fu un parto degli spericoloni volteriani in bella lega coi clericali: da
allora la potenza della Chiesa seguitò a crescere irresistibilmente. Il
numero degli ecclesiastici secolari, che sotto la Restaurazione e il
regno di luglio non procedeva di pari passo col lento accrescersi della
popolazione, salì in 14 anni, dal 1847 al 1861, da 37.000 a 44.000, e la
dotazione pagata loro dallo stato da 36 a 45 milioni, senza includervi
altri 2 milioni per fabbriche religiose. La ricchezza della manomorta
non crebbe meno rapidamente: sorgevano da per tutto nuove chiese,
monasteri, scuole ecclesiastiche. La Chiesa era sulla buona strada per
riacquistare in pochi decenni tutta la massa dei beni, che un tempo
aveva accumulato con l'opera di tanti secoli. Questa potente
restaurazione si effettuò in tutti i paesi di lingua francese: già da un
pezzo Ginevra, la Roma calvinistica, era una città prevalentemente
cattolica, e il Belgio era la terra celebrata della preteria. Però lo
stato dominante della gerarchia ristabilita era tenuto dal monacato: lo
spirito della nuova Roma era custodito nel modo più fedele nel chiuso
dei chiostri. Sotto l'impero rimisero salde radici innumerevoli ordini
antichi e novelli, e non soltanto i valenti e dotti padri dell'Oratorio,
ma anche altri di dubbio valore morale. Lo stato andò loro incontro
premurosamente, e solo di rado ricadde nelle vecchie abitudini della
diffidenza burocratica, come, per esempio, nel 1867, quando soppresse il
Consiglio generale delle Conferenze di San Vincenzo di Paola. Lo stesso
duca di Persigny notò con sorpresa, come la Curia romana desse la
preferenza agli ordini regolari e perfino nelle encicliche li preponesse
ai secolari; e Lacordaire gli assicurò di essersi fatto monaco, per
godere di maggior libertà e influenza che da semplice prete.
Dallo stesso spirito procedeva il rinnovellato zelo pel servizio delle
immagini e delle reliquie, per tutti i dommi e le cerimonie che più
aspramente contrastavano col protestantismo. Il culto di Maria nella
Francia imperiale fu curato con una sentimentalità lattimosa, che
sovente suscitò un vero e coraggioso disdegno tra gli ultramontani
tedeschi. Tutta la valle del Rodano, antica patria benedetta del clero
francese, è ora consacrata alla Madonna. La serie è aperta da _Notre
Dame de Fourvières_ sopra Lione e chiusa da _Notre Dame de la Garde_ sul
porto di Marsiglia: quasi in ogni città del Rodano, a Vienne, Avignone,
Viviers si eleva sulla cima che domina la valle una grandiosa statua di
Maria; e furono tutte innalzate sotto il secondo impero. Anche più
orgogliosa giganteggia la Madonna colossale, sull'erto dirupo a piombo
sulla vallata di Le Puy. Una sola volta mi sono abbattuto in una
somigliante ostentazione del cattolicismo in terra tedesca: sulle rocce
rosse della Mosella, dirimpetto al santo Treveri. Il potere assoluto del
papato parve siffattamente assicurato nella Chiesa moderna e
l'accentramento condotto con tale acume, che nelle prossime generazioni
una scissura della Chiesa offriva qualche probabilità di riuscita
tutt'al più nel caso di un conclave molto contrastato. Il clero
ubbidisce ai vescovi incondizionatamente, come i soldati agli ufficiali:
parole testuali, con cui il cardinale Bonnechose ritrasse in senato lo
spirito mutato della religione dell'amore. La sostanza romana trionfava
dovunque, anche negli accidenti formalistici: il Breviarium Romanum, le
pianete romane soppiantavano gli antichi usi delle chiese locali. Con la
bolla _Ineffabilis Deus_ il papa creò di arbitrio il nuovo domma
dell'Immacolata Concezione, e questo tratto di autorità, inaudito nella
più antica storia della Chiesa, fu accolto dal mondo cattolico senza
notevole opposizione, e con gioia dalla maggioranza del clero francese.
L'inalienabilità dello Stato della Chiesa fu con santo zelo difeso come
un domma da tutti i pulpiti: perfino il volteriano Thiers dichiarò idea
fondamentale del cattolicismo la sovranità temporale del papa in Roma.
