artificialmente abbottata della borsa, e si vide costretto nei suoi
disegni politici a trarre un partito supremamente indecoroso dal
ribasso; e raccolse così non altro che i frutti del suo operato. Il
potere statale del bonapartismo si credé in dovere di additare la via
anche al capitale della nazione. Indusse i possidenti a collocare
miliardi in Italia, nel Messico, in Austria; e a tutti è noto quanto
favore partigiano accordò lo stato ai nuovi istituti di credito, e con
quanta spudoratezza la Società del Credito mobiliare ebbe agio di
sfruttare i più importanti interessi commerciali del paese alla
locupletazione della ditta. L'idea di una società di credito che deve
servire soltanto allo scopo di trovare nuovi collocamenti al capitale e
di provocare nuove imprese per azioni, risponde chiaramente al carattere
di uno stato burocratico dove ognuno è abituato a seguire la spinta
venuta dall'alto; ragion per cui non ha mai trovato il buon terreno di
attecchimento nei paesi dell'attività industriale indipendente, in
Inghilterra e nell'America del Nord. La società condusse alcuni anni di
abbagliante splendore, che sedussero alla lode anticipata anche
l'economista londinese; in seguito, in quel tempo di sfiducia che fin
dal 1864 gravò sul traffico, risultò palese, che l'unione in una sola
mano di una così ponderosa e multiforme congerie d'imprese superava
oltre ogni misura la potenza intellettuale di un uomo. La splendida
intrapresa volse al tramonto: anche in questo caso il sistema seppe
svegliare energie, ma non seppe menarle avanti e conservarle.
Riflettendo su tali esperienze, noi intendiamo bene il perché uno dei
nostri principali commercianti tedeschi, un autentico rappresentante
della vecchia borghesia, soleva dire mestamente: «tempi come quelli di
Luigi Filippo, noi non li rivedremo più!». L'estensione degli affari era
smisuratamente aumentata fin dai giorni della monarchia borghese; ma
l'arrabattarsi febbrile dello stato socialistico, la grossolana foia di
godimento del tempo facevano apparire anche l'attività economica come
un'avventura, come un giocar d'audacia. Inoltre la formazione del
capitale sempre dal nuovo fu turbata dal fasto della corte e dalle
guerre, dall'inaudita spensieratezza dell'amministrazione finanziaria.
Se promesse vi sono, non mantenute in seguito, sono indubbiamente quelle
fatte dal pretendente di economie napoleoniche, che ritornano sempre
negli scritti di Luigi Bonaparte in mezzo a vivaci attacchi contro gli
sperperi del parlamentarismo. Ma il nipote non poteva, come lo zio,
alleggerire il proprio stato mercé i tributi dei paesi soggiogati, né
possedeva il talento finanziario, il senso militare dell'ordine che
aveva l'antenato. Il motto d'ordine in voga tra i malcontenti, «libertà
o bancarotta», era certo una frase, e altrettanto vuota e frivola come
l'altra «libertà o guerra». Le finanze dell'impero anche nella primavera
del 1870 non versavano affatto in condizioni tanto disperate, come il
bilancio dell'antico regime prima della Rivoluzione; e nemmeno possiamo
concedere, che ai tempi parlamentari il mantenimento dello stato si sia
segnalato in fatto di ordine e di economia. Soltanto la Restaurazione ha
amministrato esemplarmente le finanze, e ciò per opera di burocratici
come Villèle e Louis, i quali del resto non aderivano minimamente alla
dottrina costituzionale. Durante la fioritura del parlamentarismo
l'indebitamento dello stato crebbe invece irrefrenabilmente, sebbene la
monarchia di luglio ben poco avesse fatto pel benessere dei molti e per
la potenza del regno. Anche la situazione malsincera e malsicura del
bilancio è una eredità del tempo parlamentare. Fin dal 1848 Lasteyrie
mosse l'accusa ben giustificata: «l'impalcatura del nostro bilancio è
rinzeppata d'inganni e finzioni». L'ultimo prestito del regno di luglio,
nel 1847, fu conchiuso al corso di 75 lire e 15 centesimi; ma le rendite
furono subito iscritte nel Gran libro, mentre il capitale fu versato a
poco a poco appena in due anni; donde sortì un corso solamente di poco
più favorevole di quello, a cui poté arrivare nel 1868 l'impero, dopo
provvedimenti incomparabilmente più grandi e onerosi a favore del
pubblico bene. La nota lettera del duca di Joinville scritta poco prima
del febbraio porge spiegazioni indubbie sulle angustie dell'economia
pubblica del regime borghese.
