sedici fiorini al mese,

ciò che ammonta, peso per peso, a circa sessanta franchi per uomo,

ed avuto riguardo alla rarità del numerario che valeva quattro volte

più che adesso, circa dieci luigi al mese. Vero è che spettavano ai

cavalieri il cavallo e le armi. _Cron. di Jacopo Salviati, t. XVIII,

Deliz. degli Erud., p. 201. — Marin Sanuto Vite dei Duchi di

Venezia, p. 807, t. XXII._

La guerra è una passione così naturale all'uomo, che non abbisognano

tante ricompense per affezionare i soldati al loro mestiere. Si vedono

oggi accontentarsi della paga assai minore di quella dell'ultimo

operajo, e non pertanto assoggettarsi a fatiche assai maggiori. Rispetto

al pericoli cui devono esporsi, lungi dal pensare a farseli pagare, vi

trovano in qualche modo la loro ricompensa; imperciocchè la battaglia,

siccome la caccia, ha i suoi piaceri, ed il godimento della vittoria è

tanto più vivo quanto il pericolo è stato più grande. Ma questo gusto

della guerra non è facilmente creduto dalle persone pacifiche, per

essere una conseguenza di emozioni che non conoscono e che non hanno

prevedute. Per persuadere gl'Italiani a rientrare nella professione

delle armi da loro abbandonata, rendevasi necessario un allettamento più

generalmente sentito. L'amore del danaro, il desiderio di menare una

vita licenziosa che in allora permettevasi alle truppe, fecero

impressione sulla comune degli uomini, e gli spiriti ardenti ed inquieti

portarono più in là la loro ambizione e le speranze. Il più grande

potere, la più smisurata ricchezza, la sovranità medesima poteva

acquistarsi da un soldato di fortuna. Tra i condottieri tedeschi,

francesi ed inglesi ch'eransi veduti in Italia giugnere ai primi gradi,

molti erano usciti dalle più povere classi della società. Gl'Italiani

fecero ancora più sorprendenti fortune quando si posero in su la stessa

carriera.

Molti principi di questa nazione si erano innalzati circa la metà del

quattordicesimo secolo alla riputazione di buoni capitani, ma le armate

ch'essi comandavano erano composte soltanto di stranieri. Francesco

degli Ordelaffi, signore di Forlì, i Malatesti di Rimini, Ridolfo di

Varano, signore di Camerino, e molti altri vennero successivamente

chiamati in qualità di generali dalla repubblica fiorentina, dal papa e

da altri sovrani. Ambrogio Visconti, figliuolo naturale di Barnabò,

formò pure una compagnia di ventura, colla quale corse più volte

l'Italia per guastarla. Ma non è per altro a costoro che spetti la

gloria d'avere rinnovata la milizia italiana. Essi combattevano con

un'armata straniera in mezzo alla loro patria. Alberico conte di

Barbiano, che successe a costoro, formò il primo un'armata nazionale,

che servì di scuola a tutti i capitani italiani.

Alberico da Barbiano era signore di alcuni castelli nelle vicinanze di

Bologna; cominciò nel 1377 a farsi conoscere in un modo che fece più

onore a' suoi talenti militari che alla sua umanità. Nell'attacco di

Cesena aveva sotto i suoi ordini duecento lance, e molto contribuì alla

presa di questa città[10]; ma ebbe altresì parte all'orrendo massacro

comandato dal cardinale di Ginevra ed eseguito dai Bretoni. Non molto

dopo levò un corpo, tutto formato d'Italiani, che intitolò la compagnia

di san Giorgio. In tempo dello scisma servì con questa Urbano VI, mentre

i Bretoni erano sotto gli ordini di Clemente VII. Il 28 aprile del 1379

osò di attaccarli innanzi a Marino, ed i suoi avventurieri italiani, che

fin allora avevano militato divisi in corpi stranieri, ebbero la gloria

di vincere la più temuta truppa dell'Europa.

[10] _Cronica di Bologna, t. XVIII, p. 510._

La riputazione del Barbiano andò sempre crescendo dopo questa vittoria.

La compagnia di san Giorgio venne risguardata come la gran scuola

dell'arte militare in Italia; i fratelli ed i parenti d'Alberico vi

entrarono prima degli altri; tutti coloro che dovevano in appresso

illustrare il proprio nome nella carriera militare, si associarono a

Barbiano. Ugolotto Biancardo, Jacopo del Verme, Facino Cane, Otto Bon

Terzo, Broglio, Braccio da Montone, Biordo e Ceccolino dei Michelotti si

formarono sotto di lui. Sforza attendendolo, mentre stava lavorando la

terra presso al suo villaggio di Cotignola, fu da alcuni soldati

invitato ad entrare nello stesso servigio. Gettò la sua zappa sopra una

quercia dichiarando che s'ella ricadeva rimarrebbe contadino, e se

restava appesa all'albero, risguarderebbe tale presagio come quello di

futura grandezza: la zappa non ricadde e Sforza si fece soldato; e suo

nipote, duca di Milano, diceva a Paolo Giovio: «tutte queste grandezze

di cui tu mi vedi circondato, questi soldati e tante ricchezze, le devo

ai rami d'una quercia, che sostennero la zappa di mio avo[11].»

[11] _Paul. Jov. Elog., l. III, c. 2, e nella prefaz. Murat., t.

