popolazioni delle campagne sembra enimmatica, perché l'imperatore ai
ceti agricoli doveva il trono. Sovente egli si qualificava, con orgoglio
imperatore contadino; e assicurava spesso che, più giusto della
monarchia di luglio, intendeva di compiere l'elevazione dell'agricoltura
prima della riforma della politica commerciale. Dichiarò il
miglioramento dell'agricoltura più importante della trasformazione
edilizia delle città, ed esigé dai prefetti, che alla coltura delle
terre «rifacessero il debito posto tra i grandi interessi del paese»;
per cui i ministri, poiché notoriamente ogni ordine imperiale veniva
eseguito, affidarono che gl'illuminati intendimenti di Sua Maestà erano
da tempo effettuati, e che l'agronomia non era mai stata tanto popolare
e stimata come al presente. Il duca di Persigny curava con zelo
particolare coteste inclinazioni bucoliche dell'imperatore; faceva la
sua regolare apparizione in tutte le festività agricole del suo paese,
nel contado di Forez; per esaltare di contro all'irrequietudine e
all'odio di classe delle città l'innocenza, la fedeltà, la temperanza
dei contadini. Anche i prefetti impararono presto a melodiare sui trilli
di questo Teocrito bonapartista. Ad onta di ciò, perché mai
l'agricoltura rimase la figliastra dell'impero? Dai tempi dei bagaudi
galloromani l'agricoltore francese effettivamente non era mai stato
fortunato: ma perché questa antica triste legge della storia francese
non si mutò sotto l'imperatore contadino? I contadini costituivano il
sostegno più sicuro dell'impero; il loro sentimento bonapartistico era
talmente appassionato, che in caso di bisogno sarebbe stato agevole
rievocare appunto nelle contrade più rozze, dell'impero una jacquerie
per l'imperatore. Ma precisamente per questo tornava meglio trascurare i
contadini anziché gli operai, di cui era immediato il pericolo che
minacciavano. Inoltre la modestia e la lentezza dei lavori agricoli
offriva poco spazio a quei magnifici spettacoli di parata, di cui la
tirannide aveva bisogno. L'agricoltura è la più libera delle professioni
e non può fiorire durevolmente senza una certa indipendenza dei comuni
campagnuoli; ragione per cui subisce l'opposizione istintiva della
burocrazia. Inoltre gl'impiegati, del tutto educati e conformati
cittadinamente, si ritrovano nuovi, in completa incompetenza, davanti
alla coltura della terra. Da tempo immemorabile non esisteva un
prefetto, che fosse egli stesso un attivo agronomo: quel vincolo tra gli
uffici amministrativi e le grandi proprietà fondiarie che in modo così
prezioso è stabilito nei consigli provinciali prussiani, non era
concepibile nelle condizioni sociali della Francia. Fin dalla
rivoluzione di luglio la grande proprietà fondiaria era sospettata di
sentimenti legittimisti: la monarchia borghese dimostrò al Congresso
centrale degli Agricoltori, presieduto dall'antico ministro borbonico
Decazes, un malvolere dichiarato, che da allora si perpetuò nella
burocrazia. Siccome, per giunta, a ogni grande possedimento fondiario è
collegato un casato aristocratico, e siccome i progressi tecnici
notevoli dell'agricoltura non possono di regola venire che da questi
aristocratici campagnuoli, anche la stampa nel suo zelo di eguaglianza
porse un gramo appoggio agli sforzi per le riforme dell'agricoltura.
Talché in tale campo i saggi felicitatori dell'imperatore ebbero esito
scarso, sebbene Napoleone III abbia indiscutibilmente procacciato, per
l'agricoltura mille volte più della monarchia di luglio. Furono fondate
una folla di società agricole, e fatte innumerevoli esposizioni, in cui
il prefetto appuntava al solerte agricoltore il distintivo d'onore dal
nastro azzurro, e anche, nei momenti solenni di virile commozione,
imprimeva un casto bacio sulle labbra di una esemplare vergine vaccaia.
