Certo, la soluzione della questione di Oriente annunziata dalle penne

del bonapartismo fu tutt'altro che raggiunta con la pace di Parigi.

Cacciata dalle foci del Danubio, la Russia frattanto compì

l'assoggettamento del Caucaso e l'abbracciata del Mar Nero: enormi

conquiste nell'Asia interna prepararono nuove catastrofi al Bosforo, e

appena quindici anni dopo la pace di Parigi la Russia si dichiarò

formalmente sciolta dal patto innaturale, che aveva convenuto la

neutralità delle acque del Ponto. Le stesse potenze occidentali doverono

confessare, che la pace era solamente un armistizio; e anche dopo la

pace garantirono per mezzo di un trattato con l'Austria l'indipendenza

della Turchia. Ma di garanzie, la Turchia con la guerra di Crimea ne

acquistò soltanto una: un rinsaldamento di fiducia nel suo valoroso

esercito. La riforma dello stato, che esordì sotto la protezione della

Francia, è andata in fumo. Solo i ragazzi possono ammirare l'editto di

tolleranza turco, lo Hat-Humayun, splendido cimelio della civiltà

napoleonico-ottomana. Un impero orientale non può guarire in virtù dei

concetti giuridici occidentali. Secondo il diritto pubblico dell'Islam,

il credente può bene concedere tolleranza, ma non mai l'infedele esigere

tolleranza. Se in effetto un ringiovanimento dello stato è tuttora

possibile, avverrà solamente nel caso che ogni nazione e ogni Chiesa

della penisola balcanica sia organizzata in corpo autonomo con

amministrazione propria; ma dell'intelligenza di coteste idee di

Leopoldo von Ranke e di Lamarche la nuova Turchia napoleonica è priva

affatto. Comunque, era già un fatto notevole, che fosse rotto alla fine

l'affatturamento d'indolenza, che aveva paralizzato per tanto tempo le

potenze occidentali. La Turchia fu accolta nella società degli stati

europei, la Russia ebbe ad apprendere che il continente non tollererebbe

una soluzione unilaterale della questione orientale. Frattanto furono

ripresi in senso umano i disegni egiziani dello zio, e fu condotta a

termine la grandiosa opera del canale di Suez.

Le conseguenze della guerra di Crimea furono risentite dall'Europa in

modo di gran lunga più profondo, che non dall'Oriente. Napoleone III si

valse della potenza recentemente acquistata per effettuare un'idea

preferita del suo antenato. Anche egli si sentiva protettore della

libertà del mare e delle marine minori; e si adoperò a che il Congresso

di Parigi enunciasse i principii di un diritto marittimo più umano:

umane teorie giuridiche, che certamente il bonapartismo si sarebbe col

plauso della nazione cacciate sotto i piedi, non appena avessero

attraversato l'interesse della Francia. La potenza della Francia si levò

gagliarda davanti all'astro dell'Inghilterra che impallidiva. Il

napoleonide riuscì ad estirpare interamente l'odio mortale alla perfida

Albione, che per quarant'anni aveva dominato l'anima dei francesi. Ora

si guardava al Canale con amicizia di buoni vicini, perché non si aveva

nulla più da invidiare all'Inghilterra. Lo stato isolano sonnecchiava a

tutt'agio sui guanciali della dottrina di Manchester, e se talvolta

sobbalzava spasmodicamente per rafforzare la squadra di corazzate o per

aumentare il numero dei suoi disutili reggimenti di volontari, allora il

mondo sentiva quanto fosse avvizzito l'orgoglio dell'Inghilterra.

Siccome all'alleanza con questo stato non era più da dare troppo peso,

Napoleone si volse ad avviare la buona intesa con la Russia. Al

Congresso di Parigi trattò con riguardo l'ambasciatore dello czar,

favorì le mire russe nelle provincie danubiane, porse aiuto alla

fondazione della grande Rumania, e mandò perfino una flotta a incrociare

nell'Adriatico per soccorrere, all'occorrenza, i montenegrini. La

Francia era di nuovo in grado, per la prima volta dal tempo del

Congresso di Vienna, di procedere a disegni positivi nella formazione

della novella Europa, e la guerra d'Italia comprovò, che una volontà

prudente guidava il potentissimo stato.

