_Conquiste di Francesco da Carrara in Lombardia. — Gelosia de'
Veneziani; gli dichiarano la guerra; vigorosa resistenza del
Carrara, che perde successivamente Verona e le sue principali
fortezze; egli è forzato ad arrendersi, ed il consiglio dei
dieci lo fa morire co' suoi figliuoli._
1404 = 1406.
Quando cominciarono le turbolenze eccitate in Lombardia dalla morte di
Giovanni Galeazzo, la duchessa di Milano aveva offerta la pace a
Francesco da Carrara, signore di Padova, di cui temeva il risentimento
ed il valore. Il Carrara vi acconsentiva a condizione che gli fossero
restituite Vicenza, Feltre e Belluno, onde potesse, com'egli diceva,
lasciare la signoria d'una città a ciascuno de' suoi figliuoli. Non
pertanto dietro l'interposizione de' Veneziani si era accontentato di
Feltre e di Belluno, e la duchessa aveva promesso di dargli queste due
città nel giugno del 1403[63]. L'odio che Jacopo del Verme e Francesco
Barbavara, consiglieri di Catarina, portavano al signore di Padova, fece
rompere questo trattato all'atto che doveva eseguirsi; onde il Carrara,
dopo avere riclamata la guarenzia de' Veneziani, che gli diedero una
risposta insignificante, entrò il 12 agosto nel territorio di Verona con
una formidabile armata. Non avendo potuto riportare alcun vantaggio
sopra Ugolotto Biancardo, che comandava le truppe de' Visconti, passò
nello stato di Brescia, ed i Guelfi gli aprirono le porte di quella
città[64]. Ma le truppe del duca eransi chiuse nella cittadella, ed
avanti che il Carrara potesse forzarle ad arrendersi, sopraggiunsero
Otto Bon Terzo e Galeazzo di Mantova con mille lance, che costrinsero il
signore di Padova a ritirarsi[65].
[63] _Andrea Gataro Stor. Padov., p. 865._
[64] _Andrea Gataro Stor. di Padov. p. 867. — Bern. Corio Stor.
Milan., p. IV, p. 294._
[65] _Andrea Gataro, p. 868. — Piero Minerbetti, 1403, c. 11, p.
475._
In principio del 1404 Facino Cane fu mandato a Vicenza dalla duchessa
con un ragguardevole corpo d'armata per portare la guerra nel padovano;
ma il Carrara, appostando le sue milizie dietro i canali ed i fiumi che
attraversano e circondano i suoi stati, rispinse le truppe milanesi, e
determinò finalmente Facino Cane a condurre altrove i suoi soldati, onde
approfittare per sè medesimo dell'anarchia in cui trovavasi la
Lombardia[66].
[66] _Andrea Gataro, p. 872._
Lo stesso giorno in cui ritiravasi Facino Cane, Guglielmo della Scala
entrò in Padova per domandare a Francesco Carrara di prendere parte in
un'intrapresa che egli meditava intorno a Verona. Guglielmo era figlio
d'Antonio, l'ultimo signore della Scala; nel suo esilio era stato
beneficato assai dal Carrara[67]. Sperava che fosse giunto l'istante in
cui potrebbe ricuperare la sovranità de' suoi maggiori, ed assicurava il
signore di Padova che gli antichi sudditi della sua famiglia
desideravano di ritornare sotto il suo dominio, e convenne con lui, che
qualora col suo ajuto rientrasse in Verona, egli lo assisterebbe poi con
tutte le sue forze per ricuperare Vicenza. I due principi soscrissero le
condizioni di questo trattato il 27 marzo del 1404[68].
[67] _Ivi, p. 873._
[68] _Andrea Gataro, p. 874._
Il 30 di marzo l'armata del Carrara si mosse sotto gli ordini di Filippo
da Pisa. Niccolò, marchese d'Este, genero del signore di Padova,
sopraggiunse ad ingrossarla con cinquecento corazzieri[69], e questi
generali cinsero d'assedio il castello di Cologna. Mentre richiamavano
colà l'attenzione de' nemici, tenevano vive segrete corrispondenze coi
malcontenti di Verona, sotto le di cui mura recossi improvvisamente
l'armata che assediava Cologna la notte del 7 aprile, ed ajutata da'
partigiani de' suoi antichi signori, vi penetrò scalando le mura, onde
Ugolotto Biancardo, che vi comandava a nome del duca di Milano, dovette
ritirarsi nella fortezza[70].
[69] _Gio. Battista Pigna Stor. dei Princ. d'Este, l. V, p. 465._
[70] _Andrea Gataro, p. 877. — Jacobi de Delayto Ann. Estens., t.
XVIII, p. 995._
Ma nel momento medesimo che acquistava la sua capitale, Guglielmo della
Scala era troppo infermo per poter sostenere il movimento del cavallo.
Se dobbiamo dar fede a Gataro, storico che, malgrado la sua parzialità
pei Carrara, inspira confidenza per tutte le minute circostanze che egli
riferisce, Guglielmo della Scala era travagliato da dissenteria
accompagnata da continua febbre, e fino dal 20 marzo, in cui giunse a
Padova, era stato curato dai medici del principe, e la sua malattia
aveva di già per alcuni giorni fatta ritardare l'esecuzione de' suoi
progetti[71]. Redusio da Quero, autore contemporaneo, capitale nemico
del signore di Padova, pretende invece che questi, allorchè Guglielmo
entrò in Padova, gli avesse fatto dare un lento veleno[72]. Frattanto lo
Scala venne riconosciuto per signore di Verona, e tutti i suoi
concittadini si presentarono a rendergli omaggio. La fatica
dell'inaugurazione faceva peggiorare il di lui male; e la gioja d'essere
rientrato in patria e risalito sul trono de' suoi padri veniva funestata
da' suoi crescenti dolori. Dopo quindici giorni di signoria Guglielmo
morì il 21 d'aprile. Il popolo, e quasi tutti gli scrittori
contemporanei accusarono Francesco da Carrara d'aver fatto avvelenare
questo signore[73]. Vuolsi per altro osservare, che la frequenza di tali
delitti li faceva agevolmente credere; e noi dobbiamo andare guardinghi
nel macchiare la memoria d'un principe, che in tutta la sua condotta ci
sembra nobile e generoso; altronde questo delitto era inutile, perchè
Guglielmo della Scala lasciava due figli, Antonio e Brunoro, che Carrara
investì immediatamente dell'eredità del loro padre[74].