Le idee gallicane del sistema episcopale incontrarono difensori
coraggiosi soltanto in pochi fogli, laddove gli ultramontani possedevano
un giornale quasi in tutte le maggiori città di provincia. L'ambiziosa
crudezza degli scritti di Veuillot non sarebbe stata possibile nemmeno
sotto la Restaurazione. _Les Études réligieuses_, organo dei gesuiti
francesi, rappresentavano in verità un indirizzo più blando che non la
_Civiltà cattolica_ o le voci di Santa Maria di Laach; ma come mai
avrebbero potuto combattere durevolmente il domma dell'infallibilità
papale? Quando alla fine si radunò il concilio e quel domma sacrilego fu
effettivamente annunziato, la gran maggioranza dei prelati francesi
stette col papa infallibile.
Lo zelo ultramontano si mostrò tanto più esoso, quanto più vivamente si
sentiva, che la nuova potenza della Chiesa non era menomamente fondata
su un ringagliardimento della fede. Donde l'affannamento a rapire alle
biblioteche le opere di Voltaire e di Rousseau, donde il pauroso effetto
di quel libro di Renan, che con tutte le sue deficienze scientifiche
pure era sorto da uno spirito profondamente religioso. Nel senato del
primo impero sederono Laplace e Volney, Cabanis, Tracy e Sieyès: nel
nuovo senato il solo Sainte-Beuve osò difendere il diritto della libera
indagine. Con quale furore i Maupas, i Canrobert, i Ségur si
gettarono sul difensore di Renan, e con quale ingenuità il conte
Chapuis-Montlaville confessò le ragioni mondane di questo zelo di fede:
«qui non è permesso di difendere questi uomini, che alzano il tizzone
contro la società!». È difficile stabilire in che misura il dirizzone
ultramontano penetrasse nel basso clero. Ma nell'episcopato dominava
assoluto lo spirito dei Dupanloup e dei Bonnechose; e questo bastava.
Infatti, una volta che i 18 arcivescovi e i 67 vescovi nominavano i
parroci e li trasferivano a loro piacimento nell'interno delle diocesi,
si comprende, che non poteva certo manifestarsi apertamente lo spirito
nazionale che avvelenava la fede a molti curati. Inoltre, le pretensioni
del nuovo papato trovavano potenti appoggi alla corte. Una volta,
parlando della moglie, l'imperatore disse al cardinale Bonnechose: «è il
fortunato privilegio della donna, questo, di tenersi estranea alla
ragion di stato e ai freddi calcoli della politica, e di abbandonarsi
esclusivamente alle magnanime ispirazioni del cuore». Col fatto, dalla
sua Eugenia avrebbe dovuto apprendere, che quelle magnanime ispirazioni
del cuore muliebre possono intrudersi anche nei freddi calcoli della
politica. Tendenze spagnole, altezzose e imperiose, idee, che da
Caterina dei Medici in poi non si erano potute più sostenere sul trono
francese, dominavano _l'entourage_ dell'imperatrice; e un'amicizia da
sorelle collegava le Tuileries a quella grettissima tra le corti, che
circondava la regina Isabella e la monaca Patrocinio.
