intesi a domare insieme e ad accontentare i lavoratori, fu il famoso
riassetto delle città. L'imperatore volle porsi in grado di buttar giù
con la mitraglia ogni turbolenza piazzaiuola; e, se si propose di
prevenire il ritorno di sorprese tanto sciagurate quale la rivoluzione
di febbraio, adempì puramente al suo dovere monarchico. L'ampia via di
Rivoli collegò le Tuileries col palazzo di città, centro antico delle
sommosse; il boulevard di Sebastopoli fu gettato tra la via Saint-Martin
e la via Saint-Denys, già teatro di tante lotte sotto il regime
borghese. L'asfalto, con cui i boulevards furono pavimentati, portò via
agli eroi delle barricate i consueti materiali di costruzione. Il
palazzo imperiale formò in uno col Louvre una piccola fortezza, che era
possibile sbarrare subitamente coi massicci cancelli della piazza del
Carosello. Ampi cammini sotterranei pel decorso dei rifiuti, servivano
anche, nel caso, a preparare un inaspettato arrivo di truppe sui punti
minacciati. Salde caserme in tutte le posizioni strategiche importanti;
squares verdi nei nodi stradali, ameni agli occhi e ai polmoni, ma anche
agevoli ad abbarrarsi allo scoppio della battaglia nelle strade. In una
parola, l'impero parve abbastanza assicurato da un rude colpo di mano.
Quando una volta fu squarciato a colpi di mitraglia un quartiere operaio
in rivolta, l'imperatore rifiutò con commoventi parole il nome di
_Boulevard de la reine Hortense_ proposto per la nuova strada, e scelse
quello di un operaio, Richard Lenoir, salito alla ricchezza col proprio
lavoro; volendo così attestare la propria alta estimazione alla nobiltà
del lavoro e, nello stesso tempo, ricordare agli operai che l'impero
sapeva adoperare tanto la frusta che il bericuocolo.
Lo stato non si propose di provvedere puramente alla sicurezza, ma anche
alla bellezza e alla sanità delle città e alla facilitazione delle vie
di traffico. Chi ha visitato Rouen nel 1865, quando le nuove nette linee
stradali avevano sventrato allora il vecchio reticolo di vie muffite,
vorrà consentire che molte città mancano affatto di aria, di luce, di
libero respiro. Ma l'impresa, ben giustificata e condotta sul principio,
ingrossò presto oltre tutti i limiti ragionevoli, si contraffece in uno
di quei violenti rivolgimenti sociali, che possono accadere soltanto
negli stati non liberi. Il colossale è una prerogativa dei despoti; le
gigantesche demolizioni e riedificazioni del bonapartismo ricordano in
verità quelle grandiose costruzioni di Oriente, che testimoniano non già
della grandezza del popolo che le eresse, ma solo della cupezza della
sua schiavitù, della potenza dei suoi despoti. Parigi e Lione, Bordeaux
e Marsiglia, tutte le grandi e perfino le medie città dell'impero
gareggiarono in cotesta furia edificatoria. Strade e acquedotti,
cattedrali e palazzi di borsa sprillarono di sotterra; accanto al
potente porto militare di Cherbourg, creazione favorita del primo
imperatore, naturalmente menata a termine in grande stile dal nipote,
sorgevano in tutte le piazze marittime nuovi moli e darsene. Un decreto
imperiale accordò ai comuni il diritto di espropriazione, e il
socialismo autoritario, imperversando nella più sorprendente
spregiudicata maniera contro la proprietà privata, non sorvolò, nelle
domande di risarcimento, sulle opinioni politiche dei proprietari
cacciati via. Le case più solide vennero così abbandonate al capriccio
della fortuna: Ledru-Rollin riguadagnò con un boulevard imperiale i
propri beni per metà perduti, cento altri piangevano la rovina dei loro
averi. A Parigi, dove il prefetto della Senna Haussmann dovè costringere
all'espropriazione sé stesso, ogni estate apportava nuove meraviglie.