XIX, p. 624._

La maniera con cui arrolavansi le truppe, per lancia rotta, dava ad un

molto maggior numero di soldati i mezzi di farsi conoscere. Un

gentiluomo si affezionava alcuni de' suoi vassalli, un abile

avventuriere si associava alcuni compagni di servigio, e queste piccole

compagnie erano indissolubili: anzi andavano sempre ingrossando, e

quando il capitano disponeva di venti lance, ossia di sessanta uomini di

cavalleria, cominciava a trattare separatamente e con indipendenza coi

sovrani che volevano prenderlo al loro servigio.

Le continue guerre del regno di Napoli, sempre lacerato, dopo la morte

di Giovanna, dalle fazioni d'Angiò e di Durazzo e dalle rivalità de'

signori feudatarj, offrivano impiego a tutti i capitani. Alberico da

Barbiano vi militò con distinzione sotto Carlo III, e nel 1384 ottenne

da questo monarca il titolo di gran contestabile del regno, che conservò

finchè visse[12]. Per altro non si attaccò esclusivamente al servigio

dei reali di Napoli; più frequentemente guerreggiò in Lombardia; ottenne

la confidenza di Giovanni Galeazzo, e divise quasi sempre con Jacopo del

Verme di Verona, capitano a lui non secondo, il comando delle armate

ducali.

[12] _Giornal. Napol., t. XXI, p. 1051._

Giovanni Galeazzo, che mai non comandava le sue armate, che non esponeva

la sua persona ad alcun pericolo, e che nell'interno del suo palazzo

viveva con sospetto e con diffidenza, aveva saputo accordare a questi

generali quel grado di confidenza di cui erano degni. Questo principe

aggiugneva ai vizj che lo resero odioso, alcune qualità che hanno

l'apparenza della grandezza. Amava e proteggeva le lettere, aveva gusto

per le arti, ed innalzò gloriosi monumenti della sua magnificenza; ma

sopra tutto sapeva distinguere il merito che poteva essergli più utile.

Penetrava con infallibile perspicacia il talento politico e militare,

avanzava senza gelosia gli uomini distinti, e loro accordava in appresso

una inalterabile confidenza; perciò ebbe sempre ne' suoi consigli ed

alla testa delle armate i più destri negoziatori, i migliori generali

d'Italia.

Giovanni Galeazzo credette, morendo, di potere mostrare ancora la

medesima confidenza ad uomini, che aveva lungo tempo lasciati depositarj

di tutte le sue forze, e li nominò custodi de' suoi stati e de'

figliuoli che lasciava in tenera età. Ma i capitani, che meglio lo

avevano servito, fecero ben presto vedere, che fin ch'egli visse gli si

erano conservati fedeli per timore, non per amore.

Il testamento di Giovanni Galeazzo divise i suoi stati tra i figli. A

Giovanni Maria, il primogenito, che non aveva che tredici anni, diede il

ducato di Milano dal Ticino fino al Mincio[13]; ed al secondo, Filippo

Maria, che dichiarò conte di Pavia, assegnò le città poste a ponente del

Ticino, o al levante del Mincio[14]. Aveva pure un bastardo, detto

Gabriele Maria, cui lasciò le signorie di Crema e di Pisa[15].

[13] Le città di Cremona, Como, Lodi, Piacenza, Parma, Reggio,

Bergamo e Brescia. — Ebbe pure le città di Bologna, Siena e Perugia.

[14] Novara, Vercelli, Tortona, Alessandria, Verona, Vicenza,

Feltre, Belluno e Bassano.

[15] _And. Bilii Hist. rer. Mediol., l. I, p. 12, Scrip. Rer. Ital.,

t. XIX. — Bern. Corio Hist. Milan., p. IV, p. 286._

Questi principi, troppo giovani per governare da sè stessi, furono dal

padre lasciati sotto la tutela d'un consiglio di diecisette personaggi,

de' quali doveva essere capo Francesco Barbavara di Novara, già

cameriere di Giovan Galeazzo. La duchessa madre, Catarina, figlia di

Barnabò Visconti, doveva avere la presidenza del governo. Jacopo del

Verme, Alberico da Barbiano, Antonio, conte d'Urbino, Pandolfo

Malatesta, Francesco dei Gonzaga e Paolo Savelli erano membri del

consiglio di reggenza. E per tal modo tutti i migliori generali d'Italia

trovavansi al soldo dei giovanetti principi, e tutti i vicini stati

erano in pace con loro, tranne i Fiorentini e Francesco da Carrara.

Ma nel 1402, i Fiorentini che non avevano potuto trovare verun alleato,

quando la salute e la libertà dell'Italia dipendevano dalla loro

resistenza, formarono facilmente una potente lega per attaccare e

spogliare gli eredi di Giovan Galeazzo. Si volsero prima che ad ogni

altro, al papa Bonifacio IX, che aveva giusti motivi di malcontento

contro il duca di Milano. Le città di Perugia, di Bologna e di Assisi

erano state sottratte al suo alto dominio; il Visconti aveva persuasi

molti feudatarj della santa sede a fargli la guerra; e di concerto coi

Colonna, cercava perfino di togliergli la sovranità di Roma[16]. Non

pertanto finchè Giovan Galeazzo visse, Bonifacio non osò farne lagnanza,

nè porsi in istato di difesa. La prima notizia dell'infermità del duca

rese il papa coraggioso, e gli fece rinnovare un trattato coi

Fiorentini, poi, quando ebbe certezza della sua morte, soscrisse un

trattato di alleanza colla repubblica, in forza del quale prometteva di

aggiugnere cinque mila cavalli ai sei mila che darebbero i Fiorentini,

onde muover guerra agli eredi Visconti, e ritoglier loro tutti gli stati

ingiustamente occupati dal loro genitore[17].

