quarto stato, cotesta idea si abbatté in una opposizione furente? Mutare
la costituzione dell'esercito vuol dire trasformare la costituzione
dello stato. Il servizio militare generale obbligatorio è impossibile in
una società burocratica; basta la sua rigogliosa esistenza a provare
quanto siano radicati in Prussia i pubblici costumi dell'autonomia
amministrativa. Non soltanto il ricco aborriva in Francia la
prestazione personale del servizio militare allo stato; i lavoratori
altresì, i leali contadini diventarono riottosi e ribelli, quando corse
per le terre il grido: _il n'y aura plus de bons numéros!_ Nessuno
voleva rinunziare alla speranza, che la fortuna del sorteggio lo
dispensasse dal suo dovere civile. Il servizio generale obbligatorio è
inattuabile senza corpi di armata provinciali: diventa di una durezza
intollerabile, quando costringe le persone colte a servire, anche in
tempo di pace, lontano dal proprio paese, in reggimenti nomadi. Siccome
il bonapartismo aveva sempre in mano il mezzo di creare una così detta
opinione pubblica e di suscitare l'apparenza di un generale entusiasmo
guerresco, il sistema di Scharnhorst non poteva spiegare in Francia la
felice azione pacifica che ha avuto presso di noi. Lì, invece, il
servizio obbligatorio sarebbe stato uno strumento di servitù, avrebbe
assoggettato tutta la gioventù alla disciplina militare, impegnato tutte
le forze della nazione in una politica estera lunatica. Perciò, quasi
soltanto nella bellicosa Lorena i primi disegni del maresciallo Niel
furono accolti con giubilo, da per tutto con terrore.
Il superficiale dilettantismo dell'opposizione si confermò ancora una
volta nella discussione del corpo legislativo sulla legge militare. I
medesimi retori, che avevano rimproverato l'imperatore di arrendevolezza
alla Prussia, celebrarono con perorazioni grandiloque l'ideale immorale
e impossibile della pace universale, levarono al cielo il sistema
militare svizzero, pel quale in Francia il terreno di consistenza
mancava affatto, asseverarono, che solamente la libertà renda
invincibile l'esercito. Il compromesso, a cui venne alla fine il governo
con l'egoismo dei possidenti, non mutò nulla alle basi dell'antico
ordinamento militare napoleonico. Solo che fu rafforzata la leva
annuale, fu formata sulla carta una gagliarda armata di riserva, fu
migliorato l'armamento. Ma il cambio rimase, sebbene scorciato a dieci
anni, rimase la lunga ferma, rimase lo sparpagliamento dell'esercito in
reggimenti isolati, senza patria; in una parola, l'organizzazione
militare per l'aggressione. Lo spirito delle truppe, dopo come prima,
era determinato dai soldati di mestiere, di cui espresse il sentimento
il generale Changarnier nei suoi giudizi sprezzanti sulle milizie
prussiane. Dopo come prima, il coscritto francese entrava con terrore e
con sgomento nella caserma, per poi conformarsi rapidamente sotto le
bandiere all'irrequieta iattanza militare dei veterani. In questo
esercito e in questo spirito della nazione, unicamente qui si annidava
la minaccia alla pace universale tanto melodrammaticamente lamentata
dagli apostoli pacifisti francesi.
Il dispotismo, anche nelle riforme militari, si rivelò inetto ad
apprezzare degnamente le forze morali della vita dei popoli. Quando era
pretendente, Luigi Napoleone aveva scritto parole di ammirazione per
l'ordinamento militare prussiano; adesso riceveva sull'esercito
prussiano informazioni intelligenti e imparziali dal colonnello Stossel.