La tirannide socialista volle fare grandi cose, e perciò non le fu
lecito di spaventarsi davanti alle spese elevate e ai debiti sopra
debiti: più volte ha sospeso subito o limitato l'ammortizzazione del
debito; ma a ogni modo anche sotto il regno di luglio si poteva elevare
il sensato dubbio: a che cotesto ammortizzamento in piena perdita, se in
pari tempo sono contratti nuovi debiti più grandi? L'impero si propose
di compensare le spese in necessario aumento con un progresso anche più
vivo dell'economia. Un tale sistema non si condanna con l'allegazione di
alcuni grandi numeri. Noi piuttosto domanderemo: il benessere del popolo
è davvero cresciuto più prontamente che non il carico dello stato? e le
enormi spese pubbliche sono state effettivamente produttive? Alla prima
domanda bisogna assentire, alla seconda non si può rispondere che con un
no reciso.
Per sé stesso il peso del debito non era esorbitante. Se la Gran
Bretagna portava con facilità i suoi 19 miliardi, la Francia non poteva
certo finire di esinanizione sotto il carico di 12 miliardi e 123
milioni. Anche rispetto alle imposte il ricco paese con un sistema
razionale avrebbe reso di gran lunga di più che sotto Napoleone;
certamente 2 miliardi e mezzo. L'affermazione del benemerito statistico
Horn, che ogni francese pagava allo stato un quarto delle proprie
entrate, deve essere riguardata da qualunque persona imparziale come
un'esagerazione suggerita dall'odio partigiano. Ma la difettosa
ripartizione del peso tributario e l'oppressione dell'agricoltore
rincarata dallo stesso stato, rendevano impraticabile un inasprimento
delle imposte dirette; talché a ogni nuova esigenza lo stato non vedeva
altra via che le contribuzioni indirette e i prestiti. E con che furioso
aumento crebbero spese e debiti! Il bilancio di emissione aveva rotto
già da un pezzo il terzo miliardo, e si arguiva facilmente che non
sarebbe mai più ridisceso ai due miliardi: ben a proposito Thiers aveva
esclamato una volta, dopo che il bilancio aveva sormontato il primo
miliardo: _saluez ce milliard, vous ne le reverrez plus!_ L'impero
divorò in media 800 milioni all'anno più del regno di luglio.
L'amministrazione del debito consolidato aveva a pagare, nella primavera
del 1870, 364 milioni di rendite annue; dei quali 54 milioni risalivano
alla repubblica, 133 milioni erano sopraggiunti sotto l'impero. Cosicché
il debito si era raddoppiato in 22 anni, e proprio in quelli in cui il
suolo francese non era stato mai calcato da soldato straniero. Inoltre
era stato preso a prestito tra comuni e dipartimenti un capitale di 2
miliardi; e il debito fluttuante dello stato raggiunse in fine la
vertiginosa altezza di 923 milioni. L'avventatezza di una finanza
siffatta è palmare. Nello stesso tempo, però, il movimento ferroviario
crebbe di dodici volte, il numero delle locomotive salì da 7779 a
25.027, le miniere di carbon fossile diedero un prodotto di 11 milioni
di tonnellate nel 1864, vale a dire considerevolmente più dell'intera
produzione europea di carbon fossile calcolata da Villefosse pel 1808; e
dopo che gli ultimi prestiti della terza repubblica, non ostante le
perturbazioni guerresche tanto gravi, hanno pure condotto a un risultato
così cospicuo, è lecito tuttavia affermare, che il benessere del popolo
sotto Napoleone III è proceduto a ogni modo di pari passo con lo sbalzo
violento del bilancio.
