Avrebbe dovuto apprendere però, che l'estro dell'arte è un figlio del

tempo: quanto poco sarebbe potuto sorgere un Sofocle sotto Alessandro,

tanto meno poteva attecchire il dramma morale nell'aria impura della

nuova Parigi. Alcune fini commedie di Augier, alcune opere di Ponsard,

principalmente _Le lion amoureux_ che è, di questo poeta, il canto del

cigno compenetrato da un nobile e forte spirito patriottico, sono i soli

frutti sbocciati sopra l'universale imbecillità della recentissima

poesia. E anche nelle arti figurative, quale caduta in pochi decenni, da

quando Paolo Delaroche aveva dipinto il magnifico emiciclo della _École

des beaux arts_! Il parigino partecipava ancora con ardore, come nei

giorni più favoriti, all'esposizione del _Salon_, ancora il talento

tecnico della colorazione virtuosa non era perduto nella pittura, ancora

qualche artista, come Gerôme nel suo quadro dei gladiatori, sapeva dare

a un soggetto brutto un'esecuzione che incantava. Ma il valore

spirituale dell'arte si andava inaridendo, e l'osservatore della

recentissima pittura storica era continuamente premuto dalla domanda, se

effettivamente donne nude e calzoni rossi di soldati rappresentassero

tutto il senso profondo della vita umana. Lo schietto fervore artistico

soccombeva quasi sotto l'invasione dei dilettanti, che avevano un

compagno e un protettore naturale nel direttore dei musei imperiali, il

conte Nieuwekerke.

Chi considera tali segni non dubbi della decadenza artistica,

generalmente si lascia subito andare all'affermazione, che sotto il

nipote il bonapartismo abbia soffocato il talento come sotto lo zio. Se

non che anche in questo campo si manifesta al giudizio posato l'ampio

divario che corre tra il secondo impero e il primo. L'arte nel nostro

secolo prosaico non costituisce più la misura infallibile della vita

spirituale. Per contro, l'Italia di Cavour e di Manin ben a ragione

protesta, che si valuti alle opere di Verdi la sua potenza geniale; e

anche noi tedeschi, quanti poeti drammatici, che potrebbero collocarsi

accanto a Ponsard e ad Augier, non abbiamo avuto in quei cinquant'anni

tanto fecondi pel nostro sviluppo? Per lo meno può oggi considerarsi

l'arte drammatica come lo specchio fedele dell'educazione del popolo. Il

tesoro accumulato dei più antichi drammi libera la scena dal dominio

illimitato della poesia recentissima: mentre la poesia drammatica

contemporanea decadeva, il _Théâtre français_, che è sempre il primo

teatro del mondo, riproduceva alla ribalta in esecuzioni magistrali i

personaggi di Corneille e di Molière. La scienza offre un più valido

appoggio al pregio della cultura moderna, e se noi guardiamo addentro,

non solamente il confronto del secondo impero con la desolazione

spirituale del primo ci appare ridicolo, ma ci si presenta la questione,

se la valentia modesta della recente scienza francese non abbia donato

al mondo più frutti sani e durevoli, che non dianzi la letteratura

presuntuosamente rumorosa della monarchia di luglio.

Seguì al 2 dicembre un tempo sconsolato di temulenza, in cui, stando al

ragguaglio di Tocqueville, l'arte di leggere e di scrivere parve quasi

perduta. Presto, però, l'insolenza stessa dell'ostentazione del peccato

spinse gli spiriti seri a rientrare in sé. E sorse nelle scienze

politiche e sociali una nuova letteratura, povera di opere di

prim'ordine, ma altrettanto ricca d'indagine positiva e di grave senso

morale. L'inestetico uomo di affari Napoleone III era troppo guasto e

difforme al gusto e al costume medicei. Non gli mancava affatto, però,

l'intelligenza del valore rigidamente scientifico. Gli archivi furono

mantenuti come sotto Luigi Filippo, con una intelligenza e una libertà

che fanno arrossire noi tedeschi. Molte notevoli opere scientifiche

nacquero per suggerimento dell'imperatore, come il bel catalogo della

biblioteca storica di Parigi, la raccolta delle lettere e commentari

napoleonici, la storia del Congresso di Vienna del conte Angerberg;

molti dotti furono sussidiati dallo stato nei loro lavori, come per

esempio Baschet nella sua raccolta per la storia della diplomazia

veneta. Missioni scientifiche dispendiose e con splendidi risultati

furono intraprese in Egitto, in Siria, nell'Asia Minore, in Mesopotamia.

