CAPITOLO LVII.

_Considerazioni intorno al carattere ed alle rivoluzioni del

quattordicesimo secolo._

Abbiamo guidati i nostri lettori fino alla fine dei XIV secolo, in

quest'importante periodo facendoci una costante legge di tener dietro

non solo alle rivoluzioni dei diversi popoli dell'Italia, ma ancora alla

generale politica dell'Europa, ed ai rapporti di tutte le nazioni

d'oltremonti cogl'Italiani. Chiederemo adesso licenza ai lettori, come

abbiamo chiesto in fine del precedente secolo, di trattenerci alquanto

con noi per dare un'occhiata allo spazio percorso.

Queste considerazioni sui decorsi tempi non ci saranno cagione di

perfetta soddisfazione. Grandi imprese si condussero a fine in questo

secolo da uomini sommi che si presentano sulla scena; grandi virtù,

grandi delitti, ed in particolar modo un grande sviluppamento dell'umano

ingegno occuparono alternativamente la nostra attenzione. Per altro un

solo pensiero non si vede riempire ed animare tutti gli spiriti; nè si

sente che le rivoluzioni degli stati e le passioni degli uomini tendano

verso un solo scopo; ed il secolo per avventura più ricco d'Italia in

grandi scrittori, in pensatori profondi, in uomini d'ogni maniera

grandissimi, non ha un determinato carattere. Non è già così che si

presentano alla nostra memoria gli uomini del secolo dodicesimo e

tredicesimo, con quella loro energia di libertà, con quell'ardente

desiderio di possanza e di gloria. La storia di tutte le città era in

allora quasi la medesima, la vita d'ogni uomo rassomigliava in allora

alla vita del suo concittadino, non per un eguale riposo, ma per una

attività della stessa natura; tutti tendevano con forza allo stesso

scopo, tutti rapidamente avanzavano sulla stessa via, e l'intera nazione

aveva un grande carattere, non già solamente perchè contava molti egregi

uomini, ma perchè ogni uomo, dal più grande fino al più oscuro, aveva

ricevuto dalla natura una doviziosa eredità.

Nel secolo quattordicesimo gl'individui si staccano molto più dalla

folla, e richiamando sopra di sè l'universale attenzione la

signoreggiano colle loro grandi intraprese, col loro ingegno, coi loro

delitti; ma intanto la nazione, cui appartengono, non si vede avanzare

di pari passo, e mentre essi risplendono come fuochi erranti e

s'aggirano per ogni lato, i varj popoli, cui dovrebbero servire di

guida, si smarriscono ne' tortuosi sentieri della politica, s'avanzano e

ritrocedono, e mentre alcuni tendono alla libertà, altri s'accostano al

dispotismo: l'immoralità e la religione, la superstizione e la

filosofia, il coraggio e la pusillanimità, sono dominanti a vicenda,

onde giunti al fine dell'intero secolo mal saprebbesi dire quali

progressi siansi fatti.

I primi capi d'opera della lingua italiana appartengono al

quattordicesimo secolo; ella nacque, per così dire, con lui, ed il poema

di Dante cominciò nel primo anno del secolo: il Petrarca ed il

Boccaccio, ed altri gentili poeti di minor nome appartengono interamente

a questo secolo[1]. Pure la recente scuola perde tutt'ad un tratto la

sua fecondità; la letteratura italiana si ferma, l'invenzione pare

proscritta, l'immaginazione viene incatenata dall'erudizione, nojosi

copisti subentrano ai poeti originali, e non sanno produrre che sonetti,

canzoni e fredde allegorie modellate sui trionfi del Petrarca; la

difficoltà del metro da loro adoperato agghiaccia ogni ispirazione, il

pensiere ricusa d'annicchiarsi nell'angusta periferia cui vuole ridursi,

niuno tratta la poesia epica o drammatica, e coloro che si occupano

della lirica, non hanno nè immaginazione, nè entusiasmo, nè sensibilità.

Finalmente le muse italiane ammutoliscono affatto, ed in sul declinare

del secolo più omai non rimane un solo ingegno che onori la lingua

volgare, che di già esaurita e corrotta deve dormire un altro secolo

prima che venga richiamata a creare nuove cose.

[1] Citansi particolarmente Bosone da Gubbio, Francesco da

Barberino, Benuccio Salimbeni, Bindo Bonichi, Fazio degli Uberti,

Marco Barbato, Giovanni Barili, Sennuccio del Bene, Lancellotto

Anguissola, Zenone Zenoni e Franco Sacchetti.

L'antichità era stata scoperta; e compresi da santo rispetto per la

medesima gl'Italiani tentarono di farle occupare il posto de' tempi

presenti. Lo studio delle lingue morte aveva tutt'ad un tratto sospesa

la vita presso una nazione così proclive a prendere nuove forme.

Coll'idioma de' passati secoli, e ponendosi a lato agli estinti, si

pretese di acquistar gloria; come se l'inspirazione potesse giammai

animare una lingua che non risuonò mai in fondo del cuore nella intimità

delle domestiche relazioni, una lingua che il figlio non udì uscir dalla

bocca della madre, l'amante da quella dell'amica; una lingua che non

eccita la commozione del popolo, e che non può sollevare, nè affascinare

la moltitudine. Molti uomini di alto ingegno impararono a pensare, a

sentire, a parlare come Cicerone, Tito Livio e Virgilio. Ottennero di

apparire ombre dei corpi dell'antichità; ma i presenti tempi non erano

che l'immagine d'un passato che invano cercavasi di richiamare; e questa

vita di riverbero, ove nulla poteva sentirsi di spontaneo, aveva la

triste freddezza della morte ch'ella imitava[2].

[2] I più celebri poeti latini, dopo il Petrarca e Zenobio da

Strada, sono Albertino Mussato, Ferreto di Vicenza, Convennolo di

Prato, Andrea di Mantova, Francesco Landini e Coluccio Salutato. Tra

i prosatori ricorderemo prima d'ogni altro gli storici di cui ci

siamo valuti. In sul declinare del secolo si videro comparire

Leonardo Bruno detto l'Aretino, Poggio Bracciolini e Coluccio

Salutato, che quali scrittori latini dovevano superare tutti i loro

predecessori.

Questo zelo dell'erudizione ebbe se non altro il vantaggio di

raccogliere i ricchi monumenti dell'antichità, che fino a tale epoca

erano rimasti affatto negletti. L'arte di fabbricare la carta, che

sembra essersi inventata a Fabriano, nella Marca d'Ancona, in sul finire

del precedente secolo[3], permise di moltiplicare le copie de' preziosi

manoscritti; Roberto, re di Napoli, il marchese d'Este, Giovanni

Galeazzo, duca di Milano, Lodovico Gonzaga, Pandolfo Malatesta, ed

alcuni altri sovrani raccolsero con enorme spesa libri d'ogni sorta,

accordando a tutti i dotti l'uso de' medesimi. I privati imitarono la

loro magnificenza, e l'Italia possedette in breve più biblioteche che

tutta l'Europa.

[3] _Tiraboschi Stor. della Letter., t. V, l. I, c. 4, § 4, p. 90._

Lo zelo esagerato e pedantesco della erudizione non poteva riuscire

vantaggioso alla letteratura; ma era forse necessario agli avanzamenti

di altri studj, e gl'Italiani in questo secolo sostennero la gloria

delle loro università con i dotti lavori de' loro teologi[4], de'

canonisti[5], de' giurisperiti[6]. Fu già un tempo nel quale i nomi di

Giovanni d'Andrea, di Bartolo e di Baldo sembravano consacrati ad

un'eterna celebrità; ma l'erudizione non può dare che una gloria

passaggiera: il solo genio, e non l'immensità del sapere, può solo

rendere le opere degli uomini trionfatrici del tempo.

[4] Roberto di Bardi, Dionigi di Borgo san Sepolcro, Guglielmo di

Cremona, Ugolino Malabranca, Bonaventura di Peraga, Luigi Marsigli

ec.

[5] Guido di Balso, Giovanni d'Andrea, Giovanni Calderini, Paolo de'

Liazari, Giovanni di Legnano, Pietro d'Ancarano, Lapo di

Castiglionchio, Francesco Tabarella ec.

[6] Cino da Pistoja, Bartolo di Sasso Ferrato, Niccolò Spinelli,

Andrea Rampini d'Isernia, Baldo, Gian Pietro Ferrari, Riccardo da

Saliceto ec.

Ad eccezione del Poema di Dante, dei Sonetti del Petrarca e delle

Novelle del Boccaccio, verun'altra opera di questo secolo è conosciuta

dalla comune dei lettori. Gli è dunque meno nelle scritture che nelle

azioni che cercare dobbiamo il carattere degli uomini di questo periodo

di tempo. Nel corso di questa storia ci siamo proposti di legare gli

avvenimenti gli uni cogli altri, dando loro un centro di comune

interesse e movimento. Mi sono perciò studiato di schivare le

transizioni troppo subitanee dalla storia d'un popolo a quella d'un

altro, e mi sono preso quasi sempre la penosa cura di trovare il

rapporto ed il punto d'unione che lega quegli avvenimenti che al primo

aspetto sembrano isolati. Non pertanto mi è pur forza di confessarlo,

deve rimanere ancora qualche confusione nella mente del lettore travolto

fra mille narrazioni che s'incrocicchiano. Per disporre con ordine le

nostre ricordanze tentiamo di seguire le rivoluzioni di un secolo in

tutti gli stati ond'era in allora divisa l'Italia, e cerchiamo in pari

tempo di vedere cosa essi fossero e cosa diventarono.