Il fiuto fino del partito spagnuolo subodorò, che il carattere della
moderna cultura popolare è determinato in sostanza dalle scuole
superiori. I licei imperiali non erano tenuti pericolosi, fintanto che
la Chiesa se ne divideva con lo stato la soprintendenza, e fintanto che
lo stesso spirito di uniformità pretesco-militare vi dominava così
allegramente, che alla medesima ora i medesimi problemi erano proposti a
Perpignano e a Lilla. Più scabrosa era l'istruzione elementare
obbligatoria, propugnata dall'infaticabile ministro Duruy. Godendo
nuovamente la Chiesa dei suoi antichi beni, non avrebbe trovato nulla a
ridire, se lo stato anche per l'avvenire avesse speso 450 milioni per
l'esercito e da 23 a 29 per l'istruzione. Del resto, anche la scuola
obbligatoria era comportabile, una volta che il parroco invigilava
accuratamente sulla scuola popolare. Ma la cultura accademica fuori
affatto delle mani della Chiesa ha effetti semplicemente rovinosi. Non
basta, che accanto a ogni facoltà teologica dello stato sia un seminario
ecclesiastico; giacché i nemici nati della fede miracolosa, gli storici
e i naturalisti, esercitano senza disturbo alcuno nelle altre facoltà la
loro opera di perturbazione. L'assegnazione delle cattedre per concorso
aggrava certamente il male dell'assunzione degli eretici dichiarati;
talché con un nuovo sbalzo della scienza mondana incombe il malaugurato
pericolo, che le conferenze della Sorbona abbiano un successo clamoroso
ed impressionante come ai tempi di Cousin e di Guizot, e i magnifici
codici della biblioteca imperiale siano esplorati non più quasi soltanto
da dotti forestieri, ma anche dai francesi. Onde, a un ordine di Roma,
sorse di botto da ogni parte del campo clericale la richiesta che anche
l'istruzione superiore fosse sottoposta alla Chiesa: in fondo, si
accarezzava la speranza di una così detta libera università cattolica,
come quella di Lovanio. Se non che, questo stato burocratico e
accentrato non si trovava, come la provincia neutrale del Belgio, in
grado di sopportare la lotta incessante di due partiti egualmente forti
sui principii della vita sociale: la sua scienza mondana non è e non può
essere realmente libera, fintanto che dura l'accentramento burocratico.
Una università cattolica a Tolosa non incontrerebbe quindi nessuna
controforza viva; e i sogni dei clericali allora potrebbero tradursi in
realtà di vita, quando lo stato e la Chiesa si sottoponessero alla
cultura. Qualora la Chiesa fosse vissuta modestamente nella missione
della cura delle anime, avrebbe potuto, in questa età del culto di
Mammona e del godimento sensuale, diventare una sorgente di salvezza per
migliaia di anime oppresse; ed in effetto, in molti dipartimenti
abbandonati essa si serbava tuttora l'unica custode dell'idealismo,
possedeva tuttora alcuni eccellenti seminar! ecclesiastici, come, per
esempio, la scuola di San Sulpizio, i quali pel loro zelo scientifico e
la rigidezza morale sapevano riaffermare la loro antica fama. Ma i loro
poteri direttivi sono scaduti nel gesuitismo, ed essi, ad onta di tutta
l'ascesi in moda, si sono secolarizzati nel senso peggiore, e combattono
a morte ogni libera moralità, ogni idea fondamentale della vita moderna.
Noi non ci annoveriamo tra quei pusillanimi che, spaventati dall'onda
che sale delle potenze ultramontane, dubitano dell'avvenire della libera
educazione umana. Sappiamo bene, che la Chiesa dell'autorità non sarà
abbattuta solamente con le armi dello spirito. Noi perciò non fondiamo
troppo solidamente sull'esperienza, che questa Chiesa non ha proprio
alcun merito nelle gesta liberatrici della civiltà moderna,
principalmente nella emancipazione delle classi umili, e che domina
sopra forze spirituali sempre incomparabilmente inferiori a quelle dello
stato e della scienza. Ma sta in fatto, che anche la potenza materiale
del protestantismo è in condizione pari con la Chiesa romana. Il mondo
moderno appartiene alla fede evangelica. Dovunque una spedizione porta
l'ascia e la carabina nella foresta vergine, in nove casi su dieci è il
protestante quello che dischiude all'incivilimento la selva. E davanti
all'avvenire maestoso che si apre in Occidente al protestantismo, si
rattarpano, Dio sia lodato! tutti i trionfi europei della vecchia
Chiesa.