A chi si volta a guardarli, i grandi rivolgimenti compiuti appaiono

semplici e spiegabilissimi, e futili rispetto alle speranze del domani i

loro risultati duraturi. La gente ingiusta, che oggi rivà al potente

anno 1859 con le idee del 1871, non vuole ponderare sul serio con quanta

gratitudine i più saggi e competenti patrioti d'Italia, i Cavour e i

D'Azeglio, apprezzarono le benemerenze di Napoleone III verso la loro

patria. L'imperatore si vantava: «se vi sono uomini che non intendono i

propri tempi, io non appartengo a costoro»; ed ebbe il raro coraggio di

por mano a disegni europei, che la più parte dei suoi contemporanei e

quasi tutti i gabinetti tenevano per utopistici. All'opinione pubblica

la saldezza incrollabile del regime della sciabola austriaco pareva

tanto indubitata, quanto la incapacità politica degl'italiani. La grande

maggioranza della nazione, che amava chiamarsi _la nation initiatrice_,

era abbarbicata alle antiche idee dell'invidia politica. Non erano i

soli ultramontani quelli che temevano il risorgimento dell'Italia come

un pericolo pel papato, e che vedevano con soddisfazione, che il partito

reazionario nella Penisola, dopo la conquista di Roma, riguardava la

Francia come un saldo sostegno. Anche i rossi radicali credevano tuttora

fermamente all'antichissimo principio fondamentale della politica

italiana dei francesi: nella Penisola non è ammissibile nessuna potenza

indipendente, né straniera, né italiana. Solo di malavoglia gli alti

ceti si confecero all'idea, che la Francia sguainasse la spada pel re

delle marmotte. Perfino tra i sommi consiglieri dell'imperatore si

annoveravano molti proseliti del partito delle dame spagnuole: al tempo

del Congresso di Parigi l'ambasciatore napoletano Carini qualificò il

conte Walewski come il migliore «tra la canaglia che circonda

l'imperatore». Ma nello scambio d'idee con Cavour, Napoleone III venne

alla decisione di riprendere e sostenere con spirito energico il

principio del non intervento, che tra le deboli mani di Luigi Filippo si

era volto in una frottola: come aveva tentato di distruggere la

supremazia russa in Oriente, così ora intendeva di spezzare la

dominazione dell'Austria nel Mezzogiorno, e accordare mano libera

agl'italiani nella determinazione del proprio destino; ben inteso, sotto

la guida della Francia e dietro ampia indennizzazione.

Indaghino pure i furbi, se il carbonaro non fosse legato a un grave

giuramento; le idee direttive della politica napoleonica bisogna

spiegarle con motivi più semplici. Il condottiero di bande della Romagna

aveva affinati, non già dimenticati, gl'ideali della sua giovinezza: lo

dimostrò la sua lettera a Edgardo Ney. Gli antichi legami della sua

dinastia coi patrioti italiani erano continuati: i Pepoli erano

imparentati coi Murat, il conte Arese era stretto in amicizia col

monarca piemontese, come col francese. Il fanatico del papato liberale,

il padre Ventura, viveva alle Tuileries come confessore, Farini durante

l'esilio aveva frequentato la casa di Gerolamo. Anche più efficace

riuscì la segreta attività del triumviro romano esiliato Livio Mariani,

il quale per anni e anni non ristette mai dal ricordare all'imperatore i

sogni di gioventù. Il nipote, condotto sempre a rifarsi alle idee dello

zio, vedeva nel Piemonte l'erede naturale del napoleonico Regno

d'Italia; in questo stato doveva aver centro il riordinamento della

Penisola e anche l'influenza della Francia. A più riprese il despota si

permise d'immischiarsi con pedagogheria nella situazione interna del

piccolo ma libero stato, e per un pezzo appoggiò perfino i clericali

torinesi contro il gabinetto liberale; pure, egli non rinunziò mai a

sperare un'alleanza gallo-sarda, vagheggiata fin da dopo la battaglia di

Novara. «Sono nubi passeggere», disse confortante all'italiano Collegno

poco dopo la fondazione del trono imperiale; «verrà il giorno che i

nostri eserciti lotteranno insieme per la nobile causa dell'Italia».