L'autorità imperiale, ristaurata in Germania dall'ingegno e dall'energia

di Rodolfo d'Apsburgo, e da suo figliuolo Alberto, non si era di nuovo

stesa fino all'Italia. Enrico di Lussemburgo tentò di fare in principio

del secolo ciò che la casa d'Austria non aveva fatto; portò le

vittoriose sue armi a traverso la Lombardia, fece sentire al Piemonte,

al Milanese, alla Marca Trivigiana un'autorità già da molto tempo

trascurata o disprezzata, lottò con gloria in Toscana contro la non meno

gloriosa resistenza della repubblica fiorentina, cinse a Roma la corona

imperiale, malgrado il potente avversario che voleva vietargli

l'ingresso in quella capitale, mostrossi non meno grande nella povertà e

nella privazione, che in mezzo alle vittorie, e l'immatura sua morte fu

forse il solo ostacolo che si opponesse al suo progetto di unire con

saldi legami l'Italia all'impero germanico.

Ma dopo la morte di questo principe passò lungo tempo prima che un uomo

degno di succedergli salisse sul trono imperiale. La guerra civile tra

Luigi di Baviera e Federico d'Austria contribuì forse meno a distruggere

l'autorità del monarca in Italia, che l'incoerente, l'ingrato ed avido

contegno di Luigi, dopo ch'ebbe trionfato di Federico. I discendenti di

Enrico VII, che occuparono in appresso il trono, pare che andassero di

generazione in generazione perdendo alcuna delle virtù o delle qualità

di questo gran principe, finchè caddero in una assoluta nullità. Suo

figliuolo Giovanni, re di Boemia, non aveva avuto in retaggio che il suo

valore cavalleresco, la sua attività, la sua lealtà; mentre l'incostanza

di Giovanni nel proseguimento de' vasti progetti, che appena ideati

abbandonava, doveva rovesciare la sua autorità colla celerità medesima

con cui era stata innalzata dalla sua attività. Carlo IV, suo figliuolo,

imperatore dopo Luigi di Baviera, era inferiore non meno al padre che

all'avo. Timido, egoista, avaro, corse due volte l'Italia piuttosto come

mercante che come sovrano, e due volte si espose ad affronti, di cui in

appresso vendeva il perdono, ivi dove i suoi antenati avevano colti

degli allori. Pose all'incanto l'onore dell'impero e il suo, e sagrificò

gli antichi amici di sua famiglia e la prosperità delle città, che gli

si erano mostrate più affezionate. Wencislao, suo figliuolo, mostrò che

si poteva scendere anche più a basso, e degenerare ancora da così fatto

padre. Probabilmente per altro la sua vita oziosa e dissoluta avrebbe in

Italia recato minore pregiudizio all'onore della corona, che i viaggi di

Carlo IV, perchè veniva volentieri dimenticato un uomo che non

ricordavasi d'alcuno; ma l'impazienza e la rivoluzione della Germania

risvegliarono l'attenzione del pubblico, e Wencislao colla vergognosa

sua caduta dal trono imperiale diede a conoscere tutto il disprezzo che

meritava.

E per tal modo in sul declinare del XIV secolo l'autorità

degl'imperatori in Italia, era nulla, come nulla era stata nel principio

dello stesso secolo. Le campagne d'Enrico VII, di Lodovico il Bavaro e

di Carlo IV non avevano loro procurata che un'efimera conquista; e se

pure ravvisavasi qualche differenza nella posizione dell'impero in

queste due epoche, stava tutta nella disposizione dei popoli. Eransi

questi liberati da tutte le illusioni; avevano affatto perduto l'antico

loro rispetto pel nome di monarca e spezzato ogni legame d'affetto e di

partito; perciocchè sebbene le fazioni guelfa e ghibellina non avessero

per anco deposti gli antichi odj, e dovessero bentosto azzuffarsi di

nuovo, eransi totalmente svincolate dagl'interessi dell'impero e della

chiesa. Niuno si maravigliò vedendo l'imperatore Roberto alleato dei

Guelfi di Firenze e di Padova per fare la guerra ai Ghibellini di

Lombardia; ma la mala riuscita di questa spedizione fece apertamente

conoscere quanto fosse debole l'impero anche quando era governato da un

savio e coraggioso principe.

La rivoluzione d'un secolo aveva portati ancora più notabili cambiamenti

nella potenza del papa. In sul finire del XIII secolo Bonifacio VIII era

tuttavia un potente sovrano in Italia, un pontefice ubbidito e temuto da

tutti i Cristiani. Bonifacio IX alla fine del XIV secolo aveva omai

perduta ogni temporale e spirituale autorità. Ma questo periodo era

stato per la Chiesa insignito da una lunga serie di calamità, ed è cosa

maravigliosa, non già il vederla caduta in così basso stato, ma bensì

che tali avvenimenti non l'abbiano privata d'ogni considerazione e

potenza. Gli oltraggi cui Bonifacio VIII fu esposto nel 1303, e la

violenta sua morte, sembravano presagire ciò che la dignità papale

soffrire doveva in questo secolo. Quando Clemente V rinunciò alla

naturale sua residenza ed acconsentì di starsi in qualità d'ostaggio tra

le mani di un re, cui davasi colpa d'aver fatti morire i due suoi

predecessori, si spogliò nello stesso tempo dell'autorità che veniva

accordata prima di tale epoca al comun padre de' Cristiani, e della

sovranità che i successori di san Pietro avevano lentamente innalzata

colla loro politica. Mentre il capo dei fedeli abbassavasi fino ad

essere lo strumento ed il ludibrio di una corte ambiziosa e

dissimulatrice, mentre dimenticava nella sensualità e ne' piaceri le

lezioni di morale dovute ai Cristiani, mentre la pompa della sua corte

non era che un velo del suo real servigio, mentre le sue ricchezze ne

accusavano la simoniaca venalità, gli abitanti di Roma e degli stati

della Chiesa scuotevano l'autorità dei legati e de' vicarj mandati da

Avignone per governarli. Gli uni riacquistavano la libertà, o una

burrascosa indipendenza; altri si assoggettavano a nuovi padroni, ma a

padroni guerrieri scelti da loro medesimi; e tutti omai si vergognavano

di ubbidire a deboli preti, mandatarj di un pontefice che più non

meritava rispetto[7].

[7] Intendasi del rispetto dovuto alle qualità personali di qualche

meno costumato pontefice, non del rispetto dovutogli come al

legittimo successore di san Pietro. _N. d. T._

I papi, dopo avere col lungo loro soggiorno in Francia cagionata la

rivoluzione de' loro stati, non rinunciarono perciò alla sovranità che

avevano in Italia; che anzi, trovandosi colla loro corte al sicuro da

ogni sinistro avvenimento, e non vedendo i mali del popoli ch'essi

esponevano alla guerra, ponevano ogni cura nel ricuperare la perduta

autorità con una perseveranza ed un egoismo non comune agli altri

governi. Eterne erano le guerre ch'essi suscitavano in Italia, perchè

giammai essi non potevano essere compiutamente vinti, nè mai prendevano

bastanti misure per vincere, nè mai erano abbastanza commossi dai

patimenti dei popoli per metter fine all'effusione del sangue. Gli altri

sovrani cercavano la pace dopo alcune disfatte, sia perchè temevano per

la loro medesima residenza, sia perchè la perdita di parte de' loro

stati li privava delle entrate necessarie al mantenimento delle armate.

Ma i papi per fare la guerra ritraevano le loro entrate da tutta la

Cristianità; e le disfatte che soffrivano, loro somministravano pretesti

per imporre nuove decime o contribuzioni sul clero. I tesori che in tal

modo raccoglievano in tutta l'Europa, venivano in parte dissipati dalle

prodigalità della lor corte, ed i suoi generali, lasciati senza danaro,

perdevano tutt'ad un tratto i vantaggi che avevano acquistati. Quando

ancora avessero potuto terminare la guerra, la riaccendevano a bella

posta per saziare con nuovi sussidj del clero l'avidità de' cortigiani.

Giovanni XXII, successore di Clemente V, fu quello che diede

cominciamento alle lunghe guerre della Chiesa in Italia. Per servire

Roberto, re di Napoli, di cui era creatura, nel 1317, attaccò i

Visconti; e dopo tale epoca fino alla fine del secolo la guerra tra la

Chiesa ed i signori di Milano non ebbe che brevi intervalli di tregue.