[71] _Andrea Gataro, p. 873._
[72] _Redusius de Quero Chron. Tarvisinum, p. 813._
[73] _Andreæ Bilii Hist., l. I, c. XIX, p. 18. — Piero Minerbetti,
1404, c. 3, p. 499. — Jacobi de Delayto Ann. Estens., p. 997. —
Marin Sanuto Vite dei Duchi di Venez., p. 807. — Gio. Battista Pigna
Stor. dei Princ. d'Este, l. IV, p. 467._
[74] Corio, lo storico di Milano, mentre accusa Guglielmo di avere
circa questi tempi fatto avvelenare Carlo Visconti, suo commilitone,
ascrive la morte di Guglielmo a fatica ed a naturale malattia.
_Stor. di Milan., p. IV, p. 296._
Il 29 aprile Ugolotto Biancardo, assediato nella fortezza di Verona, fu
forzato di cederla agli assalitori, e Francesco da Carrara vi pose
guarnigione. Intanto Francesco Terzo, figliuolo primogenito del signore
di Padova, assediava Vicenza con un'altra armata. Da lungo tempo i
Vicentini ed i Padovani erano animati da vicendevole odio, onde i primi
si ostinavano a difendersi. Dal canto suo la reggenza di Milano tutto
poneva in opera per soccorrere il Biancardo, e mentre Facino Cane
cercava di gettare rinforzi nella città assediata, gli ambasciatori
della duchessa cercavano di persuadere la repubblica di Venezia a
dichiararsi contro il Carrara.
I Veneziani eransi mostrati indifferenti sui progressi di Giovanni
Galeazzo Visconti, e non avevano presa parte contro di lui quando questo
principe minacciava di occupare tutta l'Italia. Ma il doge Michele
Steno, e Francesco Foscari, capo della quarantia, fingevano adesso di
essere inquieti per l'ingrandimento di Francesco Carrara, principe
bellicoso, ambizioso, non meno accorto politico che grande capitano, il
quale, sebbene si mostrasse affezionato alla signoria, pensava
indubitatamente a vendicare i mali che quindici anni prima aveva questa
procurati a lui ed al di lui padre[75]. La duchessa di Milano aveva
mandati a Venezia come ambasciatori, il vescovo di Feltre, il generale
Jacopo del Verme, cui Francesco da Carrara aveva confiscati i beni a
Verona[76], ed Ugo Scrovegno, emigrato padovano, le di cui sostanze
erano pure state poste sotto sequestro; il personale loro odio seppe
risvegliare l'ambizione del doge e dei Veneziani. Offrirono da principio
di cedere alla signoria Feltre e Belluno come prezzo della loro
alleanza[77]; vi aggiunsero poco dopo Vicenza, e tutto quanto possedeva
la casa Visconti oltre l'Adige[78]. Il doge che desiderava la guerra per
illustrare colle conquiste il suo principato, adoperò qualche artificio
per allontanare dal consiglio dei _Pregadi_ tutti i favorevoli alla casa
da Carrara, e non pertanto non vinse la parte che per un solo
suffragio[79]. La guerra fu dunque decisa, e Giacomo Soriano, gentiluomo
veneziano, venne spedito a Vicenza per prendere possesso di quella
città, i di cui abitanti avevano direttamente implorata la protezione
della signoria.
[75] _Marin Sanuto Vite dei Duchi, t. XXII, p. 794._
[76] _Jacobi de Delayto Ann. Estens., p. 998._
[77] _Marin Sanuto Vite dei Duchi, p. 806. — Sandi Storia Civile
Veneta, l. VI, c. 3, p. 358._
[78] Ser Cambi assicura che i Veneziani pagarono dugento mila
fiorini per le città loro cedute, _Cron. di Lucca, p. 841._
[79] _Marin Sanuto Vite dei Duchi, p. 794._
Il 25 aprile 1404 la bandiera di san Marco fu posta sulla gran torre di
Vicenza, e spedito un trombetta a Francesco Terzo da Carrara per
ordinargli di togliere l'assedio da una città che apparteneva alla
repubblica. Il trombetta, avendo in qualche maniera provocata la collera
del giovane signore, fu ucciso in sua presenza; e questa violazione del
diritto delle genti venne ben tosto severamente punita su tutta la casa
da Carrara[80].
[80] _Andrea Gataro, p. 883. — Redusius de Quero Chron. Tarvis., p.
814. — Jacobi de Delayto Ann. Est., p. 1005. — Piero Minerbetti,
1404, c. 7, p. 502. — Marin Sanuto Vite dei Duchi, p. 807._
Francesco da Carrara recossi nel campo del figliuolo con intenzione di
dare il 1.º maggio un assalto alle mura di Vicenza; ma avendo ricevuta
una lettera della signoria, che altamente lo minacciava se non levava
l'assedio, il Carrara si contenne, sperando di evitare a tal prezzo la
guerra colla repubblica; abbandonò i suoi progetti, e ricondusse le
truppe a Padova[81].
[81] _Andrea Gataro, p. 885._
Mentre le cose trovavansi in questo stato fu avvisato che Brunoro ed
Antonio della Scala negoziavano dal canto loro con Venezia, per
guadagnarsi contro di lui medesimo la protezione della signoria, e
sottrarsi alla guerra, onde lo vedevano minacciato. Di già questi
principi gli avevano date altre cagioni di malcontento, forse ingrandite
dalla propria ambizione. Si credette autorizzato dalla loro
ingratitudine a spogliarli di quanto egli medesimo loro aveva dato. Li
fece arrestare il 17 maggio, e suo figliuolo, Giacomo da Carrara,
partecipò al popolo veronese, adunato nella pubblica piazza, i motivi di
tale determinazione[82]. Il 24 dello stesso mese Francesco da Carrara si
fece proclamare signore di Verona[83].
[82] _Jacobi de Delayto Ann. Estens., p. 999._
[83] _And. Gattaro, p. 887. — Andrea Navagero Stor. Veneziana, p.
1076._
Frattanto gli ambasciatori di Firenze e quelli della Chiesa cercavano
d'accordo col marchese d'Este di ristabilire la pace[84], ma tanto erano
eccessive le domande de' Veneziani che non potevasi aprire alcuna
negoziazione. Questi avevano di già persuaso Francesco di Gonzaga,
signore di Mantova, ad invadere il territorio di Verona[85]. Jacopo del
Verme aveva preso possesso in loro nome delle città di Feltre e di
Belluno[86], ed il 18 giugno, ruppe a mano armata le dighe della Brenta
presso all'Anguillara, onde inondare il territorio di Padova[87]. Per
altro la guerra non ancora era stata formalmente dichiarata. Francesco
da Carrara, avvisato di tali ostilità, adunò il consiglio del popolo,
che aveva conservato o ristabilito a Padova, ad oggetto di assicurarsi
l'affetto de' suoi sudditi. Gli manifestò le ingiurie che aveva ricevute
dalla repubblica, dicendo come avesse sempre cercato di contenersi in
faccia alla medesima come un figliuolo rispettoso, piuttosto che come un
buon vicino; ma soggiunse che vedevasi ora costretto a prendere le armi
per difendere i suoi legittimi diritti, e, dietro il parere del suo
popolo, dichiarò la guerra ai Veneziani il 23 giugno del 1404[88].