Nel 1865 erano già stati spesi in dodici anni 1222 milioni, e nel 1869
altri 1500 milioni per la trasformazione della capitale. Bagattelle come
i dodici magnifici boulevards che a guisa di raggiera danno all'_Arc de
l'Étoile_, attiravano appena l'attenzione. Il potere illimitato di un
uomo nella superba capitale era unico nella storia moderna. Dove si era
mai udito, che a un possente comune sia stato dichiarato di ufficio, che
i suoi abitanti sono nomadi e che esso non appartiene a sé medesimo, ma
allo stato?
Quanto alla provvisione dei mezzi, un comodo spediente fu porto
anzitutto dalla malsana costituzione daziaria delle città. Siccome la
sorgente d'introiti più importante delle città rampollava dai dazi,
seguiva che qui un consiglio comunale s'induceva al dispendio con
facilità di gran lunga maggiore che non nelle campagne, dove le spese
comunali erano strappate a stento dalle imposte sui fondi e sugli
affitti. Ma quando anche questo mezzo non bastò più, allora fu applicata
anche ai comuni la vecchia spropositata teoria, che sia lecito
scaricare sulle spalle del futuro i pesi del presente: teoria, che un
tempo fu difesa con tanto sterile acume da Gentz, e che adesso godeva di
una riputazione ufficiale nel nuovo impero. Bastò un decreto imperiale
ad autorizzare i comuni ai prestiti. La Cassa dei Depositi accordò il
credito a lunga scadenza e a mite interesse; riconciliatosi col signor
Haussmann, si mostrò anche più compiacente il _Crédit foncier_, che
consolidò il debito fluttuante di Parigi. Quando riuscì di convertire
effettivamente in capitali fissi redditizi i valori investiti, allora
anche la speculazione così convulsamente salita potè sortire effetti
salutari: a Lione in nove anni, dal 1854 al 1863, il debito dai dieci
montò ai cinquantaquattro milioni; ma col forte aumento della
popolazione e del benessere crebbero in pari tempo, per
l'ammortizzazione del debito e per le spese straordinarie, su tre
milioni e mezzo 620.000 lire di sopravanzo di entrate accertate: che,
come si vede, è un risultato propizio. Per contro, a Marsiglia in 18
anni, dal 1847 al 1865, il debito crebbe da 17 a 91 milioni e le entrate
solamente del cinque e mezzo per cento su 20,9 milioni. Finalmente a
Parigi la gravezza del debito si era in otto anni, dal 1859, decuplicato
due volte, progredendo da 49 a 984 milioni; e il bilancio preventivo pel
1868 s'impostò su 245 milioni, vale a dire circa più della metà di
quanto occorre al regno del Belgio pel mantenimento dello stato! Davanti
a tali cifre era effettivamente possibile tranquillarsi solo risalendo
alla teoria bandita con giustificata baldanza dai giornali bonapartisti:
uno stato, un comune è tanto più ricco, quanto più pesante è il carico
dei suoi debiti. Né dava troppa consolazione il fatto, che il prefetto
della Senna aveva speso quelle somme prodigiose non puramente pel fasto
orientale del palazzo di città che era altresì la sua fortezza, ma anche
a scopi utili, e aveva elevato da 1,1 milioni, che erano nel 1847, a
6,5 milioni nel 1867 le spese della capitale per l'istruzione popolare.
La speranza dell'imperatore, che la vista delle magnificenze edilizie
cittadine avrebbe risvegliato nei provinciali il senso della bellezza,
venne meno necessariamente per colpa della precipitazione febbrile delle
imprese. Superata la prima impressione di abbagliamento, e in ispecie su
alcune nuove piazze a Lione la vista delle superbe fontane tra folti di
verzura in mezzo al tumulto del mercato è davvero incantevole, l'occhio
del forestiero, e particolarmente del settentrionale abituato alle belle
casine serene che spiccano così chiare e nitide nell'aria tenera della
campagna, avverte subito il nessun gusto e la gramezza della nuova
edilizia. Brulle caserme, incartocciate qua e là di qualche ghirigoro
rococò pieno di pretese, ecco tutto; e il tutto è una fedele immagine di
questa età della matematica e della muffosità cortigiana,
dell'accentramento e dell'uniformazione militare. E soprattutto colpisce
sgarbatamente la servile imitazione delle fabbriche parigine; pare quasi
che le provincie abbiano smarrito ogni idea propria e indipendente.
