Abbiamo visto sopra, che la legge ultramontana del 1850 sull'istruzione

fu un parto degli spericoloni volteriani in bella lega coi clericali: da

allora la potenza della Chiesa seguitò a crescere irresistibilmente. Il

numero degli ecclesiastici secolari, che sotto la Restaurazione e il

regno di luglio non procedeva di pari passo col lento accrescersi della

popolazione, salì in 14 anni, dal 1847 al 1861, da 37.000 a 44.000, e la

dotazione pagata loro dallo stato da 36 a 45 milioni, senza includervi

altri 2 milioni per fabbriche religiose. La ricchezza della manomorta

non crebbe meno rapidamente: sorgevano da per tutto nuove chiese,

monasteri, scuole ecclesiastiche. La Chiesa era sulla buona strada per

riacquistare in pochi decenni tutta la massa dei beni, che un tempo

aveva accumulato con l'opera di tanti secoli. Questa potente

restaurazione si effettuò in tutti i paesi di lingua francese: già da un

pezzo Ginevra, la Roma calvinistica, era una città prevalentemente

cattolica, e il Belgio era la terra celebrata della preteria. Però lo

stato dominante della gerarchia ristabilita era tenuto dal monacato: lo

spirito della nuova Roma era custodito nel modo più fedele nel chiuso

dei chiostri. Sotto l'impero rimisero salde radici innumerevoli ordini

antichi e novelli, e non soltanto i valenti e dotti padri dell'Oratorio,

ma anche altri di dubbio valore morale. Lo stato andò loro incontro

premurosamente, e solo di rado ricadde nelle vecchie abitudini della

diffidenza burocratica, come, per esempio, nel 1867, quando soppresse il

Consiglio generale delle Conferenze di San Vincenzo di Paola. Lo stesso

duca di Persigny notò con sorpresa, come la Curia romana desse la

preferenza agli ordini regolari e perfino nelle encicliche li preponesse

ai secolari; e Lacordaire gli assicurò di essersi fatto monaco, per

godere di maggior libertà e influenza che da semplice prete.

Dallo stesso spirito procedeva il rinnovellato zelo pel servizio delle

immagini e delle reliquie, per tutti i dommi e le cerimonie che più

aspramente contrastavano col protestantismo. Il culto di Maria nella

Francia imperiale fu curato con una sentimentalità lattimosa, che

sovente suscitò un vero e coraggioso disdegno tra gli ultramontani

tedeschi. Tutta la valle del Rodano, antica patria benedetta del clero

francese, è ora consacrata alla Madonna. La serie è aperta da _Notre

Dame de Fourvières_ sopra Lione e chiusa da _Notre Dame de la Garde_ sul

porto di Marsiglia: quasi in ogni città del Rodano, a Vienne, Avignone,

Viviers si eleva sulla cima che domina la valle una grandiosa statua di

Maria; e furono tutte innalzate sotto il secondo impero. Anche più

orgogliosa giganteggia la Madonna colossale, sull'erto dirupo a piombo

sulla vallata di Le Puy. Una sola volta mi sono abbattuto in una

somigliante ostentazione del cattolicismo in terra tedesca: sulle rocce

rosse della Mosella, dirimpetto al santo Treveri. Il potere assoluto del

papato parve siffattamente assicurato nella Chiesa moderna e

l'accentramento condotto con tale acume, che nelle prossime generazioni

una scissura della Chiesa offriva qualche probabilità di riuscita

tutt'al più nel caso di un conclave molto contrastato. Il clero

ubbidisce ai vescovi incondizionatamente, come i soldati agli ufficiali:

parole testuali, con cui il cardinale Bonnechose ritrasse in senato lo

spirito mutato della religione dell'amore. La sostanza romana trionfava

dovunque, anche negli accidenti formalistici: il Breviarium Romanum, le

pianete romane soppiantavano gli antichi usi delle chiese locali. Con la

bolla _Ineffabilis Deus_ il papa creò di arbitrio il nuovo domma

dell'Immacolata Concezione, e questo tratto di autorità, inaudito nella

più antica storia della Chiesa, fu accolto dal mondo cattolico senza

notevole opposizione, e con gioia dalla maggioranza del clero francese.