[84] _Ann. Estens. Jacob. de Delayto, p. 1006. — Piero Minerbetti,
c. 9, p. 506. — Marin Sanuto, p. 808. — Giovanni Battista Pigna, l.
V, p. 469._
[85] _Platina Hist. Mantuana, l. V, p. 795._
[86] _Redusius de Quero Chr. Tarvis., p. 814. — And. Navagero, p.
1077._
[87] _Jacobi de Delayto, p. 1009_.
[88] _Andrea Gataro, p. 890._
Il senato veneto erasi fatto una regola di non adoprare che armi
straniere e mercenarie. Non voleva affidare ad un cittadino un'autorità
di cui poteva essere tentato di abusare; nè voleva pure dargli occasione
d'acquistare troppa gloria, o permettere al popolo di accostumarsi alla
milizia. I condottieri, che la repubblica prendeva al suo servigio, non
ottenevano mai d'introdurre i loro soldati in Venezia, di modo che gli
stessi loro tradimenti non potevano esporre la capitale ad alcun
pericolo; e lo stato in allora più ricco dell'Europa poteva
intraprendere senza verun timore una guerra, per sostenere la quale non
esponeva che danaro.
Si raccolse adunque al soldo della repubblica, sotto il comando di
Malatesta da Pesaro, un'armata di nove mila corazzieri. Militavano sotto
il Malatesta Paolo Savelli, Taddeo del Verme, i Polenta da Ravenna, il
conte dell'Aquila ed altri celebri capitani[89]. Francesco da Carrara,
che non aveva tanta gente, compensò colla sua attività la disuguaglianza
del numero; persuase Francesco di Gonzaga ad accettare una tregua, che
doveva durare fino al 27 agosto, e ridusse suo genero, il marchese
Niccolò d'Este, ad unirsi a lui contro i Veneziani. Niccolò riacquistò
in pochi giorni il Polesine di Rovigo, antico dominio di sua famiglia,
ch'egli aveva precedentemente ceduto alla repubblica per guarenzia di un
debito[90]. Finalmente il Carrara, approfittando de' profondi canali che
attraversano tutta la Venezia, fortificò i confini del suo territorio,
con fosse e ridotti, e li difese come una fortezza. Col suo bravo
generale, Filippo di Pisa, si appostò presso Pieve di Sacco, dietro le
linee da lui formate, ed il 20 agosto rispinse valorosamente un attacco
generale dei Veneziani su tutto il confine dello stato di Padova[91].
[89] _Andrea Gataro, p. 891. — Jacobi de Delayto Annales Esten. p.
1009. — Piero Minerbetti, c. 9, p. 505._
[90] _Marin Sanuto, p. 810. — Piero Minerbetti c. 16, p. 511. — Gio.
B. Pigna, l. V, 476._
[91] _Andrea Gataro, p. 892. — Jacobi de Delayto, p. 1010. — Marin
Sanuto, p. 809. — Piero Minerbetti, c. 10, p. 506._
Spirava il 27 agosto la tregua conchiusa col Gonzaga, onde il Carrara fu
forzato di dividere le sue forze per resistere ad un nuovo attacco. Una
violenta burrasca disperse in tempo di sua assenza le truppe che
custodivano le linee di Pieve di Sacco. Mentre le sentinelle medesime
cercavano di sottrarsi alla dirotta pioggia che cadeva, alcuni soldati
veneziani trovarono nella casa di un contadino, che stavano
saccheggiando, un trave abbastanza lungo per fare un ponte che
attraversasse il canale; lo gettarono senz'essere osservati; i più
arditi passarono il canale, ed agevolarono agli altri il modo di rendere
questo ponte più solido e più largo, di modo che quando furono scoperti
trovavansi omai in sufficiente numero per conservare il posto; onde il 6
di settembre l'armata veneziana entrò tutta nel primo circondario
fortificato del territorio di Padova[92].
[92] _Andr. Gataro, p. 899. — Jacobi de Delayto, p. 1010._
Accorse ben tosto il Carrara per salvare le sue campagne dalla ruinosa
invasione de' nemici; si ritirò dietro una seconda linea di canali che
si affrettò di fortificare; indi, stendendo le sue truppe tra Oriago,
Stra e Vico d'Aggere, coprì almeno tutto il paese che restava alle sue
spalle. Frattanto a cagione di una contesa insorta tra il Malatesta e
Paolo Savelli l'armata veneziana si divise fra questi due generali: il
Carrara approfittò di questo avvenimento per battere separatamente
l'ultimo, e per togliere all'esercito nemico un convoglio di vittovaglie
che conduceva Taddeo del Verme[93].
[93] _Andrea Gataro, p. 902. — Jacobi de Delayto, p. 1016._
Ma il signore di Padova, malgrado i suoi talenti ed il suo coraggio, non
era abbastanza forte per lottar solo contro i Veneziani. Avevano questi
richiamato da Candia il marchese Azzo d'Este, che alcuni anni prima
aveva eccitata una guerra civile nello stato di Ferrara, e gli facevano
rimontare il Po colla loro flotta per attaccare il marchese Niccolò[94].
D'altra banda Jacopo del Verme aveva condotti a Francesco Gonzaga
potenti rinforzi, e tutti due assieme attaccavano il territorio di
Verona, ove successivamente prendevano molti castelli. Gli abitanti di
questo paese non erano in verun modo affezionati alla casa di Carrara, e
non mostravano veruno zelo per difenderla. Finalmente i Veneziani
avevano congedato il Malatesta, e riunita la loro terza armata sotto
Paolo Savelli. Era quest'armata la più ragguardevole che si fosse veduta
servire in Italia, e costava ogni mese cento venti mila ducati alla
signoria, la quale, abbastanza ricca per nulla risparmiare di tutto
quanto poteva tornar utile al buon successo, consumò due milioni di
ducati nella sola guerra di Padova[95].