[16] _Poggio Bracciolini Hist. Flor., l. IV, p. 291._

[17] _Piero Minerbetti, 1402, c. 15, p. 465. — Scipione Ammirato, l.

XVII, p. 894._

Era appena soscritto il trattato, quando Giannello Tommacelli, fratello

del papa, s'avanzò contro Perugia con mille cinquecento lance, onde

sostenere gli emigrati che volevano rientrare nella loro patria: di già

gli si erano arresi quattordici castelli, e la città chiedeva di

capitolare, quando Otto Bon Terzo si avanzò per liberarla, e costrinse

alla ritirata il fratello del papa, che mancava egualmente di coraggio e

di cognizioni militari[18]. Dal canto loro i Fiorentini guastarono

alcune parti dei territorj di Siena e di Pisa, ma non impedirono a

Gabriele Maria Visconti di recarsi in quest'ultima città con Agnese

Mentegatti, sua madre, per prendere possesso della signoria che gli era

stata data da Giovanni Galeazzo, e difenderla dai nemici[19].

[18] _Piero Minerbetti, c. 17, p. 467. — Pompeo Pellini Istoria di

Perugia, p. II, l. XI, p. 132._

[19] _Marangoni Croniche di Pisa, p. 825._

In gennajo del 1403 i Fiorentini rinnovarono i decemviri della guerra,

onde spingere le operazioni ostili con maggior vigore. Malgrado la loro

democratica gelosia non solo affidavano questa carica per un anno, ma

d'anno in anno riconfermavano nell'impiego que' decemviri che ben

meritavano della patria[20]. Questi magistrati, formando un nuovo

esercito, riuscirono ad avere al loro soldo alcuni di que' capitani, i

quali essendo stati da Giovanni Galeazzo nominati nel consiglio di

Reggenza, sembravano interamente addetti al duca di Milano. Ma di già

una segreta gelosia divideva questo consiglio, ed i generali erano

ansiosi di portare le armi contro coloro che avevano lungo tempo

serviti. Alberico da Barbiano accettò il comando dell'esercito

fiorentino, ed il marchese d'Este, Malatesti di Rimini e Pietro da

Polenta, signore di Ravenna, presero servigio sotto le sue insegne ed

abbandonarono i Visconti[21].

[20] _Piero Minerbetti 1402, c. 10, p. 469. — Scip. Ammirato, l.

XVII, p. 896._

[21] _Piero Minerbetti 1403, c. 1, p. 470. — Cron. di Bologna, t.

XVIII, p. 578._

Carlo Malatesti di Rimini e Paolo Orsini comandavano le truppe del papa,

e Baldassare di sant'Eustachio, che fu poi Giovanni XXIII, dirigeva le

loro operazioni come legato di Romagna[22]. Quest'esercito si adunò

lentamente in giugno e luglio, attaccò Bologna, difesa da Facino Cane e

da Galeazzo Porro, e costrinse Lodovico degli Alidosi, signore d'Imola,

a lasciare l'alleanza dei Visconti[23].

[22] _Poggio Bracciolini, l. IV, p. 292._

[23] _Piero Minerbetti, c. 13, p. 478. — Bern. Corio Ist. Milan., p.

IV, p. 291. — Jacobi de Delayto An. Esten., t. XVIII, p. 982._

Francesco Barbavara, che Giovanni Galeazzo aveva nel suo testamento

nominato presidente del consiglio di reggenza, aveva cominciata la sua

carriera come cameriere del duca, onde i signori, che facevano parte del

consiglio, non sapevano perdonargli la bassezza de' suoi natali, nè

riconoscerlo per loro superiore[24]. Quanto più lo vedevano onorato

della confidenza della duchessa, maggiormente si disgustavano del

governo, e nell'istante che avrebbero dovuto provvedere gagliardamente

contro gli attacchi de' Fiorentini, del papa e di Francesco da Carrara,

non pensavano che ai mezzi di nuocere al Barbavara, che credevano

l'amante di Catarina[25]. Due Visconti, lontani parenti dell'estinto

duca, si posero alla testa dei malcontenti, ed accusarono il Barbavara e

la duchessa di favorire i Guelfi[26]. Essi persuasero i due Porri,

Antonio e Galeazzo, e Galeazzo Aliprandi, gentiluomini milanesi e

ghibellini, ai quali Giovanni Galeazzo avea mostrata molta confidenza,

ad unirsi con loro per sollevare il popolo. Tutta la città risuonò di

grida sediziose del popolaccio che domandava la morte del Barbavara, e

molti de' suoi amici furono uccisi[27]. La duchessa spaventata si chiuse

con lui nel castello, e gli ammutinati nominarono senza la

partecipazione di lei un nuovo consiglio di reggenza.

[24] _Andrea Biglia Histor. Mediol. l. I, p. 12._

[25] _Redusius de Quero Chron. Tarvisinum, t. XIX, p. 809._

[26] _Bernard. Corio Ist. Milan., p. IV, p. 297._

[27] _Piero Minerbetti, 1403, c. 6, p. 472._

Frattanto Catarina, come talvolta accade alle donne, confondeva la

violenza e l'impetuosità colla fermezza; credeva di agire come si

conviene a uomo ed a principe, quando più s'allontanava dal carattere

del suo sesso e dal proprio, e commetteva azioni barbare per ostentare

una virile condotta. Dopo di avere ammessi nella reggenza i nuovi

consiglieri datile dal popolo, li fece un giorno chiamare per deliberare

seco nel castello di Milano[28], e fattili circondare dai suo satelliti,

fece decapitare i due Porri e l'Aliprandi, indi esporre sulla pubblica

piazza i loro sfigurati corpi. Antonio Visconti e gli altri arrestati

con loro vennero chiusi in prigione[29].