Ma in che cosa dunque furono impiegate quelle somme colossali? Sopra
abbiamo visto, che dei capitali usati nei lavori pubblici una parte, e
non più che una parte, può tenersi produttiva. Il politico deve
considerare come produttivi anche i 1348 milioni inghiottiti dalla
guerra di Crimea, e le spese della guerra d'Italia: la scuola di
Manchester ci perdonerà una tale eresia. Pure, come era formidabilmente
ingrossata l'inveterata dissipazione e la disonestà della burocrazia
sotto la stupidità materialistica di cotesto sistema! Quanti milioni in
quelle grandi imprese dello stato sdrucciolavano nelle saccocce di
luridi costruttori e borsaiuoli di borsa! La corte, le camere e le
supreme dignità dello stato esigevano sotto Luigi Filippo 31,5 milioni
all'anno; l'impero dové offrire ai suoi fidi ben altre provvisioni, e
richiese a tal fine 58,5 milioni, di cui solo per la corte 26,5 milioni,
laddove il re borghese si contentava di 13,3 milioni: la metà. Perfino
siffatte spese la stampa cortigiana ascrisse a gloria dell'imperatore; e
impiantò come una novella scoperta scientifica la tesi, che il lusso,
che è giustificato e riesce allietante solamente come un sintomo di
elevato benessere popolare, crei addirittura nuovi valori: che è
quell'antica teoria del «dar danaro alla gente», che una volta fu
bandita in Germania da penne ligie, al tempo del polacco Augusto e dello
svevo Carlo. Solo che una favola da nutrice, che cento anni fa riusciva
a stento a mettere l'animo in pace alla buona gente paziente della
sorgiva del Nesen e dell'Elba Superiore, avrebbe poi trovato credito
durevole presso una nazione orgogliosa e tutt'altro che devota suddita?
Circa il 1860 il bonapartismo credé di aver trovato il mezzo di
appagamento franco di spesa della sete di gloria nazionale: infatti le
spese di spedizioni armate transoceaniche in paesi semibarbari sarebbero
state coperte dal bottino e dai tributi. Già le imprese in Cina e in
Cocincina avevano dato un esito finanziario dubbio; poi in fine
l'inconcepibile follia della spedizione messicana gravò infruttuosamente
e ingloriosamente lo stato di un altro miliardo; e d'allora in poi le
spese militari, _la grosse affaire du budget_, salirono con una
spaventosa rapidità. Rientrava semplicemente nel corso naturale della
politica questa espiazione che ora faceva lo stato di vecchi peccati di
omissione, e questo non voler rinunziare alla gloria di prima potenza
militare. Negli ultimi anni prima della guerra germanica la Francia
consumava 449 milioni annui per l'esercito e la flotta; vale a dire 100
milioni interi in più della Confederazione germanica del Nord, che ne
usciva con 91 milioni e mezzo di talleri: e bisogna aggiungere i nuovi
prestiti, devoluti quasi esclusivamente a scopi militari, e tra quelli,
nel solo anno 1868, un prestito di 440 milioni. L'impero si trovava in
cattiva coscienza davanti ai discorsi iracondi dell'opposizione, giacché
soltanto la sua propria colpa, la disgraziata impresa del Messico, aveva
fatto dei nuovi armamenti una necessità. E come fossero delittuosamente
scialacquati i denari delle enormi spese militari, lo avrebbe rivelato
la guerra tedesca. Il finanziere più capace del bonapartismo, Fould, si
esaurì in esortazioni ed ammonizioni; dopo la sua morte l'impero non
ebbe che due uomini, i quali godevano di una certa riputazione alla
borsa, Germiny e Vuitry. I creditori dello stato, inquieti già da un
pezzo, domandavano per propria sicurezza un sindacato parlamentare più
severo sulle finanze. Le notevoli sottoscrizioni ai prestiti del 1868
non affidarono minimamente come una prova di un saldo credito statale,
perché il ristagno del commercio versava sul mercato abbondanti capitali
disoccupati, e dopo le cattive esperienze fatte lo speculatore si
guardava dagli altri titoli di borsa. Il politico serio però non può
contentarsi del motto di spirito del signor Thiers: «se è pericoloso,
come dicono, possedere la libertà, è però molto costoso non averla»:
egli anzi deve penetrare la grave contraddizione di principio in cotesta
strana economia statale. Le spese statali erano state mutate
fondamentalmente dal socialismo monarchico, ma il sistema delle entrate,
astrazion fatta della riforma doganale, sostanzialmente non era stato
trasformato: un'idea economica creatrice, che facesse piovere dall'alto
le ricchezze della nazione per la politica della felicitazione del
popolo, non era nata nel mondo in nessun luogo. La Francia soffriva
dello sforzo impossibile di voler conservare in pari tempo tutto il
lusso e la lussuria della pace e, insieme, il formidabile arnese della
politica di conquista. Presto o tardi doveva scoccare l'ora, che una
guerra infelice avrebbe mandato a rotoli il castello di carta di questa
economia pubblica di farnetico.
V.