[94] _Andrea Gataro, p. 905. — Marin Sanuto p. 811._
[95] _Navagero Stor. Venez., p. 1079._
Paolo Savelli, non avendo potuto forzare il ricinto che difendeva i
Padovani, in sul finire di novembre diede al suo esercito i quartieri
d'inverno nello stato di Treviso. Il Carrara, che temeva di perdere
l'amore del suo popolo, se lo affaticava con un troppo aspro servigio
militare, si affrettò dal canto suo di rimandare gli abitanti di Padova
alle loro case. Ma la ritirata del Savelli non era che uno stratagemma;
erasi egli comperati dei traditori a Stra, i quali gli aprirono un
passaggio a traverso alle linee così lungamente difese. Il 2 dicembre
egli attraversò la Brenta, ed entrò nel cantone di Pieve di Sacco il più
ricco ed il più fertile del territorio padovano. Francesco da Carrara,
accorso per respingerli, fu ferito in una mano, le sue truppe dovettero
ritirarsi, e tutte le campagne de' suoi stati vennero miseramente
saccheggiate[96].
[96] _Andrea Gataro, p. 907. — Jacob. de Delayto, p. 1021. — Piero
Minerbetti, c. 28, p. 520. — Marin Sanuto, p. 813._
Il principio del 1405 non fu meno della fine del precedente anno funesto
al Carrara. Il marchese di Ferrara, suo genero, ed il solo suo alleato,
lo abbandonò. Minacciato dalle flotte veneziane, mancante di
vittovaglie, e circondato da un popolo malcontento, egli soscrisse una
separata pace, e cedette ai Veneziani il Polesine di Rovigo, e le
fortezze che aveva innalzate lungo il Po[97].
[97] _Jacob. de Delayto, p. 1024. — Redusius de Quero, p. 816. —
Piero Minerbetti, 1405, c. 1, p. 522. — Marin Sanuto, p. 814. — And.
Navagero, p. 1077. — Gio. B. Pigna, l. V, p. 483._
Francesco da Carrara aveva chiesto inutilmente soccorso ai Fiorentini,
in allora occupati nelle negoziazioni di Pisa. Egli non riceveva
soccorso nè da loro nè da verun altro suo antico amico, molti de' suoi
sudditi cominciavano a scoraggiarsi, altri a manifestare qualche
malcontento, e pareva che Giacomo di Carrara, suo fratello naturale,
avesse preso parte in una congiura contro di lui[98]. Francesco cercò in
allora di porre in sicuro da ogni pericolo i suoi più giovani figli, e
parte de' suoi beni. Il primogenito, Francesco Terzo, era in Padova il
suo più fermo sostegno, ed il secondo, Giacomo, comandava per lui in
Verona. Il Carrara non volle allontanare da sè questi due valorosi
guerrieri, che dovevano avere con lui comuni l'estrema sua fortuna ed i
pericoli delle battaglie; ma fece passare a Firenze i più giovani figli,
Ubertino e Marsiglio, i suoi figli naturali, quelli de' suoi fratelli e
di suo figlio. Colà mandò pure tutti i giojelli di maggior valore ed
ottanta mila fiorini in danaro[99]. Avendo in tal modo provveduto alla
sorte di questa parte della sua famiglia, aspettò con tranquillità e con
inalterabile costanza l'aggressione d'un nemico, che aveva forze assai
maggiori delle sue.
[98] _And. Gataro, p. 914. — Jac. de Delayto, p. 1026._
[99] _And. Gataro, p. 915. — Jacob. de Delayto, p. 1037. — Cronica
di Lucca di Ser Cambi, p. 849._
Il 25 maggio del 1405 Castelcaro fu contemporaneamente attaccato dalla
flotta veneziana e dall'armata di terra. Dopo una vigorosa ma breve
resistenza il Castello fu reso, onde, il territorio di Padova trovandosi
aperto da ogni banda, Paolo Savelli condusse le sue truppe sotto la
capitale, di cui intraprese l'assedio il 12 giugno[100].
[100] _And. Gataro, p. 916. — Jac. de Delayto, p. 1027._
Da un altro lato Jacopo del Verme e Francesco Gonzaga stringevano
Verona. Que' cittadini non erano da verun affetto ereditario attaccati
ai Carrara, e di mal animo soggiacevano ai sagrificj resi necessarj da
una guerra cui essi non prendevano veruno interesse, e quando videro
attaccate dal nemico le loro mura, risolsero di far cessare la
resistenza di Giacomo da Carrara, ed occupata il 22 giugno la gran
piazza, domandarono di trattare con Gabriello Emo, provveditore
veneziano, che seguiva l'armata. Ottennero per altro un salvacondotto
per Giacomo da Carrara, di cui rispettavano le virtù, un salvacondotto,
affinchè potesse ritirarsi ove meglio credesse colla sua moglie e co'
suoi effetti preziosi[101]. Venne accordata a Verona una vantaggiosa
capitolazione, promettendo inoltre la signoria di conservarne ed
accrescerne i privilegi. Il 23 giugno l'armata di Jacopo del Verme entrò
in questa città e vi spiegò lo stendardo di san Marco[102]. Giacomo da
Carrara, ritenuto alcun tempo prigioniero contro il tenore della
convenzione, avendo tentato di fuggire, fu ripreso e mandato nelle
prigioni di Venezia[103].
[101] _Andrea Gataro, p. 918. — Piero Minerbetti, c. 4, p. 525._
[102] _Marin Sanuto, p. 820. — Andrea Navagero, p. 1078._
[103] _Andrea Gataro, p. 920. — Piero Minerbetti, c. 6, p. 526. —
Redusius de Quero, p. 816. — Jac. de Delayto, p. 1027._
L'armata che aveva presa Verona venne poco dopo ad unirsi a quella che
assediava Padova. Il primo luglio Paolo Savelli stabilì il suo campo a
Bassanello, ove fu mandato Carlo Zeno, come provveditore, dalla
repubblica. Il Gonzaga e Jacopo del Verme vi giunsero dopo pochi giorni.
Francesco da Carrara aveva divisa con suo figlio, Francesco Terzo, la
difesa della sua patria; egli vegliava la notte con una metà de'
cittadini, e Terzo coll'altra metà la custodiva di giorno[104].