[28] Il 7 gennajo 1404.

[29] _Piero Minerbetti, 1403, c. 28, p. 492. — Castello di Castello

Chron. Bergom., t. XVI, p. 946. — Andrea Gataro Stor. Padov., p.

873. — Ser Cambi Cron. di Lucca, t. XVIII, p. 838._

Nè meno crudelmente aveva la duchessa trattate alcune città ammutinate.

I cittadini d'Alessandria avevano prese le armi in ottobre, e scacciati

dalla loro città i ministri dei Visconti: ordinò Catarina a Facino Cane,

uno de' suoi generali, di punirli. La città fu presa ed abbandonata ad

orribile sacco, dopo il quale Facino Cane[30] se ne fece signore, e più

non depose la sovranità[31]. Non molto dopo i Guelfi di Como furono in

una sollevazione cacciati dalla loro patria dai Ghibellini; implorarono

la protezione della duchessa, la quale mandò a Como Pandolfo Malatesti,

altro suo generale, cui andava debitrice de' soldi arretrati. Gli

permise di pagarsi col saccheggio de' Ghibellini di Como, ma il

Malatesti saccheggiò tutta la città, ed in appresso se ne appropriò il

governo[32].

[30] Questo generale era oriondo di Castel sant'Evasio nel

Monferrato. _Redusius de Quero Chron. Tarvis., p. 809._

[31] _Piero Minerbetti, c. 18, p. 487._

[32] _Iv., c. 23, p. 487._

Tutte le città ch'erano state assoggettate al dominio dei Visconti

trovavansi in preda alla più violenta anarchia. In cadauna eravi qualche

famiglia, che ne aveva in altri tempi avuta la signoria, o che almeno

aveva primeggiato sugli altri col favore dello spirito di parte; queste

famiglie sentivano assai più vivamente il desiderio di ricuperare

l'antica loro autorità, che i popoli quello di riporsi in libertà: ogni

piccolo stato sentiva meno il peso di un giogo dispotico, che

l'avvilimento di vedersi ridotto alla condizione di città di provincia,

e si lusingavano tutti di veder rinascere la loro prosperità passata,

tornando ad essere capitali di una piccola sovranità; perciò favorirono

le famiglie che cercarono di sottrarsi all'autorità dei Visconti per

sostituirvi la propria. Cremona fu la prima a ribellarsi. Giovanni

Ponzoni, i di cui antenati erano stati capi del partito ghibellino,

trovavasi esiliato dalla sua patria, e vi rientrò il 30 maggio alla

testa di un branco di gente armata, cacciandone Giovanni da Castione,

commissario della duchessa, e rendendo la libertà a tutti i prigionieri.

Trovavasi tra costoro Luigi Cavalcabò, antico capo dei Guelfi cremonesi.

Quest'uomo ambizioso ed inquieto non fu appena fuori di prigione che

cercò di risvegliare in Lombardia la parte guelfa; nome omai dimenticato

sotto la lunga oppressione dei Visconti.

Più non trattavasi tra Guelfi e Ghibellini della contesa così lungamente

agitata tra gl'imperatori ed i papi, come più non trattavasi, siccome in

Toscana, dell'opposizione tra il partito della libertà e quello

dell'assoluto potere; imperciocchè i Guelfi lombardi, non meno che i

Ghibellini, avevano perduto ogni spirito d'indipendenza. Ma restavano

tuttavia antichi odj da soddisfare, antiche vendette da fare; restava

più che tutt'altro un'inquieta ambizione, ed il sempre rinascente

desiderio di ricuperare un potere già da tanti anni perduto. Tutti i

Guelfi nelle città, ne' castelli, ne' villaggi si posero in moto per

rialzarzi dall'oppressione in cui gli avevano così lungo tempo tenuti i

Visconti, trattarono coi Fiorentini, capi in Italia di tutta la parte

guelfa, e formarono una lega generale, alla direzione della quale

nominarono Ugolino Cavalcabò, marchese di Viadana, e Gabrino Fondolo,

suo amico e suo luogotenente[33].

[33] _Lodov. Cavitellius Ann. Cremon. apud Graevium., t. III, p.

1396. — Campi Cremona Fedele, l. III, p. 107._

Nel mese di luglio Cavalcabò cacciò i Ghibellini fuor di Cremona, e

cadde in sospetto d'avere fatto avvelenare Giovanni Ponzone suo rivale e

suo liberatore, ma in un'adunanza del popolo fu nominato signore di

Cremona[34]. Poco dopo persuase la città di Crema a scacciare coi

Ghibellini gli ufficiali del duca di Milano ed a sottomettersi alla

signoria dei Benzeni. A Brescia i Guelfi, sostenuti dagli abitanti di

piè dell'Alpi, riportarono una compiuta vittoria; a Como per lo

contrario i vittoriosi furono i Ghibellini. Franchino Rusca cacciò i

Guelfi dalla città e dai villaggi posti in sul lago, ma si ribellò ai

Visconti, le di cui truppe lo avevano servito nel condurre a fine questa

rivoluzione[35]. Bergamo rimase in potere della famiglia ghibellina dei

Suardi, dopo avere scacciati i Coleoni coi Guelfi. A Lodi Giovanni da

Vignate, capo dei Guelfi, scacciò i Vestarini ed i Ghibellini. Gli

Scotti a Piacenza ed i Landi a Bobbio ricuperarono l'antica loro

autorità, mentre la famiglia ghibellina degli Anguisoli veniva esiliata

dalle due città. E per tal modo dall'una all'altra estremità della

Lombardia un universale fermento rinnovò gli antichi odj da tanto tempo

sopiti. Un solo stato spezzavasi in venti separate sovranità, governate

da piccoli tiranni; una guerra universale scoppiava ai confini di tutte

le province; la guerra civile esauriva ogni comunità; e quel dominio che

i Visconti avevano innalzato con tante fatiche, con tante pratiche, con

tanti delitti, pareva spegnersi per sempre.