Ognuno conosce il _Pont Neuf_ con la statua di Enrico IV nell'Isola
della Senna; ognuno la torre antica di _Saint-Jacques de la Boucherie_,
che come una pietra terminale della vecchia Parigi, allietata da un
viale verde, guarda giù la distesa delle magnifiche strade in linea
retta: che è uno dei più gradevoli effetti della magia architettonica
moderna. Sul ponte di Rouen, allo stesso posto, incontriamo la statua di
Corneille; e il consiglio comunale della città normanna non ebbe pace,
finché non mise su un mozzicone di torre gotica che, circondata di verde
proprio per l'appunto come Saint-Jacques, doveva segnare il confine tra
la vecchia e la nuova Rouen, e via dicendo. Non è meraviglia, dunque,
se questa eterna uniformità stanca le persone colte; e se si levarono
alti e aspri lamenti contro il disamorato spirito d'innovazione, che
distruggeva i più venerandi monumenti delle antiche città, e che non
sapeva recedere in rispetto nemmeno davanti alla pace del cimitero di
Montmartre, davanti ai gloriosi viali alberati del giardino del
Lussemburgo.
Le considerazioni dei locandieri del popolo pesavano più dei malumori
degli amici dell'arte e degli storici. Lo scopo essenziale di tali
massicci fabbricati era di dare occupazione agli operai e generosi
guadagni. Col fatto, centinaia di migliaia di lavoratori affluivano
nelle città. Manifestamente la loro condizione era lieta, perché il
salario era elevato, i dazi, gravi pei lavoratori, erano compensati dal
basso prezzo del pane, e le abitazioni non eccedenti la pigione di 250
lire erano franche di tassa locativa. Ma è destino del socialismo
monarchico il potere iniziare e rinfocolare nuovi moti nella società, ma
non il poterli mantenere durevolmente. Questa morbosa furia
fabbricatoria doveva pure arrivare a fine una volta. L'idea grossolana,
propria del nostro tempo manovale, e già troppo a lungo diffusa e
familiare, che lo stato deva promovere l'arte per dar pane agli artisti,
operava sul secondo impero con tutto il peso di un problema sociale. Un
esercito d'intraprenditori e di coadiutori esigeva un'occupazione fissa
dallo stato, che li aveva attratti lontano dal paese e dall'ufficio
loro; poiché proprio lo stato aveva, tra con l'ingiunzione o col favore,
adescato le città alle trasformazioni edilizie. In tal modo i lavori
pubblici dell'impero diventarono a poco a poco officine nazionali nel
senso proprio della rivoluzione di febbraio: si fabbricava per
fabbricare, e nessuno sapeva dove andava a riuscire cotesta vite
perpetua. Il lavoratore venuto dalla campagna non era affatto più
contento nelle grandi città: si sentiva sommerso e ubbriacato dal lusso
abbagliante, appetto al quale il salario, per quanto rispettabile, gli
pareva una misera carità.