L'inalienabilità dello Stato della Chiesa fu con santo zelo difeso come

un domma da tutti i pulpiti: perfino il volteriano Thiers dichiarò idea

fondamentale del cattolicismo la sovranità temporale del papa in Roma.

Le idee gallicane del sistema episcopale incontrarono difensori

coraggiosi soltanto in pochi fogli, laddove gli ultramontani possedevano

un giornale quasi in tutte le maggiori città di provincia. L'ambiziosa

crudezza degli scritti di Veuillot non sarebbe stata possibile nemmeno

sotto la Restaurazione. _Les Études réligieuses_, organo dei gesuiti

francesi, rappresentavano in verità un indirizzo più blando che non la

_Civiltà cattolica_ o le voci di Santa Maria di Laach; ma come mai

avrebbero potuto combattere durevolmente il domma dell'infallibilità

papale? Quando alla fine si radunò il concilio e quel domma sacrilego fu

effettivamente annunziato, la gran maggioranza dei prelati francesi

stette col papa infallibile.

Lo zelo ultramontano si mostrò tanto più esoso, quanto più vivamente si

sentiva, che la nuova potenza della Chiesa non era menomamente fondata

su un ringagliardimento della fede. Donde l'affannamento a rapire alle

biblioteche le opere di Voltaire e di Rousseau, donde il pauroso effetto

di quel libro di Renan, che con tutte le sue deficienze scientifiche

pure era sorto da uno spirito profondamente religioso. Nel senato del

primo impero sederono Laplace e Volney, Cabanis, Tracy e Sieyès: nel

nuovo senato il solo Sainte-Beuve osò difendere il diritto della libera

indagine. Con quale furore i Maupas, i Canrobert, i Ségur si

gettarono sul difensore di Renan, e con quale ingenuità il conte

Chapuis-Montlaville confessò le ragioni mondane di questo zelo di fede:

«qui non è permesso di difendere questi uomini, che alzano il tizzone

contro la società!». È difficile stabilire in che misura il dirizzone

ultramontano penetrasse nel basso clero. Ma nell'episcopato dominava

assoluto lo spirito dei Dupanloup e dei Bonnechose; e questo bastava.

Infatti, una volta che i 18 arcivescovi e i 67 vescovi nominavano i

parroci e li trasferivano a loro piacimento nell'interno delle diocesi,

si comprende, che non poteva certo manifestarsi apertamente lo spirito

nazionale che avvelenava la fede a molti curati. Inoltre, le pretensioni

del nuovo papato trovavano potenti appoggi alla corte. Una volta,

parlando della moglie, l'imperatore disse al cardinale Bonnechose: «è il

fortunato privilegio della donna, questo, di tenersi estranea alla

ragion di stato e ai freddi calcoli della politica, e di abbandonarsi

esclusivamente alle magnanime ispirazioni del cuore». Col fatto, dalla

sua Eugenia avrebbe dovuto apprendere, che quelle magnanime ispirazioni

del cuore muliebre possono intrudersi anche nei freddi calcoli della

politica. Tendenze spagnole, altezzose e imperiose, idee, che da

Caterina dei Medici in poi non si erano potute più sostenere sul trono

francese, dominavano _l'entourage_ dell'imperatrice; e un'amicizia da

sorelle collegava le Tuileries a quella grettissima tra le corti, che

circondava la regina Isabella e la monaca Patrocinio.

Il fiuto fino del partito spagnuolo subodorò, che il carattere della

moderna cultura popolare è determinato in sostanza dalle scuole

superiori. I licei imperiali non erano tenuti pericolosi, fintanto che

la Chiesa se ne divideva con lo stato la soprintendenza, e fintanto che

lo stesso spirito di uniformità pretesco-militare vi dominava così

allegramente, che alla medesima ora i medesimi problemi erano proposti a

Perpignano e a Lilla. Più scabrosa era l'istruzione elementare

obbligatoria, propugnata dall'infaticabile ministro Duruy. Godendo

nuovamente la Chiesa dei suoi antichi beni, non avrebbe trovato nulla a

ridire, se lo stato anche per l'avvenire avesse speso 450 milioni per

l'esercito e da 23 a 29 per l'istruzione. Del resto, anche la scuola

obbligatoria era comportabile, una volta che il parroco invigilava

accuratamente sulla scuola popolare. Ma la cultura accademica fuori

affatto delle mani della Chiesa ha effetti semplicemente rovinosi. Non

basta, che accanto a ogni facoltà teologica dello stato sia un seminario

ecclesiastico; giacché i nemici nati della fede miracolosa, gli storici

e i naturalisti, esercitano senza disturbo alcuno nelle altre facoltà la

loro opera di perturbazione. L'assegnazione delle cattedre per concorso

aggrava certamente il male dell'assunzione degli eretici dichiarati;