Anche le scienze naturali ebbero a lodare le mani bucate di Napoleone;

fecero progressi sempre assai notevoli, sebbene il detto dell'alsaziano

Würtz _la chimie est une science toute française_ sia a ogni modo da

tenersi soltanto come una spacconata _chauviniste_.

Quanto più grave pesava l'oppressione del dispotismo sulla stampa

quotidiana e più rari erano gl'ingegni notevoli che si dedicavano al

giornalismo, tanto più si preferiva alla corte di leggere opere serie

sui problemi sociali e politici, e tanto più il dotto era costretto a

svolgere metodicamente le proprie idee e non già a sparpagliarle in

articoli e appendici. A principiare dalla scuola dei pubblicisti

liberali ricca di buoni ingegni, la quale seguiva le orme di Tocqueville

e aveva in Laboulaye la penna più geniale, fino alle opere estremamente

conservatrici e piene di pensiero del Le Play sulla riforma sociale, non

più che una sola tinta tra i partiti politici rimase fuori, non

rappresentata nella nuova scienza dello stato. La questione italiana

ispirò lavori pubblicistici, come, per esempio, gli eccellenti scritti

sull'Italia di R. Rey, la cui profonda accuratezza non trova affatto

l'eguale nella letteratura politica della monarchia di luglio. Anche

nella maggior parte di queste opere dominava, come è giusto, uno spirito

di opposizione, non però affatto di opposizione sistematica: quasi tutte

domandavano solo il perfezionamento delle istituzioni vigenti e

l'impiego del potere statale all'ingentilimento delle moltitudini.

Siffatta rassegnazione maschia supera, moralmente e politicamente, di

molto il puntiglio lunatico che i quaranta immortali dell'Accademia

mostravano contro l'impero. L'imperatore, dopo un pazzo tentativo

d'infrangere l'indipendenza dell'Accademia, si abituò a lasciarli

stagionare, quei vecchi signori, nelle loro giubbe ricamate di palme.

Accogliessero pure nel loro seno gli eroi dell'opposizione bianca e

della rossa: le parate accademiche e gli spiritualissimi articoli di

rivista non erano proprio fatti per rovesciare il trono imperiale, e il

lamento di Guizot: «noi stiamo sotto sonanti rovine», significava non

più che il profondo sospiro di un vecchio, che vede la fine del mondo

perché vede finire il suo mondo.

Da un decennio la scienza tedesca era profondamente penetrata, per la

prima volta, nella vita francese. Dollfus e Taine, Renan e Laboulaye si

fecero avanti come apostoli dello spirito germanico. Per molto tempo

l'Alsazia rappresentò felicemente la parte della mediatrice tra i due

grandi popoli; il che vuol dire, che i suoi dotti portavano ai francesi

i risultati della scienza tedesca senza punto offrirci un corrispettivo

di pari grado. Cotesto ravvicinamento, che ebbe un organo nella _Revue

germanique_, si fondava pur troppo sulla tacita presupposizione, che i

tedeschi si sarebbero contentati, ora e sempre, del regno dell'idea:

onde sarebbe corsa lì per lì a dare nelle secche, non appena noi

avessimo uno stato con volere e potere indipendente. La _Revue

germanique_ passò, e la _Revue contemporaine_, in cui il signor di

Calonne rappresentava le idee tedesche, ebbe un così meschino incontro

in mezzo al risvegliarsi dell'odio nazionale, che quasi non fu nemmeno

più considerata come un giornale francese.