[104] _Andrea Gataro, p. 921._
I contadini si erano ritirati in città coi loro bestiami e coi migliori
effetti; ogni borghese ne aveva ricevuti molti nella sua casa, altri
erano alloggiati nelle chiese e nei conventi, altri finalmente eransi
ridotti a dormire sotto i portici delle strade. In breve l'unione di
tanti uomini e di tanti animali, il cattivo nutrimento, le immondezze di
cui riempivasi la città, produssero l'ordinario loro effetto: una
terribile peste manifestossi in Padova coi medesimi sintomi che alla
metà del precedente secolo avevano cagionato tanto spavento. Quasi tutti
gli ammalati morivano il secondo o il terzo giorno. Alcuni carri
attraversavano ogni mattina la città per raccogliere i morti; sul loro
timone era stata posta una croce, sotto alla quale ardeva sempre una
piccola lucerna, invece delle candele che in altri tempi accompagnavano
tutti i feretri. Un solo prete seguiva il carro funebre, che portava ad
un tratto dai quindici ai venti cadaveri; cadevano vittime del contagio
quattro in cinquecento persone al giorno. In ogni cimitero eransi cavate
vaste e profonde fosse, ove ponevansi i cadaveri a strati fino alla loro
superficie. Dopo che un padre aveva deposto il figliuolo sul carro
funebre, un figlio il genitore, uno sposo la consorte, era d'uopo che
cogli occhi ancora bagnati di lagrime riprendesse sollecitamente le sue
armi per rintuzzare gli attacchi de' suoi nemici[105].
[105] Andrea Gataro, che perdette suo padre nella peste, assicura,
che rapì quaranta mila persone. _Ist. Padov., p. 921._ — Andrea
Biglia dà lo stesso numero. _Histor. Med., l. I, p. 20._ — Giacomo
di Delayto riduce le perdita a ventotto mila. _Ann. Est., p. 1029. —
Marin Sanuto, p. 817 e 827._
I castelli del territorio di Padova non avendo più comunicazione colla
capitale, nè sperando di essere soccorsi, si sottraevano gli uni dopo
gli altri all'autorità del Carrara, per fare più sollecitamente ed a
migliori condizioni la pace coi Veneziani. Este si arrese il 14
d'agosto, e Montagnana il 15. Il provveditore Zeno cercò di guadagnare
con larghe offerte Luca di Lione, nobile padovano, che comandava a
Monselice: questi ricusò con orrore le vergognose offerte; ma prese
occasione da questa comunicazione per entrare in trattato a nome dello
stesso Francesco da Carrara, e si recò espressamente a Padova per sapere
a quali condizioni accetterebbe di capitolare. Francesco dichiarò, che
consentirebbe di cedere la capitale e di rinunciare alla sovranità,
purchè fosse posto in libertà Giacomo suo figlio; che la signoria gli
pagasse cento cinquanta mila fiorini per indennizzazione; che
ratificasse le donazioni da lui fatte in tempo del suo governo, e
guarentisse i privilegj e le antiche consuetudini di Padova[106].
[106] _Gataro Stor. Padov., p. 923. — Jac. de Delayto, p. 1030._
Mentre che Carlo Zeno era a Venezia per consultare la signoria intorno a
queste condizioni, Francesco da Carrara approfittò dell'arrogante
confidenza de' suoi nemici per batterli. Adunò le milizie della città,
che trovavansi ridotte a quattro mila settecento individui, sebbene vi
fossero incorporati i contadini rifugiati, quando nel precedente anno
oltrepassavano i dodici mila. Alla testa di questa gente sorprese il 18
agosto il campo di Paolo Savelli, che la Brenta separava da quello di
Galeazzo di Mantova: ne bruciò gli alloggiamenti, atterrò la bandiera di
san Marco e quella del capitano, ed arrecò alla repubblica il danno
d'oltre cento mila fiorini[107].
[107] _And. Gataro, p. 924. — Jac. de Delayto, p. 1030. — And.
Billia, l. I, p. 19. — Marin Sanuto, p. 821._
Di ritorno al campo Carlo Zeno comunicò le offerte della signoria al
Carrara: questa rendeva la libertà a suo figlio, gli permetteva di
condurre con lui trenta carri coperti, e gli dava sessanta mila fiorini.
Carrara, di consentimento del suo consiglio, era disposto ad accettare
queste condizioni, quando per sua sventura ricevette la stessa notte una
lettera di Bartolommeo dell'Armi, governatore de' suoi figli a Firenze,
la quale lo avvisava che i Fiorentini avevano comperata Pisa, e che,
cessata l'inquietudine loro per questo lato, non indugierebbero a
soccorrerlo. Alcuni priori di Firenze avevano avvalorata questa speranza
coi loro discorsi, ed il signore di Padova, credendosi omai certo dei
loro soccorsi, dichiarò che si difenderebbe fino all'ultima
estremità[108].
[108] _Andrea Gataro, p. 926. — Navagero Stor. Ven., p. 1078._
La lunga resistenza dei castelli del territorio di Padova aveva divise
le forze degli assedianti. Posti sopra isolate colline in mezzo a vaste
campagne, avevano lungo tempo resa vana l'industria degl'ingegneri
veneziani: ma Campo san Piero si arrese l'undici di settembre, e
Monselice, ch'era stato provveduto di vittovaglie per sette anni,
perdette nello stesso giorno per un fortuito incendio i suoi magazzini,
e dovette capitolare tre giorni dopo Campo san Piero. Nel seguente
ottobre vennero l'un dopo l'altro occupati dai Veneziani Stra, san
Martino, Arlenga, Cittadella e Castel Baldo. La Brenta più non
attraversava Padova avendola gl'ingegneri deviata per altro canale, onde
i mulini della città non avevano più acqua. Paolo Savelli era morto di
malattia, ma Galeazzo di Mantova, che gli era succeduto nel comando
dell'armata veneziana, stringeva vigorosamente l'assedio[109].
[109] _Andrea Gataro, p. 928. — Jacob. de Delayto, p. 1029. — Marin
Sanuto, p. 818-821._
Il 2 di novembre i Veneziani, che avevano nel loro campo otto mila
cavalli e più di sedici mila pedoni, diedero un generale assalto alla
città che attaccarono su quattro punti diversi; ma furono dovunque
gagliardamente respinti. Il loro capitano, Galeazzo di Mantova, venne
rovesciato dal muro con un colpo di lancia da Francesco da Carrara; fu
pure ferito il provveditore veneziano Francesco Bembo; e la battaglia
che aveva durato dalle due ore avanti giorno fino alla notte, finì senza
che gli assedianti avessero ottenuto verun vantaggio[110].
[110] _Andrea Gataro, p. 929. — Jacob. de Delayto, p. 1030_.
Per riempire la città di terrore gli assedianti attaccarono alle loro
frecce viglietti, coi quali minacciavano per parte della signoria di
mettere Padova a ferro ed a fuoco trattandola come Zara e Candia, se gli
assediati non si arrendevano prima che passassero dieci giorni[111].