talché con un nuovo sbalzo della scienza mondana incombe il malaugurato

pericolo, che le conferenze della Sorbona abbiano un successo clamoroso

ed impressionante come ai tempi di Cousin e di Guizot, e i magnifici

codici della biblioteca imperiale siano esplorati non più quasi soltanto

da dotti forestieri, ma anche dai francesi. Onde, a un ordine di Roma,

sorse di botto da ogni parte del campo clericale la richiesta che anche

l'istruzione superiore fosse sottoposta alla Chiesa: in fondo, si

accarezzava la speranza di una così detta libera università cattolica,

come quella di Lovanio. Se non che, questo stato burocratico e

accentrato non si trovava, come la provincia neutrale del Belgio, in

grado di sopportare la lotta incessante di due partiti egualmente forti

sui principii della vita sociale: la sua scienza mondana non è e non può

essere realmente libera, fintanto che dura l'accentramento burocratico.

Una università cattolica a Tolosa non incontrerebbe quindi nessuna

controforza viva; e i sogni dei clericali allora potrebbero tradursi in

realtà di vita, quando lo stato e la Chiesa si sottoponessero alla

cultura. Qualora la Chiesa fosse vissuta modestamente nella missione

della cura delle anime, avrebbe potuto, in questa età del culto di

Mammona e del godimento sensuale, diventare una sorgente di salvezza per

migliaia di anime oppresse; ed in effetto, in molti dipartimenti

abbandonati essa si serbava tuttora l'unica custode dell'idealismo,

possedeva tuttora alcuni eccellenti seminar! ecclesiastici, come, per

esempio, la scuola di San Sulpizio, i quali pel loro zelo scientifico e

la rigidezza morale sapevano riaffermare la loro antica fama. Ma i loro

poteri direttivi sono scaduti nel gesuitismo, ed essi, ad onta di tutta

l'ascesi in moda, si sono secolarizzati nel senso peggiore, e combattono

a morte ogni libera moralità, ogni idea fondamentale della vita moderna.

Noi non ci annoveriamo tra quei pusillanimi che, spaventati dall'onda

che sale delle potenze ultramontane, dubitano dell'avvenire della libera

educazione umana. Sappiamo bene, che la Chiesa dell'autorità non sarà

abbattuta solamente con le armi dello spirito. Noi perciò non fondiamo

troppo solidamente sull'esperienza, che questa Chiesa non ha proprio

alcun merito nelle gesta liberatrici della civiltà moderna,

principalmente nella emancipazione delle classi umili, e che domina

sopra forze spirituali sempre incomparabilmente inferiori a quelle dello

stato e della scienza. Ma sta in fatto, che anche la potenza materiale

del protestantismo è in condizione pari con la Chiesa romana. Il mondo

moderno appartiene alla fede evangelica. Dovunque una spedizione porta

l'ascia e la carabina nella foresta vergine, in nove casi su dieci è il

protestante quello che dischiude all'incivilimento la selva. E davanti

all'avvenire maestoso che si apre in Occidente al protestantismo, si

rattarpano, Dio sia lodato! tutti i trionfi europei della vecchia

Chiesa.