Comunque, le battaglie boeme avevano scosso alquanto l'antica burbanza

dei nostri vicini. Fin dal 1864 Jules Simon aveva suscitato le generali

risa di scherno del corpo legislativo, citando le scuole prussiane: «noi

non abbiamo da imparare niente, proprio niente, dai prussiani», si gridò

da tutte le parti. Negli anni seguenti ebbero il debito riconoscimento

le prove condotte dall'imperatore e dall'eccellente ministro Duruy di

elevare l'educazione popolare sull'esempio tedesco. Appunto in questo

campo Napoleone III ha compiuto tra gravi lotte un gran bene; in questo

campo il principe ha attenuto ciò che il presidente aveva promesso. In

questi problemi, come in quelli economici, egli sovrastava di gran

lunga all'opinione media della nazione: voleva la scuola obbligatoria

come in Prussia, ma fra tutti i suoi uomini di stato solo Duruy osò

appoggiare una siffatta idea ereticale. Dalla coscrizione del 1857

risultò che un buon terzo dei coscritti non sapevano leggere: solo in 11

dipartimenti, appartenenti la più parte alle provincie orientali mezzo

tedesche, il numero dei cresciuti completamente senza scuola scendeva

tra il 2 e il 6 per cento: in quasi tutti gli altri saliva di gran lunga

più alto, e in alcune plaghe dell'interno e della Bretagna arrivava fino

al 58 e al 65 per cento. Risultamenti di tal fatta indussero lo stato a

far sorgere scuole da per ogni dove nel paese, o per mezzo di premi o

per assunzione diretta; e già nell'inverno del 1865-66 30.000 maestri

impartivano l'istruzione a 600.000 adulti. Le _conférences_ o libere

letture scientifiche, già proibite a Parigi per la concorrenza

all'università, ora negli ultimi anni dell'impero goderono del favore

ufficiale e di un folto concorso; inoltre i professori dei _collèges_

erano comandati a tenere lezioni nelle vicine città di provincia. Furono

fondate in seguito scuole tecniche, che dovevano fare per le scienze

esatte ciò che i licei per la cultura classica. Sorsero così quelle

biblioteche popolari che i comuni alsaziani curarono con benemerita

sollecitudine. Ferveva dovunque un'attività supremamente meritoria che,

spronata dall'energia francese, condusse già nelle ultime coscrizioni a

risultati soddisfacenti, e accennava a promesse di frutti più copiosi

per l'avvenire.

La debolezza di questo movimento era solo in ciò, che il dispotismo era

completamente destituito di quello zelo morale, che solo rende feconda

l'educazione. Per giunta, in questo regime non poteva tollerarsi né

ammettersi l'efficacia della scienza sullo stato. Mentre l'una mano

porgeva al lavoratore gli elementi della cultura, l'altra uccideva in

lui ogni virtù di espansione morale con la scelleratezza oscena di

quella stampa clandestina semiufficiale, in cui la _haute bicherie_

spampanava la sua vita infame. Da una parte l'istruzione; dall'altra il

signor Trimm col suo _Petit Journal_, le turpitudini dei giornali

umoristici parigini e la stupidità atroce della stampa di provincia, che

da Arles a Metz, dal _Forum_ al _Courier de la Moselle_ mostrava per

ogni dove la medesima nullaggine: in verità, il contrasto sarebbe ameno,

se non fosse tanto triste! E principalmente in questo si rivelò l'intima

falsità di un sistema, che continuamente doveva distruggere la propria

opera. Non cadeva dubbio, che Napoleone bramasse sinceramente

l'elevazione della cultura popolare; eppure il suo governo minò le basi

di ogni incivilimento.

La profonda quiete dei primi anni imperiali diede ansa a tutti i partiti

battuti di tirare la somma del loro operato. Duvergier de Hauranne

principiò la storia dell'età parlamentare, Guizot scrisse le sue

memorie, Garnier-Pagès, Luigi Blanc ed altri offrirono contributi alla

storia della rivoluzione di febbraio. Sebbene queste opere non

dissimulino l'unilateralità partigiana, pure noi tedeschi ne

apprezzeremo di molto il valore, se le raffrontiamo con l'indifferenza

che il popolo nostro mostra per la sua storia recente: fino a oggi non è

ancora apparsa presso di noi una forte opera, ispirata da un partito,

sulla rivoluzione tedesca.