Conosceva l'Italia: l'acuta osservazione e la notizia sicura delle cose

lo condussero all'opinione, che nel proclama di guerra compendiò nelle

parole: «le cose sono state spinte dall'Austria a tal segno, che o

l'Austria deve dominare fino alle Alpi Marittime, o l'Italia esser

libera fino all'Adria». Conosceva la stretta affinità dei due popoli,

sapeva che gli uomini di stato del Piemonte erano affatto imbevuti di

cultura francese, e che perfino Cesare Balbo, il patriota idealista,

soleva affermare: «io sono prima italiano e dopo francese». E previde

che le popolazioni di Francia, sempre sensibili ai moti magnanimi,

avrebbero accolto con gioia la guerra di liberazione del paese

consanguineo.

Già prima del Congresso di Parigi era andato a lui Cavour, che era il

patrocinatore del suo popolo oppresso e, insieme, era l'ideale dello

«spirito positivo», compenetrato di quel sicuro istinto del possibile,

che il pretendente aveva di continuo esaltato come il più alto dono

dell'uomo di stato. Davanti all'Europa riunita l'italiano doveva

esprimere sotto il consenso tacito dell'imperatore i lamenti d'Italia:

l'Austria, abbandonata da tutte le potenze, mieteva ora i frutti della

sua superbia e di quella politica delle cose a metà, che offendeva a

morte la Russia senza appagare le potenze occidentali. Cavour tornò in

patria con la ferma fiducia, che l'imperatore voleva la guerra; e da

allora si comportò con una arditezza provocante, che spaventò gli stessi

diplomatici dell'imperatore, che non erano addentro. Mentre negli anni

seguenti le potenze occidentali guarivano delle ferite riportate nella

guerra di Crimea, le sommosse e le cospirazioni a Genova e a Livorno, a

Napoli e in Sicilia dimostravano con quanta giustezza Cavour avesse

descritto le condizioni precarie della patria; e sopravvenne l'attentato

di Orsini come un formidabile richiamo al debito insoddisfatto.

L'imperatore si teneva sempre al suo cauto metodo delle due porte

aperte. Si abboccò con lo czar a Stoccarda e, nello stesso tempo, diede

affidamenti tranquillanti alla corte di Vienna. Mentre a Plombières

stringeva la grande congiura con Cavour, i suoi giornali di corte

parlavano con freddezza glaciale delle speranze d'Italia. Napoleone III

fu sorpreso egli stesso dell'effetto del suo amaro saluto di Capodanno

all'ambasciatore austriaco. Alcune settimane dopo fu conchiuso il

matrimonio del principe Napoleone: la sollecitudine dinastica del

risalito non si smentì neppure in quei giorni pieni di fecondi disegni.

Nel febbraio il discorso del trono annunziò «che l'interesse della

Francia si trova dovunque occorra porgere la mano a una causa di

giustizia e di civiltà». Allora stesso uscì l'opuscolo di Laguerronière

che dichiarava: «governare vuoi dire prevedere»: anche sul trono il

sistematico curava tuttora di presentare all'opinione pubblica le tesi

della lotta politica. Seguì il gioco magistrale della diplomazia

gallo-sarda, per via del quale l'avversario fu posto dalla parte del

torto e l'aggredito dipinto come aggressore. Accecata dalla superbia,

l'Austria andava barcolloni alla guerra, e i più pazzi sogni della

politica della Restaurazione ripullulavano alla corte di Vienna, quando

Napoleone III, salutato per la seconda volta dal plauso dei liberali di

occidente, intraprese la lotta e gittò sulla causa italiana la posta

della durata della sua dinastia. Questa campagna, che presentò non più

che una magnifica manovra ben riuscita, cioè la contromarcia nascosta

dell'armata francese in Lomellina, non è certo comparabile con la gloria

delle giornate di Lodi e di Arcole. Napoleone non dettò punto al nemico

la legge della guerra; ché, anzi, si appiccarono due grandi battaglie

contro l'aspettativa dell'una e dell'altra parte. A Magenta decise la

risoluta energia di Mac-Mahon, a Solferino l'inettitudine del Comando

austriaco. Ma tanto più alta fu l'importanza politica della lotta.

Furono davvero giorni gloriosi, quelli in cui Napoleone gridò agli

italiani: «siate oggi soldati, se volete essere domani cittadini liberi

e indipendenti!» e quando nell'ingresso a Milano liberata il popolo

ebbro di entusiasmo premeva sulla criniera del cavallo imperiale.