Pochi anni dopo, lo stesso papa dichiarossi nemico di Lodovico di

Baviera; ed in sull'esempio de' suoi predecessori, rifiutò fino alla

morte di questo monarca ogni progetto di pace e qualunque atto di

sommissione del suo avversario.

Finalmente Giovanni XXII diede principio ad una terza guerra, non più

contro stranieri sovrani, ma contro i proprj stati. Spedì il legato

Bertrando del Pogetto per ispogliare de' loro privilegi i popoli che

dipendevano dall'abituale signoria della Chiesa, per abbassare

l'indipendenza dei grandi, e scacciare dalle loro signorie i vicarj

pontificj. Questa terza guerra non fu meno lunga delle altre. In sul

declinare del 14.º secolo il papa combatteva ancora contro i feudatarj

ribelli, e lo stato della Chiesa non era nè più sottomesso, nè più

indipendente di quello che lo fosse settanta anni avanti quando cominciò

questa guerra; era solamente più spopolato e più povero.

In tempo di queste lunghe ostilità la Chiesa ottenne in due diverse

epoche brillanti successi, de' quali andava debitrice ai due legati

Bertrando del Pogetto ed Egidio Albornoz, che nella distanza di

venticinque anni l'uno dall'altro ricuperarono quasi tutto il patrimonio

ecclesiastico. Due gloriosi periodi contò pure il partito del popolo,

l'amministrazione di Cola da Rienzo in Roma, e la guerra della lega

della libertà intrapresa sotto la protezione de' Fiorentini. Ma le

conquiste dei legati erano in breve perdute per l'incapacità de' loro

successori, o per l'intempestiva avarizia della corte, siccome i

privilegi ricuperati dalle città venivano bentosto o abbandonati per

l'incostanza de' popoli, o invasi da nuovi usurpatori, non sapendo nè il

partito della Chiesa, nè quello della libertà fare durevoli conquiste.

Questa guerra mutò carattere all'epoca del grande scisma l'anno 1378.

Uno dei pontefici soggiornò in Italia, e trovossi tra le mani de' suoi

sudditi, dai quali i suoi predecessori eransi costantemente tenuti

lontani; stabilì la sua dimora a portata de' suoi nemici che fu

costretto di accarezzare; e venne privato della maggior parte delle sue

entrate, che i suoi predecessori ritraevano dal rimanente dell'Europa;

finalmente si trovò pure spogliato di quella considerazione in addietro

attaccata al suo carattere. L'inconseguenza d'Urbano VI, e le accuse

fattegli dal suo rivale d'Avignone, lo avevano renduto un oggetto di

scandalo per la Cristianità. Se a quest'epoca la lega delle città avesse

voluto valersi della sua superiorità, avrebbe distrutta l'autorità

temporale dei successori di san Pietro. Quando le città non ebbero più

timore del papa, nuovi signori, sorti nelle medesime, cercarono la sua

alleanza, e Bonifacio IX regnò sotto la protezione dei Malatesti.

Alla terza monarchia d'Italia, al regno di Napoli, funestissima riuscì

pure la rivoluzione del quattordicesimo secolo. Sotto i primi principi

della casa d'Angiò pareva che questa grande e ricca sovranità dovesse

stendersi su tutta la penisola ed in cambio i suoi successori la

lasciarono ruinare. Ella più non aggiugneva verun peso alla bilancia

politica; più non sapeva resistere ad alcun nemico; e le più belle

province dell'Europa omai non erano che un'arena in cui tutti gli

ambiziosi e gli avventurieri scendevano a combattere per rubarsi le

spoglie dei popoli.

Le calamità che perseguitarono i figli del savio re Roberto, potrebbero

rendere dubbiosa la tanto vantata prudenza di questo monarca. Si

potrebbe accusarlo della cattiva educazione data a suo figliuolo il duca

di Calabria, e dalla nipote la regina Giovanna, degli esempj di

corruzione ond'era circondata questa principessa, e della dissolutezza

di tutta la corte. Ma non è giusto di rimproverare ai re l'inevitabile

disgrazia della loro situazione. I loro sforzi per ispirare virtuosi

sentimenti ai figliuoli non possono giammai superare quelli de'

cortigiani nell'insegnar loro il vizio. Questi non s'innalzano mai che

lusingando le passioni de' loro padroni; ne guadagnano l'amicizia

servendoli nelle loro debolezze, e, tutti pieni di questa speranza,

osservano le loro prime inclinazioni per eccitarle, i primi loro

desiderj per renderli soddisfatti. Perchè un principe resister possa a

tanta seduzione conviene che sia dotato di una rarissima virtù, o che

circostanze affatto straordinarie non lo lascino esposto ai lacci tesi

alla sua inesperienza. Roberto ebbe ne' suoi figli la sorte comune dei

re; tutta la casa di Angiò degradò costantemente di generazione in

generazione. Il fondatore Carlo I riuniva solo le qualità tutte che

innalzano e consolidano le monarchie. Era valoroso, attivo, risoluto;

sapeva farsi amare dai soldati e temere dai popoli; la sua durezza

trovava scusa nel fanatismo che l'accompagnava; la sua crudeltà verso i

vinti veniva coperta dalle sue prodigalità a favore dei vincitori; la

stessa sua politica pareva che andasse d'accordo co' suoi sentimenti, e

fosse più ispirata che calcolata. Suo figliuolo, Carlo II, era più

umano, più dolce, più benefico, ma possedeva in minor grado del padre le

qualità per cui si regna. La sua carriera militare non fu luminosa, ed è

perfino dubbioso il suo valore. Roberto poi era più effemminato del

padre e dell'avo, ed andò debitore di quasi tutti i suoi prosperi

avvenimenti, non al suo coraggio, ma ad una prudenza che si accostava

alla dissimulazione. Il duca di Calabria, suo figliuolo, che morì prima

di lui, era affatto perduto nelle dissolutezze, e la condotta tenuta in

Firenze, quando vi fu chiamato a governarla, svelò apertamente la sua

incapacità. Finalmente Giovanna, che cominciò coll'assassinio del marito

una lunga serie di delitti e di debolezze, e che doveva terminarla con

una vergognosa morte, era a quell'estremo di degradamento pervenuta, che

è cagione della ruina delle case reali. Giovanna occupa, tra i

discendenti di Carlo d'Angiò, lo stesso luogo che Wencislao tra quelli

d'Enrico VII.

Dopo la guerra del re d'Ungheria, il regno di Napoli rimase

costantemente in preda ai saccheggi, e le compagnie di ventura

subentrarono ai semibarbari soldati del conquistatore. Più non

rimanevano nè flotte, nè armate sotto gli ordini del sovrano, niuna

stabile guarnigione nelle città, niuna ben conservata fortificazione, e

quando alcuna città difendevasi contro gli aggressori, faceva uso delle

proprie forze e non di quelle del governo. Le contribuzioni delle

province levavansi quasi sempre da straniere armate, e se qualche rara

volta giugnevano a Napoli, erano dalla corte dissipate nel lusso e ne'

piaceri, onde il pubblico tesoro trovavasi sempre esausto. Per ultimo

mentre la guerra guastava tutto il regno dai confini degli Abruzzi al

Faro di Messina, la nazione perdeva ogni abitudine militare, e non

interveniva alle battaglie che per essere spogliata: creduta incapace di

ogni resistenza, nulla da lei esigevano nè i suoi padroni, nè i suoi

nemici; essa medesima credeva che più non le restasse nè onore da

perdere, nè carattere da conservare; erasi finalmente rassegnata alle

sofferenze ed alla vergogna.

In tale stato ritrovò il regno Carlo III di Durazzo quando lo conquistò.

Egli diede prove all'istante dell'educazione guerriera che aveva

ricevuta in Ungheria. I suoi costumi, il suo carattere niente avevano di

comune con quelli dei mariti e degli amanti della regina, che avevano

prima di lui governato il regno. In poco tempo vi ristabilì la pace

nell'interno, e l'avrebbe ancora bentosto reso rispettabile anche al di

fuori, se la sua spedizione in Ungheria e l'immatura sua morte, non

avessero impedita l'esecuzione de' suoi progetti. Dopo di lui ricominciò

l'anarchia, ed alle cagioni di ruina che precedettero il suo regno

s'aggiunsero la guerra civile tra le due case di Durazzo e d'Angiò, e la

minorità dei due pretendenti al trono.

Durante lo stesso periodo, nuovi principi avevano cercato di acquistare

in Italia quell'autorità che gl'imperatori, i papi ed i re di Napoli

andavano ogni giorno perdendo. La casa della Scala a Verona e quella de'

Visconti a Milano, hanno potuto lusingarsi di condurre a termine questo

progetto, e l'una e l'altra portarono alcun tempo le loro speranze fino

alla corona d'Italia.

La casa della Scala fu la prima a formare così ambiziosi disegni, che

nutrì in tutta la prima metà del secolo, e due volte, sotto Can Grande e

sotto Mastino II, fece tremare l'Italia per la sua libertà.