In Francia stesso la vittoria del partito ispano-romano era ancora
tutt'altro che assicurata. Noi annettiamo scarso valore all'incontro che
in ampia cerchia ebbero Renan e altri liberi pensatori; giacché
siffatte voci di opposizione, che nella buona società francese non
mancarono mai, non menano affatto all'affrancamento degli spiriti. Anche
il protestantismo sul suolo francese non contrabbilancia punto in modo
sufficiente le forze ultramontane. Un protestante può solamente
considerare con sincera allegrezza, che questa gloriosa Chiesa di
martiri della fede evangelica si è negli ultimi decenni risvegliata a
nuova vita. Istituì sotto la compressione stessa della Restaurazione le
sue società bibliche, e ha da allora partecipato con vigoroso zelo a
tutte le lotte della teologia tedesca: gli sforzi crittocattolici di una
ortodossia insulsa, rappresentati con la consueta infallibilità dal
vecchio Guizot, incontrarono pochi seguaci. Non era però assicurata la
posizione legale delle comunità evangeliche: l'indegno decreto del 25
marzo 1852 sottopose le adunanze alle comminazioni del _Code pénal_, di
modo che il frequentare le chiese da parte delle donne e dei fanciulli
dipendeva puramente dall'arbitrio delle autorità. La Chiesa perseverò
bravamente, e questa potente vita religiosa evangelica adempì in Alsazia
l'ufficio di estrema difesa della lingua e dei costumi tedeschi. Solo
che, siccome il protestantismo in Francia era alimentato sostanzialmente
dalla fonte tedesca, appunto per questo poteva sempre serbarsi solamente
come una manifestazione provinciale, e appunto per questo i protestanti
alsaziani, stando al giudizio di un calvinista dichiarato come il
generale Ducrot, non erano considerati come veri francesi. La speranza
di alcuni rabbini, che riescirà col tempo di _évangéliser la France_, a
ogni uomo posato si rivela un sogno, ed è poi divenuta pienamente caduca
da quando l'Alsazia è ritornata alla patria. Ragioni politiche avevano
cagionato la reviviscenza del clero ultramontano, e congiunture
politiche altresì formarono finora i limiti del suo dominio.
Anche la popolazione credente delle campagne fu trattenuta da ricordi
politici dall'assoggettarsi internamente alla Chiesa. Il contadino
seguiva il prete, ma non aveva punto dimenticato i mali giorni delle
decime ecclesiastiche e dei pesi feudali: per poco che l'ambizione
pretesca avesse prevaricato dai confini della prudenza, poteva
riavvampare di botto l'antico odio mortale ai preti e ai gentiluomini.
Inoltre, la paura dei rossi nemici della fede era presso le classi colte
largamente compensata dalla potenza delle tradizioni rivoluzionarie.
L'orgoglio patriottico, il sentimento energico dello stato nei francesi
pensanti non ha finora comportato mai un assoggettamento dello stato
alla Chiesa. La cultura mondana del secolo si aombra davanti a ogni
avviamento religioso estremo, come davanti a ogni soluzione recisa dei
problemi religiosi. La maggioranza dei francesi non voleva che il papa
perdesse il dominio di Roma, ma tanto meno voleva che acquistasse il
dominio della Francia.
Qui, in questa mezza disposizione, in questa disposizione incerta della
nazione, nella sua inettezza a giudicare le questioni religiose sotto
aspetti religiosi, qui è da cercarsi la chiave della tentennante
politica ecclesiastica dell'impero. Napoleone III colmò di favore la
Chiesa come nessun altro monarca francese, ma dové pure riconoscere
presto i pericoli di una rotta, i cui scogli furono fin dal 1852
avvisati da lontano dall'occhio acuto di Cavour. L'imperatore sentì, che
al disopra del suo capo cresceva la dominazione ultramontana, e ammonì
soventi volte i prelati: che dal tempo di San Luigi lo stato non aveva
mai rinunziato al suo diritto di sovranità. Ma alla fine la guerra
d'Italia fece manifesto il dissidio tra gl'interessi ultramontani e i
nazionali. Si avverò di nuovo l'antica esperienza, che nei guai la
Chiesa è più formidabile che mai. I vescovi, con una arditezza che
somigliava molto all'aperta ribellione, levarono la voce pel dominio
temporale del papa; e ciò, sia al ritorno dei prelati dalla
canonizzazione dei martiri giapponesi, che, di nuovo, dopo la
convenzione di settembre. Sovvenne loro di bel nuovo, che un napoleonide
non sarebbe giammai un figlio fido della Chiesa. La corte da allora
titubò indecisa tra le sue tradizioni rivoluzionarie e le nuove tendenze
spagnoleggianti, né più né meno come il Pantheon, il quale, restituito
al culto divino, pure continuò a portare in fronte l'iscrizione mondana:
_aux grands hommes la patrie reconnaissante_.