Con quale frequenza non fu espresso nel generale abbrutimento della
società sotto la repubblica il nostalgico desiderio: ci si conceda il
diritto alla quiete, e il genio francese spiccherà nuovi voli! La quiete
venne, venne quiete a macca, ma l'anelato rifiorimento della vita
intellettuale non venne; e che non potesse tornare lo mostrava lo stesso
lamento, che il mondo si fosse abituato a considerare il pensiero come
un lusso, come un'occupazione delle ore morte. La monarchia
aristocratica del tempo antico poteva bene portare avanti gli uomini
significativi, laddove sotto un dispotismo fondato sulla completa
eguaglianza sociale, la potenza delle menti e degli animi non poteva
elevarsi di troppo. Si eleggesse pure a modello quanto voleva il
bonapartismo i portamenti e le cerimonie di Versailles: i giorni di
Racine e di Molière erano andati, e con loro anche il garbo fine di
Luigi XIV non tornava più.
La nuova corte si mantenne insomma una società di nuovi venuti e di
avventurieri: Morny, Walevski, Prospero Merimée non furono dai loro
singolari rapporti con la casa imperiale trasfigurati niente affatto in
persone per bene. Stava a capo una donna di più che equivoco passato, e
le mode che questo capetto affaccendato dettava al mondo con turbinosa
vicenda, tenevano in frenesia le sgualdrinelle della capitale.
L'imperatore, che nel tratto personale mostrava non già un'affabilità
ricercata ma la naturale semplicità dell'uomo perspicace addestrato alla
scuola della vita, pure nella sua corte non seppe far di meno dello
sfarzo senza gusto dell'avventuriero. Sprezzatore cinico degli uomini,
quale era da gran tempo, egli non aveva mai creduto che valesse la pena
di mettere seriamente alla prova gli uomini onde era circondato, sebbene
i rapporti personali del monarca in un governo assoluto tirino dietro di
sé conseguenze inevitabilmente politiche. Perciò intorno al sovrano si
pigiava un _demi-monde_ di uomini e donne della specie più abietta. Le
rivelazioni sulle Tuileries, con cui i catoni della terza repubblica si
pensavano di distruggere la fama del secondo impero, non propalarono
certo nulla di più piccante di ciò che già tutti sapevano. Ma lo
spettacolo è nauseante: quella corte priva affatto di pensiero,
barcollante tra la lascivia e una superstizione da carbonai; quei
parenti imperiali avventurieri, che assediano il cugino fortunato di
lettere di pitocchi insolenti; quell'eletto del popolo, che crede sul
serio alle stupide stregonerie del visionario Home! In un tale
guazzabuglio di destrezza e di teatralità non erano rari solamente i
caratteri, tanto che l'impeccabile patriottismo di Touvenel era
solitario; ma era quasi sparita la fede nella lealtà disinteressata,
nella buona coscienza dei potenti. Si sacrificava a Mammona anche più
spudoratamente che sotto il re borghese: la cupidigia dell'oro e del
godimento, la paura di sembrare ridicoli con qualche debolezza nulla
nulla idealistica, costituivano il sentimento dominante nelle ampie
sfere della gioventù _blasée_. Quando una volta uno speculatore molto
stimato a corte s'impiccò pel suo disgraziato gioco di borsa, pervenne
ai giornali l'istruzione, che bisognava risparmiare la famiglia,
appianare la perdita dei beni e significare che lo sventurato avesse
posto fine ai suoi giorni per l'infedeltà della moglie. Piccoli tratti
del genere palesano più chiaramente delle lunghe descrizioni a qual
misura quella società misurasse i beni della vita.