Ma le lettere rimasero inosservate, nemmeno lette. La camarilla militare
non voleva vedere, che ogni riservista tedesco e ogni uomo della
Landwehr aveva percorso nell'esercito permanente la scuola della
disciplina e dell'esercitazione tecnica, e che proprio in ciò consisteva
la forza incomparabile dell'esercito tedesco; nutriva unicamente l'idea
di superare il rivale con l'enorme superiorità del numero. Perciò fu
messa su la massa senza istruzione e senza valore della Guardia mobile,
e si persisté con cieca muffosità nell'illusione, che la Landwehr
prussiana non fosse buona a nulla, laddove sarebbe bastato uno sguardo
fugace sulle leggi militari della Germania settentrionale a mostrare il
contrario. Si smargiassava sulle nuove armi, chassepots e
mitragliatrici, e intanto si era legati per tira avanti di stupida
_routine_ a una tattica già vecchia decrepita, si maneggiavano le truppe
secondo un regolamento del 1791, e si mandavano fuor dei piedi gli
ammonitori con la frase baldanzosa: «il nostro esercito possiede la
tradizione della vittoria!». Il despota non poteva desiderare, che un
generale si cattivasse un partito compatto tra le sue truppe; perciò
distribuì il paese in grandi _Commandos_, a cui tra rapidi trasferimenti
erano assegnati i singoli reggimenti; e non rifletté, che un tale
sbrancamento dell'esercito nuoceva allo spirito di camerati delle
truppe, e che allo scoppio di una guerra avrebbe costretto a una nuova
formazione dell'armata e avrebbe così menomata la prontezza
dell'efficienza offensiva dello stato. Anche nell'esercito la carie
morale della vita di questo popolo divorava ogni cosa intorno a sé. Già
durante la guerra d'Italia un diplomatico inglese, acuto osservatore,
che aveva conosciuto da vicino i vincitori di Solferino, scrisse alla
sua corte: «questo esercito sarà irreparabilmente perduto, non appena
gli sarà contrapposta un'armata di salda disciplina». E da allora le
truppe si depravarono anche peggio nelle spedizioni di sacco al Messico
e in Cina. Un nepotismo spudorato, maneggiato dalle dame della corte,
allentava affatto il nodo compagnevole, del resto già sciolto, tra gli
ufficiali; la disciplina non rispettava i condottieri, i quali passavano
la più parte del tempo tra vuote millanterie, modicissimo lavoro e
lautissimo far niente.
Frattanto la Francia credeva al suo invincibile esercito, e siccome
Luigi Napoleone, per lo meno nei primi anni di regno, partecipava a
cotesta fede, è dunque innegabile, che egli per lungo tempo fece uso
moderato della potente arma offensiva, che opinava di avere sotto mano.
Dal tempo di Enrico IV egli era il primo sovrano di Francia, che si
occupasse delle questioni europee con intelligente sollecitudine pel
bene dell'intero continente, e non già coi soli preconcetti
dell'ambizione francese o dell'ambizione personale. Nei suoi anni
migliori sostituì alla politica orleanista dell'invidia rilevanti vedute
europee. Le medesime corti, che avevano salutato con gioia il colpo di
stato, dopo vista l'orientazione assunta dal trono imperiale, guardarono
con comprensibile diffidenza alla politica europea del nuovo sovrano.
Per un sovrano francese il nome imperiale non poteva mai risolversi in
una troppo innocente decorazione, come il titolo d'_imperial crown_ per
la corona della Gran Bretagna. Il nome di Napoleone III sonava come
un'evizione degli antichi confini dell'impero mondiale, a cui lo zio non
aveva formalmente rinunziato mai. In verità, il nipote fece
assicurazioni soddisfacenti; ma il sospetto delle corti continuò. Un
protocollo segreto, firmato a Londra il 2 dicembre 1852 dagli
ambasciatori delle quattro grandi potenze, ammise il principio del non
intervento, assumendo che la fondazione dell'impero fosse un puro
mutamento del regime interno della Francia. La Prussia, come la
minacciata più da vicino, essendo la sola grande potenza confinante con
la Francia, prese puramente atto dell'accaduto, con la dichiarazione
formale, che con ciò non s'intendeva né di esprimere un'opinione, né di
riconoscere le eventuali conseguenze. Lo czar Nicola rifiutò al nuovo
venuto il titolo di «caro fratello».