[34] _Jacobi de Delayto, Ann. Estens., t. XVIII, p. 990._

[35] _Bernard. Corio Ist. Mil., p. IV, p. 292._

I Fiorentini, volendo approfittare dell'abbassamento dei loro avversarj,

avevano unite nel Bolognese le loro armate a quella del papa. Avevano

invitato Francesco da Carrara ad unirsi a loro sotto le mura di Milano,

e mentre questi occupava Brescia e ne cingeva d'assedio il castello,

Alberico da Barbiano conduceva l'esercito della lega nello stato di

Parma. Eravi in allora per comandante Otto Bon Terzo, uno de' migliori

generali de' Visconti, parmigiano egli medesimo e di famiglia

ghibellina, il quale da Giovanni Galeazzo era stato investito di tutti i

beni che appartenevano ai Correggieschi, ed aveva nella sua patria la

doppia autorità di comandante militare e di capo di parte[36]. Per

assicurarsi la conservazione della città ne cacciò i Rossi con più di

due mila Guelfi che si recarono al campo de' Fiorentini[37], e loro

fecero aprire volontariamente le porte di molte terre murate. Alberico

da Barbiano, dopo avere soggiogata una parte di questa provincia,

apparecchiavasi a passare il Po per portarsi sopra Milano; ma Carlo

Malatesti che comandava sotto i di lui ordini le truppe del papa lo

trattenne inaspettatamente, dando pubblicità ad un trattato che andava

maneggiando da lungo tempo.

[36] _Ann. Mediol., c. 164, p. 838._

[37] _Jacobi de Delayto Ann. Estens., p. 983._

Il Malatesti aveva sposata una sorella della duchessa Catarina, figlia

di Barnabò Visconti. Finchè visse Giovanni Galeazzo questa parentela

poteva essere pel signore di Rimini un altro motivo per odiare colui che

aveva fatto perire suo suocero: ma morto il duca, il Malatesti non

poteva vedere con fredda indifferenza i pericoli che moltiplicavansi

intorno alla duchessa di Milano; tenne segrete conferenze con Francesco

dei Gonzaga, comune cognato, il quale erasi conservato fedele a

Catarina, e fu pure ammesso a tali conferenze Baldassare Cossa, legato

del papa, senza che il Barbiano, il marchese d'Este, o Vanni Castellani,

ambasciatore fiorentino, avessero sentore di queste pratiche; ed il 25

agosto del 1403, con estrema maraviglia degli alleati del papa, si

pubblicò la pace tra i Visconti e la Chiesa, che raccolse tutto il

frutto degli sforzi fatti dai popoli cui erasi associata, facendosi

restituire Bologna, Perugia e tutte le città che Giovanni Galeazzo aveva

tolte allo stato ecclesiastico, senza nulla domandare a vantaggio dei

Fiorentini[38].

[38] _Piero Minerbetti, 1403, c. 7, p. 474; e c. 14, p. 479. — Cron.

di Bolog., t. XVIII, p. 580. — Scip. Ammirato, l. XVII, p. 901._

Il legato ricondusse immediatamente l'armata presso Bologna, e questa

città, impaziente di ritornare sotto il governo della Chiesa, non

aspettò che Facino Cane, che vi comandava, aprisse le porte. I cittadini

presero le armi il 2 settembre, e scacciarono il generale, facendo

subito entrare in città le truppe pontificie[39]. Nel seguente ottobre i

Perugini, dopo avere avuta una lettera della duchessa di Milano, che

loro rendeva la libertà[40]; aprirono egualmente le porte a Giannello

Tommacelli, fratello del papa, e richiamarono i fuorusciti[41].

[39] _Cron. di Bolog., t. XVIII, p. 581._

[40] _Pompeo Pellini Storia di Perugia, p. II, t. XI, p. 137._

[41] _Piero Minerbetti, 1403, c. 17, p. 483. — Sozomeni Pistor.

Histor., t. XVI, p. 1178._

I Fiorentini spedirono a Roma ambasciatori per dissuadere il papa dal

ratificare un trattato contrario a' suoi primi impegni[42]. L'oggetto

dell'alleanza era di ricuperare le città della Chiesa, e di liberare

quelle della Toscana. Niuna di queste ultime era per anco sottratta al

giogo de' Visconti, ed il papa non ignorava che gli sforzi de'

Fiorentini non tendevano che a rendere la libertà alla Toscana, onde non

poteva senza taccia di mala fede abbandonarli, dopo aver egli raccolti i

frutti dell'alleanza; tanto più che veruna disfatta non dava vero nè

apparente motivo alla sua _defezione_[43]. Ma Bonifacio IX, dopo avere

calmata con affettati indugi l'indignazione eccitata dalla sua condotta,

ratificò, senza nulla cambiare, il trattato conchiuso dal legato[44].