Tra le nuove case che non possedevano feudi ereditarj, e coi maneggi

sollevate si erano ad una sovranità che chiamavasi ancora tirannide, la

casa della Scala era la più antica. Fino dal 1260 era succeduta alla

potenza che il feroce Ezelino aveva in Verona, e da quell'epoca questa

città ubbidì alla sua famiglia fino presso agli ultimi anni del

quattordicesimo secolo. Ne' tempi in cui l'ambizione di Roberto, re di

Napoli, e l'implacabile odio di Giovanni XXII, muovevano acerba guerra a

tutti i Ghibellini, questa fazione rimasta priva di protettori per la

rivalità dei due imperatori eletti, scelse per suo capo Cane della

Scala, chiamato il grande. Colla sua abilità e collo straordinario suo

coraggio fece Cane prosperare le armi ghibelline, ed in pochi anni

occupò Padova, Vicenza, Treviso, e gran parte della Marca Trivigiana.

Egli fu il solo del suo partito che non isperimentasse l'ingratitudine

di Luigi di Baviera, e di già soprastava in ricchezze ed in potenza a

tutti gli altri signori italiani, quando morì nel vigore dell'età, in

mezzo alle sue conquiste. Mastino secondo, suo nipote, che gli successe

nella signoria, lo pareggiò in accortezza ed in coraggio, e fu più di

lui ambizioso; onde alla forza delle armi aggiunse la frode e la mala

fede. Le circostanze lo favorirono. Giovanni di Boemia, che era comparso

in Italia come il liberatore dei popoli, parve che non accettasse la

volontaria sommissione delle città che per renderle più facile preda di

Mastino della Scala. Questi unì all'eredità di suo zio Brescia, Parma,

Modena e Lucca: le sue entrate superavano quelle di quasi tutti i

sovrani d'Europa, e sembrava vicino l'istante da lui destinato a

cingersi il diadema reale che aveva di già fatto apparecchiare. Ma il

coraggio e l'energia de' Fiorentini fecero argine alle sue conquiste:

sollevarono contro di lui Venezia e tutta la Lombardia; fecero ribellare

Padova, conquistarono Treviso e Brescia, e non accordarono la pace a

Mastino, che quando ebbe cessato d'essere formidabile.

In fatti, dopo la pace, Mastino, obbligato dalla rivoluzione di Parma a

vendere ancora la signoria di Lucca, vide egli medesimo l'abbassamento

della sua famiglia. Dopo la di lui morte i suoi figliuoli più non ebbero

influenza in Italia, e se ottennero qualche celebrità non la dovettero

che ai loro delitti. Si videro i due minori far assassinare il

primogenito, cospirare in appresso l'uno contro l'altro, ed il più

debole, tratto in prigione, esservi strozzato, dopo alcuni anni, per

ordine del fratello che voleva assicurare ai proprj bastardi la paterna

eredità. I medesimi delitti si rinnovarono nella seguente generazione.

Un fratello, per regnare solo, fece uccidere l'altro, ma l'assassino

scontò la pena dovuta a questa colpevole stirpe, quando, spogliato de'

suoi stati da Giovan Galeazzo Visconti, fuggiasco, oppresso dalla

miseria, morì di veleno.

La seconda casa che aspirò all'impero d'Italia, si rese egualmente

odiosa con non minori delitti; ma più lungo tempo conservò i talenti ed

alcune di quelle virtù che ingrandiscono e conservano gli stati.

L'arcivescovo Ottone aveva il primo, in sul declinare del precedente

secolo, innalzata la dinastia de' Visconti alla sovranità di Milano; e

quand'egli venne a morte nel 1295, trasmise il suo potere al nipote

Matteo, cui gl'Italiani diedero il soprannome di grande. Questo signore

fu uno de' più risoluti campioni del partito ghibellino in Italia, e de'

più formidabili nemici dei papi. Sperimentò in principio del secolo la

volubilità della fortuna, e suo figliuolo Galeazzo, che gli successe,

fu, vent'anni dopo, vittima dell'ingratitudine di Lodovico il Bavaro. Ma

i Visconti appresero nelle disgrazie a trovare in sè medesimi maggiori

sussidi: Azzone, figlio di Galeazzo, allevato come il padre nella scuola

dell'avversità, si mostrò più virtuoso che tutti gli altri principi

della sua famiglia. Riebbe la signoria di Milano dall'imperatore

medesimo che l'aveva tolta a suo padre, vi aggiunse varie altre città,

che fino allora avevano ubbidito a parziali signori, e consolidò il suo

dominio fondandolo sulla stabile base dell'amore dei popoli. Il regno

d'Azzone fu veramente glorioso, poichè questo principe rese cari colle

virtù i suoi talenti, e non ismentì la sua moderazione in mezzo alle

conquiste.

In mezzo della sua gloriosa carriera Azzone morì inaspettatamente, ed i

due suoi zii, Lucchino e Giovanni, che gli succedettero, non seppero,

gli è vero, meritarsi l'affetto de' sudditi, ma loro non mancarono i

suoi talenti ed il suo coraggio. Questa dinastia ebbe il rarissimo

vantaggio d'avere consecutivamente sei capi egualmente distinti. Tutti

dovettero lottare contro l'avversa fortuna, e l'arcivescovo Giovanni

Visconti, che morì l'ultimo nel 1354 aveva appreso, come i suoi

predecessori, a conoscere gli uomini quand'era perseguitato ed esiliato.

Egli assoggettò al suo potere Genova, Bologna e gran parte della

Lombardia; tentò d'invadere la Toscana e lo stato della Chiesa, e forse,

più che verun altro principe del 14.º secolo, trovossi vicino ad

ottenere la sovranità dell'Italia. Per altro egli risvegliò la

diffidenza de' suoi vicini colla dissimulazione e colla perfidia assai

più che colle conquiste, ed i vizj medesimi per mezzo de' quali credeva

di vincere, preclusero la strada alle sue vittorie, ed opposero un

argine insormontabile alla di lui grandezza.

L'arcivescovo Giovanni fu l'ultimo della famiglia Visconti ch'ebbe

qualche magnanimità di carattere; ma la passione delle conquiste,

l'insaziabile desiderio di estendere il suo dominio, passò nei suoi

successori, che non avevano le più brillanti qualità del suo carattere.

La casa Visconti fino al suo ultimo rampollo, mai non rinunciò a'

progetti ideati dai primi suoi capi per assoggettarsi l'Italia; in

ultimo adoperò le arti della debolezza invece della forza, la perfidia

ed i maneggi piuttosto che le armi; ma mirò costantemente allo stesso

scopo.

Barnabò, Galeazzo suo fratello, e Giovanni Galeazzo, figliuolo

dell'ultimo, che tutta raccolse la loro eredità, erano uomini non meno

timidi che ambiziosi, che si resero esosi ai loro sudditi colla

crudeltà, coll'avarizia, colle gabelle, e ruinarono le soggette province

colle continue guerre. Sotto di loro fu distrutto il commercio,

abbandonate le manifatture, trascurata l'agricoltura medesima, e molte

fertili campagne della Lombardia che promettono al lavoro così ricche

ricompense, rimasero deserte. I guasti de' soldati, ed il peso delle

imposte soffocarono ogni industria. Per altro Barnabò e Giovanni

Galeazzo, così cattivi economi della fortuna de' loro popoli, sapevano

mantenere l'ordine nell'amministrazione delle proprie finanze; e fu

questa la causa principale de' loro prosperi avvenimenti. Essi hanno

potuto in ogni tempo erogare nelle guerre più vasti redditi che tutti i

loro avversarj, e gl'impiegarono con mano liberale nel ricompensare i

fedeli servitori, nel tenersi affezionati i piccoli stati deditizj, in

fine nel procurarsi partigiani e traditori ne' consigli de' lori vicini

o de' loro nemici. Mentre non risparmiavano l'oro per giugnere alla meta

della loro politica, prendevansi cura di non dissiparli con insensate

prodigalità; perciò trovavansi apparecchiati alla guerra quando i loro

avversarj avevano di già esaurite le proprie forze, e sentivansi

pressochè sicuri della vittoria qualunque volta giugnevano ad acquistar

tempo.

Finchè era vissuto Galeazzo ed avea diviso con Barnabò l'amministrazione

degli affari, i suoi particolari vizj avevano ritardati i progressi

delle armi di Barnabò, non conoscendo egli l'economia del fratello e del

figliuolo: l'amore del fasto e di un'apparente grandezza distruggeva le

reali sue forze; erogò prodigiose somme nell'innalzare sontuosi edificj;

e fu prodigo de' suoi tesori per unire la sua famiglia per mezzo

d'illustri matrimonj ai monarchi d'Europa. Ma quando Giovanni Galeazzo,

suo figliuolo, dopo avere aggiunti ai proprj stati quelli di Barnabò,

ebbe ristaurate le finanze, dilatò in tutti i sensi i limiti del suo

dominio, ed avrebbe indubitatamente fatta schiava tutta l'Italia, che

omai più non aveva forza per resistergli, se un'immatura morte non lo

sorprendeva nel colmo del suo ingrandimento.