Francesco Terzo medesimo eccitava suo padre ad arrendersi, ed a
preservare la patria dagli orrori ond'era minacciata; ma il Carrara
ricordavasi del passato esilio, non voleva nuovamente gustare l'amarezza
del pane straniero, e sforzavasi di rianimare il coraggio de' suoi
concittadini colla speranza di vicino soccorso. Assicurava di averne
avuta la promessa dal re di Francia, dal re d'Ungheria, da suo fratello
il conte di Carrara che serviva con mille lance sotto gli ordini di
Ladislao re di Napoli, e che scordava le loro private nimistà per
salvare la sua patria[112]. Per altro egli medesimo non faceva
fondamento sulle speranze che cercava d'ispirare agli altri, e solo
credeva di poter lusingarsi di qualche ajuto per parte dei Fiorentini;
ma questi, impegnati trovandosi in una pericolosa guerra per la
conquista di Pisa, non volevano dividere le loro forze, nè tirarsi
addosso la potente inimicizia de' Veneziani[113].
[111] _And. Gataro, p. 931._
[112] _Jacob. de Delayto, p. 1007._
[113] _And. Gataro, p. 931._
Finalmente le guardie delle porte di santa Croce lasciaronsi sedurre da
un Vicentino detto Giovanni di Beltramino, e lo fecero entrare la notte
del 17 novembre con cinquanta fanti. Egli cominciò ad uccidere i
traditori che gli avevano aperta la città, indi fece avanzare le truppe
veneziane[114]. Francesco da Carrara si portò quasi subito contro ai
nemici, e dopo inutili sforzi per ricuperare la porta, cercò almeno di
trattenere tanto tempo i nemici, finchè gli abitanti del sobborgo si
ritirassero coi loro più preziosi effetti nel ricinto interno,
perciocchè la città ne aveva ancora due, ossia ogni quartiere di Padova
era circondato di mura, e poteva separatamente difendersi. Ma sebbene da
pertutto si suonasse campana a martello e che gli amici del principe
chiamassero i cittadini a difendere con lui il loro onore ed i loro
beni, la maggior parte invece di prendere le armi non pensava più che a
nascondere i più cari effetti, onde salvarli dall'imminente sacco.
Francesco da Carrara, quasi abbandonato, domandò un armistizio ed un
salvacondotto per recarsi al campo veneziano. Vi fu accompagnato da
Paolo Crivelli e da Michele di Rabatta, gentiluomo del Friuli, la di cui
fedeltà non erasi giammai smentita. Dichiarò ai provveditori veneziani
ed a Galeazzo di Mantova, che recavasi presso di loro per rendere la
città ad onorevoli condizioni; e che quando non potesse ottenerle, era
risoluto di difendere fino alle ultime estremità i due ricinti di mura
che ancora gli restavano[115].
[114] _Marin Sanuto, p. 828._
[115] _Andrea Gataro, p. 934. — Jacob. de Delayto, p. 1031._
Risposero i provveditori di non avere sufficienti poteri per trattare
col Carrara; ma lo invitarono a dare la città nelle loro mani, ed a
passare in seguito a Venezia per trattare direttamente colla signoria.
Credette il Carrara di dover preferire alla loro parola quella di un
rispettato militare. «Capitano, disse egli a Galeazzo di Mantova
rivolgendosi a lui, a voi io affido senza timore la mia città e le mie
fortezze. Promettetemi soltanto sull'onor vostro, che se io non anderò
d'accordo colla signoria voi me le ritornerete nello stato in cui vi
saranno consegnate.» Dopo averne avuta la parola, Francesco tornò in
Padova per fare dal consiglio della comunità eleggere otto deputati, ed
eleggerne due egli medesimo, onde trattare a Venezia intorno alle
condizioni della resa della piazza[116].
[116] _Andrea Gataro, p. 934. — Jacobi de Delayto, p. 1031. — Marin
Sanuto, p. 828. — Piero Minerbetti, c. 21, p. 541._
Il doge e la signoria ricusarono di ascoltare gli ambasciatori del
signore di Padova, ma ricevettero cortesemente quelli della città, e
loro promisero di conservare a Padova tutti i suoi privilegj, purchè i
cittadini si arrendessero essi medesimi senz'aspettare che i Carrara
trattassero per loro. Fu all'istante convenuto che due degli
ambasciatori tornerebbero a Padova, e che persuaderebbero il popolo ed i
consigli a riporsi in possesso della sovranità. Per facilitare questa
rivoluzione Galeazzo di Mantova invitò Francesco da Carrara e suo figlio
ad una conferenza nel suo campo. Li trattò in seguito a cena, ed
all'indomani li mandò parte volontariamente e parte per forza, prima ad
Oriago ed in seguito a Mestre.
Durante questo tempo, i due ambasciatori tornati a Padova, vi avevano
spiegato l'antico stendardo della comunità, la croce rossa in campo
d'argento. Una ventina di sediziosi tentarono di eccitare un tumulto
colle grida di _viva san Marco! viva il popolo! morte ai Carrara!_ Ma i
cittadini non vi presero parte, e non cercarono nè di rovesciare, nè di
difendere la di già distrutta autorità dei loro signori. Un podestà,
nominato dai sediziosi, aprì nel medesimo giorno, 19 novembre 1405, le
porte di Padova a Galeazzo ed ai provveditori, che presero possesso
della città a nome della repubblica di Venezia[117].
[117] _Andrea Gataro, p. 937. — And. Billii Hist., l. I, p. 21._
Quando il Carrara seppe che la sua capitale era stata ceduta ai
Veneziani invitò Galeazzo di Mantova a mantenergli la data fede. In
particolare Francesco Terzo insisteva per rientrare in possesso del
castello, determinato com'egli era di difenderlo fino all'ultima
estremità, ed a seppellirsi sotto le sue ruine. Invano attestava il
generale, che la signoria tratterebbe i due principi generosamente,
poichè ciò era smentito dal rifiuto di ricevere i loro ambasciatori.
