sorprendenti della sua inettitudine all'efficacia creativa. Questa
colonia, che poteva invigorirsi solo mercé lo svolgimento affatto libero
delle energie individuali, era la terra votata agli esperimenti
burocratici, divenuta la caricatura dell'amministrazione della
madrepatria. Qui sorrideva all'impiegato la fortuna di un accentramento
duplice, poiché tutti gli affari erano in primo tempo decisi nella
capitale della colonia e in secondo tempo a Parigi. Nello spazio di una
generazione furono saggiati e rifiutati quindici sistemi di
organizzazione. Centonovantaduemila europei, ossia la metà della
popolazione media di un dipartimento, vi vivevano distribuiti in 71
comuni sotto 3 prefetti, 13 sottoprefetti e 15 commissari civili, e va
da sé che il governo di Parigi non aveva alcuna cognizione delle
condizioni effettive dell'Algeria, non ostante le infinite relazioni
inviate da un esercito d'impiegati. L'imperatore aveva ordinato
l'istituzione dei tribunali indigeni, i _medjlehs_, e lasciato ai nativi
la scelta fra i tribunali arabi e i francesi. Tutte le autorità
riferirono che gli arabi, animati da una mirabile fede nella giustizia
dei franchi, preferivano i tribunali stranieri ai patrii; e quando
l'imperatore visitò la colonia, venne fuori, che i medjlehs non
esistevano affatto! L'immigrazione ristagnò, perché un'esistenza
malcerta sotto la benedizione del formalismo burocratico non poteva
sedurre nessun uomo attivo. Un esercito di 76.000 uomini era appena
sufficiente a guardare la colonia. Gli uffici arabi fondati per la
tutela degl'indigeni si rivelarono incapaci d'intendere la popolazione
straniera. Nella lettera al maresciallo Mac-Mahon Napoleone III espresse
la speranza, che la Francia per opera di un'amministrazione esemplare in
Africa sarebbe in grado di acquistare una preponderanza fra tutti i
popoli fino all'Eufrate, e che dal domesticamento degl'indigeni coi
costumi francesi sarebbe sorta una «potente individualità», un semitismo
gallicizzato. Ma questo desiderio doveva infrangersi contro la tenacità
della religione e dei costumi di Oriente, quello contro la stupida
rigidezza della burocrazia francese.
La lettera sull'Algeria dimostrò, che l'imperatore non aveva minimamente
smesso la sua antica preferenza per l'autonomia amministrativa. La
formola _favoriser l'initiative individuelle_ ritorna quasi con la
stessa frequenza come un tempo negli scritti di Cavour. Doveva egli
desiderare di affrancare dall'influenza della capitale ostile il ceto
agricolo delle provincie, puntello del suo dominio. Sapeva altrettanto,
quanto il suo amico Persigny, che l'accentramento finiva con lo spegnere
negl'impiegati la coscienza della responsabilità personale; presentiva
quante erano le forze preziose, ora ai servigi dell'opposizione, che si
sarebbero potute avviare, mercé le libertà comunali, per una strada
meno pericolosa. Ma la peculiare indecisione della sua mente, il timore
da cui era preso davanti a qualsiasi indebolimento del potere statale, e
il riguardo allo spirito di casta burocratico tolsero l'ardimento a tale
veduta: onde le tanto celebrate prove di decentramento dell'imperatore
rimasero tutte senza contenuto concreto, giacché toccavano la forma, non
la sostanza dell'amministrazione. Fin dal 25 marzo 1852 un decreto
rimetteva nelle mani dei prefetti una serie di affari che finora
incombevano al ministro; poiché «si può bene governare da lontano, ma si
amministra solo da vicino». Naturalmente il ministro più tardi informò
quali magnifici frutti questo decreto aveva portati. Meno impetuoso dei
suoi consiglieri, l'imperatore il 24 giugno 1864 incaricò il consiglio
di stato di dare il suo avviso sulla semplificazione della pratica degli
affari: quale ritardo, se le più semplici questioni amministrative
devono passare per undici istanze! Desiderava anche di abolire
l'esattore generale e di porre gli esattori delle imposte dei
dipartimenti in rapporto diretto con la cassa della capitale. È chiaro,
che con siffatte riforme l'amministrazione guadagna in tempo, ma non il
popolo in libertà. Ma tali questioni sono pei popoli latini così poco
mature alla discussione, che lo stesso La Farina poteva sinceramente
ammirare quelle vacue riforme amministrative di Napoleone III. Solo una
volta l'impero ha arrischiato un tentativo per l'istituzione di una vera
autonomia amministrativa; e fu nel 1852, quando Persigny consentì ai
comuni e ai dipartimenti d'imporre alcuni centesimi addizionali senza
l'approvazione dello stato; ma la riforma dopo appena qualche anno
decadde per l'opposizione dei prefetti.