Tale essendo la smoderata situazione di favore degli operai delle città,
lo spopolamento delle campagne venne aumentando in modo estremamente
grave. Una volta l'imperatore disse agl'industriali di ritorno
dall'esposizione di Londra, che essi avevano ben meritato della Francia,
perché ogni splendido prodotto economico di un popolo dà a divedere
l'altezza di tutta intera la sua civiltà. Cotesto vanaglorioso _tous les
progrès marchent de front_ non era altro che una delle tante illusioni
della politica del materialismo. Per l'appunto nella storia del secondo
impero lo storico serio trova ancora una volta confermata la triviale
verità, che l'uomo non vive di solo pane. Così è: approfondendo questo
proverbio, egli riconoscerà, che le società umane, le quali aspirano e
tendono solamente ai beni materiali, finiscono col perdere insieme con
lo zelo morale anche la forza del progresso economico. L'imperatore
sperava, che i contadini reduci dalle città avrebbero diffuso nelle
campagne l'abitudine di una nutrizione più solida, carnea; ma nessuno vi
ritornava. Anche per l'addietro le laboriose contrade della Creuse,
della Marche, del Limousin mandavano lontano i giovani a prestare la
loro opera di muratori: ora principiarono a spopolarsi, perché gli
operai non intendevano più di dar le spalle ai piaceri delle grandi
città. Tra gli anni 1851 e 1856 la popolazione diminuì in 20
dipartimenti, anzi in quello dell'alta Saône circa di un intero decimo:
la popolazione di tutto l'impero crebbe non più che di 256.000 anime, e
quella della capitale di circa 305.000. In verità gli anni seguenti
mostrano un aumento alquanto più vivo, ma le stesse statistiche
ufficiose doverono designare coteste condizioni morbose con
l'accettevole perifrasi: «la popolazione rimane stazionaria».
Nei primi 60 anni del secolo la popolazione dell'impero era cresciuta a
un dipresso del 0,57 per cento all'anno: le occorrevano quindi, per
raddoppiarsi, 150 anni: alla Germania, secondo i dati raccolti finora,
circa 55 anni. A quei sacerdoti di Mammona, che in un fitto stuolo di
fanciulli vedono non più che pure bocche inutili, diamo il modo di
ponderare quale spostamento di energie abbia arrecato la scarsa
fecondità della popolazione francese. Nel 1816 vivevano in Francia su
ogni miglio quadrato 500 uomini più che in Germania, esclusa l'Austria;
viceversa nel 1861 il miglio quadrato in Germania era divenuto più denso
di 300 uomini, e al principio della guerra germanica la Francia era già
superata in popolazione assoluta dalla Prussia e dagli stati
settentrionali e meridionali della Confederazione! Certo, nessuno
esperto in materia si sorprende, che nella nuova età napoleonica le
cittaduzze al disotto dei 3000 abitanti siano discese in media tra il 12
e il 14 per cento; giacché l'età delle ferrovie, il cui traffico è per
sua natura accentrante, ha prodotto gli stessi fenomeni in tutta Europa.
Ma il persistente decremento della popolazione agricola, mentre Parigi e
Lilla, Saint-Etienne e altri centri manifatturieri crescevano di
continuo, era innegabilmente un sintomo di malsania sociale. Noi però
non lamentiamo, come molti patrioti francesi, che la stirpe gallica non
mostri più la medesima fecondità, che nel secolo decimosettimo o tuttora
oggigiorno al Canadà: l'accrescimento più lento della popolazione, del
pari che il difficoltarsi dei matrimoni, si accompagna di regola lato a
lato con la grande elevazione della cultura. Solo che, se riflettiamo
che la Francia, grazie alla sua libertà di convivenza e non ostante il
celibato obbligatorio dei suoi soldati e dei suoi 45.000 ecclesiastici
secolari, conta meno celibi che non forse qualunque altro paese
d'Europa, il ristagno della popolazione ci appare in una luce assai
torbida. La persistente diminuzione dei figli, dei quali nascevano in
media da un matrimonio 4,1 sotto il primo imperatore e ne nascono 3,14
sotto il secondo, non si spiega minimamente, considerata in grande, con
la cautela della prudenza. Dipende o dalla devastazione morale del vizio
o dalla debolezza corporea; ed effettivamente il celibato dell'esercito
e la rinnovata distruzione di 200.000 uomini vigorosi inghiottiti dalle
guerre del secondo impero, hanno sostanzialmente agevolato il matrimonio
agli storpi e agli scriati. Anche il divieto della ricerca della
paternità, indetto dal crudo spirito lanzichenecco del primo Napoleone,
ha certamente attenuato il numero delle nascite illegittime, e ha perciò
riscosso sovente il plauso della scuola di Manchester; ma oggi uomini
più seri si pongono la domanda, se quella legge draconiana non ha
esacerbato i traviamenti che riescono incomparabilmente più perniciosi
alla sanità del corpo e alla morale.