Grandiosi istituti di credito dovevano riparare alla scarsezza di
capitale dei contadini, e fin dal 1859 esisteva, messa su riccamente,
una società di assicurazione per la gente di campagna. Nelle scuole
elementari fu resa di rigore la diffusione delle cognizioni agricole, e
nel 1866 fu disposta con gran fragore un'inchiesta di stato su tutte le
escogitabili condizioni dell'agricoltura. Lo stato ha con dispendi
enormi dissodato le _landes_ deserte del Mezzogiorno occidentale e le ha
ripartite a piccoli proprietari, in modo che oggigiorno la Guascogna
comprende tuttora soltanto 9.500 ettari di terre incolte contro 283.000
che erano nel 1857. Nelle regioni più abbandonate della Sologna e del
Berry l'imperatore fondò anche poderi modello, i cui successi tecnici,
strappati a forza di spese fuori di ogni convenienza, non offrivano
certo alcun modello al povero contadino. Tuttavia il maggior merito, che
l'imperatore si fece rispetto all'agricoltura, era fondato nella sua
politica commerciale. Quando Napoleone III tra l'esosa resistenza dei
proprietari di terre ridusse prima il dazio sulle telerie e il bestiame
e poi soppresse i dazi protettori agricoli e abolì interamente la scala
mobile, egli menò a termine una riforma salutare, che sarà riconosciuta
un giorno da una generazione imparziale.
Purtroppo, i propositi illuminati del monarca erano però attraversati di
continuo dalla saccenteria burocratica. Le società agricole erano
sottoposte alla sorveglianza dei prefetti, e perciò non prosperavano. La
loro unificazione a un centro era tenuta pericolosa; perfino negli
ultimi tempi più liberali dell'impero fu proibito un congresso di
vinicoltori. I commercianti eleggevano bensì le camere di commercio, ma
il prefetto nominava il _conseil_, che nelle questioni agricole gli dava
i pareri tecnici. In tal modo accadeva, che nei consigli non prendeva
parte nemmeno uno solo dei grandi proprietari di terre. Il prefetto
aveva la presidenza e nominava il segretario. L'onnisapienza burocratica
non si teneva non di rado dal vietare la raccolta, se il grano secondo
l'opinione del prefetto non era ancora maturo, e vietava la sarchiatura
della paglia, perché la tirannide socialistica doveva aver cura degli
spigolatori; e quante altre cose meglio sono degne del paese degli
Abderiti, il signor di Esterno le ha descritte nella sua unilaterale ma
istruttiva monografia _Les privilégiés de l'ancien régime et les
privilégiés du nouveau_. Se il sistema delle strade vicinali, ad onta di
tutti i richiami dell'imperatore, non si potè sviluppare, e alcune
regioni della Francia centrale ricordavano le Gallie romane perché
magnifiche strade imperiali attraversavano un paese impraticabile, la
colpa era ora e sempre dell'amministrazione burocratica. Solo i comuni
autonomi costruiscono le vie vicinali; e, parimente, solo i comuni
autonomi assicurano i rimedi all'inconveniente, che i ragazzi dei
contadini non imparino mai a conoscere le idee elementari della teoria
del loro mestiere.
Gl'istituti di credito posti in iscena con tanta pompa, aggranfiati dal
furibondo spirito affarista del tempo, non profittarono quasi in niente
al mestiere senza pretese del contadino. La società del _Crédit
foncier_ impiegò in 13 anni, dal 1852 al 1865, 714 milioni, di cui la
metà nella trasformazione edilizia di Parigi, e per la campagna non più
che la somma risibilmente meschina di 57 milioni. Anche le _cités
ouvrières_ doverono presto rinunziare all'assistenza di quella società,
giacché i dividendi alti, che lo speculatore agognava, non potevano
certo uscire da un'impresa veramente di pubblica utilità. Altrettanto
sterile per l'agricoltura si dimostrò il così detto _Crédit agricole_.