Più sodamente, i partiti andarono alla sostanza del problema. Il
programma di Nancy del 1865 compendiava i più urgenti desiderii dei
partigiani dell'autonomia nelle seguenti proposizioni: i consigli
generali eleggerebbero essi medesimi i propri presidenti; il sindaco
verrebbe nominato esclusivamente dai membri del consiglio comunale (non
osandosi chiedere l'elezione del sindaco); allato al prefetto starebbe
una commissione permanente del consiglio generale. Questo disegno
immaturo e confuso, frutto di un compromesso tra i liberali e i
legittimisti, pure diventò la pietra di paragone dei partiti.
Nell'odiosa opposizione, sollevata contro gli uomini di Nancy dal
_Siècle_ e dall'_Opinion nationale_, si rivelò il terrorismo dispotico
della vecchia democrazia incorreggibile, della _democratie autoritaire_;
nella eloquente difesa fattane dal _Temps_ e dal _Journal des débats_,
invece, il discernimento più maturo del liberalismo colto. Purtroppo la
stampa non illustrò e vagliò veracemente queste idee, volte secondo il
pregiudizio dei vari pensatori. Tra i propugnatori dell'autonomia si
levarono spesso opinioni ostili allo stato: si combatteva lo stato in
odio alla burocrazia. Noi non alludiamo punto al frivolo Emilio
Girardin, che una volta per ragioni di opportunità difese l'_État
fédéré_ e assegnò allo stato il compito di un istituto di assicurazione.
Ma anche uomini migliori, come Carlo Dollfus, ricaddero nelle
superficiali idee del secolo decimottavo, non concependo altrimenti il
governo, che come un sistema di garanzie per la libertà delle persone. E
le stesse lotte pel decentramento combattute dal _Temps_, se vedevano un
ideale nella sbocconcellatura degli staterelli tedeschi, non riuscivano,
con siffatte aberrazioni, che a rafforzare la presunzione della
burocrazia. Laboulaye anzi desiderava l'abolizione della giustizia
amministrativa, laddove questa costituisce invece un organo
indispensabile per tutti gli stati di terraferma, e la sua magnifica
perfezione tecnica è una gloria della Francia. Quando poi per
assicurare l'indipendenza ai giudici voleva precludere loro
l'avanzamento, egli disconosceva onninamente l'essenza di una società
democratica.
Un sobrio esame genera il criterio, che l'autonomia amministrativa in
Francia non fosse in grado di alzare che pretese assai modeste.
L'accentramento è cresciuto insieme con l'intima sostanza di questa
nazionalità. Solamente la prepotenza della capitale ha reso possibile ai
francesi di sostenere, con modiche energie spirituali di lavoro, una
posizione onorevole nell'incivilimento dell'Europa; oggigiorno, dopo che
le colpe della Comune di Parigi hanno quasi spezzato l'influenza
dominante della capitale, sembra inevitabile un abbassamento profondo
della cultura, se non pure una ricaduta nella barbarie. Una burocrazia
stipendiata con _a latere_ i consigli eletti: questa era e sarebbe
rimasta a lungo la forma nazionale dell'amministrazione. Si sarebbe
potuto trattare, evidentemente, solo di estendere le attribuzioni di
questi consigli, e in seguito di attenere finalmente l'antica promessa
dei liberali e, oltre il ricorso al consiglio di stato, aprire ai
cittadini anche la via giudiziaria avverso l'arbitrio dei funzionari.