Parigi, come sotto la reggenza, formava di nuovo l'alta scuola del vizio
a tutto il mondo: la civiltà della Francia, parola magica ancora ignota
alla prima rivoluzione e che oggi monta la testa dei francesi, si
mostrava principalmente nella propaganda dell'immoralità. Pensatori
inglesi guidavano da lungo tempo la sfrontatezza non muliebre, la
crescente rudezza delle loro dame sul modello di Parigi; e noi tedeschi
in quei brutti raddotti, che dalla tapinità dei nostri borghesucci
vennero aperti agli stranieri e che perciò dal tipo schietto parigino
furono messi a conto della Francia, giorno per giorno sperimentavamo,
che la perfetta spudoratezza sprizza per sé stessa dalla parlata
francese; per cui non fa più specie. La _grisette_ del Quartiere latino,
che con tutta la sua leggerezza era pure la creatura ingenuamente
amabile, cantata un tempo da Béranger, era finita da un pezzo. Le
successe la _lorette_ senza cuore e calcolatrice, e più tardi, in linea
ascendente, la _biche_, la _cocotte_ e alla fine, per colmo, la
_pétroleuse_! E nella melma di questa impudicizia si mescolò la masnada
letteraria della _petite Bohème_, di quegli scrittori putridi, che nei
_cafés litéraires_ sbraitavano in intemerate frenetiche contro ogni
sacro modo della vita umana. Lasciamo ai filistei riscaldarsi per quelle
orge selvagge, in cui teneva il dominio il cancan regolato dalle guardie
di città: da per ogni dove le onde mosse della vita delle metropoli
turbinano lo stesso sudiciume. La singolarità della putredine dei
costumi parigini consisteva piuttosto in ciò, che si confondevano sempre
più i limiti tra la buona società e l'infame, che nessuno sapeva più
dire dove principiasse il circolo delle Tuileries e dove finisse quello
di Cora Pearl. La spirituale e briosa conversazione degli antichi saloni
era sparita; e fu perdita inestimabile per l'urbanità dell'intero
continente. La nuova società non dava posto ai pochi veri gentiluomini,
tuttora superstiti di migliori dì; non dava posto ai Tocqueville e ai
Circourt. I modi sfacciati e pure affettati del _demi-monde_, la sua
impudenza facchinesca, il fumare e bestemmiare, il gergo della sua
_langue verte_ andarono connaturandosi anche nelle più alte sfere.
Teresa, l'eroina dei _cafés-chantants_, trovò con le sue sudice canzoni
ascolto presso l'imperatore, ed ebbe una valorosa scolara nella
principessa di Metternich; e nei salotti della principessa Matilde i
frequentatori giocavano a zecchinette e si vezzeggiavano col nomignolo
intimo di _animal_. La grazia vaporosa dell'antica galanteria francese
si era involata; giacché bisognava trovarlo, chi potesse parlare di
amore a una _femme entretenue_, e chi vi perdesse il tempo in quel mondo
ansante, a cui Ponsard teneva lo specchio così:
cette aimable jeunesse
donne aux femmes le temps que la Bourse lui laisse!
Soltanto poche famiglie per bene si tenevano lontane da quello
scialacquio grossolano, serbavano il costume nel focolare tranquillo.
Era esiguo il numero delle madri sollecite della propria missione.
Generalmente costituiva la regola tra i ricchi l'educazione dei figli
fuori di casa. La futura burocrazia in collegio imparava fin dalle
calugini l'arte difficile di piegare la schiena al più alto per
schiacciarla al più basso. Alla donna era permessa ogni libertà; la
fanciulla cresceva nel rigore del monastero.
L'arte aveva dato da molto tempo le spalle a un siffatto mondo della
sensualità e della cupidigia. Lacera il cuore apprendere nelle lettere
di Tocqueville, come questo uomo geniale si sentisse in patria più
straniero che all'estero, come pensasse di essere sopravvissuto al
proprio paese, come cercasse invano le parole per descrivere il buio di
caverna delle provincie spopolate. Il poeta francese possedeva tuttora
un prezioso privilegio sul tedesco: un vero pubblico, che permetteva a
ogni ingegno di conseguire una potente efficacia, e che anche
recentemente aveva confermato nella colletta per Lamartine la sua
gratitudine alla poesia nazionale. E l'antica passione della scena era
tuttora così viva, che in questo paese della burocrazia l'intera metà
dei 297 teatri erano mantenuti a spese del comune. Ma, ahimè, qual sacro
cibo era offerto in cotesti templi! Dove sono andati gli squilli
baccanti di voluttà gallica di vivere, che un tempo Rabelais elevò in
onore della diva bottiglia? Dove la protervia deliziosa, che ride in
ogni accento della Celimene di Molière? Dove solamente quelle ultime