C'è di più: gli esattori delle imposte, agenti ufficiali del _Crédit
foncier_, ricevendo il premio per ogni somma che versavano alla società,
si davano da fare per attirare a Parigi i risparmi dei contadini, invece
di far affluire sull'agricoltura il danaro della capitale. Importanti
società agricole per assicurazione dalle alluvioni e simili furono
costituite invano; il gioco di borsa o l'alto dividendo delle banche di
credito di Parigi sembravano più attraenti. E come inciampò nella
speculazione, il contadino si disaffezionò dal suo modesto mestiere. In
questo modo l'agricoltore ebbe a soffrire sotto il socialismo monarchico
per due ragioni: i capitali della campagna affluirono alla metropoli, e
in pari tempo salì il salario pei lavori campestri, perché i lavori
edilizi delle città richiamavano i giornalieri.
Il dirizzone burocratico impedì anche a questo regime del moto perpetuo
di metter mano a correggere le antiche leggi difettose che opprimevano
l'agricoltore. Il _Code rural_, al quale dal 1808 lavorarono cinque
sistemi, non fu mai ultimato. Il principio salutare della libera
divisibilità delle terre sortisce effetti palesemente rovinosi, se non
viene alleviato l'aggravio delle preselle. Ma l'elevata tassazione delle
permute, che i Borboni avevano abolito sull'esempio della Prussia e
dell'Inghilterra, reintegrata poi dagli Orléans, continuò tuttora sotto
l'impero, in guisa che le contribuzioni degli appezzamenti ampiamente
scompartiti avanzavano appena. Le tasse sulla vendita dei fondi e
annesse spese legali ammontavano al 10 per cento del valore: nel 1862
furono venduti per 2 miliardi di fondi con un dispendio di 214 milioni
tra spese e tasse. Non meno oneroso riusciva con le sue spese e
formalità afflittive l'ordinamento ipotecario tuttora immutato. Ma ciò
che opprimeva i contadini non erano le imposte dirette, come affermavano
gli oratori di opposizione; e nemmeno le tasse irragionevoli sulle porte
e le finestre, poiché gli abituri senza finestre, che tanto ripugnano
all'occhio dell'uomo del Nord, non sono affatto incomportabili con le
abitudini di vita degli uomini del Sud. Ciò che pesava duramente
sull'agricoltore era la mancanza di credito, aggravata da una
legislazione agraria introdotta sotto il dominio delle classi medie
urbane e dalla febbre della speculazione dell'impero. Nel 1850 di 7,846
milioni di proprietà fondiarie 3 milioni erano esentate per
insolvibilità. L'assoggettamento della campagna al capitale cittadino,
cotesto antico malanno dell'Italia, cominciò a propagarsi anche in
Francia: assai di frequente il piccolo proprietario rustico nelle
regioni molto appezzate del canale veniva incettato affatto dai
fabbricanti di Rouen e di Elbeuf. Perfino la sicurezza delle persone e
della proprietà non era abbastanza tutelata in campagna. Tale
ineguaglianza era gravemente sentita da un popolo, che aveva rotto con
tutti i privilegi.
Questa terra meravigliosamente ricca, i cui immensi rinfranchi non
possono apprezzarsi facilmente, superò senza troppi lamenti, sugli
esordi dell'impero, tre cattive raccolte l'una dietro l'altra, il
colera, varie guerre e inondazioni. L'agricoltura cavò, come è giusto,
qualche vantaggio dal nuovo risveglio dell'ardore economico. Menzioniamo
soltanto l'allevamento dei cavalli, il cui numero e valore, non ostante
le ferrovie, salì notevolmente. L'esportazione dei percherons crebbe di
anno in anno, e i corridori francesi batterono ripetutamente nelle
corse di Baden e di Parigi i cavalli inglesi e tedeschi. Noi inoltre non
siamo affatto dell'avviso di molti politici conservatori, che sia
necessario all'agricoltura francese il passaggio al sistema inglese
dell'affitto. Qui si tratta di costumi e idee tenaci della nazione, che
sono più potenti delle dottrine di partito. Ammesso pure che il
fittaiuolo inglese raggiunga risultati tecnicamente più splendidi,
nulladimeno la Francia nei suoi milioni di liberi contadini possiede un
tesoro morale, il cui valore politico aprirebbe facilmente gli occhi
agli scettici nell'evento di una guerra europea. Ma i monti d'oro, che
l'impero prometteva agli agricoltori, sono tuttora un sogno. Il piccolo
agricoltore, ignorante e senza capitale, sa tuttora usare assai poco i
concimi, e non sa quasi affatto d'irrigazione e di bonificamento; e
tuttora risuona l'antico lamento degli agronomi, che l'agricoltura si
volga unicamente ai cereali e trascuri l'allevamento del bestiame e gli
erbaggi. Insomma anche sotto l'imperatore contadino l'agricoltura rimase
il mestiere più umile, incomparabilmente meno onorato e lucrativo della
burocrazia e del foro, dell'industria e della borsa.