Quando il mondo ufficiale si prostrò nella polvere davanti all'idolo del

bonapartismo, quando il grande Imperatore riapparve nel manto imperiale,

come gli aveva bramato, sulla colonna Vendôme, allora il liberalismo

abiurò come un sol uomo la fede napoleonica, e lo stesso Thiers negli

ultimi volumi della sua opera cominciò a parlare in sordina. Le

ghirlande di Béranger appassirono. Da quando l'impero aveva seppellito

sotto gli onori ufficiali il poeta nazionale, le sue poesie erano

scomparse dalla buona società. Una rigida critica storica si volse

sull'età napoleonica, e sovente diede in tale eccesso, da porre talvolta

noi tedeschi nella strana condizione di dover difendere il nostro grande

nemico contro i Charras, i Barni, i Chauffour-Kestner. Poi, verso la

fine dei giorni neonapoleonici, Lanfrey principiò la sua storia di

Napoleone I, che è un libro d'importanza storica modesta, ma di

altissima veridicità. Più vasta efficacia di questi gravi scritti ebbero

i «romanzi nazionali» dell'alsaziano Erckmann e del lorenese Chatrian;

frutti di un meticciamento poetico sullo stile delle opere di Mühlbach,

ma composti con assai maggior talento e qua e là con schietta potenza

poetica, sebbene niente affatto immuni da pregiudizi; che, per esempio,

cinque prussiani bastano appena a tenere in rispetto un francese;

compenetrati però dal senso umano di una cultura salubre, offrono una

dipintura potente dei mali e dei misfatti delle guerre ingiuste e

un'esortazione alla pace di alto valore pei popoli zelatori di guerra.

Perfino la grande Rivoluzione deificata fu, in questa età di ritorno

degli spiriti in sé stessi, raggiunta dalla fredda critica. Il libro di

Edgardo Quinet sulla Rivoluzione rimane a gran distanza dalla splendida

opera di Tocqueville sull'antico regime; ma quale progresso scientifico

e, anche più, dell'educazione morale rispetto alla storia della Gironda

di Lamartine! La situazione, dunque, non era tanto penosa, come

l'ammetteva il malinconico Renan; se s'intendeva di costringerla alla

mediocrità, la nazione però non era diventata addirittura nulla e

triviale. Quelle opere modeste, piene di un senso reale di verità,

iniziarono in silenzio col loro animoso odio a qualunque dispotismo,

anche al giacobino, quel gravoso lavoro di raccoglimento e di esame di

coscienza, che a un popolo non libero riesce più salutare di una

letteratura classica. Certo, il consolidamento di questa cultura più

nobile esigeva decenni per gittare frutti, e, intanto, la classe

politica del bonapartismo fu appena tocca dalla rigenerazione della

scienza.