Tali furono nel quattordicesimo secolo le principali rivoluzioni della

Lombardia, le quali non hanno potuto condursi a termine che colla ruina

di molti piccoli principi o tiranni, che ne' primi tempi di questo

periodo regnavano in ogni città. Eransi successivamente veduti i Ponzoni

ed i Cavalcabò spogliati della sovranità di Cremona, i Tornielli di

Novara, i Fisiraga di Lodi, i Maggi ed i Brusati di Brescia, i Langusco

ed i Beccaria di Pavia, gli Scotti ed i Landi di Piacenza, i Pelavicini

di san Donnino, i Correggi ed i Rossi di Parma, ed intorno allo stato

de' Visconti omai non rimanevano signori indipendenti, che i conti di

Savoja ed i marchesi di Monferrato a ponente, e dalla banda di levante i

Gonzaga, successori dei Bonaccorsi, i marchesi d'Este di Ferrara, ed i

Carrara di Padova.

Gli stati del papa, non meno che quelli della Lombardia, fertili di

tiranni, avevano veduto nella medesima età sorgere e perire molte case

sovrane. Quella dei Polenta a Ravenna erasi sola sottratta alle generali

rivoluzioni, e da lungo tempo signoreggiava quella città senza merito e

senza gloria, dimenticata dalla storia, come dai conquistatori che mai

non l'attaccarono. Tale non era la sorte de' Malatesti, signori di

Rimini: la fama del piccolo loro stato non era in verun modo

proporzionata alla di lui estensione, popolazione, o ricchezze, ma bensì

al numero de' grandi capitani usciti da questa sola famiglia, che tanta

gloria procacciarono al nome de' Malatesti. Vero è che non si

sottrassero al contagio della falsità e della perfidia; vizj comuni ai

piccoli tiranni; vizj di cui la pubblica voce accusava specialmente i

Romagnoli. Ma se talvolta rassomigliarono agli altri signori, mostrarono

ancora le virtù che gli altri non avevano; innalzarono la loro

riputazione al di sopra di tutti i principi del loro paese, e

s'apparecchiarono per tal modo ad essere nel susseguente periodo i

protettori delle scienze e delle arti.

Dopo avere riepilogate le rivoluzioni delle case principesche nel

quattordicesimo secolo, vediamo adesso quale fu la sorte delle

repubbliche. Venezia, la più antica e la più illustre, aveva data nuova

forma al suo governo. Tutti i diritti del popolo erano stati trasmessi

ad un consiglio, prima rappresentativo, e poco dopo ereditario. La

nobiltà, sola sovrana dello stato, aveva con estrema gelosia allontanato

il popolo da tutti i pubblici affari, e, non meno che del popolo, gelosa

del capo della nazione, in ogni nuova elezione del doge aveva sempre più

ristretti i limiti dell'autorità ducale. Una rigorosa aristocrazia

amministrava la repubblica colle virtù dei grandi principi piuttosto che

con quelle de' popoli liberi. Un'immutabile costanza ne' suoi progetti,

una fermezza superiore ai più grandi rovesci, una saggia economia in

mezzo a grandi ricchezze, un impenetrabile segreto, ed una politica non

traviata dalle passioni, erano le distintive qualità del senato di

Venezia. Ma presso di lui non vedevansi i generosi movimenti de' popoli

liberi, la giusta indignazione contro la falsità, la clemenza verso il

vinto nemico, il sagrificio de' proprj vantaggi alla speranza, e

talvolta al lusinghiero sogno di un bene generale. La repubblica di

Venezia, circondata da tiranni, lottava contro di loro colle loro armi.

Venezia non ebbe parte alle guerre eccitate da Enrico VII e da Lodovico

di Baviera, e non cominciò ad immischiarsi negli affari del continente

d'Italia, che quando Mastino della Scala dilatò i suoi confini fino alle

lagune, e spinse ancora più in là le sue pretese. La repubblica si

associò allora ai Fiorentini per umiliare questo signore, ma quand'ebbe

conquistato Treviso, ristabiliti in Padova i Carrara, ed allontanati gli

Scaligeri da' suoi confini, fece con questi la pace senza curarsi che i

Fiorentini avessero il debito compenso.

Malgrado questa prima guerra continentale e l'acquisto di Treviso, i

Veneziani non s'interessavano ancora che assai debolmente per quel paese

che dal campanile di san Marco avevano sempre sotto gli occhi. Il mare

era il loro elemento, ed oltre i suoi confini andavano essi a cercare

alleati e nemici. Il commercio della Tartaria accese, circa nella metà

del secolo, la guerra tra essi ed i Genovesi: era questa la terza

ch'essi sostenevano contro quest'emula nazione; strascinarono nella

medesima i Greci e gli Arragonesi, e fiumi di sangue furono versati dai

due popoli sulle coste della Grecia e della Sardegna; ma parve che i

Genovesi fossero in complesso i vincitori. Una guerra continentale tenne

dietro immediatamente alla marittima, e fu ancora meno fortunata: gli

Ungari privarono Venezia di tutta la Dalmazia.

Pareva che la repubblica si fosse rincorata in vent'anni di pace quasi

costante, quando una rivoluzione, accaduta nell'impero greco, riaccese

una quarta guerra marittima coi Genovesi. Le forze di Venezia si

esaurirono intorno alle mura di Chiozza, e la pace di Torino privò

Venezia di quanto possedeva nel continente d'Italia. Ma venuto a morte

Luigi d'Ungheria, di cui ne avevano sperimentata la potenza, si vide in

istato di rialzarsi. Allora si vendicò degli alleati di questo monarca,

assecondando l'ambizione di Giovanni Galeazzo, invece di porvi ostacolo;

ricuperò col di lui ajuto il territorio di Treviso, ed aspettò dallo

spirito pubblico, e dal coraggio de' Fiorentini i sagrificj ch'ella

doveva fare.

Allora sembrò che Venezia si allontanasse dalla sua consueta saviezza;

ma la sua fortuna la servì meglio contro Giovanni Galeazzo, di quel che

avrebbe potuto farlo la sua prudenza. Questo pericoloso vicino morì

nell'istante in cui forse non poteva più essere vinto, ed i Veneziani si

trovarono ne' primi anni del seguente secolo più potenti contro i suoi

eredi, perchè non avevano consumate le loro forze contro di lui

medesimo.

L'eterna rivale di Venezia, la repubblica di Genova, era animata da uno

spirito affatto diverso, e sperimentava un'affatto diversa fortuna. I

nobili di questo stato, non meno ambiziosi di quelli di Venezia, non

avevano non pertanto pensato a stabilire nella loro patria una regolare

aristocrazia, ma piuttosto ad esercitare sopra la medesima un'influenza

oligarchica. Le loro fortezze, i loro vassalli, i numerosi loro clienti,

loro ispiravano il sentimento delle proprie forze ed il desiderio

dell'indipendenza. Sentivansi troppo forti isolatamente per voler essere

confusi in un senato, ove l'individuo scompariva fa faccia

all'universalità. L'ambizione non era la sola passione che turbasse la

repubblica, che le gelosie ed i privati odj provocavano ogni giorno

nuove guerre civili. Uomini di uguale carattere sorgevano tra i borghesi

per essere loro rivali. Il governo in mezzo alle loro animosità ed alle

loro zuffe non poteva acquistare stabilità, ed era forzato a cambiare

ogni giorno partito, forma e piano di condotta. Le più violenti e

repentine rivoluzioni toglievano alla repubblica l'influenza che avrebbe

potuto acquistare sul rimanente dell'Italia, e la nazione consumava

contro di sè medesima tutte le proprie forze. La sua popolazione, le sue

ricchezze venivano distrutte dalla guerra civile; s'incenerivano i

palazzi della capitale, si guastavano le campagne, ed il commercio era

incagliato o distrutto. Ma questo popolo, che sembrava animato per la

propria ruina, non lasciava di essere formidabile quando volgeva le sue

forze contro esterni nemici. L'impetuoso valore de' Genovesi rimaneva

vittorioso in ogni lotta a fronte della politica de' Veneziani.

In principio del quattordicesimo secolo una violenta guerra civile era

stata calmata dalla venuta d'Enrico VII, e per la prima volta la

repubblica si era sottomessa ad uno straniero sovrano. Dopo la morte

d'Enrico VII un partito contrario a quello che lo aveva chiamato diede

Genova in mano di Roberto, re di Napoli, ed una nuova guerra civile, una

guerra che avrebbe potuto ruinare il più potente impero, ebbe origine da

questo cambiamento. Genova in mezzo alle sue burrasche ricuperò la

perduta indipendenza, ma nel 1339 una nuova lite successe alle antiche,

il popolo scacciò i nobili, creduti cagione delle precedenti turbolenze;

si diede un capo col titolo di doge, e sotto la di lui condotta mostrò

un nuovo vigore.

Un fiorente commercio riparò ben tosto i disastri della guerra civile. I

Genovesi fecero rispettare il nome latino sul mar Nero; posero in salvo

contro i Greci l'indipendenza della loro colonia di Pera; umiliarono i

Veneziani ed i Catalani nella terza guerra marittima: ma nel mezzo di

questa guerra si lasciarono scoraggiare da una disfatta, da cui seppero

rifarsi da sè stessi; sagrificarono per la terza volta la loro

indipendenza sottomettendosi volontariamente all'arcivescovo Visconti,

il più potente signore dell'Italia.