Mentre l'agricoltura non sapeva risollevarsi dalla sua malsania
inveterata, per contro il commercio e l'industria venivano iniziati alle
fortune di un'età novella da un atto dell'imperatore, che, già mezzo
dimenticato dagl'ingrati contemporanei, basta da solo ad assicurare al
nome di Napoleone III una fama imperitura. Per assicurare la libertà del
commercio, l'imperatore dové romperla con alcuni dommi della religione
napoleonica, con le abitudini burocratiche e coi pregiudizi nazionali;
anzi, di più, addirittura con la tradizione storica del suo stato. Un
tempo egli aveva rispettato fidamente le idee protezioniste dello zio;
poi era stato testimone oculare dell'ardita conversione di Roberto
Peel, e più tardi apprese da Cavour, da Michele Chevalier e dai
conservatori progressisti della monarchia di luglio, Morny e Girardin,
quanto le loro aspirazioni liberoscambiste avessero esacerbato la
borghesia. Ma lo stesso Girardin si aspettava solo per un lontano
avvenire l'abiura, da parte del governo, dell'antichissima consuetudine
del sistema proibitivo. Frattanto l'imperatore aveva capito le mutate
condizioni del commercio mondiale; e che egli abbia osato gettarsi
nell'alta marea della moderna vita commerciale, che sia stato capace di
comprendere la nuova età sullo sboccio, che abbia opposto una volta
all'egoismo delle classi un atto monarchico di giustizia distributiva,
ecco, in ciò appunto consiste la più bella gloria del suo governo. Egli
previde, che la riforma delle insostenibili tariffe della Francia e
dell'Inghilterra s'imponeva, e che questa riforma, senza un'intesa
reciproca, minacciava di sconvolgere gl'interessi industriali dei due
paesi. Ed egli profittò del momento favorevole, quando la riputazione
dell'impero dopo le vittorie in Italia toccava il culmine, per cercare,
con l'opera di specialisti dei due stati, principalmente di Cobden e di
Chevalier, un accomodamento delle reciproche pretese, per altro
estremamente difficile, tanto era grande la differenza delle due
tariffe. Finalmente il 23 gennaio 1860 il trattato di commercio fu
concluso. Subito dopo la statua di Richard Cobden fu rizzata a buon
diritto nel castello di Versailles in mezzo ai grandi della Francia.
Quando la somma di tutto il commercio di esportazione e d'importazione,
che nel 1850 ascendeva a non più che 2500 milioni, ammontò nel 1865 a
7614 milioni; quando l'esportazione, singolarmente degli _articles de
Paris_ e degli oggetti anche più fini in cui s'invaloriscono il senso
squisito della bellezza e il gusto dei francesi, crebbe affatto
smisuratamente; allora siffatti numeri doverono ben provare a ogni
persona imparziale i benefizi del libero traffico, ad onta della
riconosciuta abilità della statistica imperiale, che dimostrava
continuamente ciò che voleva dimostrare.