Negli ultimi anni, mentre l'impero invecchiava, il partito spagnuolo
alla corte guadagnò la mano. Poteva Napoleone, ed egli solo in Europa,
impedire il domma dell'infallibilità; ma all'uomo ormai stanco venne
meno la forza di cimentare faccia a faccia la moglie. Mentre si teneva
il concilio vaticano, le sue truppe proteggevano Roma: la stessa
battaglia che lo rovesciò dal trono donò agl'italiani la Città eterna.
La politica ecclesiastica del nuovo bonapartismo è stata un misfatto
indelebile contro l'educazione nazionale, che pure l'imperatore
intendeva di promovere; aggiunse alla tremenda corruttela del paese
anche il vizio dell'ipocrisia e della superbia pretesca e, ciò non
ostante, non raggiunse lo scopo di fare del clero un saldo sostegno alla
Casa dei napoleonidi. Piuttosto, i gesuiti aiutarono a scavare la fossa
al trono imperiale. Essi avevano bisogno di una complicazione europea
per fare scivolare in porto il loro nuovo domma mezzo inavvertito dalle
grandi potenze; perciò le aizzarono e incalzarono alla guerra onde
Napoleone fu sfracellato. E così anche il secondo impero, come già da
tempo gli spagnuoli e i polacchi, ebbe a sperimentare, che corre
infallibilmente alla rovina ogni regno che si appoggia alla Compagnia di
Gesù.
VI.
Per l'esecuzione dei disegni prescelti di politica estera, che ognuno
attribuiva fiduciosamente al napoleonide, il nuovo sovrano disponeva di
uno strumento eccellente, che era il miglior lascito dell'eredità della
monarchia di luglio. Le vittorie africane erano per l'esercito una
scuola insieme e uno sprone alla brama di gloria. Tutta l'organizzazione
dell'esercito era preordinata alla guerra offensiva. In questi
reggimenti senza patria, raccozzati da tutte le provincie, guidati da
ufficiali scapoli, e cambianti continuamente di guarnigione, non poteva
mai spegnersi lo spirito di lanzichenecco di chi vuol battersi
unicamente per vedere quale è il più forte. In nessun altro esercito un
generale avrebbe potuto rivolgere al comandante supremo le parole, che
il maresciallo Castellane gridò all'imperatore: «Sire, l'armata si
annoia: se vogliamo batterci, bisogna essere in due: su chi dobbiamo
avventarci?». L'imperatore curava premurosamente questa colonna del suo
dominio, e, come lo zio, vedeva nell'armata, «la vera nobiltà del nostro
popolo», e nella sua storia la propria storia. Ognuno sa quanto si operò
di notevole nei primi anni dell'impero per elevare l'efficienza bellica
dell'esercito, quanto romore suscitarono sui campi di Lombardia i nuovi
cannoni rigati, quanto a lungo il campo di Mourmelon fu ammirato come
l'alta scuola della tattica, e come l'imperatore intendesse di
risollevare anche la figliastra di questa armata, la cavalleria, con
l'introduzione dei piccoli e focosi cavalli algerini. Ai reggimenti
rinforzati degli zuavi furono annesse le nuove truppe barbare dei
turcos, e le incerte idee dell'oggi sul diritto delle genti permisero
all'imperatore di adoperare questi selvaggi contro i soldati europei.
Anche la flotta, dopo sforzi enormi, eguagliò finalmente l'inglese in
numero di navi e in artiglierie, sebbene non potesse mai divenire
come in Inghilterra un'arma nazionale capace di un continuo
ringagliardimento.
L'asserzione tanto motteggiata di Napoleone III: _l'empire c'est la
paix_, non era affatto una mera bugia, ma semplicemente un'altra di
quelle mezze verità, in cui si palesava l'intima contraddizione del
bonapartismo. Tutti i provvedimenti del socialismo monarchico, della
felicitazione dispotica delle moltitudini, potevano prosperare
unicamente in tempo di pace. Il nipote non era un uomo di guerra, un
capitano: i disegni della sua politica europea non erano ispirati dalla
cruda frenesia della percossa. Eppure egli aveva bisogno della devozione
festosa dei suoi soldati, eppure l'impero doveva l'esistenza al culto
della gloria guerresca. In tutti i tempi scabrosi i giornali ufficiosi
non avevano che a sollevare la questione del Reno, per occupare le teste
irrequiete del popolo e dell'esercito: avvenne così immediatamente dopo
il colpo di stato, così dopo la battaglia di Königgrätz. Il signor
Lavallée insegnò nella scuola militare di Saint-Cyr la teoria dei
confini naturali con una goffaggine stupefacente; e il cattivo libro che
scrisse sull'argomento fu coronato dall'Accademia. Perfino il
sostenitore del rischiaramento pacifico, Duruy, nella sua introduzione
alla storia francese ribatte con passionata indignazione su
«quell'enorme lacuna nei nostri confini», che si stende da Lauterburg a
Dunkerque. Per lui la lingua tedesca in Alsazia è semplicemente un rozzo
dialetto illegittimo; e gli alsaziani devono unicamente alla personale
equanimità dell'imperatore, se la loro parlata non è sparita interamente
dalle scuole.