In Francia stesso la vittoria del partito ispano-romano era ancora

tutt'altro che assicurata. Noi annettiamo scarso valore all'incontro che

in ampia cerchia ebbero Renan e altri liberi pensatori; giacché

siffatte voci di opposizione, che nella buona società francese non

mancarono mai, non menano affatto all'affrancamento degli spiriti. Anche

il protestantismo sul suolo francese non contrabbilancia punto in modo

sufficiente le forze ultramontane. Un protestante può solamente

considerare con sincera allegrezza, che questa gloriosa Chiesa di

martiri della fede evangelica si è negli ultimi decenni risvegliata a

nuova vita. Istituì sotto la compressione stessa della Restaurazione le

sue società bibliche, e ha da allora partecipato con vigoroso zelo a

tutte le lotte della teologia tedesca: gli sforzi crittocattolici di una

ortodossia insulsa, rappresentati con la consueta infallibilità dal

vecchio Guizot, incontrarono pochi seguaci. Non era però assicurata la

posizione legale delle comunità evangeliche: l'indegno decreto del 25

marzo 1852 sottopose le adunanze alle comminazioni del _Code pénal_, di

modo che il frequentare le chiese da parte delle donne e dei fanciulli

dipendeva puramente dall'arbitrio delle autorità. La Chiesa perseverò

bravamente, e questa potente vita religiosa evangelica adempì in Alsazia

l'ufficio di estrema difesa della lingua e dei costumi tedeschi. Solo

che, siccome il protestantismo in Francia era alimentato sostanzialmente

dalla fonte tedesca, appunto per questo poteva sempre serbarsi solamente

come una manifestazione provinciale, e appunto per questo i protestanti

alsaziani, stando al giudizio di un calvinista dichiarato come il

generale Ducrot, non erano considerati come veri francesi. La speranza

di alcuni rabbini, che riescirà col tempo di _évangéliser la France_, a

ogni uomo posato si rivela un sogno, ed è poi divenuta pienamente caduca

da quando l'Alsazia è ritornata alla patria. Ragioni politiche avevano

cagionato la reviviscenza del clero ultramontano, e congiunture

politiche altresì formarono finora i limiti del suo dominio.

Anche la popolazione credente delle campagne fu trattenuta da ricordi

politici dall'assoggettarsi internamente alla Chiesa. Il contadino

seguiva il prete, ma non aveva punto dimenticato i mali giorni delle

decime ecclesiastiche e dei pesi feudali: per poco che l'ambizione

pretesca avesse prevaricato dai confini della prudenza, poteva

riavvampare di botto l'antico odio mortale ai preti e ai gentiluomini.

Inoltre, la paura dei rossi nemici della fede era presso le classi colte

largamente compensata dalla potenza delle tradizioni rivoluzionarie.

L'orgoglio patriottico, il sentimento energico dello stato nei francesi

pensanti non ha finora comportato mai un assoggettamento dello stato

alla Chiesa. La cultura mondana del secolo si aombra davanti a ogni

avviamento religioso estremo, come davanti a ogni soluzione recisa dei

problemi religiosi. La maggioranza dei francesi non voleva che il papa

perdesse il dominio di Roma, ma tanto meno voleva che acquistasse il

dominio della Francia.

Qui, in questa mezza disposizione, in questa disposizione incerta della

nazione, nella sua inettezza a giudicare le questioni religiose sotto

aspetti religiosi, qui è da cercarsi la chiave della tentennante

politica ecclesiastica dell'impero. Napoleone III colmò di favore la

Chiesa come nessun altro monarca francese, ma dové pure riconoscere

presto i pericoli di una rotta, i cui scogli furono fin dal 1852

avvisati da lontano dall'occhio acuto di Cavour. L'imperatore sentì, che

al disopra del suo capo cresceva la dominazione ultramontana, e ammonì

soventi volte i prelati: che dal tempo di San Luigi lo stato non aveva

mai rinunziato al suo diritto di sovranità. Ma alla fine la guerra

d'Italia fece manifesto il dissidio tra gl'interessi ultramontani e i

nazionali. Si avverò di nuovo l'antica esperienza, che nei guai la

Chiesa è più formidabile che mai. I vescovi, con una arditezza che

somigliava molto all'aperta ribellione, levarono la voce pel dominio

temporale del papa; e ciò, sia al ritorno dei prelati dalla

canonizzazione dei martiri giapponesi, che, di nuovo, dopo la

convenzione di settembre. Sovvenne loro di bel nuovo, che un napoleonide

non sarebbe giammai un figlio fido della Chiesa. La corte da allora

titubò indecisa tra le sue tradizioni rivoluzionarie e le nuove tendenze

spagnoleggianti, né più né meno come il Pantheon, il quale, restituito

al culto divino, pure continuò a portare in fronte l'iscrizione mondana:

_aux grands hommes la patrie reconnaissante_.