La faccendoneria che traspariva irrequieta nelle Tuileries, il disegno,
portato in giro per le corti, di una grande unione doganale dei popoli
latini, i maneggi odiosi che la Francia iniziò col Belgio e la Svizzera,
erano cose che non potevano scemare la diffidenza delle corone. Il
napoleonide era il nemico nato dei trattati del 1815, che, sia pure
lacerati qua e là, determinavano sempre, però, la conformazione della
carta dell'Europa di mezzo. Non poteva certo lasciare l'impero nella
posizione modesta, che gli era stata fatta fin dal Congresso di Vienna.
L'istituzione della medaglia di Sant' Elena, che fu una vera
provocazione sfacciata, dimostrava che il nipote non aveva punto
dimenticato le tradizioni militari della sua Casa. Né sulla fiducia
personale poteva contare il furbo, che aveva conquistato il trono con un
gioco di bindolerie. «Napoleone mente sempre, e quando tace congiura»,
ecco come lord Cowley fissò più tardi l'avviso allora predominante nelle
corti. In effetto, il gusto delle cabale e delle vie traverse durante
una vita avventurosa, era diventato nell'imperatore una seconda natura.
Gli piaceva di lasciarsi continuamente per lo meno due porte aperte: si
atteneva fedelmente al principio, che la politica francese non aveva mai
rinnegato da tre secoli, vale a dire all'adagio: _promettre ça n'engage
à rien_. Anche i disegni che non avevano nulla a temere dalla luce del
sole, egli curava di prepararli in profonda segretezza, come un
cospiratore, lanciandoli poi di colpo fuori delle tenebre. Due
tentazioni opposte si contendevano il napoleonide. Seguendo la prima,
avrebbe potuto presentarsi come l'erede dello zio e intraprendere contro
l'Inghilterra la guerra di vendetta, domandata mille volte da saccenti
fanfaroni. Stante la elaborazione ingegnosa del credito inglese, le cui
fila si raccoglievano tutte alla capitale, non pareva affatto
inconcepibile, che una breve dominazione di truppe straniere a Londra
avrebbe potuto scompigliare l'intero regno, e indurre a una pace
umiliante quel popolo mercantile e poco bellicoso, còlto alla
sprovvista. Oppure, seguendo la seconda tentazione, avrebbe potuto
dedicarsi ai disegni del bonapartismo rosso, alle idee pazzesche, che il
principe Napoleone fece sostenere dall'_Opinion nationale_ e che poi
egli medesimo espresse nel maggio del 1865 nel suo famigerato discorso
ad Aiaccio. Il principe venne fuori con la botta demagogica del
prigioniero di Sant'Elena: «il mio nome sarà sempre pei popoli la stella
polare del loro diritto». E pretese una tendenziosa politica di
radicalismo, che, secondo il presagio dello zio, avrebbe collocato il
sostenitore a capo dell'Europa; chiese il ripristinamento della Polonia,
la lotta contro l'Austria reazionaria, e via di seguito.