La loro sommissione era condizionata, ed i nipoti dell'arcivescovo, suoi

successori, violando le condizioni del contratto, diedero giusto motivo

ai Genovesi di sottrarsi alla loro dipendenza. Godettero alcun tempo

moderatamente della ricuperata libertà, illustrarono la loro domestica

pace con una gloriosa guerra in Cipro; ma poco dopo, strascinati nella

guerra di Chiozza, provarono i rovesci prodotti dai loro prosperi

avvenimenti e dall'imprudente loro ardire. Dopo la pace coi Veneziani le

interne fazioni vennero alle mani con nuovo accanimento: le rivalità tra

i popolani avevano preso il luogo di quelle dei grandi, si riaccesero

sanguinose guerre, subite rivoluzioni distrussero la forza del governo,

ed il popolo snervato dalle fatiche, chiamò per la quarta volta un

padrone straniero, e si assoggettò volontariamente alla Francia.

Fiorenza, non meno potente di Venezia e di Genova, figurò ancora più

nobilmente nella storia dell'Italia, perchè questa repubblica

continentale era attaccata da tutte le sue relazioni alla contrada nel

di cui centro trovavasi collocata, mentre le due repubbliche marittime

portavano quasi sempre al di là dei mari tutta la loro attenzione ed i

loro sforzi. L'intera politica dell'Italia si disaminava ne' consiglj di

Firenze, e questo popolo, tanto zelante per la libertà, manteneva colla

sua quella dell'intera nazione di cui era parte. Sembra essere stato il

solo a concepire l'importanza dell'equilibrio politico, ed a calcolare i

pericoli di una monarchia universale.

Firenze in tutto il quattordicesimo secolo ebbe un governo veramente

democratico; non perchè il popolo avesse tutto il potere nelle sue mani,

o perchè potesse a posta sua cambiare la costituzione; ma perchè aveva

tutta la possibile influenza nell'amministrazione, e forse ancora più

che non conviene di lasciargliene. La maggior parte de' cittadini di

tutti gli ordini era chiamata a vicenda alle prime cariche; i consiglj,

numerosi e popolarmente composti, rappresentavano costantemente il voto

della nazione; e se trovavasi nel popolo un partito contrario al

governo, è perchè in tutte le libere discussioni vi debbe essere una

minorità, e che l'intera nazione deliberava come un consiglio di stato

intorno ai pubblici affari.

Gli storici fiorentini, le nostre più sicure guide nella storia

d'Italia, ci hanno talmente iniziati in tutte le più minute circostanze

dell'amministrazione e della politica di questa repubblica, ci fecero

così ben conoscere tutte le passioni del popolo e tutti i sentimenti

degl'individui, che nel corso d'un secolo abbiamo dovuto vedere più

volte i colpevoli attentati di alcuni cittadini, o gli errori dei capi

della nazione. Ma volgendo al presente uno sguardo su tutto il secolo, e

riunendo le nostre memorie, troveremo senza dubbio la condotta dei

Fiorentini giusta, nobile e generosa in tutto il corso di questo periodo

più che quella di verun altro stato, e saremo costretti di convenire che

il più libero popolo dell'Italia, complessivamente considerato, era pure

il più saviamente governato.

Cominciando il quattordicesimo secolo scoppiò in Firenze la sciagurata

lite de' Bianchi e de' Neri, e l'esilio de' Bianchi fu una profonda

ferita fatta alla repubblica. Non pertanto quando Enrico VII entrò in

Toscana, la sola Firenze non si lasciò intimidire dall'autorità

imperiale; formò una lega guelfa contro il tedesco monarca, gli creò

nemici in Lombardia ed in Roma, sfidò la sua potenza quand'erasi

accampato alle di lei porte, e se l'Italia non fu di nuovo ridotta alla

condizione di provincia dell'impero germanico, se non fu privata della

sua libertà e sottomessa ad uno straniero padrone, alla sola Firenze

devesene tutta la gloria.

Due anni dopo la morte d'Enrico VII, tutte le forze dei Fiorentini e dei

loro alleati furono disfatte a Montecatini da un generale Ghibellino; ma

lungi dall'essere ridotti ad una vergognosa pace da così gran lotta, gli

sforzi fatti da loro per vendicarsene fecero tremare i loro nemici.

Castruccio, il più formidabile avversario della repubblica fiorentina,

attaccò in appresso Firenze: i soldati da lui formati lo risguardavano

come il più grande generale del secolo, ed erano da lui condotti sempre

a nuove vittorie. Nel suo regno di dieci anni, Castruccio, appoggiato

dai Visconti e da Lodovico di Baviera, espose Firenze a grandi rischi, e

le cagionò grandi perdite. Ma la fortuna delle monarchie è appoggiata

alla vita d'un uomo, e quella delle repubbliche non si spegne mai.

Castruccio morì, e le conquiste da lui fatte caddero in potere de'

Fiorentini.

Mentre l'Italia era lacerata dalle fazioni e dalle guerre civili, due

uomini, che s'annunciavano come pacificatori, fecero una rapida fortuna.

Il legato Bertrando del Pogetto e Giovanni re di Boemia adunarono i

Guelfi ed i Ghibellini, i partigiani dell'impero e quelli della chiesa,

e fondarono un nuovo dominio che pareva doversi stendere su tutta

l'Italia. I soli Fiorentini non furono sedotti dalle promesse e dalle

interessate negoziazioni di questi due uomini; essi svelarono i loro

segreti progetti; chiamarono a prendere le armi gli stati minacciati; si

collegarono coi principi ghibellini, loro ereditari nemici, dimenticando

un antico odio per un interesse presente e pubblico, e rovesciarono la

nuova signoria innalzata in pochi anni.

Mastino della Scala erasi arricchito colle spoglie del re Giovanni; ma

l'ingratitudine di questo signore costrinse i Fiorentini a venire contro

di lui alla via delle armi; formarono per superarlo una nuova lega,

spogliandolo di parte de' suoi stati, ed incaricando la dinastia guelfa

dei Carrara, cui restituirono Padova, di tenere gli occhi aperti sugli

ambiziosi disegni del signore di Verona.

Mastino vendicossi de' Fiorentini quando offrì loro di vender Lucca. La

guerra che dovettero sostenere contro i Pisani pel possedimento di

questa città, la disfatta delle loro truppe, e la perdita di Lucca

quando ne avevano di già pagato il prezzo, furono i minori disastri di

questa guerra, la quale precipitò i Fiorentini sotto la tirannide del

duca d'Atene. Altra volta avevano essi dato un capo, o protettore alla

loro repubblica, col titolo di signore; ma questa fu la prima volta che

si assoggettarono ad un padrone. Per altro non gli rimasero lungo tempo

soggetti: una tirannide di undici mesi bastò a stancare la pazienza del

popolo ed a riunire tutti gli ordini dello stato contro il tiranno, che

venne rovesciato quando fu unanime il voto della nazione.

Indebolita dal governo del duca, sotto il quale perdette tutte le sue

conquiste, dalla carestia, in tempo della quale diede così luminose

prove di generosità, e più ancora dalla terribil peste del 1348, pure la

repubblica fu la prima che potesse frenare l'ambizione dell'arcivescovo

di Milano. Tutte le forze di questo signore vennero nel 1351 a coprirsi

di vergogna innanzi a Scarperia.

Negli anni successivi Firenze conchiuse coll'imperatore Carlo IV un

trattato non meno onorevole che vantaggioso. Sola di tutti gli stati

d'Italia ebbe il coraggio di ricusare ogni accomodamento colla grande

compagnia de' soldati avventurieri, e due volte li costrinse ad uscire

dal suo territorio. Senza porti e senza marina protesse la libertà dei

mari e fece rispettare la bandiera adottata dai suoi mercanti;

finalmente in mezzo agli orrori della peste sostenne contro Pisa una

gloriosa guerra, che terminò dettando essa le condizioni di una giusta

ed onorevole pace.

Un'odiosa intrapresa dei legati della santa sede contro Firenze gettò

questa repubblica nel partito opposto alle sue antiche alleanze. Doveva

gastigare i luogotenenti del papa di un atto della più nera

ingratitudine, della più rivoltante perfidia; e lo fece con una

grandezza di lei degna, abbracciando la causa di tutti i popoli che gli

stessi uomini avevano traditi od oppressi. Proclamò la libertà delle

città vassalle della Chiesa, ed in pochi mesi rovesciò la potenza di

coloro che l'avevano offesa, e restituì a trenta popolazioni quella

medesima libertà di cui essa godeva.

Appena ultimata questa guerra, una congiura pose per alcun tempo il

governo in mano del popolaccio, e sospese per tutto quel tempo il suo

vigore e la sua energia; ma in breve si rialzò da questo assopimento, e

fu il solo in Italia che avesse il coraggio e la forza d'entrare in

guerra contro Giovanni Galeazzo Visconti, e di porre con un'ostinata

resistenza insormontabili confini alla sua ambizione.