Lo stesso Napoleone III senza volerlo promosse il risveglio della

critica storica con la sua vita di Cesare. Su questo strano libro, a cui

è dovuto l'appunto, che mai con maggior dispendio si ottennero più

scarsi risultati scientifici, oggi che la curiosità è dileguata da un

pezzo, vale ancora la pena di spendere una parola? Se è sorprendente,

come mai l'imperatore abbia trovato la forza e l'agio per una tale

attività, pure è anche più enigmatico, che non abbia saputo resistere

alla tentazione di ricalcare quell'ardente terreno della storia, che già

al pretendente era stato poco amico. Solo un pedante si meraviglierà

dell'indagine difettosa del dilettante imperiale; accanto ad accurate

ricerche di compagni anonimi sulla situazione di Bibracte, accanto a

diligenti comunicazioni prese dai lavori della scienza tedesca, e

perfino dalla metrologia del nostro solerte Hultsch, procede una critica

innocente, che con perfetta ingenuità si giova come fonti storiche dei

discorsi di Cesare e di Memmio poetati da Sallustio. L'impressione

diventa supremamente comica, quando l'autore si avventura nei più

difficili compiti dello storico, e cerca di abbracciare in un quadro

riassuntivo tutto un modo di civiltà: qui si tratta di sapere molto, per

dire assai poco; e qui anche il lettore più devoto non sa contenere i

sereni ricordi dei giorni d'oro del ginnasio, quando si sente

raccontare, che Atene era una molto bella città, con un porto chiamato

Pireo e con una statua di Pallade di oro e di avorio. E più stupefattivo

ancora di tali inevitabili deficienze del dilettantismo, si rivela

l'ineffabile banalità del giudizio storico e politico, si rivela quel

crogiolarsi nel vuoto dei luoghi comuni. Da per tutto un superficiale

prammatismo, una maniera arbitraria di costruire i fatti, che col

fraseggiare al futuro della lingua francese, con quegli eterni _ainsi

tomberont, les Romains tourneront_, assume anche l'affettazione solenne

dell'oracolo. Quel fatalismo, che nella vita disponeva l'imperatore ai

supremi rischi, non appare nella scienza né chiaro né profondo; si

risolve, in fondo, in niente altro, che in una sottomissione cieca al

successo: il valore di una istituzione si tiene dimostrato dalla sua

durata. E l'uomo, che sa bene egli stesso l'arte del dominatore, si

prostra abbagliato davanti al suo eroe, non più che come un tremebondo

erudito da scartabelli al cospetto di un guerriero digrignante. Tutto è

ammirato in Cesare, tutto, anche i versi: è un goffo partito preso di

apologia, per cui la nostra parlata onesta usa il vocabolo

_weissbrennen_ (ardere a fiamma incandescente, col senso di discolpare).

Soltanto pochi lettori misurano interamente l'ampio tratto che corre tra

il dire e il fare; e perciò un'opera così aberrante doveva

necessariamente confondere il giudizio del mondo sulle forze

intellettuali dell'autore. Quando l'eroe del 2 dicembre desidera i

rimedi eroici e il salvatore alla società romana malata, quando esalta

lo spirito di fiducia che fondò il pieno potere dell'imperio, e lancia

sguardi biechi allo spirito di sfiducia proprio delle nostre abitudini

costituzionali, ebbene, allora il colpo di stato non appare più

semplicemente come un fatto, ma come un principio, il principio della

violazione del diritto. L'opposizione di tutti i cervelli liberi, che

non fu certo messa a tacere dai discorsi cesarei del fido Troplong, fu

ora violentemente disfidata, e tanto più, perché gl'impiegati ligi e

compiacenti introdussero nelle scuole il parto storico imperiale.

L'opposizione colse con ardore la comoda opportunità di sfogare in

impertinenze contro Cesare e Augusto il corruccio contro il

bonapartismo. I risultamenti scientifici di cotesta _opposition

d'allusion_ furono tapini: la santa gravità della storia castiga

spietatamente ogni abuso tendenzioso. Comunque, parve un progresso il

fatto, che ora finalmente per la prima volta dopo tanto tempo fosse

mandato in pezzi l'idolo dell'eroismo personificante la nazione, e fosse

descritta con passionata eloquenza la profonda immoralità del dominio

violento e la necessità di prefinire saldi limiti legali a ogni potere

dello stato.

Certo, a chi osserva da vicino i francesi non può sfuggire, che

solamente una cerchia ristretta era tocca sul serio e a fondo da coteste

nuove idee. Nello stesso torno di tempo in cui la critica storica

condannava senza discrezione l'imperatore soldato, dilagava pel paese il

grido di guerra, sempre rifacendosi a nuovo, sempre ingrossando più

gagliardo. Per una legge storica in perpetuo ricorrente, la boria

nazionale cresceva in tanto più dismisura, in quanto che i francesi

dovevano non a sé stessi la loro magnifica posizione di grande potenza,

bensì alla fortuna e al tatto del loro dominatore. Durante i primi

giorni di emozione della guerra franco-germanica, W. Wehrenpfennig

qualificò per la prima volta, che io sappia, cotesta oltracotanza come

un delirio di grandezza, una megalomania. L'espressione fece rapidamente

il giro dei giornali tedeschi, perché egli aveva fitto il chiodo a

segno. Ed effettivamente era una malattia epidemica degli spiriti.

Mentre gli storici notomizzavano e confutavano la leggenda napoleonica,

un'altra fola con mirabile rapidità si annidava nei cervelli: il mito

bismarchiano. Nessun giudizio, nessuna cultura fece argine alla potenza

irrompente di questa menzogna, finché in fine la nazione non fu più

capace di distinguere tra l'apparenza e la verità.