È un merito incontestabile dell'imperatore l'essersi ben di rado
lasciato traviare nella freddezza del proprio giudizio da propositi
frivoli di tal natura, e l'avere respinto continuamente l'odio e la
vendetta come «sentimenti che non si confanno più al nostro tempo». Si
rifece all'antica politica nazionale della grande età borbonica. Volle
risollevare la Francia a potenza direttiva della terraferma, e
puntellare coi popoli latini tale preponderanza. Ma bisognava
raggiungere il vecchio fine con mezzi moderni. Come Persigny e Cavour,
Napoleone III ravvisò la garanzia della civiltà europea nella salda
unione delle due potenze occidentali. In verità, questa antica idea di
Palmerston, che offendeva anche l'orgoglio tedesco, scapitava ogni
giorno un poco della sua plausibilità, sebbene non fosse ancora
interamente infondata in quegli anni, in cui l'influenza della Russia
pesava tuttora sulla nostra patria. Una volta che il nipote credeva o
dava a credere di credere, che il conquistatore del mondo aveva sparso
da per tutto «i semi di nuove nazionalità», tant'è, egli stesso sanciva
l'importanza, dominante pel nostro secolo, delle idee nazionali. Egli
previde, che i trattati di Vienna avrebbero trovato il nemico più
formidabile nel sentimento nazionale, quando si fosse ridesto, dei
popoli arbitrariamente divisi, e volle promuovere quanto fosse
necessario allo scopo. Apprezzò l'influenza dell'opinione pubblica,
riconobbe che oggi è determinata dal liberalismo, la celebrò sovente
come la sesta grande potenza che sola oggigiorno consenta successi
durevoli, e decise di non por mano a nessuna grande impresa senza
l'assistenza delle idee liberali. Queste vedute sapienti e moderne erano
il fondamento della politica estera nei primi anni dell'impero. Il
merito di cotesta politica è tanto più altamente stimabile, in quanto si
contrapponeva ad antiche tradizioni e pregiudizi dello stato e del
popolo francese. L'opinione media dei francesi era racchiusa
nell'aforismo di Thiers: _rien n'est plus déplorable que les
nationalités_; che in tedesco vuoi dire: solamente la Francia ha il
diritto di formare un forte stato nazionale.
Senza dubbio, anche nella politica europea di Napoleone apparve lo
sconciamento di questo cervello, che in tanti anni di esistenza profuga,
in eterni almanaccamenti e sognamenti, aveva affatto disimparato di
stare al sodo, e di mantenere immutato un disegno con profonda serietà
volitiva. In un'ora di sdegno, dopo la pace di Villafranca, Cavour
opinò, che Napoleone portasse nella mente molte idee politiche, ma
nessuna matura e pronta, e che per questo era corrivo a lasciare in asso
l'opera sul bel principio. Nei giorni tranquilli il grande italiano ha
espresso un giudizio più mite; ma noi che oggi abbracciamo con lo
sguardo tutta la politica del bonapartismo fino al suo suicidio,
possiamo tener buona la parola irata di Cavour. Il napoleonide sedeva
sulla carta d'Europa ruminando, limandosi continuamente il cervello se
gli convenisse spostare una frontiera al settentrione oppure al
mezzogiorno: una fucina di disegni senza mai posa: e con tutto ciò era
ben altro che una natura elastica, ma un flemmatico lento, che più
cambiava posizione e meno si trovava a posto. E finiva sempre col
soggiacere all'intima falsità del dispotismo democratico. Le idee
nazionali del secolo dovevano effettuarsi, ma solo con un sistema
ingegnoso di alleanze, solo con l'aiuto della Francia, e la nazione
felicitatrice di popoli, la nazione dirigente doveva esserne ripagata
in terre e genti. Il _révendiquer_, il ridomandare l'antico territorio
napoleonico parve altrettanto irremissibile a tale politica, come la
costituzione degli stati nazionali: solo che l'una idea escludeva
l'altra.
Il favore della fortuna iniziava l'imperatore in una êra rigogliosa, in
cui le condizioni dell'Europa erano mature alle grandi risoluzioni: ed
egli, da cervello sistematico qual era, si dava ad approfondire con
accorgimento la «questione» emergente, ed era ben in diritto di dire:
_étudier une question n'est pas la créer_. Per molto tempo aveva
trattato di politica come giornalista; sovrano, conservò l'antica
abitudine. Non un solo atto della politica neonapoleonica fu posto in
iscena senza programmi solenni, senza il buscherio delle frasi
patetiche. Verrebbe il tempo, che un uomo ben più grande avrebbe
svelato, a confusione e scorno, la meschinità di mezzi siffatti. Il
conte Bismarck ha dimostrato al mondo, che una vera politica moderna
raggiunge magnifici successi solo con l'opera di popoli emancipati,
fidanti esclusivamente in sé stessi; e dimostrò, inoltre, che la
politica più geniale e inventiva si svolge continuamente nelle forme più
semplici degli affari. Il restare a mezzo, il mancato successo di molte
intraprese dell'imperatore si spiega meramente con la situazione
contraddittoria di un uomo, che era nello stesso tempo un despota e un
erede della Rivoluzione, nello stesso tempo uno statista di idee europee
e il dominatore della nazione più vanagloriosa.