Non già che noi intendiamo di rifiutare semplicemente al carattere dei
francesi l'idoneità alla libera vita comunale. Giacché i prossimi
consanguinei proprio delle più bellicose stirpi del paese, i valloni e i
vaudesi, hanno sviluppato con grande compitezza nella terra loro
l'autonomia; e gli stessi consigli generali francesi, per lo meno al
tempo che era loro consentito di eleggersi i propri presidenti, hanno
sovente dato gloriose prove di senso comunale fattivo. Solo che, in
forza di un'antichissima deformazione politica, specialmente dal tempo
della Rivoluzione in poi, le abitudini e le idee burocratiche sono così
profondamente penetrate nel popolo, che una completa trasformazione non
sembra possibile. Lo splendido esempio dell'autonomia locale
nell'antica provincia di Linguadoca non significa, purtroppo, nulla; ché
quei tempi furono.
Si poteva lamentare l'ottuso meccanismo della divisione dipartimentale;
manifestamente, però, non era fattibile abolirlo. Ogni tentativo di
reintegrare le provincie e i loro gradi, come fece un tempo la
Restaurazione, avrebbe naturalmente risuscitato l'odio della burocrazia
e delle moltitudini contro l'antico regime, risuscitato lo spavento
indelebile delle popolazioni davanti a un ritorno della decima e del
lavoro servile. L'idea di riunire vari dipartimenti in una regione sotto
una grande città come capoluogo, fu sostenuta solo da qualche
propugnatore eloquente. Noi però domandiamo: in effetto, si era ancora
in tempo, a rispingere indietro l'antichissimo svolgimento storico che
aveva concentrato a Parigi i confini del paese? e quante e quali forze
spirituali autonome possedeva Lione, fuori degl'interessi di classe del
suo clero e del suo mondo commerciale? Una forte autonomia appunto per
questo non poteva svilupparsi nei dipartimenti, perché cotesti corpi
ufficiali non possedevano forze proprie notevoli. In un paese dove dieci
rivoluzioni hanno distrutto tutti gli antichi beni delle corporazioni,
non sono possibili altrimenti che per eccezione le istituzioni locali
tanto importanti, come gli ospedali circondariali e i nosocomi
provinciali in Prussia o le innumerevoli fondazioni delle contee in
Inghilterra. Né vi erano troppe speranze di ricostituire cotesti beni
locali. La più naturale delle imposte comunali è in tutti i modi
l'imposta fondiaria; ma l'elevazione di tali tributi doveva urtare
contro una resistenza invincibile da parie di una popolazione agricola
oberata. Piaceva al signor Thiers millantare la nuova aristocrazia che,
cresciuta dopo la Rivoluzione, costituiva un pegno per l'avvenire della
libertà; quasi che un'aristocrazia sociale non dovesse necessariamente
sorgere da qualunque sviluppo considerevole dell'economia pubblica! Ad
onta di tali sofisticherie permaneva il fatto, che non esisteva nel
popolo un'aristocrazia politica di salda autorità. Nella maggioranza
delle classi medie non attecchiva affatto una seria volontà di autonomia
amministrativa. Né giova appellarsi alle numerose associazioni
industriali, in cui l'attività autonoma di quei ceti si è cospicuamente
effettuata. Siffatte intraprese, che direttamente o indirettamente
profittano alla borsa degl'intraprenditori, non provano nulla rispetto
all'energia politica dello spirito pubblico. Tanto che la scuola di
Manchester, che è maestra di tutte le società economiche, è in pari
tempo la nemica dichiarata della «dispersione di lavoro» del
_selfgovernement_. Nelle classi medie francesi, la cui mano è sempre
aperta alle opere caritatevoli, tutti facevano ressa per la legion
d'onore e per gli uffici stipendiati, tutti scantonavano davanti al
servizio onorario della giuria, della guardia nazionale, dei comuni. La
denunzia era stimata un'infamia, come presso tutti i popoli che hanno
scarsamente sviluppato il senso della legalità; eppure in ogni rischio,
in ogni offesa al diritto si levava subito lamento alla polizia.