In un secolo abbondante di rivoluzioni, in un secolo in cui l'ambizione,

scatenata in tutti gli altri stati, adoperava senza scrupolo gli

artificj della viltà e della frode per ingrandirsi, tale fu la condotta

sempre aperta, sempre giusta, sempre coraggiosa, e nel tempo medesimo

sempre savia di una prudente repubblica, in cui la prima magistratura

non durava che due mesi ed ove un migliajo di cittadini disaminavano

sempre i pubblici affari. La gloria nazionale è veramente la proprietà

d'un popolo, quando è, come a Firenze, il frutto delle virtù di tutti

piuttosto che la ricompensa dell'abilità del governo, e questa nazione

può di pieno diritto andar superba della sua condotta, allorchè mutando

continuamente capi, pure conservasi sempre ferma ed irremovibile in una

sempre gloriosa carriera.

La repubblica di Firenze trovò una fedele alleata in quella di Bologna,

per tutto il tempo che questa si mantenne indipendente; ma i Bolognesi

erano meno attaccati che i Fiorentini alla loro libertà, o furono meno

fortunati nel difenderla. Erano indeboliti da più violenti fazioni, ed i

loro capi manifestavano mire più personali nell'uso della vittoria, e

una più implacabile vendetta verso i vinti.

I vantaggi ottenuti dai Ghibellini sui Guelfi, quando i primi erano

diretti da Castruccio e da Azzone Visconti, persuasero l'anno 1327 i

Bolognesi a porsi sotto la protezione di Bertrando del Pogetto, legato

del papa, siccome i Fiorentini avevano implorata quella del duca di

Calabria. Ma la tirannide del legato durò sette anni, ed ebbe tutto il

tempo d'introdurre la corruzione in tutte le parti della repubblica.

Invano i Fiorentini ajutarono Bologna a scuotere il giogo, che non

ottennero di renderle quello spirito fiero ed indipendente che l'avrebbe

conservata libera.

Questa repubblica, snervata da uno straniero padrone, più non ebbe mezzi

di difendersi contro l'ambizione di uno de' suoi cittadini, reso

pericoloso dalle sue immense ricchezze. Nel 1337 si pose sotto la

sovranità di Taddeo de' Pepoli, ed i suoi figliuoli la vendettero l'anno

1350 all'arcivescovo di Milano. Un tiranno più crudele, Giovanni

Visconti d'Oleggio, gli successe nel 1355. I Fiorentini tentarono

inutilmente, in varie circostanze di liberare i loro fratelli, ma i

Bolognesi non ebbero bastante coraggio per assecondarli; essi altro non

ambivano che di passare sotto il dominio della Chiesa, e vi tornarono in

fatti, ma dopo avere perduta la loro popolazione, le ricchezze loro, e

ciò che più non potevano riacquistare, l'antico loro carattere. Furono

essi gli ultimi ad unirsi a' Fiorentini in tempo della generale

rivoluzione degli stati della Chiesa, ed i primi a firmare una pace

parziale colla medesima. In appresso lo scisma rese loro quella libertà

che per sè soli non erano capaci di riavere; rientrarono in allora

nell'alleanza de' Fiorentini, e li secondarono contro Giovanni Galeazzo,

ma verso la fine del secolo soggiacquero un'altra volta agl'intrighi ed

all'ambizione di un loro concittadino; e la tirannide di Giovanni

Bentivoglio aprì la via al duca di Milano per occupare di nuovo la loro

città.

Nel precedente secolo, Lucca era stata la costante alleata di Firenze;

ma nel quattordicesimo questa città addetta ad una fazione nemica, pagò

pochi anni di gloria con una lunga infelicità. Fino al 1314 i Lucchesi

eransi conservati fedeli al partito guelfo ed agli antichi loro alleati.

Castruccio, richiamato quest'anno da' suoi concittadini, aprì le porte

della sua patria ad Uguccione, capo dei Ghibellini, al quale dopo due

anni successe egli medesimo. Innalzato al supremo potere dalla

confidenza meritata dal suo partito, creò la gloria delle armi lucchesi,

che poi si spense alla di lui morte. Egli estese le sue conquiste al di

là di Sarzana, nella riviera del Levante; sottomise Pistoja, Volterra e

Pisa, e corse tutto il territorio fiorentino, ove niuno ardì

resistergli. Lodovico di Baviera, che in lui riconosceva il più valoroso

campione dell'impero, lo creò senatore di Roma, e volle, quando fu

coronato imperatore, che Castruccio gli cingesse la spada imperiale. Per

ricompensarlo eresse i suoi stati in ducato, distinzione che

gl'imperatori non avevano ancora accordata ad alcun altro: ma tanta

grandezza, tanta gloria svanirono all'istante alla morte di Castruccio.

I suoi figliuoli furono spogliati della paterna eredità e mandati in

esilio, tutte le città da lui soggiogate vennero in potere de' suoi

nemici, e la stessa Lucca, venduta e rivenduta dai Tedeschi, rimase

successivamente soggetta a Gherardino Spinola, a Giovanni di Boemia, a

Mastino della Scala, ai Fiorentini ed ai Pisani. Dopo cinquantacinque

anni di servitù, nel 1369, i Lucchesi riacquistarono finalmente la

libertà dall'imperatore Carlo IV. Negli ultimi trent'anni del secolo

cercarono di rimediare in silenzio ai mali che avevano sofferti. Troppo

deboli e troppo poveri per figurare nella lega guelfa, cui si erano di

nuovo attaccati, non richiamarono la nostra attenzione, che quando,

soccombendo alla peste che desolava la loro città, ebbero la sventura,

l'ultimo anno del secolo, di essere ridotti in servitù da un usurpatore

senza talenti.

Siena che nel XIII secolo era stata la rivale di Firenze, che aveva

offerto un asilo agli emigrati ghibellini, e gli aveva in seguito

ristabiliti trionfanti nella loro patria, Siena fu nel quattordicesimo

secolo quasi costantemente fedele alla fazione guelfa e quasi sempre

alleata de' Fiorentini. Ma i Sienesi in tutto questo periodo di tempo

ebbero pochissima influenza sugli altri paesi d'Italia, e se talvolta

richiamarono la nostra attenzione, non fu che per le passioni politiche

onde furono agitati, e che vestirono nella loro città un particolare

carattere. Ogni partito sembrava che avesse in Siena una più pronunciata

tendenza verso l'oligarchia, ed una più ingiusta gelosia contro tutti

gli altri ordini de' cittadini. L'oligarchia mercantile, che fu la prima

ad avere le redini del governo dal 1283 al 1355, inspirò forse questo

carattere alla nazione colle cure che si prese per escludere il popolo

da ogni potere. L'ordine dei nove fu trattato ingiustamente dopo la sua

espulsione, perch'egli stesso aveva ingiustamente trattati tutti gli

altri ordini. I dodici, che subentrarono nel luogo dei nove, i

riformatori e l'ordine del popolo, che altro più non erano che una

fazione, vollero tutti governare soli. Frattanto la repubblica era

diventata il patrimonio delle ultime classi della società; i vizj del

popolaccio, il suo inconsiderato impeto, la sua credulità, la sua

indifferenza per le leggi dell'onore, si comunicarono al governo, il

quale si staccò per i suoi falli medesimi da tutti i suoi alleati

naturali, e, confidando piuttosto in un tiranno che in un popolo libero,

cadde in sul finire del secolo ne' lacci che gli aveva tesi il duca di

Milano.

La libertà di Perugia soggiacque nella stessa epoca agli stessi

artificj, e nel modo medesimo che quella di Siena. Avanti la metà del

quattordicesimo secolo, questa città erasi sordamente fatta ricca in

seno della libertà. La sua alleanza con Firenze le fece alcun tempo

occupare un distinto rango tra le città guelfe d'Italia, che si univano

per difendere la libertà. Ma una certa ferocia che i Perugini

manifestarono nelle loro fazioni, esaurì ben presto con torrenti di

sangue le forze della repubblica. Un nuovo Catilina cospirò non contro

la libertà, ma contro l'esistenza della sua patria. Dopo di lui, altri

faziosi cercarono nelle guerre civili piuttosto la vendetta che il

potere. I Perugini vennero violentemente staccati dall'alleanza dei

Fiorentini, e subito dopo oppressi e snervati dalla stanchezza del loro

furore si assoggettarono volontariamente a Giovanni Galeazzo.

Tutte queste repubbliche toscane avevano abbracciata la parte guelfa, e

da questa riconobbero lungo tempo il mantenimento della loro libertà. Ma

il 14.º secolo fu testimonio del lungo decadimento di un'altra

repubblica addetta alla parte ghibellina fino da' più remoti tempi, e

che prima d'ogni altra aveva additata ai Toscani la libertà e la gloria.