[42] Jacopo Salviati che ci lasciò alcune memorie de' suoi tempi,

era uno degli ambasciatori. _Delizie degli Eruditi Toscani, t.

XVIII, p. 214._

[43] _Piero Minerbetti, c. 16, p. 481. — Poggio Bracciolini, l. IV,

p. 293. — Scip. Ammirato l. XVII, p. 902._

[44] _Piero Minerbetti, c. 19, p. 484._

I Fiorentini abbandonati a sè medesimi non però rinunciarono ai progetti

che avevano formati, e continuarono coraggiosamente la guerra. Spedirono

due mila cavalli e mille cinquecento fanti ad Ugolino Cavalcabò, il

nuovo signore di Cremona[45]. Presero al loro soldo Guido da Fogliano di

Reggio, Pietro de' Rossi di Parma ed altri gentiluomini lombardi, ad

ognuno dei quali pagarono mille fiorini d'oro al mese, per ajutarli a

sostenere la guerra che questi signori facevano intorno ai loro

castelli[46]. Ma sopra tutto sforzaronsi di tornare in libertà le due

repubbliche toscane che avevano mostrato così accanito odio contro di

loro, che avevano fatto loro tanto male, e che per farne loro ancora di

più, eransi volontariamente date in mano a Giovanni Galeazzo.

[45] _Ivi, c. 22, p. 486._

[46] _Ivi, c. 30, p. 493._

Il primo tentativo dei Fiorentini per rendere la libertà a Siena non

ottenne il desiderato effetto. Francesco Salimbeni e Cocco di Cione,

dopo avere tentato coi loro discorsi di risvegliare nel popolo l'amore

della patria, erano rimasti d'accordo di prendere le armi coi loro

associati il 26 di novembre del 1403, d'attaccare il palazzo pubblico, e

di scacciarne san Giorgio di Carreto, governatore della città. Ma i

Salimbeni, i Malavolti ed il monte dei dodici erano entrati soli nella

congiura, onde la gelosia degli altri ordini la fece mancare. Venne

avvisato il governatore di ciò che contro di lui si tramava, e questi

avendo tratto Francesco Salimbeni presso al palazzo, intrattenendosi con

lui amichevolmente, colà lo fece uccidere dalle sue guardie[47]. I

dodici che si armavano per difenderlo furono attaccati e rotti, e molti

di loro presi e mandati al supplicio, o in esilio. Il monte dei dodici

fu in allora dichiarato escluso da ogni partecipazione al governo, e

questo decreto si mantenne in vigore per lo spazio di quasi

ottant'anni[48].

[47] _Bernardino Corio Storie Milan., p. IV, p. 294. — Andreae

Biglii Histor. Mediol., l. I, p. 14._

[48] _Malavolti Stor. di Siena, p. II, l. X, p. 194. — Joh. Bandini

de Bartholomeis Senensis suorum temporum hist., t. XX, Rer. It., p.

I._

Per altro i Sienesi, che non avevano voluto ricevere la libertà per

opera dei dodici o dei Salimbeni, non tardarono a procurarsela da sè

medesimi. Alla fine di marzo del 1404 spedirono a Firenze ambasciatori a

chiedere pace. Quando cominciò questa negoziazione, il governatore san

Giorgio di Carreto, conoscendo di avere perduta in modo l'autorità sua,

che non chiedevasi pure il di lui assenso per trattare coi nemici del

suo principe, uscì di città spontaneamente, avanti di esserne scacciato.

I magistrati ordinarono all'istante che si levasse la biscia dei

Visconti da tutti i luoghi pubblici e dalle monete che faceva coniare la

repubblica; ed in tal modo fu in Siena, senza rivoluzione, abolita

l'autorità del duca di Milano[49].

[49] _Malavolti Stor. di Siena, p. II, l. X, p. 195. — Scip.

Ammirato, l. XVII, p. 906._

I Fiorentini accolsero lietamente gli ambasciatori Sienesi, restituirono

alla loro repubblica tutte le terre che avevano occupate nel di lei

territorio, riservandosi soltanto la giurisdizione di Montepulciano,

ch'era stata la prima cagione della guerra. Vollero invece che gli

esiliati di Siena fossero richiamati in patria, ammettendoli al

godimento de' loro beni e diritti. Questo trattato di pace si pubblicò

in mezzo al tripudio de' cittadini nelle due città il 4 aprile del

1404[50].

[50] _Piero Minerbetti, 1404, c. 1, p. 497. — Bandini Hist.

Senensis, t. XX, p. 7. — Ser. Cambi Cron. di Lucca, t. XVIII, p.

846._

I Fiorentini lusingavansi di giugnere più facilmente a sottrarre i

Pisani alla tirannide di Gabriele Maria Visconti. Questo nuovo signore,

che non poteva nè proteggere i suoi sudditi, nè nuocere ai suoi nemici,

andava non pertanto accrescendo le imposte per supplire alle spese della

sua piccola corte, e per sostenere una guerra, cui il popolo non

prendeva veruna parte[51]. Quando vide che le imposte ordinarie non

bastavano, pretese d'avere scoperta una cospirazione de' Bergolini, e

sotto questo colore fece morire un Agliate, un Bonconti ed altri

rispettati cittadini, confiscando i loro beni.

[51] _Piero Minerbetti, 1403, c. 24, p. 487. — Scip. Ammirato, l.