La nazione francese non era più in grado di atteggiarsi a prima potenza
incontestata del continente; bene o male doveva conformarsi alle
condizioni di un equilibrio europeo seriamente inteso. Se il fatto
dell'incivilimento pacifico del mondo può, protratto in lungo, tornare
solamente in bene, tanto più un'altra conseguenza dell'arresto della
popolazione in Francia move a tristezza ogni pensatore. La storia
europea esordisce con l'aristocrazia popolare dei cittadini ellenici, e
allora toccherà il culmine, quando l'aristocrazia popolare della razza
bianca dominerà le terre di là dagli oceani. Nella grandiosa lotta
mondiale, che sorge per tali questioni pregne di destini, la sorte più
propizia è toccata alla stirpe anglosassone. Anche il tedesco deve
guardare con balda fiducia a questo grande avvenire. Perciò si è già da
tempo avuto cura, che la solerzia tedesca e l'operosità tedesca abbiano
degni rappresentanti nel Mississipì e nel Yang-tse-Kiang, nel Cile come
nel Giappone; e fin dal giorno di Königgrätz noi possiamo anche sperare,
che nei paesi transatlantici la nazionalità e la lingua della Germania
dureranno. Invece il francese avrà in questa gara una parte molto
subordinata. La Francia non conosce emigrazione. Significano poco i
200.000 abitanti che abbandonano il paese nello spazio di dieci anni;
significano quasi nulla, se poniamo mente, che le buone intelligenze
delle classi medie fanno ressa quasi tutte per gl'impieghi, e che la
Francia non manda negli uffici degli scali transatlantici le energie
della sana gioventù, come la Germania o l'Inghilterra, ma gente per la
più parte bacata o corrotta. Chi sa apprezzare pienamente la multiforme
ricchezza della civiltà europea, lamenta con dolore, che questo
inaridimento di forze del popolo francese minacci di aprire una lacuna
irreparabile nella cultura del mondo. Ma il dado è gettato, e se tutti i
segni non ingannano, la Francia dovrà rimanere una potenza europea in
quel prodigioso avvenire, in cui sarà fatta la storia universale, in cui
tedeschi e russi, inglesi e nordamericani troveranno nuove vie al
commercio mondiale e nuove forme all'ascensione umana.
Il vezzo dei lavoratori delle città, che minacciava così gravemente
l'equilibrio delle forze economiche, aveva almeno procurato all'impero
il fedele attaccamento dei figliuoli prediletti? La sollevazione della
Comune di Parigi dà una risposta schiacciante. I vantaggi, che l'impero
accordò agli operai, non sono minimamente da paragonarsi con
l'affrancamento da un'oppressione indicibile, concesso un tempo dai
Cesari di Roma agli abitanti delle provincie. L'operaio teneva in faccia
al bonapartismo un atteggiamento meno ostile che in faccia ai borghesi e
ai legittimisti; il suo antico odio contro i _transporteurs_ del sistema
parlamentare non era ancora dissipato interamente. Lo stesso intento,
così esaltato dai radicali, del dominio diretto del popolo, trovava
pochi partigiani: in generale in questo mondo di _business_ non vi era
più posto per le teorie e gl'ideali. Una parte degli operai capì
effettivamente ciò che i bonapartisti inculcavano loro senza tregua,
che, cioè, «solo un governo forte e saldo può recar loro i
miglioramenti, che gli arruffapopoli promettono a vuoto». Ma era vano
cercare un vestigio di gratitudine sincera verso l'imperial benefattore.