Frattanto Francesco da Carrara non tardò a conoscere che l'entusiasmo
de' suoi compagni d'armi era spento, e che più non troverebbe chi
volesse con lui consacrarsi a sicura morte. Conobbe pure che Galeazzo
non vorrebbe o non potrebbe mantenere la data fede, e che insistendo
sull'esecuzione d'una ineseguibile condizione si farebbe d'un protettore
un nemico. Acconsentì adunque d'imbarcarsi con suo figlio per rendersi a
Venezia scortato da Galeazzo e da Francesco di Molino. Al loro arrivo
nel quartiere di san Giorgio furono accolti dalle terribili grida del
popolo _a morte i Carrara!_ all'indomani, 30 novembre, Galeazzo lasciò i
suoi prigionieri per andare ad interporre a loro favore i suoi buoni
ufficj; ma quando vide l'animosità della signoria, più non osò di
rivederli. Egli risentì e manifestò fors'anche in un modo troppo
veemente la sua profonda indignazione pel colpevole abuso che si faceva
della sua parola: il senato non sapeva soffrire i rimproveri de' suoi
militari, e Galeazzo morì dopo poche settimane[118].
[118] _Jacobi de Delayto, p. 1031. — Andrea Gataro, p. 938. — Marin
Sanuto p. 829._
All'indomani i due principi di Carrara furono introdotti avanti alla
signoria; essi gittaronsi alle ginocchia del doge Michele Steno, che li
rialzò e li fece sedere uno alla sua destra e l'altro a sinistra. Il
doge ricordò loro che la repubblica gli aveva ajutati a ricuperare
Padova da Giovan Galeazzo, e rimproverò loro la propria ingratitudine,
ma senza amarezza. I Carrara non risposero a questi rimproveri che
chiedendo grazia e misericordia[119]. Furono non pertanto mandati in
prigione, ove trovarono Giacomo da Carrara il secondo figlio di
Francesco, il quale dopo essere stato arrestato a Verona cinque mesi
prima, nulla aveva potuto sapere intorno alla sorte della sua famiglia,
e che non aspettavasi di vederla riunita in così funesto soggiorno.
L'istante in cui gli sventurati principi si riconobbero, cavò le lagrime
agli stessi carcerieri.
[119] _Marin Sanuto, p. 830._
La signoria non si affrettò di decidere la sorte dei principi da
Carrara. Il consiglio dei pregadi aveva nominato il 24 dicembre cinque
commissari per formare il loro processo e per rilegarli nel luogo che
troverebbero più conveniente. Ma Jacopo del Verme, che trovavasi in
allora al servigio dei Visconti, e che odiava mortalmente i Carrara,
recossi espressamente a Venezia per isvegliare contro di loro la
diffidenza del consiglio dei dieci. «I Carrara, egli disse, furono
un'altra volta spogliati dei loro stati, e furono un'altra volta
prigionieri presso i loro vincitori; ma si rialzarono da questo
abbassamento per diventare più che mai formidabili ai loro vicini. La
loro attività, i loro talenti, e più di tutto l'odio implacabile onde
erano animati loro procacciarono alleati, armi e soldati. I loro antichi
sudditi si ribellarono nel 1390 per riporli sul trono. È facile lo
scorgere che quest'amore de' Padovani pei loro principi vive ancora,
allorchè si considerano tutti i patimenti che soffrirono senza
lagnarsene nell'ultima guerra. L'odio ereditario del Carrara contro
Venezia è d'assai anteriore alla guerra di Chiozza; trent'anni di
nimistà e di vicendevoli ingiurie lo cimentarono in modo da farne la
loro dominante passione. Per tenere in dovere uomini animati da un così
fatto odio, da un tale desiderio di vendetta, non havvi altra sicura
prigione che quella del sepolcro.»
Il consiglio dei dieci chiamò il processo al suo tribunale e decretò la
morte dei Carrara. Il 16 gennajo del 1406 il confessore del signore di
Padova andò ad annunciargli in prigione la sua sentenza ed a disporlo
alla morte. Francesco, dopo avere dato un primo sfogo al suo sdegno,
gittossi a' piedi del monaco per confessare divotamente i suoi falli, e
ricevere da lui la comunione. Si fu appena ritirato il confessore, che
due capi del consiglio dei dieci e due capi della quarantia entrarono
nella prigione con venti carnefici. Francesco da Carrara, che non voleva
riconoscere l'autorità del tribunale che lo condannava, nè lasciarsi
scannare come una vittima, preso il suo sgabello di legno, il solo
mobile che si trovasse in quella prigione, s'avventò contro i suoi
uccisori. Oppresso da tanta gente si difese alcun tempo valorosamente,
ma all'ultimo rovesciato al suolo, e tenuto per le mani e pei piedi
venne strozzato da Bernardo Priuli colla corda d'una balestra[120].
All'indomani fu sepolto onorevolmente nella chiesa di santo Stefano
degli Eremitani. Francesco Novello (dice il Gataro, suo storico e suo
amico) era di mediocre grandezza e di belle proporzioni, sebbene
alquanto grosso. Bruno era il suo volto e piuttosto severo, elegante il
suo discorso, il suo carattere dolce e misericordioso, vaste le sue
cognizioni, ed eroico il suo coraggio[121].»
[120] _Redusius de Quero, p. 818._
[121] _Andrea Gataro, p. 940._
Il giorno seguente lo stesso confessore andò a portare ai figliuoli
Carrara l'ordine di prepararsi alla morte. Teneramente si abbracciarono,
e ricevettero assieme la comunione; indi Francesco Terzo fu condotto il
primo al luogo ov'era stato strozzato suo padre, e vi perì nella stessa
maniera per mano di Bernardo Priuli; vi fu poi condotto Giacomo, il
quale dopo avere raccomandato a Dio l'anima di suo padre, del fratello e
la propria, scrisse a sua moglie Belfiore da Camerino per consolarla
nella sua disgrazia, e tese la testa al laccio.
Francesco, che al battesimo aveva ricevuto il nome di Terzo perchè era
destinato ad essere di quel nome il terzo signore di Padova, aveva
quando morì trentun'anni. Era grande della persona, ma portava la testa
bassa; era bruno ed alquanto losco dell'occhio destro. Era, secondo
Gataro, un valoroso e saggio cavaliere, ma inclinato alla crudeltà, alla
collera, alla vendetta. Suo fratello Giacomo contava ventisei anni;
aveva un'elegante figura, una dolce fisonomia, un cuore dolce e
compassionevole, e il suo discorso gli acquistava gli animi. A queste
qualità, che lo rendevano a tutti caro, aggiugneva l'ereditario valore
della sua famiglia[122].