XVII, p. 903._

Per approfittare del malcontento del popolo, in gennajo del 1404, i

Fiorentini mandarono sotto Pisa un grosso corpo di cavalleria, con

alcuni ingegneri e poche compagnie d'infanteria. Erano stati avvisati

che le mura della città erano mezzo ruinate in vicinanza di un'antica

porta ch'era stata chiusa, e che potevano facilmente superarsi[52]. Ma

giunti innanzi a Pisa trovarono una nuova fortificazione innalzata nel

luogo ch'essi pensavano di attaccare, il nemico informato de' loro

progetti, e le mura coperte di soldati e di macchine. Risolsero perciò

di ritirarsi dopo avere guastate le campagne.

[52] _Piero Minerbetti, 1403, c. 26, p. 489. — Sozomeni Pistor.

Hist., t. XVI, p. 1179._

Questo tentativo invece di nuocere a Gabriele Maria Visconti servì per

lo contrario a consolidare il di lui potere, perchè lo determinò ad

implorare la protezione di Boucicault, maresciallo di Francia, che in

allora teneva il comando di Genova. Quest'illustre generale, che

desiderava di vendicarsi sugl'infedeli della schiavitù sofferta tra le

catene di Bajazet, cercava modo di trattare con Emmanuele II Paleologo

per soccorrerlo nelle sue avversità; onde avea avidamente accettato il

vicariato di Genova, di cui ne aveva prese le redini il 31 ottobre del

1401, perchè il popolo che possedeva Pera aveva più d'ogni altro mezzi

ed interesse di difendere Costantinopoli[53]. Boucicault era entrato in

tutti gl'interessi de' Genovesi e per conto loro si adombrava di tutti

gli acquisti che potrebbero fare i Fiorentini; ed in particolare non

voleva permettere che questo popolo di mercanti possedesse

gl'importantissimi porti di Pisa e di Livorno. Accolse adunque con

piacere le proposizioni del Visconti; si fece dare Livorno e le sue

fortezze, richiese per conto della signoria di Pisa l'annuo tributo d'un

cavallo e d'un falcone pellegrino, ed a tali condizioni avendo

riconosciuto Gabriele Maria Visconti come feudatario del re di Francia,

intimò ai Fiorentini di non arrecare ulteriore molestia a lui o al suo

territorio, se non volevano provocare la collera di Carlo VI. Quando

Boucicault vide che questa minaccia non bastava, fece arrestare tutti i

negozianti fiorentini che si trovavano in Genova, e porre sequestro

sulle loro mercanzie, e non li rilasciò che dopo avere forzata la

signoria a segnare una tregua di quattro anni col Visconti, e colla

comunità di Pisa[54].

[53] _Georgii Stellae Ann. Genuens., p. 1187._

[54] _Piero Minerbetti, 1403, c. 27, p. 490. — Cron. di Lucca di

Gio. Ser Cambi, p. 845. — Sozomeni Pistor. Hist., p. 1180. — Scip.

Ammirato, l. XVII, p. 904._

Ad eccezione di Pisa, la Toscana trovavasi liberata da ogni straniera

influenza, ed i Fiorentini avevano ad ogni modo ottenuto lo scopo che si

erano proposti nella presente guerra. Siena aveva ricuperata la sua

libertà; Perugia e Bologna avevano cambiata la tirannide de' Visconti

contro il paterno e più pacato dominio della Chiesa; Riccardo

Cancellieri di Pistoja aveva fatte proposizioni di pace in settembre del

1403, e per ricuperare i suoi beni aveva ceduto alla repubblica il

castello della Sambuca, che chiudeva uno de' più importanti passaggi

degli Appennini[55]. Altro adunque a far non le rimaneva per soddisfare

a' suoi desiderj, che di punire i signori feudatarj, che avevano

abbandonati i Fiorentini per unirsi ai Visconti, onde i dieci della

guerra gli attaccarono vigorosamente. Giacomo Salviati, che comandò

questa spedizione, tolse agli Ubertini tutti i castelli che possedevano

nella val d'Ambra, s'innoltrò dopo contro i conti Guidi ed i conti del

Bagno, ed occupò tutte le fortezze che avevano questi gentiluomini ai

confini della Romagna, e per ultimo ricondusse all'ubbidienza della

repubblica tutta la nobiltà feudataria degli Appennini[56].

[55] _Sozomeni Pistor. Hist., p. 1179._

[56] _Jac. Salviati Mem., Deliz. degli Erud. Tosc., t. XVIII, p.

221. — Piero Minerbetti, 1404, c. 2 e 6, p. 495 e 501. — Poggio

Bracciolini Hist. Flor., t. IV, p. 295._

Al di là di queste montagne i Fiorentini non volevano nè fare acquisti,

nè obbligarsi a lunghe alleanze per timore di trovarsi avviluppati in

perpetue ostilità. Nondimeno mandarono soccorsi di danaro e di gente ad

Ugolino Cavalcabò, signore di Cremona. Pietro de Rossi, uno de' loro

alleati, erasi riconciliato in principio dell'anno con Otto Bon Terzo,

che governava Parma piuttosto come tiranno che come luogotenente del

duca di Milano; avevano convenuto di dividere la sovranità di questa

città, ed Otto Bon Terzo aveva offerto di passare al soldo dei

Fiorentini contro i Visconti; ma improvvisamente assalì i Guelfi di

Pietro de' Rossi che con lui erano di guarnigione nella cittadella di

Parma, e li disarmò; poi scagliandosi contro i pacifici borghesi ch'egli

credeva affezionati al suo rivale, ne fece un orribile carnificina, e

lasciò che fossero saccheggiate le loro case[57]. Pietro de Rossi,

scacciato dalla sua patria, venne a Firenze per implorare i soccorsi

della repubblica. I decemviri posero sotto i suoi ordini quasi mille

cinquecento corazzieri e lo provvidero di danaro e di munizioni da

guerra. Ma contuttociò essi più non agivano in Lombardia che come

ausiliari degli antichi loro amici; senza venire a trattati di pace, più

non maneggiavano la guerra col vigore di prima, e lasciavano che i

Visconti lottassero contro le difficoltà in cui trovavansi

avviluppati[58].