Il nuovo sovrano non potè resistere a prima giunta alla debolezza del
_parvenu_: cercò di entrare nella sfera di parentado delle corti
legittime. Come l'aspirazione gli fu respinta, conchiuse alla lesta un
matrimonio impari, e dichiarò pateticamente: «io porto con orgoglio il
glorioso titolo di risalito». Gli si sarebbe presto offerta
l'opportunità di rendere la pariglia alla più burbanzosa delle dinastie
legittime. Noi oggigiorno dobbiamo tenere come indubbio, che lo czar
Nicola non intendeva disporre del dominio turco da conquistatore, ma
aspirava al protettorato sulla intera Chiesa ortodossa o, con
l'espressione caratteristica del suo gabinetto, sul culto greco-russo.
Il che voleva dire fondare la sovranità della Russia sui rajahs,
decidere la questione orientale a favore della Russia. Anche chi non
s'inchina alle idee di Davide Urquhart, deve però oggigiorno gratamente
riconoscere con quale acume e sicurezza Napoleone III seppe penetrare,
prima dell'Inghilterra, la versuzia dei disegni russi. La corte di
Parigi in principio era ben lontana da un tracotante vezzo di guerra; e
durante la lotta l'imperatore serbò una misura, che costrinse al
riconoscimento perfino un Guizot. Nella contesa pei Luoghi Santi, egli
prima, per lusingare gli ultramontani, si fece innanzi in modo
abbastanza provocante, poi d'un tratto svoltò, subodorando, che lo stato
turco infermo avrebbe potuto a stento tollerare ancora un'altra scossa
guerresca. E quando lo czar, con l'abituale alterigia verso l'opinione
pubblica, smascherò senza ritegno le mire della sua ambizione, allora
finalmente si capì alle Tuileries, che era venuto il tempo non solo di
tenere in piedi la Turchia, ma di fiaccare la prepotenza della Russia. I
documenti pubblicati dal gabinetto di Parigi diedero per la prima volta
al mondo la coscienza della gravità della situazione. Poi, nel corso
della guerra, nella mente dell'avventuriero affaccendato sorsero idee
lungiopranti di ogni specie. Al generale piemontese Partonneaux
confessò: «la Polonia ripristinata, la Finlandia alla Svezia, la Crimea
alla Turchia, e poi una rivoluzione in Italia; ecco la soluzione più
felice!». Ma imparò a sobbarcarsi, quando il volo vittorioso delle sue
aquile andò molto a rilento.
Il momento della decisione parve molto felicemente scelto per la Russia.
Lo czar per lo spazio di una generazione aveva portato con successo la
maschera del grand'uomo, e di contro alle malferme corti occidentali si
ergeva imponente, con quella irremovibile sicurezza che in un Gustavo
Adolfo o in un Federico è un privilegio del genio, e in lui era nulla
più che un segno di terra terra di pensiero, e di limitatezza. Non vi
era principe in Europa, che non gli si fosse umiliato. Le corti tedesche
e italiane adulavano il nemico della Rivoluzione, l'Austria gli pareva
per sempre obbligata per l'assoggettamento dell'Ungheria. Le due potenze
occidentali si erano alienate per via dei discorsi senza freno degli
_chauvinistes_ e della contesa pei profughi. Nel parlamento inglese
risonò così alta e minacciosa la parola dell'odio alla Francia, che nel
marzo del 1853 millecinquecento londinesi stimarono necessario firmare
una protesta di devozione all'imperatore. La gara commerciale e
industriale in Occidente teneva siffattamente gli spiriti, che a stento
pareva ancora possibile una guerra popolare. La nazione francese andò
alla guerra in Oriente con la stessa malavoglia che un tempo gl'inglesi
nelle lotte napoleoniche: solo durante i fatti d'arme l'ambizione
militare riprese il sopravvento sull'amor di pace di un'età industriale.