faville della passione della bellezza, che sprizzano ancora dalle
voluttuose poesie dei giorni di Luigi Filippo? Chi canta ancora una
volta: _ah qu'elle est belle en son désordre quand elle tombe les seins
nus!_? Vi fu un tempo che l'amante, la quale amava o fingeva di amare,
era già considerata in poesia come un'eroina arrischiata. Adesso è
trasportata disinvoltamente sulla scena la troiettuola che non ha mai
amato e fa tranquillamente i suoi conti. Gli scapestrati figliuoli di
rigidi genitori, giocoso motivo di commedie antichissimo, si
riguardavano come vieti: il poeta moderno prediligeva di rappresentare
virtuosi figliuoli di viziosi padri, che era un soggetto semplicemente
stomachevole, spoglio per giunta anche del triste merito di esser vero
nella prosa della realtà. Feydeau creò ora il capolavoro di questa
poesia andata a male: Fanny. Quale solletico per gl'imbecilli ammirare
in luogo del solito marito geloso l'amante geloso, che spia dalla
finestra i coniugali amplessi dell'amata! Che cosa è più orrida in
questa sporchizia, la spudoratezza o la scempiatezza? Va sottinteso, che
il poeta di una siffatta età esercita la sua arte come una speculazione
industriale. Di regola il romanziere fa riprodurre sulla scena in forma
di dramma la propria opera per non perdervi il doppio guadagno. Si
raffronti la gelida noia dei drammi di Dumas figlio, che seppe strappare
all'impudicizia l'ultimo barlume dell'illusione, coi romanzi di Dumas
padre, che ancora oggi divertono: è uno spaventevole calo. Anche nei
_bouffes_ di Offenbach, impareggiabilmente più spassevoli e vivaci, non
incontriamo più la civetteria del vizio, l'avvenentezza del peccato, che
è l'antica magagna francese; all'opposto, l'immoralità si presenta
aggressiva, con una insolenza inauditamente sfacciata. L'orgoglio
patriottico degli spettatori era inoltre soddisfatto da un fracasso di
spettacoli guerreschi, che mettevano in mostra lo _chic exquis_ degli
zuavi e dei turcos in una gaia vicenda di felici avventure; e il punto
culminante era segnato dal sole elettrico di Austerlitz e da una
congruente volatina delle rime _français succès, laurier guerrier,
gloire victoire_. Le predilette _féeries_ scesero affatto, fino alla
fantocciaggine da burattinai; rape scollate e carote in maglione
facevano pirolette; ogni senso estetico si spense in un tafferuglio di
cattiva musica e di quadri spettacolosi. L'antico dominio delle salde
regole accademiche aveva ceduto alla disordinata incertezza del gusto:
l'uomo di mondo _blasé_ e il piccolo borghese ingenuo erano concordi nel
bearsi della volgarità oscena.
A mio avviso, cotesto lento inaridimento dell'anima popolare si tradisce
nel modo più spiacevole proprio nei libri, che si propongono uno scopo
morale. Nella sua opera _L'amour_ Michelet intese di sovvenire di nuovo
alla nazione la santità del matrimonio: eppure qual uomo, che abbia
goduto la proba felicità di un matrimonio tedesco, può leggere senza
compassione quelle arrembate frasi sentimentali? L'enigma così
meraviglioso e pure così semplice del cuore femminile, il filosofo in
conclusione non sa spiegarselo, se non con lo spacciare tutte le donne
per fisiologicamente malate! Chi non conosce _Monsieur, Madame et Bebé_
di Gustavo Droz, il bizzarro libro che, diffuso in più di trenta
edizioni, rappresenta con precisione fotografica la media delle
esperienze della vita coniugale francese? Certo, c'è anima in queste
pagine, c'è affetto, anzi anche qualcosa come religione: ma anche quanto
triviale solletico dei sensi, quanta vuota eleganza! Quando il
pover'uomo descrive le gioie del suo amore, niente lo rapisce tanto,
come il profumo penetrante dei capelli dell'amata; e il lettore chiude
involontariamente il libro per vedere se questa meravigliosa _pommade
philocome_ bisogna acquistarla da _Pinaud et Co_, dalla _Société
higyènique_, oppure da qualche altro _ami de la tête_. Leggendo questi
scritti morali dei moderni francesi, non ho mai potuto tenermi dal
pensare: o disgraziata nazione, che non sa più distinguere tra le
cianciafruscole false dei negozi di mode parigini e i beni eterni della
vita!
Non ostante la sua freddezza prosaica, ma con l'istinto dell'uomo di
stato, Napoleone III capì quale pericolo per la società si annidava in
un'arte tanto abbrutita. Assegnò premi ai drammi morali che offrivano al
popolo esempi virtuosi e «idee sane», protesse la commedia casalinga di
Ponsard «la Borsa» che gridava al mondo la geniale verità:
l'argent est un bonheur, mais ce n'est pas un titre.