[57] _Jacob. de Delayto An. Estens., t. XVIII, p. 1001. — Piero

Minerbetti, 1404, c. 11 e 12, p. 508. — Redusius de Quero Chron.

Tarvis., t. XIX, p. 809._

[58] _Poggio Bracciolini Hist. Flor., l. IV, p. 294._

Il popolo milanese, approfittando della debolezza del governo, s'andava

agitando per ricuperare la libertà; ma l'ambizione de' grandi, o

l'inquietudine de' cittadini non si appoggiavano a nobili desiderj; i

primi non cercavano che a soppiantarsi con intrighi di corte, i secondi

turbavano l'amministrazione con movimenti insignificanti senza verun

progetto determinato, senza verun costante desiderio. Se i Milanesi

avessero rimossa dalla sovranità la famiglia Visconti, resa veramente

dai suoi delitti indegna di regnare, essi avrebbero riposta la loro

repubblica alla testa della lega lombarda, e le avrebbero per lo meno

ottenuto lo stesso rango che Firenze occupava in Toscana. Se per lo

contrario avessero cercato di consolidare la sovranità innalzata dagli

ultimi principi, dando una costituzione alla monarchia, ed assicurando

la felicità del popolo sotto la circoscritta autorità d'un capo, la

città loro sarebbe rimasta la capitale della Lombardia, e le venticinque

città, che Giovanni Galeazzo aveva governate, sarebbero rientrate sotto

la loro dipendenza; ma tutte le ribellioni di Milano venivano eccitate

da persone faziose, non da virtuosi patriotti. Cercavano essi di

strapparsi l'un l'altro di mano il potere, e non pensavano a riclamare o

a far valere i loro diritti.

Dal canto suo la duchessa Catarina colla sua imprudente e crudele

condotta andava perdendo ogni diritto all'affetto ed alla stima del

popolo. La morte dei due Porri e dell'Aliprandi aveva in principio

dell'anno eccitato in Milano un grandissimo fermento. Nel mese di

aprile, il popolo trovò una mattina cinque cadaveri vestiti di nero e

senza testa, che stavano esposti per ordine della duchessa avanti alla

porta di sant'Ambrogio. Pensava Catarina che questa misteriosa

esecuzione assicurerebbe il suo potere spaventando i faziosi. Ma

tutt'all'opposto, sebbene i Milanesi non conoscessero i decapitati, si

abbandonarono ai sentimenti di sdegno e di rabbia. Presero le armi ed

obbligarono la duchessa a dare in mano ai borghesi le sue fortezze,

dalle quali sloggiarono i soldati; il giovane duca Giovan Maria venne

affidato a consiglieri ghibellini eletti dal popolo; la casa di

Francesco Barbavara fu abbandonata al saccheggio; ed egli si ricoverò in

Val Siccida posta sopra Novara, mentre la duchessa andò a chiudersi in

Monza, sperando di rimanervi sicura sotto la protezione di Pandolfo

Malatesti[59].

[59] _Andreae Biglii Hist. Mediol., l. II, p. 27, t. XIX. — Piero

Minerbetti, 1404, c. 8, p. 503. — Sozomeni Pistor. Hist., t. XVI, p,

1181._

Ma quando il duca più non trovossi custodito dalla duchessa sua madre, i

faziosi abusarono del suo nome per muovere guerra alla reggente.

Vedevansi in ogni città il partito del duca e quello della duchessa

azzuffarsi frequentemente[60]; l'ultima fu improvvisamente sorpresa a

Monza da Francesco Visconti e gittata in prigione, ove, se può darsi

fede alla pubblica voce, morì avvelenata il 16 ottobre del 1404[61].

Pandolfo Malatesti, che trovavasi presso di lei, fuggì a piedi e scalzo,

com'egli era, alla volta di Trezzo, e di là passando immediatamente a

Brescia, ottenne di avere in sua mano la città e le fortezze, e se ne

fece proclamare signore[62].

[60] _Piero Minerbetti, 1404, c. 13, p. 509._

[61] _Ivi, c. 14, p. 510, e c. 25, p. 519. — Poggio Bracciolini

Hist. Flor., l. IV, p. 294. — Sozomeni Pistor., p. 1183._

[62] _Andreae Biglii Hist., l. II, p. 27._

Per tal modo tutta la Lombardia trovossi divisa tra nuovi tiranni.

Filippo Maria, il più giovane de' fratelli Visconti, risedeva in Pavia,

ma l'autorità sopra questa città era stata nuovamente usurpata dai

Beccaria, che l'avevano in altri tempi signoreggiata. Facino Cane

regnava in Alessandria, Giorgio Benzoni a Crema, Giovanni da Vignate,

figliuolo d'un macellajo, a Lodi, i Suardi a Bergamo, i Coleoni a

Trezzo, Cavalcabò a Cremona, Francesco Rusca a Como; ed i popoli

calpestati dai nuovi padroni, e dai loro soldati, erano omai ridotti a

desiderare il giogo più uniforme dei Visconti.

Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 08 (of 16) · 第 3 / 20 题