Negli ultimi anni, mentre l'impero invecchiava, il partito spagnuolo

alla corte guadagnò la mano. Poteva Napoleone, ed egli solo in Europa,

impedire il domma dell'infallibilità; ma all'uomo ormai stanco venne

meno la forza di cimentare faccia a faccia la moglie. Mentre si teneva

il concilio vaticano, le sue truppe proteggevano Roma: la stessa

battaglia che lo rovesciò dal trono donò agl'italiani la Città eterna.

La politica ecclesiastica del nuovo bonapartismo è stata un misfatto

indelebile contro l'educazione nazionale, che pure l'imperatore

intendeva di promovere; aggiunse alla tremenda corruttela del paese

anche il vizio dell'ipocrisia e della superbia pretesca e, ciò non

ostante, non raggiunse lo scopo di fare del clero un saldo sostegno alla

Casa dei napoleonidi. Piuttosto, i gesuiti aiutarono a scavare la fossa

al trono imperiale. Essi avevano bisogno di una complicazione europea

per fare scivolare in porto il loro nuovo domma mezzo inavvertito dalle

grandi potenze; perciò le aizzarono e incalzarono alla guerra onde

Napoleone fu sfracellato. E così anche il secondo impero, come già da

tempo gli spagnuoli e i polacchi, ebbe a sperimentare, che corre

infallibilmente alla rovina ogni regno che si appoggia alla Compagnia di

Gesù.

VI.

Per l'esecuzione dei disegni prescelti di politica estera, che ognuno

attribuiva fiduciosamente al napoleonide, il nuovo sovrano disponeva di

uno strumento eccellente, che era il miglior lascito dell'eredità della

monarchia di luglio. Le vittorie africane erano per l'esercito una

scuola insieme e uno sprone alla brama di gloria. Tutta l'organizzazione

dell'esercito era preordinata alla guerra offensiva. In questi

reggimenti senza patria, raccozzati da tutte le provincie, guidati da

ufficiali scapoli, e cambianti continuamente di guarnigione, non poteva

mai spegnersi lo spirito di lanzichenecco di chi vuol battersi

unicamente per vedere quale è il più forte. In nessun altro esercito un

generale avrebbe potuto rivolgere al comandante supremo le parole, che

il maresciallo Castellane gridò all'imperatore: «Sire, l'armata si

annoia: se vogliamo batterci, bisogna essere in due: su chi dobbiamo

avventarci?». L'imperatore curava premurosamente questa colonna del suo

dominio, e, come lo zio, vedeva nell'armata, «la vera nobiltà del nostro

popolo», e nella sua storia la propria storia. Ognuno sa quanto si operò

di notevole nei primi anni dell'impero per elevare l'efficienza bellica

dell'esercito, quanto romore suscitarono sui campi di Lombardia i nuovi

cannoni rigati, quanto a lungo il campo di Mourmelon fu ammirato come

l'alta scuola della tattica, e come l'imperatore intendesse di

risollevare anche la figliastra di questa armata, la cavalleria, con

l'introduzione dei piccoli e focosi cavalli algerini. Ai reggimenti

rinforzati degli zuavi furono annesse le nuove truppe barbare dei

turcos, e le incerte idee dell'oggi sul diritto delle genti permisero

all'imperatore di adoperare questi selvaggi contro i soldati europei.

Anche la flotta, dopo sforzi enormi, eguagliò finalmente l'inglese in

numero di navi e in artiglierie, sebbene non potesse mai divenire

come in Inghilterra un'arma nazionale capace di un continuo

ringagliardimento.