Nondimeno l'ostacolo più forte all'autonomia era opposto dal dominio del
quarto stato. Le moltitudini democratizzate mostrano ben di rado molta
intelligenza del valore della libertà comunale, a cui esse possono
partecipare solo fugacemente, al tempo delle elezioni: purtroppo,
ubbidiscono generalmente più volentieri a un funzionano stipendiato che
sembra fuori dei contrasti di classe, anziché a un magistrato onorario
appartenente alle classi abbienti. L'istituzione di una vera e schietta
autonomia presuppone una rara forza di rinunzia da parte del potere
statale; ma è lecito attendere una siffatta abnegazione
dall'assolutismo, se non ve lo violenta una catastrofe formidabile come
la pace di Tilsit? Ogni autonomia aggrava di duri sacrifizi gli
abbienti; ragion per cui non può introdursi, se non per forza e per
ingiunzione dell'autorità dello stato. Laonde ciò che la monarchia
legittima in Prussia potè imporre a un popolo tranquillo, educato alla
rigida obbedienza, non era dato alla tirannide democratica osarlo
rispetto a una nazione irrequieta, che si stima autorizzata a prendere
il massimo dallo stato e dargli il minimo.
Non era dunque a sperare l'annullamento del sistema amministrativo
burocratico; era a pensare soltanto a una moderazione della sua
onnipotenza. L'avvenire della libertà politica dipendeva principalmente
dall'esito di cotesta modesta riforma. Se non che i liberali, non appena
arrivati al potere, seguirono l'esempio di tutti i governi precedenti.
Ollivier gettò indifferentemente in un cantone tutti i desiderii di
autonomia amministrativa, di cui egli stesso prima era stato il
rappresentante. Di talché la decisione, che il sindaco non dovesse
nominarsi se non dal seno stesso del consiglio comunale, segnò quasi
l'unico progresso notevole raggiunto dalla vita comunale sotto
l'impero.
IV.
Che questo peccato di omissione originasse dall'essenza del
bonapartismo, emerge vividamente, non appena consideriamo l'azione del
secondo impero e subito vi scopriamo, che lo stato e sempre lo stato ha
guidato e compiuto le grandi trasmutazioni sociali degli ultimi due
decenni. I più grandi meriti del nuovo bonapartismo riposano sul campo
economico, e anche qui si annidano i più grandi pericoli per la
sicurezza dello stato. Certo, soltanto la servilità poteva senz'altro
riguardare l'imperatore come il creatore della nuova economia. Leggendo
gl'inni dei prefetti sulla _baguette magique_ del bonapartismo, sembra
quasi che l'imperatore non abbia fatto altro che girare l'anello
incantato, e subito il traffico irruppe dovunque a ribocco; né più né
meno come un tempo i fogli cortigiani tedeschi degli ultimi
cinquant'anni derivavano il naturale crescimento del nostro commercio e
della nostra industria dalla sfondolata sapienza dei Bruck e dei Beust.
Tuttavia Napoleone III a buon conto poteva gloriarsi, che il benessere
della nazione non aveva dato sotto nessun governo precedente un così
magnifico balzo. Sapeva inoltre, che con l'egoismo dei ricchi e con
l'astio e l'invidia dei poveri il sistema del lasciar andare non
bastava, e che era indispensabile l'aiuto diretto dello stato per
l'elevazione delle plebi. Le pretese delle classi lavoratrici verso lo
stato salirono incommensurabilmente con le male abitudini di quei
diciotto anni; e nessun governo francese potrà in avvenire sottrarsi al
socialismo monarchico. L'origine del nuovo potere, il bisogno di
sicurezza, il gusto dispotico del vanaglorioso abbagliamento, e, non per
la parte minore, l'animo buono e umano dell'imperatore pel quale il
soccorrere era una gioia, cooperarono di conserva a imprimere nel
secondo impero le idee della _fraternité_ socialista. Non indarno sulla
porta del nuovo palazzo del Louvre grandeggiava la statua del Lavoro col
corno dell'abbondanza, non indarno in tutti i manifesti napoleonici era
esaltato l'ordine come la prima fonte del lavoro. L'ideale
dell'imperatore era di menare a termine nella società la vittoria della
democrazia mercé la rimozione della miseria delle plebi, mercé i
benefizi dell'istruzione, del credito e dei lavori pubblici. «Io
voglio», disse una volta, «conquistare alla religione, alla morale, al
benessere quella parte tuttora tanto numerosa della popolazione, che
conosce appena il nome di Cristo, che può appena soddisfare ai bisogni
necessari della vita».