Considerazioni politiche ed economiche costrinsero, l'imperatore a
spingere la libertà del commercio sulla via dei dazi differenziali e dei
trattati commerciali. Si trattava di cattivare il consenso del corpo
legislativo, del quale, dato il cambiamento legale generale delle
tariffe, era impossibile far di meno. Si trattava inoltre d'indurre, col
timore di perdere il mercato francese, gli stati vicini sul cammino del
libero traffico e, nello stesso tempo, assicurare qualche compenso
all'industria francese. E soprattutto l'eletto del popolo aveva a cuore
di apparire al mondo come l'apportatore di pace e il precursore di un
progresso europeo. Volle sentirsi in diritto di dire alla camera di
commercio di Lione: «la Francia in Europa dà l'impulso a tutte le idee
grandi e magnanime»; e conciliare in tal modo molti interessi di classe
danneggiati, appagando la vanità nazionale. Si susseguirono rapidamente
l'uno all'altro i trattati di commercio col Belgio, con l'Italia, con la
Germania. La diplomazia, conformandosi al sogno d'oro dell'apostolo
della pace, parve immergersi completamente nella politica commerciale; e
nacque allora quella nuova forma umanissima dei trattati di commercio,
la quale non mira più ad assicurare prerogative alle parti contraenti,
ma vuole soltanto impedire, che rimanga adito al privilegio dei terzi.
Mercé questa catena di trattati commerciali, mercé il trattato di
passaporto con l'Inghilterra e via dicendo, fu fondato il mercato libero
dell'Europa occidentale, e fu effettuato in senso equo e ragionevole
quel sistema federativo europeo, a cui invano si era sforzato di
pervenire lo zio con astuta cupidigia di dominio. L'imperatore poté
annunziare con soddisfazione: «è compiuta finalmente la terribile
invasione da tanto tempo predetta sul suolo inglese», e invitare la sua
nazione a «inaugurare baldamente una nuova êra di pace».
Cotesta ascensione dei popoli promossa dal dispotismo non ispira certo
un appagamento così sereno, quale fu dato un tempo da quel rinfrancante
spettacolo di rischiaramento degli spiriti nella libera disputa, che
precede in Inghilterra l'abolizione delle leggi sul grano. I
liberoscambisti di Francia un tempo lamentavano, che fosse loro
rifiutata la diffusione delle proprie idee con la libertà di parola; ma
accettarono ora con allegrezza il _coup d'autorité_, anzi lo accettarono
con orgoglio. Il che è certamente un triste argomento per l'inefficacia
dell'educazione politica. Bisogna pur dire la cruda parola: senza
l'imposizione imperiale, la Francia ancora per decenni sarebbe rimasta
priva del benefizio del libero scambio. La spaventosa insipienza e
l'egoismo della maggior parte dei membri del corpo legislativo,
inviluppati in mille affari d'industria e di accanita speculazione, non
lasciavano dubbio, che una riforma parlamentare della politica
commerciale fosse impossibile. La volontà del monarca in questo caso
speciale aveva non soltanto migliorato la legge, ma anche sollecitato
l'educazione della nazione alla libertà, almeno per quanto la libertà
era compatibile in questo paese. Il momento politico favorevole della
riforma fu, sotto l'aspetto economico, scelto assai infelicemente. Il
paese soffriva della cattiva raccolta del 1861, il commercio del cotone
della guerra americana; e alcuni rami dell'industria effettivamente non
erano ancora abbastanza maturi per reggere alla concorrenza inglese.
Nulladimeno la disposizione liberoscambista del Mezzogiorno e
dell'Occidente prese a poco a poco il sopravvento sulle perplessità
protezioniste del Settentrione. Se in Francia si sono consumate nel
passato decennio non più che 10 libbre di caffé e 3 libbre di zucchero
a testa, e nell'Unione doganale, incomparabilmente meno favorita dalla
natura, 10, 50 libbre di caffé e 4 di zucchero, bisogna sempre a ogni
modo tener conto delle differenti abitudini di consumo dei
settentrionali e dei meridionali; tuttavia anche da queste e consimili
cifre risulta chiaro, che l'economia del privilegiato paese non dava
ancora ciò che poteva. Principalmente nella stampa si fece sempre più
viva la persuasione, che solo l'affrancamento delle forze economiche
avrebbe potuto mettere interamente in valore la potenzialità del paese:
se la pace durava, pareva impossibile una ricaduta nel sistema
proibitivo inteso secondo i dettami della scuola pratica degli ultimi
anni. La libertà del commercio dà all'uomo moderno la piena coscienza
della sua energia personale. E assai di rado la prima ampia breccia nel
sistema della tutela burocratica è stata aperta da un atto dispotico del
governo burocratico.