L'asserzione tanto motteggiata di Napoleone III: _l'empire c'est la

paix_, non era affatto una mera bugia, ma semplicemente un'altra di

quelle mezze verità, in cui si palesava l'intima contraddizione del

bonapartismo. Tutti i provvedimenti del socialismo monarchico, della

felicitazione dispotica delle moltitudini, potevano prosperare

unicamente in tempo di pace. Il nipote non era un uomo di guerra, un

capitano: i disegni della sua politica europea non erano ispirati dalla

cruda frenesia della percossa. Eppure egli aveva bisogno della devozione

festosa dei suoi soldati, eppure l'impero doveva l'esistenza al culto

della gloria guerresca. In tutti i tempi scabrosi i giornali ufficiosi

non avevano che a sollevare la questione del Reno, per occupare le teste

irrequiete del popolo e dell'esercito: avvenne così immediatamente dopo

il colpo di stato, così dopo la battaglia di Königgrätz. Il signor

Lavallée insegnò nella scuola militare di Saint-Cyr la teoria dei

confini naturali con una goffaggine stupefacente; e il cattivo libro che

scrisse sull'argomento fu coronato dall'Accademia. Perfino il

sostenitore del rischiaramento pacifico, Duruy, nella sua introduzione

alla storia francese ribatte con passionata indignazione su

«quell'enorme lacuna nei nostri confini», che si stende da Lauterburg a

Dunkerque. Per lui la lingua tedesca in Alsazia è semplicemente un rozzo

dialetto illegittimo; e gli alsaziani devono unicamente alla personale

equanimità dell'imperatore, se la loro parlata non è sparita interamente

dalle scuole.

Le spettacolose parate militari dell'impero erano eseguite con una

teatralità vanagloriosa, con una crudezza di sentimento, che ricordava

l'antica Roma. Quando le truppe di ritorno da Sebastopoli sfilarono

davanti alla colonna Vendôme, ogni reggimento era preceduto dalle suore

di carità e dalle figure squallide dei feriti; e i soldati erano tutti

nella divisa da campo sporca e in brandelli, affinché ai cittadini

_blasés_ della capitale apparisse bene avvistata la selvaggia maestà

della guerra, la gloria di fare il soldato. Anche il vestito da

funambolo degli zuavi e dei turcos era diretto più a eccitare la

curiosità dei parigini che a incutere spavento ai nemici. L'impero fu

sollecito del sentimento dinastico nell'esercito con miglior successo

che non la monarchia di luglio. I pochi ufficiali liberali, che un tempo

si aggruppavano intorno ai generali africani, furono prestamente rimossi

o convertiti. Una guardia del corpo di 50.000 uomini, ben addestrati e

meglio pagati, portava l'uniforme dell'antica Guardia imperiale, e

viveva e sfolgorava dei ricordi napoleonici: il principe imperiale

faceva gli esercizi tra le fila dei figli della Guardia. Gli ufficiali

di merito arrivavano a una posizione splendida: la paga dei generali

richiedeva l'enorme somma annuale di 21 milioni. La croce della Legion

d'onore era conseguibile anche dai semplici soldati, e le nuove medaglie

militari premiavano i meriti più modesti. Fu istituita una medaglia

commemorativa per ogni campagna; perfino la passeggiata militare a

Pechino fu ricordata dalla medaglia col dragone.

Urgeva soprattutto di formare una razza di vecchi soldati di

professione, la cui bandiera fosse la casa e la patria. Fu fondata la

cassa di esenzione che con le alte entrate e pensioni attirava gli

usciti di ferma a continuare nel servizio come capitolanti; anche il

soldato semplice aveva la certezza di ricevere dopo venticinque anni di

servizio 500 lire all'anno, e anche più se era decorato. In tal modo si

formò rapidamente un corpo scelto di 170.000 soldati di professione. Che

il peso delle pensioni militari aumentasse in 10 anni di circa 20

milioni, non era cosa di cui si desse pensiero la finanza imperiale.

Anche la zotichezza lanzichenecca dei vecchi soldati, e il bagordare dei

_vieux grognards_ straripante in molti eccessi taciuti dalla stampa, non

scandalizzava un gran che: comunque, il sentimento napoleonico dei

pretoriani era assicurato. La guerra d'Italia scoprì per la prima volta

la rifioritura dei punti neri di un siffatto procedimento. Quanto più

gagliardamente allignava il ceppo dei soldati di mestiere, tanto meno

rendevano le leve di milizie giovani, fino a scendere a circa 23.000

uomini all'anno; e tanto più scarso era per conseguenza il numero delle

truppe di riserva istruite. Si cercò di sopperire, dando alla meglio a

una parte dei coscritti una istruzione accelerata. Capitò allora la

guerra del Messico, che impose gravi sacrifizi imprevisti: nel paese la

forza effettiva delle truppe era molto ridotta, e negletti i magazzini e

gli armamenti; e quando in mezzo a un siffatto scompiglio rimbombò l'eco

formidabile di Königgrätz e tutti gli occhi si volsero all'esercito,

allora il governo dové pure capire l'assurdità della sua politica

militare. Subito si buttò sulla via opposta, e arrischiò la proposta del

servizio generale obbligatorio.

La Francia dal primo impero al 1871. Volume 2 · 第 15 / 20 段