L'impresa d'Italia aprì una novella età: l'imperatore pose

inconsapevolmente la prima pietra dell'unità d'Italia e della Germania.

La pace di Villafranca dissipò l'ebbrezza della gratitudine, l'immagine

di Orsini coprì l'immagine di Napoleone. «Con la prosecuzione della

guerra io avrei osato ciò che un principe deve osare solamente per

l'indipendenza del proprio paese!»; in questo modo l'imperatore

giustificò davanti al senato francese la conclusione della pace, e il

giudizio della posterità non saprà un giorno aggiungere nulla a questa

parola recisa. La decisione della pace non mosse dall'orribile vista del

campo di battaglia di Solferino, né dal timore della malaria della

«terra ferma», né dalle pressioni del circolo imperiale pel ritorno, ma

dal contegno minaccioso della Prussia, la quale, trasportata dal cieco

furor di guerra della Germania meridionale e fatta inquieta dalla

crescente potenza della Francia, era proprio sul punto di incorrere in

un enorme errore politico. In un rapido dialogo l'imperatore con la

forza della sua superiorità personale seppe tirare a una pace

precipitosa l'avversario sconcertato. Ma quando il convegno di

Villafranca levò in alto nel mondo diplomatico la riputazione di

Napoleone III e corroborò la fama della sua scaltrezza impenetrabile,

quel giorno fu finita per la Francia la parte di condottiera.

Erano scatenate le naturali potenze della passione nazionale, diaboliche

potenze, superiori a ogni arte diplomatica. L'imperatore intendeva di

strappare l'Italia alla dominazione dell'Austria, non di fondare lo

stato unitario: al principio della guerra nemmeno la grande mente di

Cavour vedeva davanti a sé l'unità statale come un fine fisso,

indefettibile. Napoleone desiderava un saldo stato intermedio in

Toscana, da far contrappeso al Piemonte; e, ad onta delle denegazioni

sia degl'italiani che dei francesi, oggi è fuori di dubbio, che in

segreto meditava su una corona reale di Etruria pel principe rosso.

Appoggiò alquanto più apertamente le mene dei Murat a Napoli; ché da

schietto Bonaparte credeva all'incurabile miseria del sangue borbonico.

Perciò a Plombières si era accennato appena alla sfuggita alla Toscana e

a Napoli: Cavour penetrava l'occulto intendimento dell'alleato e sperava

di attraversarlo. L'imperatore era fermo nell'idea, già espressa

chiaramente nell'opuscolo di Laguerronière, di una confederazione

italiana, che fosse diretta, sotto la tutela della Francia, da un forte

regno subalpino. Ogni volta che il lupo austriaco fosse lanciato

sull'ovile italiano, il Piemonte si vedrebbe alla mercé della grazia

della Francia. Il disegno era fino, non effettuabile. Chi aveva sfrenato

le passioni nazionali, non poteva comprendere la semplice verità, che

soltanto la piena indipendenza dell'intera Penisola avrebbe avuto virtù

di appagare il sentimento del popolo. Con tutta la sua conoscenza

dell'Italia, il despota non aveva alcun sentore della forza

dell'orgoglio italiano, dell'implacabilità dell'odio alle antiche

dinastie; cresciuto tra le grette tradizioni della sua corona, il

dominatore della Francia non poteva elevarsi all'idea, che era per

sorgere sul Mediterraneo uno stato nazionale del tutto indipendente. E

gli parve serio, nell'ottobre, esortare Vittorio Emmanuele a smettere le

illusioni e a riconoscere la confederazione italiana, per la quale la

Francia si era impegnata.

Cavour non ha forse compiuto mai nulla di così importante, come in quel

mese autunnale in cui movendo la mano dalla sua tranquilla Leri stornò i

disegni federalisti della diplomazia imperiale. Ma anche Napoleone III

riprese subito il senso netto dell'uomo di stato; e comprese, che

nessuna potenza al mondo era in grado di contenere il movimento unitario

nell'Italia centrale, tanto meno egli stesso, che aveva testé sguainato

la spada pel principio del non intervento. La piega decisiva corse in

senso affatto contrario al punto di partenza del 1859. Thouvenel,

l'amico magnanimo dell'Italia, assunse il ministero degli esteri, e il

trattato di commercio con l'Inghilterra corroborò alla corte delle

Tuileries la vittoria delle idee liberali. Il 31 dicembre 1859

l'imperatore scrisse al papa la famosa lettera: «i fatti hanno una

logica inesorabile»; la rinunzia alle Legazioni fu tenuta una necessità,

e, contemporaneamente, apparve l'opuscolo _il Papa e il Congresso_. Era

questo il secondo grande servigio che Napoleone rendeva agli italiani,

e, conforme al giudizio di Cavour, altrettanto importante quanto la

battaglia di Solferino.