Se i potenti dell'impero piaggiavano le mani callose, se il poeta
bonapartista Méry cantava agli operai della Tipografia centrale delle
Ferrovie:
sachez bien que le jour viendra où de vos mains
jaillira la lumière;
il quarto stato ne tirava la teoria, che esso governava l'impero e che
la corte lo temeva. In verità, era assai breve la via che correva tra
queste lusingherie e l'atroce canzone, che dopo la rivoluzione di
febbraio sgargagliavano per tutti i canti della capitale:
un jour viendra que le riche éclairé
donn'ra sa fille au forçat libéré!
Pochi mesi dopo che Jules Favre aveva pomposamente assicurato, che non
esisteva plebe a Parigi, le petroliere della Comune apparecchiavano
l'orrenda festa dei morti! Gli atti del Congresso del Lavoro di Ginevra
del 1866 porsero un quadro istruttivo del cambiamento di animo di queste
classi. Non un discorso sulle fantasticherie comunistiche dei tempi
andati. Si disputò commercialmente, con talento pratico e con minacciosa
serietà: gli operai intendevano di diventare capitalisti, consideravano
la povertà e il salario come un'infamia e desideravano quanto meno la
riduzione della giornata a otto ore, laddove al tempo della rivoluzione
di febbraio le moltitudini si tenevano a dieci ore. Più tardi, al
Congresso del Lavoro di Bruxelles, si domandò il pareggiamento della
cultura, di _égaliser les intelligences_, se il mondo voleva
effettivamente ottenere la vera eguaglianza. Quando il _demi-monde_
ritornava dalle corse di Vincennes all'elegante quartiere di _Notre Dame
de Lorette_, ed era uno splendido rimescolio di cabs, di broughams, di
chaises, di snelli cavalli inglesi e di gravi _percherons_, di lacchè
rossi e di postiglioni verdi, la folla domenicale che si allineava sui
vasti boulevards gettava occhiate in cagnesco e insulti sulla sfilata, e
accadeva sovente, che uomini in camiciotto rompessero le file per
strappare dalla sua carrozza una bella dama ingioiellata. Chi ha
assistito a una tale scena dev'essere ben fanciullone per credere, che
la coscienza del popolo si elevi al cospetto del vizio scialante. Era
l'antico immortale livore contro la ricchezza, e nemmeno il fasto della
corte sfuggiva a una siffatta invidia. «Io voglio lavorare con le vostre
mani e voi dovete digerire col mio stomaco»; così dice, secondo il
_Propos de Labiénus_, il patto fondamentale conchiuso da Napoleone III
col suo popolo; e mille e mille seguivano l'opinione di Rogeard.
L'atteggiamento politico di cotesta turba ignorante e insolente, che
nemmeno l'emigrazione dei senza mestiere determinato sarebbe riuscita ad
espurgare, non si poteva assolutamente calcolare. Anche la battaglia di
giugno del 1848 aveva abbattuto solo pel momento la furia di saccheggio
dei comunisti. L'iscrizione a una società segreta era, come per
l'innanzi, il congruente dovere di onore di ogni operaio che sapeva
leggere e scrivere; la lega dell'Internazionale, i cui inizi rimontano
probabilmente ai giorni della rivoluzione di febbraio, coscriveva
segretamente numerosi affiliati. Il nuovo diritto di sciopero fu abusato
fino ai più rozzi e insensati scioperamenti. Una volta, prima delle
elezioni comunali a Marsiglia, i giornali ufficiosi minacciarono, che se
le elezioni fossero riuscite contrarie al governo, si sarebbero sospese
le costruzioni pubbliche della città, che occupavano circa 50.000
operai: ma fu una minaccia che poi naturalmente non si ebbe il coraggio
di effettuare. Ciò non ostante, gli operai votarono per l'opposizione, e
non già perché amassero i retori del partito in parlamento, ma perché il
governo, per quanto avesse fatto per loro, non aveva mai fatto
abbastanza. A farla breve, nemmeno alle arti magiche del socialismo
monarchico era riuscito di riconciliare il lavoro col capitale.