Noi tedeschi professiamo l'opinione avita, che, solo per eccezione e per
non poterne far di meno, la fraterna opera dello stato possa mischiarsi
nel libero moto delle energie economiche. Più vasti confini sono
prefissi al potere statale della Francia dal cammino della sua storia,
ed è innegabile che il socialismo monarchico, accanto a molti
esperimenti immaturi e precipitosi, ha anche prodotto molte opere di
beneficio durevole. Le _sociétés de secours mutuel_ legarono al sistema
migliaia e migliaia. Cotesta cassa di risparmio viene istituita in ogni
comune, dove il prefetto la giudica necessaria; il presidente è nominato
dall'imperatore. Ne crebbe il numero da 2000 nel 1852 a 4118 in 7 anni,
con 534.233 soci e 23 milioni di lire di capitale. I fondi, come quelli
di tutte le comunità e corporazioni, dovevano depositarsi presso le
autorità dello stato: che era un passo avanti sulla via del socialismo
monarchico. Gli antichi istituti di beneficenza, numerosi fin dal tempo
antico in questo paese cattolico, furono quasi generalmente riordinati
sotto Napoleone III; furono amministrati sotto la sorveglianza dello
stato da commissioni di nomina prefettizia. Nuove istituzioni crebbero
in folla: cucine pei figli degli operai, novelli ospedali e associazioni
per la cura degl'infermi a casa: asili per gli operai mutilati e pei
convalescenti, «affinché gl'invalidi dell'officina siano pareggiati
agl'invalidi della guerra». I _fournaux_ del principe imperiale
assicuravano al lavoratore un pasto economico; le casse operaie dovevano
«rifiutare il pregiudizio che i prestiti si fanno soltanto ai ricchi, e
affermare la verità che una buona riputazione è una vera proprietà». La
capitale aprì i bagni gratuiti e i comuni riceverono sussidi dallo stato
per ottenere ai lavoratori i lavatoi a basso prezzo. I grandi mercati di
Parigi provvedevano pel conveniente acquisto dei generi di necessità. La
cassa dei fornai percepiva un centesimo per ogni chilogrammo di grano e
dava sussidi ai fornai, tanto che il costo di un chilo di pane era
disceso sotto la tariffa intrasgredibile di 50 centesimi: e in questo
modo l'operaio aveva il pane a buon mercato e il fornaio speculava sul
basso prezzo. Anche la liberalità dei fornai e dei beccai sarebbe
tornata a vantaggio dei consumatori del quarto stato, se la resistenza
dei privilegiati non l'avesse lasciata quasi senza effetto. Nei giorni
di penuria, come al tempo della guerra americana, venne perfino
distribuito per ragion di stato danaro contante tra i lavoratori. Infine
l'imperatore abbozzò il vasto disegno di una grande cassa di
assicurazione statale dei lavoratori: che era, chiaro e lampante,
un'idea socialistica. L'intento sostanziale raggiunto da tanti e tali
benefizi fu l'attaccamento personale degli operai alla Casa
dell'imperatore. Napoleone III dichiarò pubblicamente dopo
l'incoronazione: «la mia prima visita d'imperatore sarà ai sofferenti»;
e d'allora in poi tutte le associazioni pel miglioramento delle classi
lavoratrici furono poste sotto il patronato dell'imperatore,
dell'imperatrice e del principe ereditario.