La lettera toccava il problema più grave della questione italiana, il

punto in cui si concatenavano insieme la politica interna e la politica

estera dell'impero. Tre anni avanti Pio IX avea tenuto a battesimo il

figlio della Francia, e il primogenito della Chiesa non aveva affatto

intenzione di guastare il buon accordo col papa. Tutte le lettere e i

proclami dell'imperatore annunziavano il proposito di conciliare la

libertà con la religione, di liberare dall'oppressione straniera il

Santo Padre, di non sacrificare né gl'italiani al papa né il papa

agl'italiani. I fatti insegnavano quanto volentieri il Vaticano soffriva

quell'oppressione straniera. La Curia riprovò la pace di Villafranca,

vantaggiosa per lei, con tutto il rodimento del fanatismo pontificio. Il

vincitore di Solferino fu accolto in patria da una tempesta

d'indignazione ultramontana, tanto che si vide costretto a dichiarare

conciliativamente al clero di Bordeaux: «verrà il tempo che tutto il

mondo parteciperà alla mia persuasione, che il potere temporale del papa

non è incompatibile con la libertà e l'indipendenza d'Italia». Onde si

accinse in un opuscolo «a studiare da sincero cattolico la questione

romana». Si può debitamente motteggiare sull'immagine idillica, che

l'imperiale _pamphlétaire_ abbozza dello Stato della Chiesa

dell'avvenire; su cotesto popolo sotto un pio Padre, paziente popolo che

vivrà unicamente alle parrocchie e alle loro grandi memorie, alla

contemplazione e alle arti, al culto e alla preghiera. Quell'opuscolo,

in verità, non era un monumento d'ipocrisia, come lo qualificò il papa

adirato: indubitabilmente annunziava l'idea direttiva della recentissima

politica imperiale, l'intendimento, cioè, di mantenere in un dominio

ristretto il potere temporale. Napoleone non poteva desiderare

l'annientamento dello Stato pontificio, se non voleva accendere in

Francia un pericoloso movimento ultramontano, né, insieme, rinunziare

all'idea dell'egemonia sui popoli latini. Giacché la Spagna, il Messico,

l'America del Sud parteggiavano unanimi pel papa re. Il consiglio dato

al papa di rinunziare alle Legazioni, era il massimo che l'imperatore

evidentemente potesse fare per l'Italia. Quello scritto rinfocolò il

movimento italiano in ristagno, compì l'unità dell'Italia centrale.

Le conseguenze dell'azione dell'uomo di stato furono bilanciate da uno

sgarrone massiccio: l'imperatore domandò la Savoia, stata già stabilita

a Plombières in corrispettivo della libertà dell'Adria, come compenso

alle annessioni dell'Italia centrale, e, inoltre, anche Nizza. A ogni

modo, tutto questo non era un furto arbitrario di territori. La potenza

del partito ultramontano infrancesato del tutto in Savoia, come pure il

rapido progresso della lingua e dei costumi francesi nel nizzardo già

italiano a metà, dimostravano che in quelle regioni non veniva ad essere

sostanzialmente offeso il principio della nazionalità. Pareva quasi

irrecusabile per un Bonaparte l'occasione di riprendere per lo meno le

frontiere del 1814. La nazione, che dal generoso entusiasmo dell'estate

del 1859 era da un pezzo ricaduta nel vecchio egoismo, pretendeva la

ricompensa dei sacrifizi della guerra. Ma in questa circostanza

l'imperatore doveva sperimentare egli stesso la verità della parola da

lui espressa un tempo a Milano quando vi apparve da trionfatore:

«oggigiorno si è più forti con l'influenza morale che con le conquiste

sterili». I suoi rapporti coi patrioti d'Italia furono irremediabilmente

spacciati da questa politica ignobile, come Cavour col suo sguardo

limpido aveva previsto da un pezzo; e nello stesso tempo Napoleone, come

Cavour aveva parimente presentito, apparve agli occhi delle grandi

potenze come il complice di tutti i futuri avanzamenti della rivoluzione

italiana. Il plebiscito nelle nuove provincie diede al mondo ancora

un'altra prova dell'orribile depravazione morale dell'impero. La goffa

falsità dell'asserzione, che la Francia abbisognasse del versante delle

Alpi per la difesa dei suoi confini, l'oltracotanza soperchiatrice, che

si palesò con l'incorporazione anche delle parti neutrali della Savoia,

il bugiardo tiro alla Confederazione elvetica, che di botto fu

perfidamente defraudata di Chablais e di Faucigny dianzi promessele

formalmente; tutti cotesti tratti dell'antica politica napoleonica di

sopraffazione misero in moto il mondo diplomatico. Il tentativo della

Prussia di formare una coalizione contro la Francia andò a vuoto

propriamente per la debolezza dell'Inghilterra, ma sulla corte imperiale

pesò di nuovo la diffidenza di tutto il mondo. Non era dunque

inconfutabile la savia osservazione fatta nell'ira da Peel e da Roebuck:

«se oggi la Francia esige Nizza per ragioni geografiche, domani per le

stesse ragioni può pretendere il Reno»?

L'onda della rivoluzione italiana aveva buttato in disparte

l'imperatore, che le aveva disserrato le chiuse; ed egli cadde affatto

nell'ombra, quando Garibaldi pigliò l'ardimentosa impresa nel

Mezzogiorno. Dai rapporti di ambasciata del napoletano De Martino noi

ora sappiamo con quanta pena e ripugnanza l'imperatore seguisse i

progressi dell'unità d'Italia. Come mai avrebbe egli potuto comprendere

un Garibaldi? il despota comprendere il condottiero delle libere

falangi, l'imperatore dei francesi il patriota di Nizza? L'inimicizia e

l'affinità del destino dei due uomini vanno tra i fenomeni più

meravigliosi di questa età opulenta di grandezze. L'uno e l'altro

avevano cominciato nello stesso tempo la loro carriera con un puerile

tentativo di sollevazione, l'uno e l'altro avevano trovato asilo di là

dall'Oceano, l'uno e l'altro toccarono quasi la stessa ora la dittatura

framezzo al turbine della rivoluzione. Ed ora per la quinta volta si

scontravano in una lotta irreconciliabile la sublime anima di fanciullo

del demagogo e la fredda mente calcolatrice del politico pratico.

L'imperatore bramava di salvare le Marche alla Santa Sede, ma

l'accecamento della Curia respinse la sua mano. Accorrere in aiuto dei

Borboni era impossibile: Napoleone III non aveva le mani legate

solamente per via dei suoi affari e delle ansie per i capitali francesi,

che egli stesso aveva attirato in Italia; sapeva, per giunta, che

gl'italiani lo stimavano legato: _et voilà ma faiblesse!_ Donde il

riguardo all'Inghilterra, che Cavour aveva cattivata interamente

all'unità italiana. Temporeggiando, tra nuovi indugi e vecchie ricadute,

lasciò finalmente che l'ineluttabile corresse per la sua china. Fintanto

che visse Cavour, Napoleone non riuscì mai ad alienarsi completamente

dalla causa italiana. Il potente intelletto sapeva sempre rabbonire il

despota; e nella primavera del 1861 si era già in procinto d'intendersi

pacificamente sull'avvenire di Roma. Proprio allora il grande statista

morì; e subito il dispetto compresso di Napoleone si manifestò

bruscamente. Il regno d'Italia fu riconosciuto dalla Francia non prima

del gennaio 1862. Non prima della lettera del 20 maggio 1862

l'imperatore principiò a riavvicinarsi alla nuova potenza: espresse la

fiducia, che il papa avrebbe accordato ai suoi sudditi le libertà

municipali, e che l'Italia avrebbe riconosciuto i confini dello Stato

della Chiesa. L'infame sottomissione del gabinetto italiano e la

catastrofe di Aspromonte condussero in fine all'accordo.

La Francia dal primo impero al 1871. Volume 2 · 第 17 / 20 段