Il detto di Napoleone III: «un popolo è tanto più ricco e felice quanta
più ricchezza e felicità contribuisce ad arrecare agli altri», era a
poco a poco divenuto in Francia un luogo comune. Era a sperare, che
cotesta verità fondamentale umana della moderna arte di governo sarebbe
appresa anche nei rapporti delle classi e sarebbe applicata nella
politica estera. Ma in questo, come in tutti gli altri campi della vita
pubblica, la guerra germanica e la terza repubblica hanno apportato una
rude reazione: la follia della politica commerciale del grande cittadino
Thiers doveva di nuovo dimostrare al mondo, che la _médiocrité méconnue_
di Luigi Napoleone ad onta di tutti i suoi falli era stata più prudente
e più liberale che non sarebbe mai un uomo di stato dell'ultima
generazione francese.
Il famoso aforismo: «la Francia è abbastanza ricca per pagare la sua
gloria», non manca di fondamento: la prodigiosa potenza del lavoro e
del risparmio nell'economia moderna supera ogni previsione. La
terraferma non aveva mai visto forse una produzione economica così
gigantesca, come nei due massimi momenti della speculazione sotto
l'impero, cioè dopo il colpo di stato e dopo la guerra di Crimea. Era il
tempo che Girardin disse: _il n'y à plus rien à faire aujourd'hui que de
se faire millionaire_. Perfino cotesto instancabile regime imperiale non
poté tener dietro ai colossali progressi del traffico. La riforma delle
poste e l'estensione delle linee telegrafiche, che destarono tanta
meraviglia dopo il colpo di stato, a breve andare non bastarono più:
presto la posta francese rimase alla coda rispetto ai paesi vicini.
All'antica rete ferroviaria delle sei grandi compagnie se ne aggiunse
una seconda e più recentemente anche una terza: talché, mentre nel 1857
si avevano 1330 chilometri di ferrovie, nove anni dopo si era a 21.050
chilometri in esercizio o in costruzione, e ogni giorno sorgevano nuovi
progetti. Le opere dell'impero nel campo della politica economica posero
affatto in ombra i provvedimenti dei Borboni e degli Orléans; solo che
risentivano morbosamente dei due difetti, che rimontano ai mali politici
fondamentali del sistema. L'esagerato accentramento gravava anche sul
traffico: il monopolio della banca era sempre in vigore, ed
effettivamente la Banca di Francia non era in realtà che la banca di
Parigi, e il suo credito andava in preponderanza tutto a favore della
capitale. E lo spirito di speculazione vertiginosa e vanagloriosa, che
era nell'essenza della tirannide democratica, raggiunse appunto nella
vita industriale un'altezza spaventevole: una pioggia d'oro doveva
consolare la borghesia defraudata dei suoi beni ideali. Certo, il gioco
di borsa è inveterato sul suolo di Parigi, era già in vigore in tempi di
economia tuttora bambina, nei giorni di Law, quando evidentemente
tornava più rovinoso di ora, che una parte degli speculatori di borsa
esercitano come una seria incombenza l'ufficio di pionieri. Ma i 9998
milioni di prestiti esteri che furono negoziati alla borsa di Parigi nei
dieci anni dopo il 1855, e nel solo anno 1863 1205 milioni, indicano in
verità uno stato di febbre; e tanto più, perché i prestiti più
vertiginosi degli stati più discreditati, quali l'Austria e il Messico,
l'Italia e la Spagna, la Russia e la Turchia, godevano del particolare
favore dei pezzi grossi della borsa di Parigi. Quando gl'ipocondrici
eruditi hanno ravvicinato gli epuloni del secondo impero a Roma antica,
l'obiezione da fare era semplice: la ricchezza moderna è ammassata col
lavoro, quella dei Romani era un ammassamento di rapine. Tuttavia
innanzi alle ditte Mirès e Solar, Pereire e Co., e tante altre
scandalose fortune nate di fresco, anche quest'ultima consolazione
sembra di dubbia efficacia.