La repubblica di Pisa non aveva mai cambiato partito; i capi delle sue

diverse fazioni lo seguivano con più o minore accanimento; ma il popolo

mantenevasi costantemente fedele agli stessi principj. Questa costanza

doveva conservare tra Pisa e Firenze una costante opposizione, e l'odio

di questi due popoli, ch'ebbe tanta parte nel destino de' Pisani e fu

cagione della sua ruina ne' primi anni del quindicesimo secolo, non è

affatto spento ancora nell'età presente.

La grande disfatta della Meloria, e le leggi dettate dai Genovesi ai

Pisani, avevano allontanati gli ultimi dal mare verso il fine del

tredicesimo secolo. Colla distruzione della marina guerriera, il

commercio aveva perduta la sua attività, le lontane colonie erano state

abbandonate, e le coste marittime, altre volte popolate di marinaj,

rimasero deserte quando più non furono difese dalle galere della

repubblica. Ma i Pisani si erano volti a cercare un'altra gloria, che

tenesse luogo di quella delle conquiste d'oltremare. Sforzaronsi di

compensare cogli acquisti di terra ferma le perdite che avevano sofferte

in altre parti, ed il loro valore che si sostenne luminosamente quando

gli altri popoli d'Italia avevano quasi abbandonato l'uso delle armi,

giustificò i loro titoli a questa novella gloria.

Pisa era dunque la più militare repubblica della Toscana; onde, più che

alcun'altra, ebbe bisogno di affidare le forze dello stato ad un solo

uomo. Il suo governo ebbe quasi sempre un capo che d'ordinario era un

grande capitano. Ma se l'ambizione di questi tendeva ad occupare il

supremo potere, i suoi desiderj non ebbero mai pieno soddisfacimento,

perchè la nazione, tenendo sempre aperti gli occhi sopra di lui e sopra

i proprj diritti, si abbandonò assai meno alle fazioni in presenza del

supremo magistrato che poteva proporsi d'opprimerle tutte.

Il conte Fazio di Donoratico era capitano del popolo e capo della

repubblica di Pisa, quando Enrico VII entrò in Italia. L'attaccamento

de' Pisani al partito imperiale, li determinò a rompere la pace loro

procurata dalle vittorie di Guido di Montefeltro nel 1293; essi

sprezzarono le forze riunite di tutti i Guelfi della Toscana, le tennero

occupate essi soli mentre Enrico VII andava a cercare a Roma la corona

imperiale; essi versarono spontaneamente il proprio sangue, e

prodigarono i loro tesori per servigio di questo monarca, il di cui

cuore generoso non potè ricompensare tanto attaccamento che con una

inefficace riconoscenza. Enrico morì quando Pisa riponeva in lui le sue

più alte speranze; tutti i suoi nemici, ch'egli aveva fatti tremare, si

unirono contro la repubblica, mentre niuno de' suoi alleati osò di

abbracciare le difese d'una città, che offrivasi spontaneamente in

premio a' suoi liberatori. I Pisani, abbandonati alle proprie forze,

ruppero, sotto il comando d'Uguccione della Fagiuola, l'armata guelfa di

tutta l'Italia il doppio più forte della loro; seppero allontanare il

generale cui dovevano i loro prosperi avvenimenti, tosto che lo videro

abusare della sua autorità per giugnere alla tirannide, e terminarono

una gloriosa guerra con una moderata pace.

Pisa conservava ancora oltremare una potente colonia; la Sardegna era

feudataria della repubblica, quando, la notte dell'undici aprile 1323,

tutti i Pisani furono uccisi in quasi tutte le parti della Sardegna per

una perfidia del giudice d'Arborea e d'Oristagni, e questa parte

dell'isola venne abbandonata agli Arragonesi. Malgrado le forze di lunga

mano superiori del nemico monarca, malgrado l'abbandono in cui erano

rimasti i Pisani, opposero una vigorosa resistenza all'invasione.

Manfredo della Gherardesca, che li comandava, fece perdere quindici mila

uomini agli Arragonesi in una serie di battaglie, e finalmente incontrò

egli medesimo una gloriosa morte sul campo di battaglia. La repubblica

perdette per sempre la Sardegna, e colla Sardegna gli ultimi avanzi

della sua potenza marittima.

Era appena ultimata questa guerra quando la smisurata ambizione di

Castruccio, e la perfidia di Lodovico di Baviera ne sollevarono un'altra

contro i Pisani per parte del monarca e del partito medesimo di cui

eransi meritata la riconoscenza con tanti sagrificj. I Pisani furono

assediati da Lodovico, e dopo avere con lui capitolato, la capitolazione

fu violata, e per lo spazio di dieci anni rimasero a lui soggetti.

Frattanto dodici anni di pace rifecero le forze dei Pisani, e quando

seppero che Mastino della Scala stava per vendere Lucca al migliore

offerente, risolsero di acquistare colle armi una città cui non avevano

abbastanza denaro per comperare. Assediarono i Fiorentini nella

fortezza, di cui questi avevano allora pagato il prezzo, gli

scacciarono, e si fecero bentosto assicurare la loro conquista con un

trattato fatto col duca d'Atene, in allora signore di Firenze.

La repubblica di Pisa, diventata più potente coll'acquisto di Lucca,

pensò a riparare le perdite che la peste e le precedenti guerre le

avevano cagionate. Il primo flagello avendo distrutta la famiglia

Gherardesca, che lungo tempo occupò il primo rango nello stato, prese le

redini del governo un'altra famiglia arricchitasi colla mercatura. I

Gambacorti, meno appassionati pel partito ghibellino, conoscevano meglio

i vantaggi della pace, onde conservarono molti anni l'alleanza de'

Fiorentini: ma il contrario partito, favoreggiato prima da Carlo IV, e

verso il finire del secolo, da Giovanni Galeazzo, fu due volte

vittorioso, due volte trasse i Pisani in una pericolosa guerra coi

Fiorentini, e due volte le disgrazie della guerra si trassero dietro lo

stabilimento d'una tirannide; da prima quella di Giovanni dell'Agnello,

poi l'altra di Giacomo d'Appiano.

I due partiti de Guelfi e de' Ghibellini non eransi conservati, come nei

precedenti secoli, egualmente favorevoli alla libertà. Ovunque, fuorchè

a Pisa, i Ghibellini avevano fondata la tirannide: onde i Pisani,

sebbene liberi, essendo Ghibellini, trovaronsi in tutte le guerre di

partito uniti ai nemici di tutti i popoli liberi. Essi pagarono a caro

prezzo la loro confidenza in que' perfidi alleati; i tiranni di

Lombardia si presero la cura di assoggettare Pisa ad un signore; e

quando i Visconti ebbero consegnata la repubblica ad un padrone, non

dovettero fare che un passo per succedere a questo signore,

approfittando della confidenza de' Pisani per ridurli in servitù.

Tali furono nel corso del quattordicesimo secolo le vicende de'

principali stati d'Italia. L'esplosione di tante rivali passioni, la

complicazione di tanti opposti interessi, che gettarono la storia in una

quasi inevitabile confusione, influirono potentemente sullo spirito e

sul carattere di coloro che vissero in mezzo a questo turbine.

Nelle corti lombarde potevasi imparare quali erano i misterj della più

tortuosa politica, e fin dove giugnevano le feroci passioni, sciolte da

qualunque legame della morale e dell'onore; l'occhio penetrava negli

abissi del delitto fino alla più spaventosa profondità. Assai diversi

erano questi mostruosi governi da quelli talora benefici, spesso viziosi

e quasi sempre effemminati, tra i quali era divisa l'Italia a' nostri

giorni. Ma il delitto dà alcuna volta terribili ammaestramenti, niuno

può darne la corruzione. Un grande carattere poteva svilupparsi sotto

Giovanni Galeazzo per giudicarlo e prevenire i suoi colpi, per

combatterlo o per odiarlo; ma il sonno della morte aveva oppressi tutti

i sudditi de' piccoli principi, che in età di molto posteriore a

Giovanni Galeazzo, caddero vittima di maggiore potenza.

Nel quattordicesimo secolo le repubbliche formavano in Italia un'altra

scuola, e permettevano di fare un più nobile studio dell'uomo. Le rare

qualità di alcuni individui, ed il grande carattere di tutto un popolo,

presentavansi simultaneamente all'osservatore. La virtù era tuttavia

onorata, la fedeltà delle promesse era ancora risguardata come un dovere

delle nazioni, ed i grandi sagrificj dell'interesse personale al bene

della patria non erano affatto rari. Vero è che i costumi più non erano

semplici ed illibati, e la conoscenza del male aveva sparsi in ogni

luogo troppo famosi esempj: i popoli non eransi mantenuti fedeli al solo

amore di libertà, al solo amore di patria; troppe passioni personali

avevano trovato il mezzo di soddisfarsi: ma l'umana natura conservava

ancora sufficienti tracce della primitiva sua grandezza per insegnare al

filosofo, al vero politico tutto ciò ch'ella avrebbe potuto e dovuto

essere, onde lo studio dell'uomo poteva essere compiuto così nel bene

come nel male.

Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 08 (of 16) · 第 2 / 20 题