Fin da quando era presidente, Napoleone III aveva fatto tradurre il
libro di Henry Roberts sulle case operaie, ed egli stesso abbozzò
modelli di abitazioni delle _cités ouvrières_. Il tedesco era invaso da
un sentimento assai amaro, allorché, passeggiando in quegli anni per le
vie della bella Sundgau, che pareva perduta per sempre per noi, vedeva a
sera le schiere fitte di uomini poderosi emigrare dalla porta di
Mühlhausen per le linde casette ingiardinate della città operaia:
purtroppo, erano la più parte nostri compatrioti, che laggiù erano
perduti alla vita tedesca. Il che non ha trattenuto gli economisti
nostrani dal riconoscere i meriti umanitari della _Société industrielle
de Mulhouse_ e dal leggere con gratitudine i suoi bollettini tanto
istruttivi. Era questa effettivamente una riforma sociale che andava al
fondo: l'operaio che nella gioconda dimora si abitua ai costumi
casalinghi e con una modica contribuzione annuale acquista dopo alquanti
anni la proprietà della sua casa, ebbene, non è soltanto elevato
economicamente; egli viene rifatto moralmente. E mentre lì e nelle
vicine Gebweiler e Beaucourt l'antico spirito delle città imperiali
animava l'energia di eccellenti cittadini tedeschi, come J. Dollfus, a
menare avanti l'opera benefica a cui lo stato contribuiva solo con
parchi sussidi, per contro altre città operaie venivano costruite
esclusivamente e in preponderanza coi mezzi offerti dallo stato: così a
Lilla la _cité Napoléon_ che contava 9000 abitanti, così a Parigi il
nuovo quartiere operaio del sobborgo Sant'Antonio. Delle società operaie
fondate sotto la repubblica poche erano sopravvissute: sorte con
tendenze radicali, dovevano lottare contro il malanimo del governo; ed
erano la più parte, per giunta, consorzi di produzione, e si movevano
perciò nel dominio malagevolissimo e ingratissimo della vita
consorziale. Ma negli ultimi anni dell'impero il favore dello stato
ricercò anche coteste leghe di lavoratori. Alla fine il buon diritto
dello sciopero venne riconosciuto, e l'importante legge del 25 maggio
1864 accordò alle associazioni operaie piena libertà.
Provveduto in tal modo al pane al quarto stato, non potevano mancare i
circensi: parate ed esposizioni per tutto l'anno, rappresentazioni di
ogni specie col nuovo benefizio della libertà del teatro, luminarie e
spettacoli il genetliaco di Napoleone. Alla Porta San Martino, dove gli
antichi _boulevards_ confinano col quartiere operaio, l'imperatore fece
sorgere il _Gran Café Parisien_, in cui l'operaio su un divano di
velluto poteva gustare il suo _petit verre_ nella luce di candelabri
abbaglianti. Parimente, anche il quarto stato doveva partecipare ai
vantaggi del debito pubblico, anche la sua borsa attaccarsi al trono
imperiale. Dopo che l'assegnazione del titolo fu abbassata a una somma
affatto esigua, il numero dei possessori di rendita salì da 292.000 nel
1848 a 1.095.688 nel 1867. È per sé evidente, che cotesta
democratizzazione della rendita procurò al sistema molti aderenti; ma è
anche più evidente l'influenza nociva sulla sicurezza del credito dello
stato, giacché l'uomo di umile condizione è per solito particolarmente
suscettibile al timor panico. Dopo la conversione della rendita
intrapresa da Villèle sotto i Borboni, e dopo la ripetizione di tale
provvedimento per opera di Bineau e di Fould, la cartella al tre per
cento fece regola nel debito pubblico francese, come nell'inglese. Di
341 milioni di rendita 303 milioni erano al 3 per cento; e quei titoli
erano i preferiti dagli speculatori, giacché la bassa percentuale
garantiva la sicurezza da ogni altro possibile abbassamento; salvo,
però, che la stessa bassezza della percentuale non andava certo a grado
all'uomo d'affari. Ma come fu tremendamente alimentata la foia del
gioco, come fu minacciata la solidità del benessere dalla enorme
diffusione di tali cartelle, che altalenavano affannosamente nei
conflitti della borsa senza mai posa! Non ostante la grande diligenza,
il francese ha poca gioia del lavoro: produce indefessamente durante
venti anni, per poi apparecchiarsi prematuramente un comodo autunno
della vita. La democratizzazione della rendita fondava su questa
debolezza nazionale, come aveva fatto, prima della Rivoluzione,
l'introduzione del costume antieconomico delle tontine. Il numero dei
_petits rentiers_, che a quaranta o cinquant'anni incrociano le braccia,
crebbe considerevolmente sotto l'imperatore; e il bonapartismo trovò
appunto in quella cerchia una folla fitta di partigiani zelanti,
_chauvinistes_ appaltoni. Esaminando ancora una volta cotesto multiforme
armamentario della tirannide democratica, siamo indotti a convenire, che
un così immediato legame dei bassi ceti con la persona del capo dello
stato si ebbe tutt'al più sotto il dominio degl'imperatori romani, ma
nella storia moderna non era esistito mai.