In conclusione, lo czar poté sperare di ottenere nella pace il dominio
sui cristiani di Oriente. Napoleone III fu il primo a intravvedere la
debolezza della potenza russa e la nullaggine della grandezza personale
dello czar. E conchiuse l'alleanza vantaggiosa con l'Inghilterra. Feste
di fratellanza e visite a corte sigillarono il nuovo sincero accordo, e
per la prima volta nella storia la flotta inglese accolse a bordo
soldati francesi.
Le due potenze occidentali si celebrarono reciprocamente con fracassosa
millantatura come le custodi della civiltà. L'imperatore ebbe a
rilevare, che erano «anche più forti per le idee che rappresentavano,
che per la potenza dei loro vascelli e dei loro battaglioni». Drouyn de
Lhuys e Moustier col tono arrogante da maestri di scuola verso la
Germania provocarono un fiero rimbecco dal signor di Bismarck. Lo stesso
Napoleone III nel discorso del trono del 1854 si era concesso
l'impudente osservazione: «La Germania, che forse ha dato troppe prove
di sottomessa compiacenza (_déférence_) alla Russia, riacquista
l'indipendenza della sua condotta». Oggi nessun tedesco può ripensare
senza vergogna alla pacatezza con cui la stampa della Germania
esacerbata contro la Russia sopportò una tale iattanza dell'Occidente.
Anche i rimproveri astiosi, che il mondo liberale mosse allora alla
politica di neutralità della Prussia, hanno da un pezzo ceduto a un
giudizio più posato. Non conveniva alla Prussia rendere alle potenze
occidentali servigi, che in conclusione avrebbero potuto profittare
esclusivamente all'Austria; ed è a lamentare solamente il fatto, che a
Berlino non si ebbe animo destro a cavar partito dal garbuglio orientale
per la liberazione dello Schleswig-Holstein. Eppure la partigianeria
passionata del mondo liberale per le potenze occidentali veniva da un
istinto sano. Era il tempo che il partito reazionario in Prussia
magnificava il bianco czar come il secondo padre del nostro stato.
Questa autorità sovrana dell'impero semi-asiatico gravava così
oppressiva sulla vita tedesca, contraddiceva siffattamente all'essenza
della civiltà nostra, che qualunque cambiamento di rapporti tra le
potenze europee doveva sembrare un progresso.
L'imperatore ravvisò nell'antico dominio del Ponto il solo punto
vulnerabile dell'impero russo, giacché un'irruzione in Bessarabia non
era possibile senza l'aiuto dell'Austria; ma già da ora, nei giorni di
maggior potenza, mostrò, come poi sovente in appresso, una
tentennonaggine di esito imprevedibile tra le vedute proprie e le
suggestioni altrui. In principio egli voleva tagliare ogni comunicazione
tra la Crimea e la terraferma; poi ristette, e permise lo straordinario
assedio di una fortezza, che si riforniva continuamente di nuove forze
dal territorio alle spalle. Il despota ebbe la soddisfazione, che il suo
esercito desse eccellente prova, mentre nell'armata inglese si
manifestavano tutti gl'inconvenienti dell'amministrazione militare
parlamentare. Quando le truppe vittoriose rimpatriarono, egli poté bene
lodarle di avere riconquistato al proprio paese il debito posto in
Europa; e Troplong gridò giubilando, che l'Europa riconosceva
novellamente il nome della grande nazione. La Francia apparve in pace
come in guerra la potenza dirigente dell'Europa. L'imperatore, alla
maniera del primo console, trasse subito alla grande alleanza gli stati
intermedi del Mezzogiorno e del Settentrione, calcò a bella posta sul
carattere liberale della sua politica estera, e ancora nel novembre 1855
esortò l'opinione pubblica a far pressione sui gabinetti.