Le spettacolose parate militari dell'impero erano eseguite con una
teatralità vanagloriosa, con una crudezza di sentimento, che ricordava
l'antica Roma. Quando le truppe di ritorno da Sebastopoli sfilarono
davanti alla colonna Vendôme, ogni reggimento era preceduto dalle suore
di carità e dalle figure squallide dei feriti; e i soldati erano tutti
nella divisa da campo sporca e in brandelli, affinché ai cittadini
_blasés_ della capitale apparisse bene avvistata la selvaggia maestà
della guerra, la gloria di fare il soldato. Anche il vestito da
funambolo degli zuavi e dei turcos era diretto più a eccitare la
curiosità dei parigini che a incutere spavento ai nemici. L'impero fu
sollecito del sentimento dinastico nell'esercito con miglior successo
che non la monarchia di luglio. I pochi ufficiali liberali, che un tempo
si aggruppavano intorno ai generali africani, furono prestamente rimossi
o convertiti. Una guardia del corpo di 50.000 uomini, ben addestrati e
meglio pagati, portava l'uniforme dell'antica Guardia imperiale, e
viveva e sfolgorava dei ricordi napoleonici: il principe imperiale
faceva gli esercizi tra le fila dei figli della Guardia. Gli ufficiali
di merito arrivavano a una posizione splendida: la paga dei generali
richiedeva l'enorme somma annuale di 21 milioni. La croce della Legion
d'onore era conseguibile anche dai semplici soldati, e le nuove medaglie
militari premiavano i meriti più modesti. Fu istituita una medaglia
commemorativa per ogni campagna; perfino la passeggiata militare a
Pechino fu ricordata dalla medaglia col dragone.
Urgeva soprattutto di formare una razza di vecchi soldati di
professione, la cui bandiera fosse la casa e la patria. Fu fondata la
cassa di esenzione che con le alte entrate e pensioni attirava gli
usciti di ferma a continuare nel servizio come capitolanti; anche il
soldato semplice aveva la certezza di ricevere dopo venticinque anni di
servizio 500 lire all'anno, e anche più se era decorato. In tal modo si
formò rapidamente un corpo scelto di 170.000 soldati di professione. Che
il peso delle pensioni militari aumentasse in 10 anni di circa 20
milioni, non era cosa di cui si desse pensiero la finanza imperiale.
Anche la zotichezza lanzichenecca dei vecchi soldati, e il bagordare dei
_vieux grognards_ straripante in molti eccessi taciuti dalla stampa, non
scandalizzava un gran che: comunque, il sentimento napoleonico dei
pretoriani era assicurato. La guerra d'Italia scoprì per la prima volta
la rifioritura dei punti neri di un siffatto procedimento. Quanto più
gagliardamente allignava il ceppo dei soldati di mestiere, tanto meno
rendevano le leve di milizie giovani, fino a scendere a circa 23.000
uomini all'anno; e tanto più scarso era per conseguenza il numero delle
truppe di riserva istruite. Si cercò di sopperire, dando alla meglio a
una parte dei coscritti una istruzione accelerata. Capitò allora la
guerra del Messico, che impose gravi sacrifizi imprevisti: nel paese la
forza effettiva delle truppe era molto ridotta, e negletti i magazzini e
gli armamenti; e quando in mezzo a un siffatto scompiglio rimbombò l'eco
formidabile di Königgrätz e tutti gli occhi si volsero all'esercito,
allora il governo dové pure capire l'assurdità della sua politica
militare. Subito si buttò sulla via opposta, e arrischiò la proposta del
servizio generale obbligatorio.