[122] Redusio da Quero, nemico di tutta la famiglia dei Carrara,
parla con tenerezza di Giacomo. _Chron. Tarvis., p. 819. — Jacob. de
Delayto, p. 1036._
Restavano tuttavia in Firenze due legittimi figli di Francesco da
Carrara. La signoria di Venezia fece pubblicare a suono di tromba che
accorderebbe un premio di quattro mila fiorini a colui che le darebbe in
mano vivi l'uno o l'altro di questi principi, e tre mila a colui che gli
ucciderebbe. Questo premio promesso al delitto non sedusse verun
assassino. Ma i figli legittimi della casa di Carrara perirono senza
prole. Ubertino il primogenito morì a Firenze di naturale malattia, il 7
dicembre del 1407, in età di diciott'anni[123]. Suo fratello Marsiglio
dopo avere molti anni servito Filippo Maria duca di Milano, il 6 marzo
del 1435 fece un tentativo per rientrare in Padova e ricuperare la
sovranità de' suoi maggiori. Ma la trama formata dai suoi partigiani
venne scoperta, e mentre Marsiglio fuggiva con piccolo seguito, fu
fermato e condotto a Venezia, ove il consiglio dei dieci lo fece
decapitare il 24 marzo del 1435[124].
[123] _Redusius de Quero, p. 820._
[124] _Andrea Gataro, p. 942._ Questo storico finisce la sua
narrazione alla morte dei principi da Carrara, e spesso fa scordare
la sua prolissità con interessanti particolarità.
Rodolfo, fratello naturale di Francesco Novello, fu ritenuto in
prigione a Venezia fino al 1417. In tale anno fuggì, ma fu ben tosto
ripreso, e probabilmente condannato a morte. _Cronica di Bologna, p.
590. — Navagero Stor. Veneziana, p. 1099._
Se l'antico odio tra la casa dei Carrara e la repubblica di Venezia
scema l'orrore che devono ispirare questi giuridici assassinj; veruno
somigliante motivo poteva scusare la crudeltà del senato verso gli eredi
della casa della Scala. Antonio, loro avo, aveva perduti i suoi stati
per essere entrato, come alleato della repubblica, in una sgraziata
guerra. Guglielmo visse sotto la protezione dei Veneziani, e la di lui
morte, attribuita al Carrara, era stato il pretesto dell'ultima guerra.
Per ultimo i figli di Guglielmo, Antonio e Brunoro, avevano perduta la
protezione del signore di Padova, ed erano in oltre stati da lui posti
in prigione a motivo delle loro negoziazioni colla repubblica.
Trovavansi allora nel territorio di Trento; imperciocchè Francesco da
Carrara aveva loro data la libertà, prima di perdere i suoi stati.
Fecero chiedere di essere rimessi in possesso di Verona, e la signoria
invece di rispondere pose una taglia sulle loro teste. Allora i due
fratelli si separarono, e Brunoro passò ai servigi dell'imperatore, e vi
si tenne molti anni[125].
[125] Eravi ancora l'anno 1423 quando Andrea Biglia scriveva la sua
storia, _l. I, p. 18. — Marin Sanuto, p. 832._ — Brunoro seguì
Sigismondo nella sua spedizione d'Italia l'anno 1432. — _Petri
Russii Fragm. Hist. Senens., t. XX, p. 41._ — L'odiosa politica del
consiglio dei dieci non può essere paragonata che al suo atroce
sistema di procedura criminale. Nel dubbio, credeva di dover punire;
e sopra l'indizio d'un delitto facevasi l'assurdo dovere di
condannare un accusato malgrado l'intimo convincimento della sua
innocenza. Carlo Zeno, il più virtuoso cittadino, il più grand'uomo
di Venezia, venne accusato al consiglio dei dieci d'avere ricevuto
da Francesco da Carrara quattrocento ducati d'oro; i libri del
signore di Padova, ch'erano stati sorpresi, attestavano questo
pagamento senza indicarne il titolo. Zeno riconobbe immediatamente
d'avere ricevuta tale somma all'epoca indicata. Era, diceva lo Zeno,
il pagamento di eguale somma ch'egli aveva prestata al Carrara
quando era fuggito da Asti. Tutte le circostanze appoggiavano
quest'asserzione, che avrebbe dovuto implicitamente credersi in
vista del conosciuto carattere dello Zeno. Veruno de' suoi giudici
osava solamente sospettarlo di corruzione; pure lo privarono di
tutti gl'impieghi e lo condannarono alla prigionia di due anni,
disonorando, per quanto dipendeva da loro, l'uomo che aveva coperto
di maggiore gloria il nome Veneziano. _Caroli Zeni vita, l. IX, p.
345._
Tutte le province possedute dalle famiglie delle Scala, e da Carrara, e
tutta la Marca Trivigiana erano ridotte all'ubbidienza della repubblica
di Venezia. Lo stendardo di san Marco volteggiava a Treviso, a Feltre, a
Belluno, a Verona, a Vicenza ed a Padova. Il senato mandò in tutte
questa città due senatori, che presedessero al loro governo, l'uno come
podestà, l'altro come capitano del popolo.
La repubblica superava in potenza tutti i più vasti stati d'Italia, se
per altro la potenza può acquistarsi coi delitti, e se, ancora agli
occhi della politica mondana, l'odio e la diffidenza che eccita la
perfidia, non compensano tutto il vantaggio degli acquisti ch'ella
procura. Poichè Venezia ebbe acquistati degli stati in terra ferma, andò
trascurando le province d'oltre mare, il commercio, la marina, vere basi
della sua potenza, per avvilupparsi nella politica del continente; ella
prese parte in tutte le guerre ed in tutte le rivoluzioni, ed eccitò
contro di sè quella gelosia, quel profondo universale odio che, dopo un
intero secolo di politici maneggi e di guerre, scoppiò finalmente colla
lega di Cambray[126].
[126] Terminando la storia dei principi da Carrara e della Scala,
tornerà forse comodo al lettore di avere qui una tavola cronologica
di queste due dinastie. Quella dei Carrara aveva dominato in Padova
ottantasette anni, cominciando nel 1318.
Giacomo Grande da Carrara nominato dal popolo principe
di Padova. _an._ 1318 _mort._ 1324.
Nicolò, fratello di Giacomo } { 1326
} 1324 {
Marsilio, nipote di Giacomo } {
e di Nicolò } { 1338
Ubertino, nipote di
Marsilio 1338 1345
Marsilietto Pappafava _assassinato dal
da Carrara 1345 seguente_ 1345
Giacomo II, figlio di }
Nicolò detto qui sopra 1345 } _assassinato da un
} bastardo da Carrara_ 1350
Giacomino, fratello del } _arrestato da suo_
precedente } nipote 1357_ 1372
} insieme 1350.
Francesco I, loro nipote } _prigioniero di Giovanni
} Galeazzo 1389_ 1393