Il risveglio graduale della vita scientifica incontrò, per giunta, un

nemico formidabile nel partito ultramontano. Napoleone III seguiva la

teoria della solidarietà degl'interessi conservatori, onde vedeva nella

Chiesa un puntello della tirannide e l'unica potenza ideale che potesse

preservare le moltitudini ignoranti dalla turpezza della bramosia

materialistica. «Il mio governo», disse nel settembre del 1852, alla

posa della prima pietra della cattedrale di Marsiglia, «il mio governo,

lo dichiaro con orgoglio, è forse il solo, che abbia favorito la

religione per sé stessa; giacché l'ha sostenuta non già quale strumento

politico, non già per piacere a un partito, bensì soltanto per

convinzione». Il giorno di Capodanno dopo il colpo di stato fu cantato

solennemente il Tedeum in ringraziamento della salvezza della società,

il Pantheon fu restituito al culto di Santa Genoveffa, e accordata su

semplice ordine governativo la formazione di nuovi ordini femminili. Nei

primi anni dell'impero fu stretta anche più salda la lega tra il

dispotismo temporale e lo spirituale. Il clero rendeva ossequio

«all'inviato del Signore, all'eletto della sua Grazia, allo strumento

del divino Consiglio» in discorsi adulatorii, rugiadosi di servilità,

come appena sotto il primo imperatore. L'affinità elettiva tra la Chiesa

militante e il gloriosissimo esercito, questi due grandi corpi animati

dallo spirito dell'ordine e dell'ubbidienza, fu il tema preferito della

ossequente predicazione dal pergamo. Tutto lo sdegno dell'uomo e del

cristiano per una tale profanazione delle cose più sacre fu espresso in

una bella lettera, che in quel torno di tempo Tocqueville diresse a uno

di quei vescovi ligi. Quando principiarono le complicazioni orientali, e

i popi fanatici infiammavano i russi ortodossi alla guerra contro la

Mezzaluna, i preti francesi celebrarono la lotta della Chiesa cattolica

contro gli scismatici moscoviti, e un reggimento di corazzieri sfilò per

Lione e salì al santuario montano di _Notre Dame de Fourvières_ per

portare nella guerra santa la benedizione della Chiesa.

Anche la disposizione delle classi abbienti, come il favore del

governo, offrì il terreno propizio alla potenza della Chiesa.

L'indifferenza religiosa dei francesi fece il dominio degli

ultramontani. Quella serietà della coscienza protestante, che conquista

e rivive le verità della fede con gravi prove e con tragedie dell'anima,

trovò ben di rado dimora in cotesta educazione mondana. Pei più la

religione valeva soltanto come un fattore nel calcolo politico, e un

cambiamento di religione per ragion di coscienza era riguardato come una

pazzia. La nobiltà incredula dei Borboni era stata ricondotta unicamente

dalle esperienze politiche della Rivoluzione nel seno della Chiesa unica

beatificatrice. La borghesia dalle angosce dei giorni di febbraio e dal

furibondo odio antireligioso dei radicali attinse la persuasione

politica, che la Chiesa fosse indispensabile alla pace sociale. Singole

anime più profonde poterono realmente restituirsi in quei giorni di

turbine alla fede antica; ma la gran maggioranza dei borghesi colti

entro la cerchia fidata non faceva mistero, che si rispettasse la Chiesa

per le mogli e i figli, e principalmente per le moltitudini e per la

pace sociale. Mentre la stampa liberale parlava sprezzantemente del

papato, come di una potenza finita, l'uomo medio liberale, per desiderio

della moglie guidata dal confessore, mandava alle scuole clericali i

figliuoli, che crescendo avrebbero percorso la stessa parabola del

padre. In una parola, motteggiavano e si sobbarcavano, né più né meno

come gl'italiani del Rinascimento. Si può seguire a passo a passo

cotesto persistente abbassamento del coraggio morale: al tempo della

rivoluzione di luglio tutto quanto il liberalismo unanime chiedeva il

ripristinamento della libertà del divorzio; poi lo zelo si moderò, e

oggi di tale questione si parla appena. In una società appoggiata sulle

moltitudini ciecamente credenti, una tale religiosità venuta fuori dalla

paura economica e dall'ignavia del pensiero deve infallibilmente fare

il gioco del partito, che cerca la sostanza della Chiesa nel suo

dominio.

La Francia dal primo impero al 1871. Volume 2 · 第 14 / 20 段